Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Le cronache di Alaster volume 1: Drago” di Leonardo Tomer (Albatros, 2020)

Vi piacciono i viaggi sulle ali della fantasia? Vi piacciono le storie ricche di duelli, di incantesimi, di creature con poteri straordinari? Allacciate le cinture allora, perché sicuramente il viaggio che vi farà intraprendere Leonardo Tomer con il suo libro, “Le Cronache di Alaster”, vi piacerà e vi coinvolgerà.

Marcel è un “mezz’uomo”, appassionato di storia e di archeologia, che sta studiando gli appunti dell’amatissimo nonno per ritrovare il preziosissimo “occhio del Drago”, una pietra magica. Il giovane si mette in viaggio per perseguire il suo scopo, incontrando prima Alaster, mercenario che pian piano scoprirà cose sorprendenti su di sé e poi l’aspirante maga Myra. Il percorso dei tre personaggi ovviamente non sarà semplice, anzi si rivelerà irto di ostacoli e di prove di superare, ma i “nostri” dimostreranno di avere il coraggio e la forza necessaria per raggiungere il loro obiettivo, nonché il Regno da cui Marcel proviene.

Il romanzo è di agevole lettura, la prosa di Tomer è lineare e semplice, adatta sia agli adulti che ai ragazzi. In effetti, a mio parere, molti degli elementi presenti nell’opera potrebbero interessare e intrigare soprattutto un pubblico più giovane: il genere, indubbiamente, ma anche la presenza di temi come l’amicizia, il coraggio, la ricerca della propria identità, ma anche la rivendicazione della propria identità (Alaster capisce davvero chi è durante questo viaggio, Marcel è orgoglioso del lavoro del nonno e vuole seguirne le orme), la ricerca della propria strada anche a costo di sbagliare.

Ho trovato davvero pregevoli le illustrazioni inserite all’interno del testo, complemento perfetto per un fantasy e l’attenzione ad alcuni dettagli Si notano, la cura posta nelle descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata e la minuzia, ad esempio nell’esposizione delle tecniche della scherma, materia che lo scrittore padroneggia.

Ci tengo, al termine della mia recensione, a ringraziarlo nuovamente per l’attenzione riservata al mio blog e per avermi inviato una copia della sua opera, che ho letto con attenzione e piacere.

“Il morso della vipera” di Alice Basso (Garzanti, 2020)

In pratica il quadro è questo (cit.): dopo aver scritto e cancellato, cancellato e riscritto, finalmente sono riuscita a dare alla luce la recensione del romanzo “Il morso della vipera”. La verità è che più tengo ad un libro, più faccio fatica a scrivere perché temo di non valorizzarlo con le mie parole.

Paranoie da recensore a parte, non avevo dubbi che, dopo aver concluso la saga dedicata alla ghostwriter Vani Sarca, Alice Basso avrebbe tirato fuori dal suo cilindro un’altra storia originale e scritta in modo magistrale. Io sono già stata completamente conquista da Anita e dal suo mondo.

L’autrice ci fa fare un viaggio a ritroso nel tempo, portandoci nel 1935, quindi in epoca fascista. La protagonista è Anita Bo, come ho anticipato, una giovane avvenente e arguta (anche se lei in realtà ama farci pensare il contrario) che è in procinto di sposarsi con Corrado, bellissimo e serafico ragazzo di buona famiglia. Un po’ intimorita dall’idea di diventare moglie e madre di sei figli ˗ questo è il progetto di Corrado, che ha anche già scelto il nome dei pargoli ˗ decide di cominciare a lavorare come dattilografa e viene assunta in una nota casa editrice che pubblica “Saturnalia”, una rivista nella quale vengono tradotti gialli americani e trovano spazio anche gialli nostrani. Di “Saturnalia” si occupa l’affascinante intellettuale Sebastiano Satta Ascona (alias Satta Coso), il quale con la sua dattilografa si troverà di fronte ad un vero giallo da risolvere.

Tantissimi sono gli elementi che rendono questo romanzo pregevolissimo e di grande qualità, a partire dall’immenso lavoro di ricerca compiuto per ricostruire il contesto storico nel quale la storia si svolge. L’atmosfera degli anni ’30 è stata ricreata in modo davvero efficace e fa sì che chi legge vi si immerga completamente.

