Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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“E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo (Pioda Imaging Edizioni, 2017)

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“Voci di radici, di nebbia e di pioppi
Voci nella testa, voci contro il tempo
Che riempiono la vita restando nel silenzio
Voci che non sento più
Voci che sai solo tu
Manca la tua voce, sai”

 

All’improvviso, mentre ero immersa nella lettura, i versi di questa canzone di Zucchero sono affiorati alla mia mente e ho avuto l’impressione che racchiudessero l’essenza del romanzo di Pina Palermo, “E con essi chiusa in una stanza”: la narrazione si nutre delle voci che incessantemente “parlano” all’autrice rievocando le loro storie, e di radici, solide nonostante il vento della vita possa portare lontano dai luoghi di origine e dalle persone care, la cui voce però non svanisce mai a dispetto del tempo, della lontananza e della nostalgia.

Questo che definirei un viaggio del cuore parte da Roma grazie ai ricordi di Flaminia che riemergono “a causa” delle domande di un nipote davvero speciale e ci conduce ad Accettura, luogo fisico (ne percorriamo le strade, ne apprendiamo le tradizioni e le usanze) ma anche e forse soprattutto luogo dell’anima.

In via Lungo Calvario che diventa quasi metafora delle peripezie di un’intera esistenza conosciamo gli antenati di Flaminia tra cui spiccano la dolce Rachele e il marito Nicola, leggendaria nonna e Letizia e la sua degna, coraggiosa nonché omonima erede, ma anche l’inquieta e talentuosa Gaia, artista, cugina e fida compagna di Flaminia, almeno fino a quando non deciderà di recidere le sue radici per spiccare il volo verso lidi lontani.

Questi ed altri personaggi, perfettamente costruiti e vividi, risultano familiari e riescono a colpire profondamente, in alcuni momenti anche a commuovere.

Si avvertono palesemente, in ogni pagina, la verità e il coinvolgimento emotivo di chi ha concepito questo libro, che scorre veloce, ma riesce a trasportare perfettamente nella stessa dimensione onirica che ne è cifra stilistica costitutiva. In effetti, come ho già avuto modo di dire all’inizio, il tempo è fluido, dilatato e non ha più confini netti così come lo spazio che diventa sempre pretesto di evocazione, perde quasi un po’ della sua concretezza.

L’uso di un linguaggio ricercato e raffinato di certo aiuta a creare l’atmosfera ovattata che si avverte leggendo.

Chi ama Accettura amerà di sicuro questo libro, ma anche chi ama l’affabulazione o il sapore un po’ antico delle storie tramandate di generazione i generazione, chi sente il richiamo del passato, chi ama ascoltare  quelle voci interiori che sono parte di sé lo apprezzerà di certo.

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Terza edizione del premio letterario “L’albero di rose”

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Mi rende molto orgogliosa l’ide ch enel mio paese ci sia un premio letterario epr questo sono lieta di comunicare che è uscito il bando di partecipazione alla Terza edizione del premio letterario L’Albero di rose. Potrete inviare i vostri comtributi fino al 30 igugno mentre la premiazione si svolgerà il 9 agosto. La prestigiosa giuria che valuterà  i testi è composta da Rocco Brancati, Giuseppe Lupo, Patrizia Minardi, Luciano Nota, la Società Dante Alighieri – Comitato di Matera, la Fondazione Leonardo Sinisgalli, I Parchi Letterari – Paesaggio Culturale Italiano e ha un presidente onorario d’ecezione: il grandissimo Mogol. Potete consultare il bando sul blog “La presenza di Erato”, sull’account Facebook L’Albero di Rose -Premio Letterario o sulla Pagina del Comune di Accettura.

 

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“Gli anni del nostro incanto” di Giuseppe Lupo (Marsilio Editori, 2017)

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Incanto è il termine che illumina il titolo di questo romanzo e sa di dolcezza, di magia, di occhi strabuzzati per la meraviglia su un mondo colorato e positivo.

