Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Come un delfino” di Gianluca Pirozzi (L’Erudita – Giulio Perrone Editore, 2019)

Recensione

“Come un delfino” è la “semplice”, piccola, grande storia di un uomo, Vanni, alla costante ricerca della serenità e della stabilità interiore. In effetti sin dalla più tenera età la sua vita non è stata facile, con una famiglia complessa “governata” dagli accessi violenti del padre, un artista dal carattere spigoloso e nella quale la presenza più rassicurante è quella di nonna Jole che però muore improvvisamente. Un altro importante lutto lo segna profondamente e lo costringe a maturare in fretta. Nel corso degli anni Vanni si allontana dai suoi cari per studiare, vive i suoi amori e finalmente trova un compagno con il quale decide di avere un bambino grazie ad Amandine, un’amica che si offre di fare a madre surrogata. Tutto sembra procedere per il meglio, ma ancora una volta, il nostro protagonista si trova davanti ad un bivio.

Il testo di cui vi sto parlando è, come si può intuire, una sorta di romanzo di formazione, ma anche un diario accorato e sincero nel quale il narratore mette completamente a nudo le sue emozioni. Tutto il suo percorso è raccontato molto dettagliatamente e l’atto introspettivo attraverso il quale Vanni rilegge la sua esistenza parte dall’infanzia fino ad arrivare alla maturità, mostrando al lettore le nuove consapevolezze alle quali è arrivato dopo un viaggio ricco di ostacoli e di esperienze negative, ma anche positivo.

L’autore ha scritto senza dubbio un libro in cui si parla di realtà quotidiana, di evoluzione personale e che fornisce moltissimi spunti di riflessione, un libro che senza dubbio si legge con immediatezza e facilità.

Biografia dell’autore

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli e ha vissuto in Italia e all’estero. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e inclusi in diverse antologie. Ha pubblicato: Storie liquide (2010), Nell’altro (2012) e Nomi di donna (2016), quest’ultimo è uscito in Spagna col titolo Nombres de mujer (2018).

 

Segnalazione: “Una mancanza perfetta” di Sergio Ragone (Edizioni Hermaion, 2020)

Con molto piacere vi segnalo questo libro di Sergio Ragone. Di seguito riporto il comunicato stampa gentilmente inviatomi dall’autore.

 

“Una mancanza perfetta”, il libro che racconta i sentimenti di una generazione incompiuta

 

Il romanzo di Sergio Ragone (Hermaion Edizioni, 2020) racconta i sentimenti e le vite di una generazione precaria, insicura, in perenne attesa. L’amore di Luca per Laura, le difficoltà della precarietà lavorativa che incidono anche nei rapporti sentimentali, la scrittura come cura alla distanza che li divide. In libreria dal 2 febbraio.

Avere venti anni in una città del Sud e riscoprirsi adulti, a quasi quaranta, alle prese con l’amore digitale, liquido e percepito. La storia di Laura e Luca, scritta dal giornalista e scrittore Sergio Ragone e pubblicata da Hermaion Edizioni, è una fotografia calda e traslucida delle relazioni umane dei nostri tempi, tra sentimenti percepiti e mai realmente vissuti e solo raccontati. La precarietà del lavoro come metafora esistenziale, la vita lontano da casa come unica via possibile per affermare il proprio talento. Nelle pieghe delle lettere dei due protagonisti un sentimento di appartenenza reciproco, fatto di ricordi, illusioni e un bisogno di tenere salde le proprie origini come ferme radici di alberi scossi dal vento. La mancanza perfetta è l’attesa, un tempo sospeso in cui tutto è possibile e che i due protagonisti scelgono per non spegnere la luce calda del loro amore, fino a quando Luca non deciderà di dare una svolta alla sua vita e a quella di Laura. “Una mancanza perfetta” è un romanzo che parla di sentimenti forti in un tempo complicato che amplifica le percezioni, le narrazioni delle singole vite, ma ne esalta le solitudini come unica cifra possibile dell’esistenza umana. Nel libro è possibile leggere uno spaccato autentico ed originale della vita degli under 40 italiani, schiacciati tra ambizioni di carriera e paure sentimentali. 