I personaggi sono, come al solito, caratterizzati benissimo. Oltre alla deliziosa protagonista, finta svampita, molto intelligente e sveglia, ho adorato Clara, la migliore amica di Anita, così diversa da lei eppure così complementare a lei. Non attraente, ma sensibile, pratica, razionale è l’esempio di una donna che accetta se stessa, che vive bene con se stessa, che cerca la sua indipendenza e che, in un modo tutto suo, si ribella ai prototipi femminili dell’epoca. Non si può tralasciare Candida Florio, la ex professoressa delle due ragazze, eccentrica, ribelle e pronta ad inculcare in loro autostima e libertà di pensiero.

Molto interessante mi è parsa proprio la riflessione sulle donne, sul loro ruolo, su come venivano e vengono considerate. In alcuni frangenti infatti non si possono non cogliere anche riferimenti all’attualità. In modo sottile e ironico, come le è proprio, Alice ad inserire delle considerazioni molto importanti, che a volte diventano vere denunce.

Il contrasto tra apparenza e realtà, tra superficiale ed essenziale mi pare un fil rouge che lega quest’opera a

quelle dedicate Vani. Trovo sempre molto stimolante ed intrigante approfondire questi concetti antitetici.

C’è una panoramica metaletteraria sul genere giallo e anche qui si notano studio, ricerca attenzione e passione.

Durante una presentazione tenutasi tramite Meet, una partecipante ha sottolineato il fatto che con i libri di Alice Basso si impara sempre qualcosa e non posso che essere d’accordo. La curiosità che si percepisce dietro la scrittura e la creazione dei suoi testi arriva direttamente al lettore. Anche in questo caso, poi non si riesce a lasciare il libro senza terminarlo, in effetti l’ho finito alle tre di notte perché non vedovo di l’ora di vedere come si sarebbe evoluto e concluso il racconto.

Da sottolineare è anche il divertente gioco linguistico sui termini stranieri che vengono italianizzati in modo assolutamente personale, da Anita, proprio perché l’uso di parole non italiane veniva impedito durante il Fascismo.

Spero, a questo punto, di aver instillato in voi il desiderio di leggere “Il morso della vipera”, mi auguro che siano passati il gusto e il divertimento che ho provato nel leggerlo. Sono già impaziente di vedere dove ci porterà il secondo capitolo delle avventure di Anita. Sono sicura che riuscirà ancora a stupirci e a coinvolgerci.

“L’imitazione di una foglia che cade” di Luca Doninelli (Aboca edizioni, 2020)

Cecilia ha letto per voi “L’imitazione di una foglia che cade” e ve ne parla in questo articolo. Grazie di cuore ad Aboca per averci inviato una copia del libro e per aver atteso a lungo questa recensione.

 Uno scrittore vive solo da molti anni, ormai abituato alla solitudine. Una mattina riceve un pacco che contiene un libro: Historia Francorum di Gregorio di Tours appartenutogli anni addietro. Il pacco non ha mittente ma l’unico indizio è un indirizzo che non gli rammenta niente. Ma nascosto tra le pagine del libro il nostro protagonista scopre un suo vecchio quaderno contenente il suo primo romanzo, mai pubblicato. E ritorna indietro nel tempo, a quando con i suoi amici frequentava la bancarella di libri di Monsieur Pienau, per intraprendere un viaggio nella filosofia e nell’amore.

Nelle prime pagine scrive: “Nella mia storia non c’è un ulivo ma un acero americano [….] qui l’albero non fa da semplice spettatore degli eventi. Una sola foglia di quell’acero, giunta per caso sul balcone di casa mia, fu sufficiente infatti a cambiare il corso della mia vita”.

“L’imitazione di una foglia che cade” è un testo breve ma intenso, ricco di descrizioni delicate. È un libro che stimola udito e vista, che mentre lo leggi ti fa immaginare il fruscio di una foglia che cade o i colori di un bosco in autunno. Alcuni tratti sono poesia.  Un libro che stimola all’introspezione, al ripensare al passato, alla verità. Perché, come scrive Doninelli “Solo le nostre parole, infatti, spesso non parlano, oppure dicono altre cose da quelle che vorrebbero significare”.