Proprio con incanto Louis vive la sua vita: non esita a lasciare la sua famiglia e una strada già tracciata per essere protagonista degli anni del boom economico nella grande e promettente Milano, è affascinato da tutto ciò che è nuovo, in particolare dal viaggio sulla Luna che proprio in quegli anni diventava realtà.

Milano dona a questo sognatore anche l’amore, una “Regina” che è la sua controparte perfetta: concreta e pratica, diversa da lui eppure pronta a difenderlo e ad assecondarlo.

Regina si divide tra il lavoro di parrucchiera e quello di moglie e madre e odia essere fotografata come se la fotografia potesse catturare qualcosa che invece deve restare nel segreto dell’anima. Paradossalmente sarà proprio uno scatto a scatenare nel suo animo una sorta di terremoto, tanto forte da provocarle un’amnesia. Vittoria, sua figlia, che con dedizione, dolore, ma anche nostalgia, proverà a riannodare i fili dei ricordi e a raccontare la storia della sua famiglia in un freddo ospedale, mentre fuori regna l’euforia per i Mondiali del 1982.

Sia il peso che la soavità dei ricordi si avvertono con forza mentre Vittoria parla a Regina, cercando di suscitare in lei una reazione.

Il suo racconto è vibrante, palpitante di emozioni e reso ancor più suggestivo e nitido dall’aggiunta di piccoli particolari come canzoni, eventi sportivi o televisivi degli anni in cui è ambientato il libro, cosa che  contribuisce a vivificare il romanzo oltre ad aiutare nella composizione di un quadro storico molto preciso.

Il tema della memoria è declinato in modi diversi (la memoria privata si intreccia con quella pubblica), ma anche parallelamente al soggetto dell’emigrazione, trattato in modo marginale, ma senza sminuire la sua importanza e da un’angolazione sicuramente diversa dal solito.

Louis lascia sì la sua terra natia, ma senza rimpianto, tagliando in qualche modo le sue radici per costruirne di nuove, per essere pienamente se stesso e cercare nuove possibilità, guardando sempre al futuro, mai al passato. Il contrasto tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità si percepisce nel rapporto sofferto col padre che invece avrebbe voluto dargli in eredità la sua attività di calzolaio.

Una scrittura delicata, intensa ed empatica hanno reso il testo estremamente appassionante e coinvolgete.

Le pagine, leggendo, scivolavano via come fondo in fondo scivolano via i nostri anni, velocemente, ma lasciando il segno.

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“Non abbiamo armi” di Ermal Meta

1516017344336.jpg--ermal_meta__ecco_la_copertina_del_nuovo_album__non_abbiamo_armi_Il terzo capitolo della storia artistica di Ermal Meta s’intitola “Non abbiamo armi”, lavoro in cui le sue parole e la sua musica appaiono più “leggere” e libere che mai.

Le dodici tracce del disco sono tutte orecchiabili e di grandissima qualità.

La ricerca di sé, l’amore che può finire o far soffrire ma che è l’unico riparo dalla caducità del tempo e del mondo, la fragilità e la forza dei sentimenti che fanno male, ma fanno sentire vivi, gli abbracci che sono “lo spazio più importante”, simbolo del contatto umano che può solo far bene, la quotidianità, sono i nuclei fondanti di un album scorrevole come un meraviglioso libro che di legge tutto d’un fiato.

L’incipit di questo singolare libro è costituito da “Non mi avete fatto niente”, presentata a Sanremo con Fabrizio Moro, che potremmo definire, citando un altro grande cantautore, una “canzone contro la paura”. Un po’ come “Vietato morire” il brano sembra voler veicolare la speranza nella bruttura più assoluta. “Scambiamoci la pelle in fondo siamo umani” è un delle frasi più rappresentative del brano: se provassimo a metterci nei panni dell’altro e a non combatterlo, questo “corpo enorme che noi chiamiamo Terra” sarebbe sicuramente più sano. Il testo è di forte impatto emotivo, ma anche le voci dei due cantanti sono di un’espressività incredibile: l’eleganza di Ermal ben si amalgama con la forza di Fabrizio Moro. Uno dei momenti più intensi lo riscontriamo quasi nel finale quando il falsetto di Ermal, che a mio avviso rappresenta quasi un pianto disperato ma composto, si contrappone all’urlo rabbioso di Moro.