Nella prefazione, firmata dal giornalista e poeta Francesco Cosenza, il libro di Ragone viene presentato così: “Sono parole scritte sulla pelle, consegnate al mondo e poi tornate. Sono fiumi di occhi e mani come mappe e indirizzi disegnati su note di canzoni, cucite negli sguardi come vestiti. Le pagine di Sergio Ragone, fanno una passeggiata nel “fuoco“ interno della pelle di prima toccando geografie e figure, angoli di stanze che sognano il mare arrampicandosi sui battiti di una voce, a volte nitida di nome, altre volte disorientata nei chiaroscuri di “labirinti”  ampi di una maturità quasi temuta e ancora lontana. Ci sono gli elementi universali di una generazione, sfogliati, trasferiti e scelti nei linguaggi in fila, come birre scivolate su un bancone, pronte a riempire mani e sere per cercare di vestire un nome in cammino a sfiorare altri nomi. Respirano, nelle descrizioni del libro atmosfere, ponti immaginati come sogni, diversi ed uguali a formare un volto, a riempire un vuoto. C’è poi il tempo che l’autore spoglia e consegna nudo, esposto ai venti, alle carezze e ai dolori. È così il mondo di Sergio Ragone, che gira in macchina per aspettare uno squillo come una carezza in un saluto che racconta e scrive, apre, chiude e disegna. Conta i passi nei viaggi verso città, sessioni di esami in gioco, poggiate sullo sfondo di un sogno altro suo, di tutti. C’è il calcio che si mischia alle note, una poesia di Calvino nella luce di una mail attesa, tra la finestra di casa e la Spagna. C’è un paese che scorre in un blog, come un’autostrada percorsa di notte, a contare le stelle e le labbra, di una ragazza al finestrino, che scrive le emozioni e le paure, quelle dell’autore che diventano nostre. C’è un tessuto umano di reti, amici e sere, giorni a inseguire i giorni. C’è Milano e poi Roma, c’è via Torraca, a Potenza, ci sono valigie nei treni e sentieri. Tutto questo, è il quello che basta, per bere un bicchiere di cielo capovolto su chi, come Sergio Ragone, ha il coraggio delle parole, scritte in alto, dentro la pelle”.

All’interno del romanzo c’è anche il soggetto del cortometraggio “Amore a Distanza”, spin off del volume.

 

“Che vita meravigliosa” di Diodato (Carosello Records, 2020)

Probabilmente è vero che alcune canzoni e alcuni artisti arrivano al momento giusto, quando ciò che hanno da dire parla davvero al cuore e probabilmente è per questo che, pur avendo sempre apprezzato il talento di Diodato, solo ora esso ha completamente catturato la mia attenzione e ottenuto la mia ammirazione più sincera. Forse bisogna avere la giusta maturità per capire la bellezza e l’arte pura, ma ora questa bellezza e quest’arte sono ben visibili e comprensibili. L’ultimo album del cantautore tarantino è un concentrato di meraviglia, la faticosa meraviglia derivante dal fatto di essere umani, di provare emozioni contrastanti, del fare i conti con sé stessi e con la realtà circostante. Già nella copertina tutto questo viene riassunto perfettamente: un uomo assorto, in solitudine col mondo davanti, uno specchio d’acqua nel quale riflettersi e vedere il riflesso delle cose. La “title track” è una travolgente, coinvolgente, festosa e al tempo stesso malinconica celebrazione di quel mare tempestoso e pieno di energia (positiva e negativa) che può essere l’esistenza.

Gli undici componimenti presenti nel disco sono tutti degni di nota, un intreccio di musica di gran qualità e parole di una sincerità spiazzante in cui è impossibile non identificarsi in qualche modo.