La delicatezza di questo libro in alcuni tratti è sconcertante perché si scontra con la durezza del messaggio che vuole trasmettere “In ogni vero romanzo, per quanto parli di mare, esistono non dette anche le montagne, e nella scena più cruenta vibra il velo di una tenerezza immaginata, o perduta”.

“Coltivando la nostalgia – Viaggio nei ricordi con Roy”

Questa non è una recensione, ma un commento molto personale. Chi mi legge sa che scrivo sempre “di pancia”, ma questa volta un po’ di più. Voglio partire da un aneddoto personale.

Dieci anni or sono, cercavo il libro da tradurre per la mia tesi di laurea e sono stata folgorata, letteralmente, da una pièce teatrale i cui protagonisti sono due ragazzini, innamorati, che cercano di fuggire dai mali del mondo. Ricevuta la possibilità di vistare la Luna (bianca asettica, ma sicura) e osservando la Terra dall’alto, i giovani decidono di tornarvi, dopo aver constatato che, in fondo, oltre alle brutture in essa sono presenti amore, solidarietà, amicizia, cose per la quali vale la pena “abitarci”. Per Mennuicenul e Allésteplaît (così si chiamano i personaggi di cui parlo) un’esistenza senza emozioni non è contemplabile.

Qualche giorno fa ho ascoltato il racconto che Ermal Meta ha presentato a Radio Italia Ora e ho fatto un viaggio nel tempo. Sono stata trasportata nuovamente nel 2010, alle sensazioni che quel libro tanto importante per me mi ha donato.  Non nascondo che la cosa mi ha commossa.

Il protagonista del testo di Ermal è un alieno, Roy, che avrebbe l’infinito delle sue mani e invece resta affascinato da questa nostra realtà finita e piena di imperfezioni, scoprendo il tempo, l’amore, i sentimenti umani.

Seppur in modo diverso, i temi affrontati sono simili. Roy lotta con la logica, con il tentativo di ridurre tutto a leggi matematiche, i  ragazzi della “mia” pièce cercano una spiegazione al dolore, al male, ma capiscono che non possono chiudersi in se stessi, perché rischiano di perdersi anche il bello dell’esistenza, ciò che la rende riempie di valore. Anche Roy si apre, cerca di capire l’umano e tenta  di andare al di là delle sue certezze, arrivando ad amare profondamente il nostro pianeta, tanto da decidere di restarci.

Una playlist di canzoni, ovviamente abbinate perfettamente ai diversi segmenti, aiutano ad intessere un racconto su un altro piano narrativo (se dovessi associare una canzone a “La-haut, la lune”, sceglierei “Extraterrestre” di Eugenio Finardi).

Meta si è dimostrato ancora una volta un abile scrittore, cimentandosi con un genere narrativo non semplice da affrontare e riuscendo a coniugare egregiamente un uso raffinato della lingua, sintesi nella narrazione e una storia coinvolgente e toccante.

Nadia Terranova durante la presentazione del libro di una scrittrice francese ha detto che la letteratura deve occuparsi di tre tematiche fondamentali: vita, morte e amore. Nella sua breve opera il cantautore è riuscito a toccare questi argomenti (si parla di morte indirettamente, ma se si accenna alla finitezza del tempo, non si può non pensare a quello). La curiosità e l’amore (soprattutto quest’ultimo in realtà) sono il motore del cambiamento di Roy. Meraviglioso è il suo stupore per le cose nuove con cui viene a contatto. Mi ha ricordato, per questa sua caratteristica, il sessantenne presente nel racconto presentato da Ermal a Radio 105, il quale per la prima volta fa un bagno al mare e trova la forza di superare le sue paure. Ancora una volta ho avuto la sensazione che il talento narrativo di questo cantante debba essere messo a servizio di testi più ampi, di un libro, che sono sicura incanterà, ancora una volta, per profondità, pregnanza e finezza.

Se volete ascoltare la storia di Roy, questa sera alle 22, su Radio Italia, c’è la replica della trasmissione alla quale Ermal ha partecipato.

Buon compleanno “Un libro e un caffè blog”!