Dopo un pezzo tanto impegnativo arriva “Dall’alba al tramonto”, tutta da ballare e con ritornello che si canta immediatamente. È perfetta per l’estate e potrebbe avere un enorme successo radiofonico.

Si cambia ancora atmosfera con “9 primavere”: la pioggia che accompagna il ricordo di una storia d’amore ormai finita, si mescola a lacrime di rimpianto, lacrime ricche di amarezza ma anche di tenerezza. La malinconia del ricordo sembra avvolgere e quasi consolare, lenire un dolore espresso con dolcezza disarmante.  “Sono solo lacrime/e non è proprio niente di speciale/una per ogni passo insieme/ una per ogni notte ad ascoltare canzoni d’amore”.

“Non abbiamo armi”, la title track, è anche la canzone che meglio riassume l’album con suoni limpidi e un testo che con la sua linearità riesce ad essere struggente: “Non abbiamo armi contro il cambiamento/ma adesso tu mi puoi proteggere dentro ad un abbraccio”;  “non abbiamo armi/per difenderci dagli altri/non abbiamo armi/ma abbiamo queste mani che servono da scudi”.

“Io mi innamoro ancora” ha una melodia capace di far illuminare il viso con un sorriso, riesce a rendere

il senso di sicurezza e gioia che può donare la semplicità delle cose solo all’apparenza più banali. “

Anche “Le luci di Roma” racconta lo spegnersi di un amore, con l’aiuto dell’immagine evocativa delle città eterna. Un po’ come New York nel precedente album qui l’assenza non è vuoto, anzi pervade l’anima riempiendola e “il rumore più forte è lo stesso silenzio che sento di noi”, dice l’autore

“Caro Antonello” è il brano più ruvido del disco. Avverso un senso di disillusione e forse di sconforto nel pezzo, ma non manca uno spiraglio di positività  (“evviva la vita con il suo puzzo e sudore”). Il pezzo, dedicato ad Antonello Venditti è anche, a mio parere,  un omaggio all’immenso potere della musica (“ mentre si canta non si può mai morire”, “un canone spietata appare come una rosa”).

“Il vento della vita”  ha un’ariosità e una carica emotiva trascinanti. Nel corso di quest’avventura tanto meravigliosa quanto complessa che è l’esistenza, in cui siamo appunto come sballottati dal vento che però può darci anche la giusta spinta per navigare,  si “può cadere, rialzarsi e poi sognare”, “gli ostacoli son tanti” ma tutto porta ad incontrare se stessi e l’altro. “Io non ho perso tempo, ho perso vento per gonfiare le mie vele e navigare in mari sconosciuti/e non ho perso tempo/a volte ho perso me/ per poi ritrovarmi e ripartire”.

In “Amore alcolico” mi ha immediatamente colpito il neologismo “innammazzato”, che potrà anche apparire poco ortodosso, ma rende benissimo l’idea della sofferenza amorosa, tema centrale della canzone.

“Quello che ci resta” è un brano che quasi sottovoce si insinua nel cuore di chi ascolta grazie alla sua atmosfera calda tra le righe si passa il concetto che si deve avere il coraggio di amare anche se si può stare male ed essere feriti. Splendido il ritornello che recita: “Se ci fosse anche per me una carezza per ogni mio errore/avrei un cuore bellissimo sì/senza un graffio e senza paure, ma l’amore che spacca le ossa non lascia ferite”.