“Fai rumore”, il brano che ha vinto il settantesimo Festival di Sanremo ha colpito profondamente me e tanti altri perché evidentemente ha dato voce a un sentimento comune, quel bisogno di sentire il rumore delle persone a cui vogliamo bene, anche se si sono allontanate, anche se sono diventate un’assenza comunque presente e anche se non sempre si ha il coraggio di esternare le proprie emozioni.

“Fino a farci scomparire” è lo struggente resoconto della fine di un amore, ma anche l’ammissione che nonostante il tempo lenisca la sofferenza e faccia sì che si vada avanti, non laverà fino in fondo via le tracce del sentimento che c’è stato. Altrettanto dolente seppur nella sua dolcezza disarmante è “Quello che mi manca di te”, quasi un sussurro intriso di nostalgia e di affetto, di quell’affetto viscerale che proviene dalla condivisione delle cose piccole, ma belle di tutti i giorni.

“La lascio a voi questa domenica” e “Alveari” a mio avviso sono sue facce della stessa medaglia. In entrambe, con dei punti di vista diversi Diodato affronta un tema importante, il rapporto tra il proprio microcosmo e quello che avviene intorno a noi. In “Alveari” in particolare mi sembra venga asserita l’importanza non solo dell’apertura verso mondo e verso altri, ma anche verso se stessi. In quest’ottica anche gli errori servono per ritrovarsi e ricordarsi le cose essenziali.

 

Ma io che parlo a fare/ che sono come te/ che fingo di capire/ e poi non so capire/io che parlo a fare che proprio come te mi perdo in questo niente chiuso in un alveare/ Per poi cadere un giorno/ cadere un giorno e ricordarsi che è tutto così fragile/ un equilibrio facile da perdere/ ma cadere non è inutile/ cadere non è inutile cadere è ritrovarsi/ ricordarsi di nuovo/ dell’essenziale invisibile dell’essenziale invisibile

 

“E allora faccio così” con ritmo ed orecchiabilità parla della depressione, ma anche del desiderio di rinascere. Il ritornello è gioioso e liberatorio ed è impossibile non ballare e canticchiare questo brano, esattamente come “Non ti amo più” e “Cretino che sei”, spietate, se vogliamo, ma strepitosamente coinvolgenti.

“Il commerciante” è una lucida analisi della società odierna, una società in cui la competenza e la passione sembrano avere sempre meno valore, soppiantati dall’impersonalità e dalla massificazione.

Ho lasciato per ultima “Solo”, che è un pezzo commovente, autentico, di un’intensità devastante. Non è semplice secondo me, accostarsi ad argomenti così intimi e complessi, ma Diodato riesce anche a parlarci di solitudini in modo realistico, ma con la poesia che contraddistingue i veri artisti.

So che parlare di musica non rende quello che la musica riesca a dare, per cui posso solo concludere dicendo che questo disco fa davvero bene all’anima, per cui fatevi un regalo e ascoltatelo.

 

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” di Ferruccio Parazzoli (Aboca, 2019)

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico”, di Ferruccio Parazzoli è un romanzo estremamente singolare e raffinato. La narrazione si divide in due blocchi. Il “protagonista” della prima parte del libro è un ragazzo che lascia improvvisamente il suo lavoro di cameriere e si reca in un bosco per passare la notte sotto un albero. Lì in contra un uomo, lo Zio, che a sua volta lo conduce dal Cacciatore il quale gli racconterà la leggenda della Maciucia e del Grande Pino. Nella seconda parte, invece, ci viene presentata Olga, che si oppone con tutte le sue forze all’abbattimento del fico che le ha sempre “fatto compagnia” e che è fedele custode dei suoi racconti.

“Non posso vivere senza storie. A me piacciono le storie, ne ho sempre avuto bisogno, la mia come quelle degli altri”.