Oggi vi offro virtualmente un caffè speciale, perché è una giornata speciale. Esattamente quattro anni fa feci una pazzia: creare questo blog. Grazie a Biagio per il supporto tecnico. Grazie a chi era con me all’inizio, Cecilia (‘sta casa ascpett’a te quando vuoi). Grazie al mio insostituibile braccio destro, Valentina: senza le sue foto, i suoi consigli e il suo sostegno questo blog non sarebbe lo stesso. Grazie a chi legge le mie recensioni: condividere la mia passione con chi ama i libri è un privilegio. A prestissimo (prima di quanto immaginiate) con i nuovi articoli, Giuliana.

“Almarina” di Valeria Parrella (Einaudi, 2019)

“Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di pura e di dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che cambiano la vita”

“Mi chiamo Elisabetta Maiorano, e non è che me lo stia chiedendo qualcuno: sono io che me lo ripeto in testa ogni volta che arrivo al varco di Nisida (come mi ripeto in testa il codice del bancomat mentre sto ancora camminando verso lo sportello). Ogni volta che entro mi sento in colpa. Alla sbarra, quando mi fermo per farmi riconoscere, mi viene da abbassare gli occhi, mostro il viso senza davvero guardare in faccia l’agente, come se avessi la macchina carica di cocaina. E la vedo alzarsi con uno sforzo enorme, quella sbarra, come se la dovessi sollevare io, fosse colpa mia che Nisida è un carcere minorile, le avessi scavate con le mie mani le strade di tufo che fanno arrampicare su la macchina. Come se mi stessero facendo un favore”

 

Ho scelto di cominciare la mia recensione con questi due passi che mostrano, senza bisogno di descrizioni inutilmente banali o artefatte, l’intensità e lo spessore di “Almarina”, romanzo candidato al Premio strega 2020. In effetti niente in questo libro è artificioso e poco autentico, a partire dalla protagonista, che ci fa capire immediatamente di che pasta è fatta.

È una donna concreta Elisabetta, abituata a guardare il dolore in faccia Si presenta in modo asciutto, diretto, mostrando alcuni dei suoi tratti peculiari (franchezza, sensibilità, carattere riflessivo) e parla in prima persona, senza affettazioni, dei suoi sentimenti e del suo delicato impiego. Insegna, infatti, in un carcere minorile ed è proprio lì che incontra Almarina, una ragazza con un passato estremamente difficile. Gradualmente la professoressa diventa un punto di riferimento importante per la sua alunna e le due si affezionano profondamente l’una all’altra, aiutandosi reciprocamente nel sanare le ferite ricevute nel corso dell’esistenza.

Il testo di Valeria Parrella, mi ha conquistata subito non solo perché è pregevole dal punto di vista tecnico e stilistico (si legge agevolmente, la narrazione è costruita in modo sapiente), ma perché è scritto con profonda umanità, con una partecipazione sentita nel raccontare la marginalità e perché è vibrante d’amore, nel senso più ampio e pieno del termine.

C’è l’amore per il prossimo che ti spinge ad aprirti anche quando in realtà vorresti restare chiusa nel tuo mondo. C’è l’amore per un mestiere complesso, in cui bisogna sì usare la mente, ma soprattutto il cuore (da insegnante non potevo non cogliere l’occasione per ragionare sul mio lavoro che è sì pieno di sfide e di ostacoli, ma mi arricchisce costantemente).

C’è l’amore materno, un attaccamento viscerale che non deriva dal legame di sangue, ma dal dono di sé.

C’è l’amore per la vita, che spesso mette alla prova, piega, ma non spezza se le si lascia la possibilità di stupirci, facendosi pervadere dalla sua forza.

C’è l’amore per Napoli, vivace e contraddittoria.

Tematiche importanti vengono dunque affrontate dall’autrice con taglio personale e intimista, attraverso una scrittura sanguigna e verace, che non può non appassionare.

Oltre a consigliare vivamente la lettura di “Almarina”, vogli anche invitarvi a guardare o riguardare la puntata del programma “Romanzo italiano” dedicata alla Campania, in cui viene intervistata anche Valeria Parrella. Conoscerete meglio la scrittrice, le sue opere, in particolare quella di cui vi sto parlando. Un altro racconto che non potrà non emozionare e far riflettere.