Il ritmo martellante di “Molto bene, molto male”, che una volta di più incita a rischiare e fare sempre in ciò che si crede, ci conduce verso lo straordinario finale on “Mi salvi chi può”, divisa in due parti. La prima, con un sound elettronico, è evanescente ed eterea e ben esprime la ricerca di quel qualcosa che manca sempre “se persino l’infinito è mancante”; la seconda invece è potente e cupa per rendere quelle “Parole di rabbia [..]./per non sentire la noia che ci divora, per esprimere quasi la paura della solitudine  “Perché da soli fa male/pure l’aria/anche una goccia di buio/ti avvelena un sole intero/di felicità”.

“Non abbiamo armi” è, per sintetizzare, l’ennesima conferma dell’immenso talento di Meta, ma anche un passo in più nel suo costante lavoro di cambiamento e di ricerca.

Detto questo non mi resta che augurare anche a voi buon ascolto e scrivere, per questa recensione, la parola fine.

 

 

 

 

 

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“Victoria” di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2017)

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Rapita dalla fiction dedicata alla gloriosa regina Victoria recentemente andata in onda su Canale 5  ho deciso di leggere il romanzo che si può considerare “parallelo” alla sceneggiatura della fiction.

La prima cosa che balza agli occhi è la profonda consonanza con la trasposizione televisiva. Quasi sempre il confronto tra libro e film/fiction lascia l’amaro in bocca perché sono trascurati alcuni elementi o altri vengono modificati e quasi mai nel modo migliore.

In questo caso non ci sono stati grandi stravolgimenti, i personaggi sono ovviamente raccontati in modo più approfondito e compiuto dalla scrittrice (nella fiction viene forse dato più spazio alle storie della servitù rispeto al romanzo in cui l’aspetto psicologico però ha più rilevanza), ma in definitiva ciò che si vede è la quasi perfetta proiezione di ciò che si trova nelle pagine del testo. Mentre scorrevo le pagine mi sembrava di avere davanti agli occhi i protagonisti (gli attori sono perfetti nel loto ruolo) e le scene della serie.

Volendo parlare del romanzo in sé,  la giovane sovrana Alexandrina Victoria, chiamata a governare la Gran Bretagna a soli 18 anni, con le contraddizioni caratteriali dovute all’età, la sua voglia di indipendenza ed autoaffermazione domina il racconto, ma ci sono molte figure tratteggiate egregiamente come l’affascinante e arguto Lord Melbourne, il serio e romantico Albert, futuro marito della monarca o la regina madre, fragile ed insicura che è sempre stata iperprotettiva con sua figlia pregiudicando il rapporto con lei, anche per il suo sentimento nei confronti di  Sir John Conroy che ha sempre voluto controllare Victoria, l’ha sempre denigrata senza che la duchessa di Kent opponesse resistenza.

Una descrizione attenta e accattivante delle dinamiche di corte rende la lettura ancor più interessante e le conferisce quel pizzico di pepe che serve la vivacizza.

Daisy Goodwin ci offe dunque una lettura pregevole e godibilissima che accontenterà chi ama il romanzo storico, chi è affascinato dalla storia britannica, chi è curioso di scoprire l’età Vittoriana e chi è affascinato dalle vicende delle teste coronate e della nobiltà e anche chi ama le storie d’amore d’altri tempi.

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“Ritratto di dama” di Giorgia Penzo (CartaCanta Editore, 2017)

WhatsApp Image 2018-01-05 at 19.11.48In una fulgente Parigi il giovane artista Guillaume insegue il suo amore impossibile, ma eccezionalmente reale per la donna dipinta nel quadro “Ritratto di dama” di Leonardo Da Vinci.

Per alcuni è solo una fissazione, quasi follia, ma lui crede ciecamente in questo sentimento che forse non resterà solo una chimera, complice un 10 agosto speciale e un’alba come quelle che solo “la ville lumière” sa regalare, in cui possono succedere le cose più belle proprio come dice Laverne, la simpatica zitella padrona di casa di Guillaume.