Questa frase mi sembra perfetta per riassumere lo spirito dell’opera di Parazzoli, in cui a spiccare è il gusto  dell’affabulazione più pura. L’esigenza della trasmissione delle storie agli altri, del non lasciar disperdere l’enorme patrimonio costituito dalle esperienze di una vita traspare con chiarezza mentre scorrono le righe e le pagine. Gli alberi, proprio per il loro valore simbolico, sono degli elementi perfetti per veicolare il concetto che ho espresso poc’anzi e proprio agli alberi Aboca ha dedicato un’intera collana: “Il bosco degli scrittori”.

Con la maestria tipica di chi sa bene come utilizzare le parole, l’autore ci conduce tra leggende e realtà, fantasia e sprazzi di vita reale in un immaginifico ed evocativo viaggio; ci trasporta in un mondo quasi senza tempo, in una sorta di favola moderna dal sapore un po’ nostalgico.

Il lettore si troverà davanti un testo scorrevole, che si “gusta” molto volentieri, per nulla semplicistico, ma, al contrario, elegante ed accurato.

“Lo chiederemo agli alberi/ Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/ Invincibili. Risponderanno gli alberi/ Che le radici sono qui/ E i loro rami danzano/ All’unisono verso un cielo blu”.

Così recita “Lo chiederemo agli alberi”, meravigliosa canzone di Simone Cristicchi che ho immediatamente associata a “La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” e con queste parole così poetiche e profondo desidero concludere la mia recensione, non prima però di aver ringraziato l’agenzia Media Eventi per avermi proposto la lettura di questo interessante volume.

Intervista a Valentina Bardi

Buon pomeriggio a tutti! Con molto piacere vi presento l’intervista che ho fatto a Valentina Bardi, autrice del romanzo “Ventiquattro”. La ringrazio tantissimo per aver risposto alle mie “curiosità” e vi invito a leggere le sue interessanti parole!

1) Per prima cosa vorrei chiederle in che modo ha costruito i personaggi del romanzo, che trovo realistici e ben descritti dal punto di vista psicologico.

Grazie per le osservazioni. Per me significano molto. Per tutto il periodo in cui ho pensato alla trama, non ho scritto nemmeno una parola: ho dato il
tempo ai personaggi, anche a coloro che compaiono solo una volta nel romanzo, di “formarsi”nella mia immaginazione in tutta la loro interezza. Mi sono presa un lungo periodo di riflessione: periodo in cui ho pensato molto e ho immaginato, magari vedendo e rivedendo certe scene e certe battute di dialogo fino a saperle a memoria. Così facendo, quando è stato il momento di scrivere, i personaggi avevano una loro “ossatura”: erano “vivi” e non delle sagome inverosimili.

2) Tra i vari personaggi mi ha colpito molto Chicca, che definirei lo spirito critico del romanzo e che si fa portatrice di molti dei messaggi che  lei voleva dare attraverso la sua opera. Conferma il mio pensiero? Com’è stato darle vita?

Confermo al 100%. Federica (Chicca) è, dal mio punto di vista, il personaggio più
importante della storia, sia a livello di contenuto e di significato delle vicende narrate, sia a livello meramente tecnico. Federica è una sorta di “messaggero” che attraversa il dolore di questa storia perché già “abituata” al suo personalissimo calvario: le sue esperienze l’hanno resa dura e, a volte, scorbutica, ma progressivamente il lettore riesce a leggere la profondità di questo personaggio e il suo animo “puro”. Nei passaggi più delicati del romanzo, è su di lei che si
appoggiano gli altri; ed è su di lei che si fonda anche la struttura di base di tutto l’impianto narrativo. Ho fatto fatica a lasciarla andare dove voleva; soprattutto nei modi. Ma tengo sempre a mente la lezione di una maestra della narrativa contemporanea, Elizabeth Strout: se un personaggio è ben costruito, l’autore deve lasciarlo fare. Ed io ho avuto molta fiducia in Federica. La mia fiducia in lei ha superato i dubbi che, di tanto in tanto, sorgevano.

3) Ha usato spesso il dialetto nel libro e in generale una lingua molto aderente al parlato di tutti i giorni, soprattutto nei dialoghi. È stata una scelta ragionata per avvicinarsi in qualche modo al lettore oppure ha semplicemente utilizzato in modo naturale il suo idioletto?