“Blue Room Hotel” di Roberto Monti (Horti di Giano, 2019)

Sono passati molti mesi, a dire la verità, da quando ho ricevuto “Blue Room Hotel”. Gli impegni scolastici mi hanno tenuta un po’ lontana dal blog e l’avvento della pandemia purtroppo ha reso la lettura e la scrittura alquanto complicati, anche perché le incombenze lavorative si sono moltiplicate. In ogni caso sono molto felice di parlarvi del romanzo Roberto Monti, un romanzo particolarissimo, in cui viene descritto un mondo inquietante e corrotto. Nella città immaginaria e cupa di Tap Town, è stato emesso il divieto di scrivere “su carta”. Molti scrittori, proprio per la mancata osservanza di questo veto, vengono assassinati (la scia di delitti conduce al tetro Blue Room Hotel che dà il titolo al nostro romanzo) e chi vuole continuare con la sua attività deve farlo nell’ombra, rischiando, appunto, la vita.

Monti ha confezionato un’opera interessante da diversi punti di vista. L’autore riesce a far calare perfettamente il lettore nell’atmosfera claustrofobica e torbida di Tap Town. La tematica centrale, ossia la contrapposizione tra libri cartacei e digitali, è affrontata in modo inusuale, se vogliamo, estremo, proprio grazie alla scelta di un genere come il thriller. La tensione è palpabile sin dalle prime righe e mantenuta per tutto il racconto. Il protagonista, Adam è un eroe assolutamente singolare, ambiguo e misterioso al punto giusto e di sicuro intrigante. I colpi di scena, poi, tengono viva la narrazione fino alla conclusione, che non mancherà di destare stupore.

Dopo la lettura scaturiscono inevitabili della domande e alcune riflessioni: è davvero così pericoloso e controproducente seguire la tradizione e non arrendersi agli ebook, è davvero così necessario “soccombere” alla tecnologia?

In realtà io credo che ci possa tranquillamente essere una convivenza pacifica tra queste modalità di fruizione dei libri, fermo restando che il cartaceo ha un fascino maggiore del digitale. Un’opera che resta lì, nel tempo, che occupa uno spazio fisico, che è consultabile concretamente, ha di certo un valore enorme, ma non va demonizzato il digitale, più immediato e “comodo” da un certo punto di vista. Ce n’è per tutti i gusti, in definitiva, l’importante è non perdere di vista il contenuto, l’eredità intellettuale di un’opera, di qualunque tipo essa sia.

“Come un respiro” di Ferzan Özpetek (Mondadori, 2020)

“E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato” (F. Scott Fitzgerald)

Il mitico Orient Express porta la giovane Elsa verso la Turchia e verso un futuro tutto da costruire. In Italia ha lasciato un evento doloroso, un pesante segreto che l’ha allontanata da sua sorella Adele. La donna prova a farsi trascinare dalla corrente dell’esistenza, ad inventarsi un nuovo io, ma non riesce a dimenticare fino in fondo il passato. Continua a scrivere delle lettere ad Adele, senza ricevere risposta, finché un giorno, dopo cinquant’anni di lontananza, decide tornare per trovare pace e ricucire il rapporto con l’amata congiunta. Quando bussa alla porta della sua casa, però, trova nuovi inquilini, anch’essi alle prese con i piccoli, grandi tormenti della vita.

In molti hanno già fatto notare che “Come un respiro” è un romanzo di stampo cinematografico e sono ovviamente d’accordo con chi lo pensa. I tempi della narrazione scanditi magnificamente (ci sono in sostanza tre filoni narrativi: quello epistolare, i ricordi di Adele e il racconto in terza persona del presente), la precisione dei dettagli, l’attenzione all’introspezione psicologica e la cura nel dipingere ogni singolo personaggio fanno sì che lo scritto si veda, come se passassero delle immagini sullo schermo. Uno stile pulito, mai lezioso e l’abilità nell’incuriosire il lettore, catturando costantemente la sua attenzione, sono ulteriori pregi attribuibili al testo del Maestro Özpetek, che ha l’eleganza di un classico senza tempo, una profondità donata da chi attraverso l’arte sa sapientemente scandagliare l’animo umano e una forte carica suggestiva.