Il tempo, le distanze e anche la morte probabilmente saranno sconfitte dalla caparbietà, dalla costanza e dalla purezza di un attaccamento sincero dando vita a ciò che sembrava non averne.

È una sorta di sogno ad occhi aperti questo romanzo, una favola moderna, ma dal sapore antico e dall’atmosfera rarefatta e affascinante.

Ammaliante come la giovane dama protagonista, la narrazione trascina il lettore in vortice irresistibile di arte, romanticismo e mistero e la cornice perfetta per questo racconto è proprio la capitale della Francia, col suo charme senza tempo, l’incanto dei suoi luoghi più riconoscibili e il peso della sua storia.

Scorrendo le pagine sembra di vedere, anzi di assaporare lentamente i fotogrammi di un film.

Pathos, abilità nel comporre la storia e personaggi che di certo catturano l’attenzione perché originali pur risultando in familiari sono alcuni degli ingredienti presenti nel romanzo firmato da Giorgia Penzo che vi consiglio caldamente.

Se siete nostalgici, sognatori o amanti di storie insolite non potete di certo perdere questa pubblicazione che, devo ammettere, ho acquistato di getto perché conquistata immediatamente dalla trama e che non mi ha affatto deluso.

Copertina

“Van Helsing – Una questione di famiglia” di Gianmario Mattei (Edizioni 2000diciassette)

Copertina

Saluto il 2017 con la recensione di un libro molto particolare, consigliatomi dalla bravissima book blogger Rosa (vi invito a seguire il suo blog La Fenice Magazine): “Van Helsing – Una questione di famiglia” che, come si può intuire, ci riporta all’epica lotta tra Van Helsing e Dracula, il “principe” dei vampiri. L’autore non riscrive le vicende che già conosciamo, ma propone una sorta di prequel che ha come protagonista Boudjiewin l’antenato di Abraham Van Helsing storico antagonista di Dracula, il quale lascia una sorta di diario ai posteri in cui racconta le dolorose vicissitudini della sua famiglia, il modo in cui è venuto a contatto con queste orrende creature e la sua battaglia per sconfiggerle.

Ci vengono presentate la sua volontà di ricercare il bene e la verità e anche la curiosità che lo porta ad indagare e a ricercare ciò che non sempre si può capire.

L’approfondimento della psicologia del protagonista, la rilevanza data ai moti del suo animo, alle sue “emozioni” mi hanno colpita e mi hanno fatto apprezzar questo romanzo insieme all’evidente lavoro di ricerca che ho riscontato. Mattei, infatti, ha cercato di essere accurato nella scrittura, di trovare il registro linguistico giusto, la “cifra” giusta, la giusta aderenza al genere gotico senza però eccedere, ponendo l’accento sui dettagli, sulla costruzione di un testo appassionante non tanto perché tratta di esseri eccezionali e fantasiosi, ma perché si concentra sull’uomo e sulla sua intricata esistenza. Anche il contesto storico in cui è ambientato il romanzo è ben ricostruito per cui chi ama essere catapultato in epoche diverse

Un libro, dunque, riuscito e che ha incuriosito e coinvolto anche me che non un’appassionata dei racconti dell’orrore o di storie di vampiri.

Consigliandovi il libro di Gianmario Mattei vi auguro un felice 2018 ricco di ottime letture, ma soprattutto di serenità e positività.

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“La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Carboni (Garzanti Libri, 2017)

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Ci sono opere in cui ti riconosci, in cui sono riflessi il tuo gusto e la tua sensibilità e in effetti, dopo aver letto La rilegatrice di storie perdute ho pensato che se avessi scritto un romanzo sarebbe stato molto simile a questo.