È successo in maniera naturale e, aggiungerei, irrazionale; nel momento in cui ho realizzato che la storia si svolgeva dalle mie parti, ho immediatamente sentito la necessità di utilizzare una lingua che parlasse di questa terra, che sapesse raccontare le vicende in modo viscerale, senza terminologie artefatte. Anche questo, secondo me, ha contribuito molto a rendere i personaggi vivi e realistici.

4) Mi pare che abbia voluto non solo raccontare una storia, ma anche il suo territorio sia attraverso il linguaggio, che attraverso la descrizione dei cibi, ad esempio. È corretto?

Correttissimo… Il cibo in Ventiquattro diventa una sorta di personaggio a parte: ha una funzione narrativa importantissima perché spesso, in base a cosa si mangia, si coglie il mood e si percepiscono le relazioni emozionali fra i vari personaggi nelle varie scene. Il cibo è stato sempre di enorme aiuto narrativo e l’ho utilizzato come se fosse un transfert emotivo per far entrare il lettore negli umori della storia.

5) Mi piacerebbe che ci parlasse del suo gruppo di lettura e poi che mi dicesse se secondo lei il punto di vista del lettore e dello scrittore siano diversi o complementari.

Il gruppo di lettura Teodorico, è una piccolissima realtà del paese in cui vivo, Galeata: siamo persone di età, esperienze e vissuti diversi, accomunate dalla grande passione per la lettura. Per noi è diventato un modo per incontrarsi e parlare dei libri che amiamo e anche per approfondire e divulgare, sempre con umiltà, la letteratura italiana e straniera. Ogni storia, nel momento in cui diventa libro, si trasforma in qualcosa da condividere: da condividere con il lettore; per questo motivo, secondo me, ogni lettore è un valore aggiunto alla storia (e anche molto di più) perché leggendola, la fa sua, la interpreta e la “metabolizza” in modo personale.

6) In “Ventiquattro” ha affrontato delle tematiche importanti e si vede, come ho scritto, un grande coinvolgimento emotivo. Secondo lei uno scrittore deve calarsi completamente in quello che scrive o è necessario un certo distacco per poter riportare efficacemente ciò che desidera trasmettere?

Personalmente ritengo che siano importanti entrambi gli approcci: quello che fa la differenza ed è determinante, secondo me, è il tempo. Quando sento che sta per spuntarmi l’idea per una nuova storia, è come se piombassi in un’altra dimensione: in superficie vivo la mia vita reale, mentre con la mia immaginazione vivo la storia che scriverò. E quando sono in questa fase, divento un fascio di pura visionarietà ed emozione: sento tutto con la pancia, senza preoccuparmi di filtrare le mie sensazioni. Ma non scrivo neanche una riga. Soltanto in un secondo momento, quando cioè sento che ormai la storia mi è chiara e ho acquisito una sorta di consapevolezza, inizio a scrivere. E in quel momento sono più “calma”, perché conosco così a fondo quello che prima ho soltanto sentito, da riuscire a rimanere vigile.

“Ventiquattro” di Valentina Bardi (Società Editrice “Il ponte Vecchio”, 2019)

Quarta di copertina

Martina sta per compiere diciotto anni e frequenta un ragazzo che a sua madre non piace. Perché è il figlio del padrone della fabbrica locale, perché sua madre è una sindacalista come quelle di una volta e insomma quel ragazzo (com’è che si chiama, Matteo?) non lo vuole in casa sua.

Martina sta per compiere diciotto anni e sempre più spesso si sente una mosca bianca, in famiglia. La madre, Giada, tutta d’un pezzo. Il padre, Andrea, che non c’è mai. Fa il giornalista, inviato in zone di guerra, e sembra che per lui contino più i drammi del mondo che quelli di casa sua; sembra anche, quando si fa vedere, che lui e la mamma non vadano più tanto d’accordo. E poi la sorella maggiore e i fratelli minori di Martina, ognuno alle prese con i propri problemi grandi e piccoli… problemi che la riguardano fino a un certo punto.