Istanbul, una città che su di me esercita un enorme fascino, a mio parere è una delle protagoniste di quest’opera. Grazie alla sua vivacità e alla sua ricchezza storica, ha un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera melanconica e intrigante del testo, che è però caratterizzato anche da un forte dinamismo, molto confacente al carattere volitivo di Elsa.

Oggigiorno purtroppo non si usa più mettere i sentimenti nero su bianco, raccontare su carta quello che succede nella propria quotidianità ad una persona cara lontana, non ci siede più e ci si prende del tempo per raccogliere con pazienza i pensieri, per condividerli e lasciarli su qualcosa di tangibile come un foglio. Nel mondo attuale la comunicazione si nutre, purtroppo, di tempi rapidi e a volte diventa più superficiale, per questo motivo ho adorato il fatto che delle missive fossero il modo per mantenere in vita, anche se solo idealmente, un legame che purtroppo si era affievolito. Questa sorta di diario, che però ha un destinatario, ci racconta con estrema sincerità una donna consapevole e complessa, smarrita all’inizio, ma pian piano più forte e decisa.

“Ho tanto cercato il mio posto nel mondo, ed era dentro di me: proprio qui, dove mi batte il cuore, dove fluisce il mio sangue, dove respiro, piango e rido restando viva. Il mio destino sono io”.

 

Queste toccanti parole descrivono alla perfezione Elsa, sono un compendio perfetto della sensibilità dello scrittore e indicano una grande verità: troviamo il nostro posto nel mondo quando ci accettiamo per quello che siamo smettendola di combatterci, quando ascoltiamo le nostre emozioni e viviamo pienamente i nostri giorni.

Vi lascio citando un ultimo passo, che racchiude l’essenza di un libro che è stato una meravigliosa scoperta.

“La vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate”.

“Come un delfino” di Gianluca Pirozzi (L’Erudita – Giulio Perrone Editore, 2019)

Recensione

“Come un delfino” è la “semplice”, piccola, grande storia di un uomo, Vanni, alla costante ricerca della serenità e della stabilità interiore. In effetti sin dalla più tenera età la sua vita non è stata facile, con una famiglia complessa “governata” dagli accessi violenti del padre, un artista dal carattere spigoloso e nella quale la presenza più rassicurante è quella di nonna Jole che però muore improvvisamente. Un altro importante lutto lo segna profondamente e lo costringe a maturare in fretta. Nel corso degli anni Vanni si allontana dai suoi cari per studiare, vive i suoi amori e finalmente trova un compagno con il quale decide di avere un bambino grazie ad Amandine, un’amica che si offre di fare a madre surrogata. Tutto sembra procedere per il meglio, ma ancora una volta, il nostro protagonista si trova davanti ad un bivio.

Il testo di cui vi sto parlando è, come si può intuire, una sorta di romanzo di formazione, ma anche un diario accorato e sincero nel quale il narratore mette completamente a nudo le sue emozioni. Tutto il suo percorso è raccontato molto dettagliatamente e l’atto introspettivo attraverso il quale Vanni rilegge la sua esistenza parte dall’infanzia fino ad arrivare alla maturità, mostrando al lettore le nuove consapevolezze alle quali è arrivato dopo un viaggio ricco di ostacoli e di esperienze negative, ma anche positivo.

L’autore ha scritto senza dubbio un libro in cui si parla di realtà quotidiana, di evoluzione personale e che fornisce moltissimi spunti di riflessione, un libro che senza dubbio si legge con immediatezza e facilità.

Biografia dell’autore

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli e ha vissuto in Italia e all’estero. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e inclusi in diverse antologie. Ha pubblicato: Storie liquide (2010), Nell’altro (2012) e Nomi di donna (2016), quest’ultimo è uscito in Spagna col titolo Nombres de mujer (2018).

 

Segnalazione: “Una mancanza perfetta” di Sergio Ragone (Edizioni Hermaion, 2020)

Con molto piacere vi segnalo questo libro di Sergio Ragone. Di seguito riporto il comunicato stampa gentilmente inviatomi dall’autore.