Sofia, bibliotecaria e appassionata di legatoria, in cerca della sua indipendenza dopo essersi annullata per un uomo accentratore e poco attento a lei, “incontra” Clarice von Harmel, vissuta nell’Ottocento, leggendo una lettera nascosta in un prezioso volume dello scrittore romantico Christian Fohr. Questo interessante documento, solo una delle tracce disseminate da Clarice che raccontandosi vuole far sentire la sua voce, la porterà a voler sapere di più di quella donna fuggita da un marito violento e diventata poi ciò che aveva sempre desiderato: una rilegatrice.

Aiutata del grafologo Tomaso, Sofia ricostruirà la sua vita attraverso un’avventurosa ricerca, quasi un’indagine, ricca di suspense che le regalerà una nuove consapevolezze, un’intraprendenza inaspettata e la libertà emotiva e mentale tanto agognata.

Le due protagoniste sono tratteggiate in modo egregio: si “simpatizza” subito con loro e ci si immerge completamente nel loro vissuto, ci si immedesima nel loro desiderio di realizzazione personale e di autonomia, nella volontà ferrea di perseguire i propri obiettivi anche a costo di sacrifici.

Presente e passato si intrecciano alla perfezione in un’insieme armonico e ben costruito. Tra l’altro un’anima rétro come la mia non poteva che essere felice di essere catapultata in un’epoca meravigliosa come il XIX secolo e di ritrovarsi in un’aristocratica Vienna o in una Roma vivace e pullulante di attività culturali.

I libri sono il motore della storia: sono la grande passione delle nostre due signore, sono oggetti preziosi da curare e custodire soprattutto per ciò che contengono al loro interno: ideali, parole di speranza, di conforto, spunti di riflessione. Come dice Flaiano e come ribadisce, nel testo, il libraio Andrea: “Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni”. Grazie al libro giusto al momento giusto Sofia trova uno spirito affine che a sua a volta da un libro ha tratto il coraggio per riprendere in mano la propria esistenza.

Una trama intrigante sviluppata in modo curato e preciso, i temi di sicuro impatto, i personaggi ben caratterizzati, rendono l’opera della Carboni godibilissima e perfetta per prendersi del tempo per rilassarsi  perdendosi in una piacevole (doppia) storia, magari proprio in una fredda serata autunnale sorseggiando una cioccolata calda o, nel mio caso, un buon caffè.

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“Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2017)

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La lettura di questo libro è stata un vero e proprio viaggio emozionale per me, ha parlato al mio cuore, ma stimolato la mia curiosità intellettuale.

Il mito di Orfeo ed Euridice, interpretato in modo sorprendente, fa da collante all’esposizione di trentasei storie di compagne di scrittori, artisti o musicisti attraverso le quali approfondiamo il significato della parola amore, semplice, ma al tempo stesso estremamente complessa.

Questi racconti, quasi delle lettere dirette e ricche di pathos, ci fanno conoscere donne innamorate, indipendenti, devote, combattive, in conflitto col proprio uomo o con se stesse, infelici, ma in ogni caso grandi perché capaci di ispirare, perché soggetto prima che oggetto d’amore.

Conosciamo l’abnegazione della moglie di Johann Sebastian Bach che “accantona” il suo talento per mettersi a sevizio di quello del marito e della famiglia, la dedizione di Tess Carver, roccia per il suo compagno a cui ha curato “la vergogna di dover morire” “come devono fare gli amanti”, il coraggio di Nadezda Mandel’štam che impara a memoria le opere del suo uomo, arrestato e poi ucciso in un gulag, per farlo sopravvivere nei suoi testi, la lotta Caitlin “contro” Dylan Thomas, i suoi tradimenti e il suo alcolismo, la follia di Antonietta Pirandello riflesso di quella narrata dal geniale Luigi, il rapporto ambivalente di Ted Hughes e Sylvia Platt, troppo uguali per lasciarsi andare ad un sentimento autentico (“Possono amarsi due specchi? O se li metti uno di fronte all’altro producono un gioco infinito e vertiginoso di falsi rimandi?”), la disperazione di Jeanne Modigliani, l’unica donna a cui il pittore ha dipinto gli occhi, neri come l’abisso in cui era precipitata.