Nonostante tutto, però, sembra che il microcosmo che ruota attorno a Martina, ben radicato in un piccolo comune della provincia romagnola, sia in grado di vivere la vita senza troppi sconvolgimenti.

Sembra. Perché un evento inaspettato costringerà la ragazza, la sua famiglia e l’intera comunità con cui si intreccia, a rivedere le proprie convinzioni e a reinventare la propria visione del mondo.

Un romanzo di formazione molto attuale, ricco di momenti toccanti e di argomenti che riguardano ognuno di noi: la famiglia, la coppia, l’essere figli. La fede politica e quella religiosa. La gioia e il dolore, la serenità e la disperazione. E soprattutto la necessità di accettare i propri limiti e raggiungere, finalmente, una nuova consapevolezza.

 

L’autrice

Valentina Bardi vive nella provincia di Forlì-Cesena, a Galeata. È diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena ed è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna Alma Mater Studiorum. Da sempre appassionata di libri, fa parte del Gruppo di lettura “Teodorico” di Galeata, che da svariati anni propone incontri pubblici e reading su autori italiani e stranieri.
 Ventiquattro è il suo primo romanzo.

 

Recensione

Martina ha 18 anni, sta vivendo la sua prima storia d’amore e un momento non facile in famiglia. Sua sorella infatti ha appena vissuto un grande dolore e il matrimonio dei suoi genitori attraversa una fase delicata. Il padre della giovane, Andrea, è un inviato di guerra, uno spirito libero che ama il proprio lavoro, ma è costretto a trascurare i suoi cari.  Giada, sua madre, è un sindacalista forte, pragmatica, che però si lascia per un attimo sopraffare dalla fragilità e dall’insicurezza proprio a causa del carattere sfuggente del marito. Un evento tragico e inaspettato costringerà Martina e le sue amiche a maturare, anzi a cambiare, ma anche i familiari della ragazza ad unirsi e a mettere da parte le tensioni e gli screzi per ritornare a quello che più conta: l’amore reciproco.

Il romanzo di Valentina Bardi è intimo, intenso e sfiora delicatamente tematiche che possono afferire alla quotidianità di ciascuno di noi come l’adolescenza, il cambiamento, la crescita personale e l’acquisizione di nuove consapevolezze, ma anche le dinamiche che possono prodursi all’interno di un nucleo familiare o la vita di provincia, semplice nonché ancorata alle tradizioni.

Anche lo stile utilizzato  ̶  l’autrice ad esempio usa in alcuni momenti il dialetto  ̶  riflette l’atmosfera naturale, semplice e genuina presente nel libro e che ho molto apprezzato.

“Ventiquattro” è un romanzo in cui possono riconoscersi sia i giovani sia gli adulti e in cui si nota un interessante lavoro di introspezione psicologica oltre che la volontà di ricostruire con precisione, ma anche con coinvolgimento emotivo la realtà di ciascuno di noi.

 

Buone feste a tutti!

Ci siamo, è la Vigilia di Natale. Anche io e Valentina volevamo augurarvi buone feste. Che sotto l’albero possiate trovare tutto quello che c’è in questa foto dalle atmosfere dickensiane: il calore che riscalda il cuore e ravviva, la luce della gioia e della speranza e tanti nuovi capitoli da scorrere pagina dopo pagina.

Sereno Natale e Felice Anno Nuovo da parte di Un libro e un caffè!

“La rosa dei venti – Le Gocce di Lazhull” di Mirko Hilbrat

 

Mi ha fatto molto piacere ricevere, per la seconda volta, una proposta di lettura da parte dell’agenzia “Scrittura a tutto tondo” e devo dire che, anche in questo caso, non sono rimasta delusa dal testo che mi è stato inviato.