 

“Una mancanza perfetta”, il libro che racconta i sentimenti di una generazione incompiuta

 

Il romanzo di Sergio Ragone (Hermaion Edizioni, 2020) racconta i sentimenti e le vite di una generazione precaria, insicura, in perenne attesa. L’amore di Luca per Laura, le difficoltà della precarietà lavorativa che incidono anche nei rapporti sentimentali, la scrittura come cura alla distanza che li divide. In libreria dal 2 febbraio.

Avere venti anni in una città del Sud e riscoprirsi adulti, a quasi quaranta, alle prese con l’amore digitale, liquido e percepito. La storia di Laura e Luca, scritta dal giornalista e scrittore Sergio Ragone e pubblicata da Hermaion Edizioni, è una fotografia calda e traslucida delle relazioni umane dei nostri tempi, tra sentimenti percepiti e mai realmente vissuti e solo raccontati. La precarietà del lavoro come metafora esistenziale, la vita lontano da casa come unica via possibile per affermare il proprio talento. Nelle pieghe delle lettere dei due protagonisti un sentimento di appartenenza reciproco, fatto di ricordi, illusioni e un bisogno di tenere salde le proprie origini come ferme radici di alberi scossi dal vento. La mancanza perfetta è l’attesa, un tempo sospeso in cui tutto è possibile e che i due protagonisti scelgono per non spegnere la luce calda del loro amore, fino a quando Luca non deciderà di dare una svolta alla sua vita e a quella di Laura. “Una mancanza perfetta” è un romanzo che parla di sentimenti forti in un tempo complicato che amplifica le percezioni, le narrazioni delle singole vite, ma ne esalta le solitudini come unica cifra possibile dell’esistenza umana. Nel libro è possibile leggere uno spaccato autentico ed originale della vita degli under 40 italiani, schiacciati tra ambizioni di carriera e paure sentimentali. 

Nella prefazione, firmata dal giornalista e poeta Francesco Cosenza, il libro di Ragone viene presentato così: “Sono parole scritte sulla pelle, consegnate al mondo e poi tornate. Sono fiumi di occhi e mani come mappe e indirizzi disegnati su note di canzoni, cucite negli sguardi come vestiti. Le pagine di Sergio Ragone, fanno una passeggiata nel “fuoco“ interno della pelle di prima toccando geografie e figure, angoli di stanze che sognano il mare arrampicandosi sui battiti di una voce, a volte nitida di nome, altre volte disorientata nei chiaroscuri di “labirinti”  ampi di una maturità quasi temuta e ancora lontana. Ci sono gli elementi universali di una generazione, sfogliati, trasferiti e scelti nei linguaggi in fila, come birre scivolate su un bancone, pronte a riempire mani e sere per cercare di vestire un nome in cammino a sfiorare altri nomi. Respirano, nelle descrizioni del libro atmosfere, ponti immaginati come sogni, diversi ed uguali a formare un volto, a riempire un vuoto. C’è poi il tempo che l’autore spoglia e consegna nudo, esposto ai venti, alle carezze e ai dolori. È così il mondo di Sergio Ragone, che gira in macchina per aspettare uno squillo come una carezza in un saluto che racconta e scrive, apre, chiude e disegna. Conta i passi nei viaggi verso città, sessioni di esami in gioco, poggiate sullo sfondo di un sogno altro suo, di tutti. C’è il calcio che si mischia alle note, una poesia di Calvino nella luce di una mail attesa, tra la finestra di casa e la Spagna. C’è un paese che scorre in un blog, come un’autostrada percorsa di notte, a contare le stelle e le labbra, di una ragazza al finestrino, che scrive le emozioni e le paure, quelle dell’autore che diventano nostre. C’è un tessuto umano di reti, amici e sere, giorni a inseguire i giorni. C’è Milano e poi Roma, c’è via Torraca, a Potenza, ci sono valigie nei treni e sentieri. Tutto questo, è il quello che basta, per bere un bicchiere di cielo capovolto su chi, come Sergio Ragone, ha il coraggio delle parole, scritte in alto, dentro la pelle”.

All’interno del romanzo c’è anche il soggetto del cortometraggio “Amore a Distanza”, spin off del volume.

 

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