L’insegnamento che ricaviamo dagli exempla proposti dall’autore è che l’amore non è una favola (non è un caso che se le favole finiscono in modo gioioso la storia d’amore per eccellenza secondo l’autore, quella di Orfeo ed Euridice, il filomito, il fil rouge di questo testo, comincia con un lutto: è proprio la sposa a morire gettando nella disperazione l’amato), ma somiglia “a un minerale ancora incastonato nella malga della roccia tra pressioni, profondità, polvere e durezza”.

Citando i versi del poeta Hartley Coleridge l’amore reale è “immortale come la verità incorrotta”. Chi ama dev’essere in grado di “intuarsi (entrare nel tu dell’altro sempre più in profondità)”, “infuturarsi (entrare nel rischio del futuro insieme all’altro)” e “insemprarsi (svincolarsi dal tempo orizzontale pur appartenendovi  e abitare un tempo verticale, che è l’anticipo di qualcosa che potrebbe durare anche dopo la morte)”.

D’Avenia ci spinge a riflettere sulla profondità del verbo amare e ci mostra delle figure femminili che “grazie all’intelligenza del cuore” incarnano questa profondità (seppure in modo diverso), apre una finestra sulle vite di personaggi illustri che hanno ricevuto il dono dell’arte e di muse capaci di smuovere la loro creatività e ci offre un volume in cui si percepisce il piacere dell’affabulazione, ma che si legge anche con estremo interesse. In esso non c’è nulla di melenso o stucchevole, ma un coinvolgimento autentico che si coglie in modo chiaro e di sicuro vale la pena non solo di tenerlo nella propria libreria, ma anche di rileggerlo varie volte per afferrarne tutte le sfumature e i dettagli.

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Presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria (Paolo Laurita Editore, 2012)

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Nella suggestiva location del Museo di culti arborei del mio paese, sabato scorso, si è tenuta la presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria, organizzata dalla Pro Loco, dal Comune di Accettura e dall’associazione Avis.

Ambientato nella splendida cornice delle Dolomiti lucane (i luoghi sono riconoscibili, ma non identificati in modo preciso perché diventino quasi universali) lo scritto ha come protagonista Nico, ragazzino dall’infanzia travagliata, adottato da due amorevoli genitori, che dovrà sciogliere i nodi del suo passato.

Scorrevole e in linea con la tradizione del racconto orale (sembra di leggere, o meglio, di ascoltare una delle storie che l’anziano zio Achille narra a Nico)  “Le ombre del passato” è variegato e ricco di contasti. In effetti è un po’ un romanzo di formazione, un po’ un mystery (Nico dovrà dipanare le ombre che ancora ci sono nella sua vita), un po’ un fantasy (Lauria attinge anche dalle nostre leggende locali, rivisitandole) ed è costruito una serie di dicotomie: bene/male, passato/presente, realtà/“fantasia”.

Molti sono anche i temi affrontati dall’autore tra i quali l’adolescenza, il bullismo, il vivere in un piccolo centro con i suoi pregi e difetti. In un pesino ci si conosce tutti, ma ci si può sentire estremamente soli, si dà molta importanza all’apparenza (nel testo non sempre i personaggi sono ciò che appaiono e bisogna guardare al di là della superficie per comprenderli davvero), spesso si può essere vittima di pregiudizi o di giudizi affrettati.

Come si può notare gli argomenti di discussione non sono mancati, ma ci è soffermati in particolare sull’attenzione data dallo scrittore al nostro territorio per poi confrontarsi sulla promozione del e nel territorio. Una voce che diventa narrazione, che racconta i luoghi natii è sicuramente un ottimo modo per farli conoscere e incontri come quello che si è svolto ad Accettura sono momenti importanti per dar risalto a queste voci e per dar vita a momenti di dibattito che sicuramente arricchiscono e aiutano a far crescere soprattutto località piccole come quella in cui vivo.

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