“La rosa dei venti – Le gocce di Lazhull”, di Mirko Hilbrat, è un fantasy intricato, pieno di azione e suspense. Gli appassionati del genere si divertiranno moltissimo immergendosi nelle avventure della grintosa e ribelle principessa Syria, del coraggioso cavaliere Rion, del saggio consigliere Serin, del principe “traditore” Mortis.

Le 546 sono costellate da battaglie all’ultimo sangue (regni in contrasto, ma in senso più ampio buoni e cattivi, si combatteranno duramente e senza esclusione di colpi) e abitate da una fantasiosa schiera di vampiri, elfi ed esseri dotati di poteri magici.

I due personaggi principali, Syria e Rion, sono senza dubbio molto affascinanti, sono caratterizzati in modo estremamente efficace e riescono a colpire con facilità ed immediatezza il lettore. La protagonista femminile è una giovane audace che non ha paura di sovvertire le regole per seguire il suo cuore, mantenendo una promessa fatta a suo padre mentre il ragazzo, che ha un passato misterioso di cui non conserva alcun ricordo, è riflessivo, corretto, desideroso di farsi valere, ma non irruento.

La capacità immaginifica dell’autore emerge nitidamente nel mondo, o meglio, nei vari mondi che racconta e forse questa è la cosa che più mi ha colpito del suo romanzo. Devo confessare che non sono un’accanita “consumatrice” di fantasy, eppure ammiro molto chi, come Mirko Hilbrat, con impegno e grande inventiva riesce a creare qualcosa di originale e inusuale.

Soprattutto un pubblico giovane potrebbe, a mio parere, apprezzare il libro “La rosa dei venti”, magari leggendolo piano piano, “a puntate”, quasi come fosse un serie televisiva (in effetti ci sarà un seguito, quindi l’idea della serialità è già in qualche modo presente negli intenti di Hilbrat) ed è l’ideale per queste giornate o serate festive in cui si potrebbe voler divagare ed evadere.

“Un tè alla ciliegia” di Jane Rose Caruso

A Beltroy è arrivata la bella stagione e, dopo la risoluzione di un caso spinosissimo, sono arrivate anche nuove avventure per la dolce e risoluta Miss Book, che con la sua arguzia e i suoi manicaretti dovrà, ancora una volta, sistemare i problemi delle persone a lei care. Una festa di fidanzamento rischia di essere rovinata e Prudence, la nipote di Catharine, aspirante poetessa che faticosamente cerca la sua autonomia, soffre per amore, ma grazie all’infaticabile anziana signora tutto si risolerà per il meglio. Non potevano mancare le ricette con le quali la protagonista delizia i suoi amici e lenisce i loro dispiaceri.

È sempre gradevole “tuffarsi” nei testi dedicati a Miss Book, che ormai è diventata come una vecchia amica da cui si torna con piacere. “Un tè alla ciliegia” si legge in pochissimo tempo, è scritto in modo scorrevole ed è l’ideale per una serata di relax o come lettura prima di andare a dormire, ma fa anche riflettere, come i libri precedenti.

Ad esempio è molo interessante l’approfondimento sulla figura di Prudence, che sta recuperando pian piano la sua serenità, dopo aver vissuto delle vicissitudini poco piacevoli, che ha trovato il modo per esprimere se stessa e suoi sentimenti attraverso la poesia, superando i suoi timori e diventando sempre più indipendente.

Fa sempre bene bene, poi, sentir parlare di buoni sentimenti, in un mondo in cui, putroppo, i buoni sentiment si stanno perdendo sempre di più.

Per queste ragioni non posso che consigliarvi la lettura di quella deliziosa novella e, se non lo avete fatto, di leggere anche i precedenti lavori di Jane Rose Caruso.

 

“Magmamemoria” di Levante (Parlophone, Warner Music Italy, 2019)

Mi sono irrimediabilmente e perdutamente innamorata di “Magamamemoria”, il nuovo lavoro di Levante, intimo, anzi viscerale, delicato eppure potentissimo, ricercato ma non pretenzioso.

Ho sempre ammirato la cura e l’attenzione nella scelta delle parole della cantautrice di origine siciliana, confermate dalla scelta di un titolo così raffinato, evocativo, efficace e rappresentativo.

La title track mi ha conquistata immediatamente. Magmamemoria è un brano breve, ma prezioso, che costituisce la porta d’accesso all’album, che lo “battezza”, dandogli il nome (“Cremisi agli occhi dei giorni di gloria/Ecco il tuo nome, ti chimerai Magmamemoria). Mi è parso quasi il canto etereo di una sirena che invita ad ascoltare quanto verrà raccontato in seguito. Il testo, a mio avviso, è una vera e propria poesia che si intreccia in modo mirabile ad una musica dolce e carezzevole (da brividi sono i vocalizzi tra la fine della strofa e il ritornello).

 

“Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Come le vele spiegate dal vento

Spiegami perché ti aggrappi al ventre?

Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Navighi i mari della memoria

Riporti a galla, il mio petto brucia

Ancora, ancora gettata in fondo a me

Scardini le mie certezze

E ora che ritorni che farò?”

 

Si può rimuginare sul passato, riflettere, ma “per amare non esiste un corso d’aggiornamento”, “per essere felici in due” non esistono regole predefinite e ricette particolari”: questo è il messaggio che si evince da “Regno animale”, brano che ho apprezzato tantissimo perché estremamente coinvolgente. Colpiscono molto, anche in questo caso, i momenti finali delle strofe. L’unione tra musica parole riesce a far breccia nell’emotività dell’ascoltatore.

 

“Quanto tempo resterà se dividi per sempre?

Se il passato un errore e ho buttato via l’amore.

Ho avuto tutte le notti pe moltiplicare i sogni

Sistemare i miei pensieri

E archiviare i ricordi dei giorni perfetti

E come nei film c’ una scena finale

Dove vado di fretta, la mia vita mia spetta”

 

 

Una menzione particolare, secondo me, spetta all’introduzione di “Antonio”, che sembra l’interludio ad una pellicola in bianco e nero e conduce perfettamente nell’atmosfera sognante ma anche un po’ malinconica di questa canzone che evoca un amore intenso e felice, riassunto perfettamente nel verso “Se apro le braccia volo”.

Mi sono concentrata sul lato più intimista e personale dell’album, ma ci sono due canzoni molto interessanti che fanno un ritratto feroce, ma centratissimo della società odierna, di questi tempi “deserti di coraggio”: “Andrà tutto bene” e “Bravi tutti voi”.

 

“Incappo in un sacchetto, nella tua indifferenza

In fondo a questa strada hanno già perso la pazienza

I corsi di paura

ricorsi della storia

per trattenerci in una morsa senza memoria”

“Ce lo dirà il tempo che grande smarrimento è stato rimanere fermo”

 

Ho citato solo due stralci di queste canzoni, ma esse meriterebbero di essere analizzate in modo più approfondito. Di sicuro sono il frutto delle considerazioni di un’artista sensibile e attenta a quello che succede nel mondo che la circonda, che non vuole chiudere gli occhi di fronte ad alcune tematiche.

Gli alti titoli che compongono la tracklist sono ugualmente pregevoli. “Rancore” forse è brano più rabbioso anche se mitigato da sonorità non così “spigolose” mentre “Arcano 13” è il più struggente. “Il giorno prima dell’inizio non ha mai avuto fine” è una canzone originale, dalla musicalità “avvolgente”. “Questa è l’ultima volta che ti dimentico” e “Se non ti vedo non esisti” sono legate agli omonimi romanzi scritti da Levante (entrambi bellissimi), “Reali” è trascinante, “Saturno” sofisticata ed elegante mentre “Lo stretto necessario” con Carmen Consoli è un omaggio alla Sicilia e quindi alle radici della cantautrice. “

In un mondo musicale ormai intriso di omologazione, l’originalità, la profondità e la qualità di questo disco sono una boccata d’ossigeno e meritano di ottenere il giusto riconoscimento.

 

Pagina 1 di 9

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén