Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso (Garzanti, 2019)

“Quando incontro autori e personaggi interessanti ho sempre l’impressione di aver trovato un tesoro nascosto, sentendomi poi quasi in colpa per non averli scoperti prima”.
Con queste parole aprivo la mia prima recensione di un romanzo di Alice Basso ed in effetti è stato bellissimo incontrare i suoi personaggi e la sua scrittura, vederne l’evoluzione e la crescita libro dopo libro.
Ora che è arrivato il momento di salutare Vani ripercorro le tappe delle sue avventure e oltre a pensare che questa misantropa, brontolona, geniale ghostwriter mancherà ai lettori − continuo a sperare in una serie televisiva − constato ancora una volta la grande qualità dell’intera saga.
Ognuno dei romanzi che la compongono, infatti, è la parte perfettamente integrata di un tutto armonico e costruito in modo ponderato e brillante.
Penso che sia molto difficile scrivere opere di qualità che siano al tempo stesso di intrattenimento, unire ironia, raffinatezza, fluidità e spessore creare dei personaggi “forti” e credibili, ma soprattutto mantenere lo stesso altissimo livello per cinque libri, creando una storia nuova in cui però si avvertano familiarità e continuità rispetto a quelle precedenti. Direi, però, che la nostra Alice riesce perfettamente in questa impresa.
“Un caso speciale per la ghostwriter” è un “addio” in grande stile, il finale straordinario di un viaggio letterario straordinario. Non c’è niente di forzato né nella trama. Abbiamo piano piano imparato a conoscere la “scrittrice senza nome”, che gradualmente si è aperta e ha mostrato dei lati del suo carattere diversi rispetto all’inizio; mai come ora la vediamo emotivamente coinvolta perché questa volta, il suo tirannico capo è scomparso, dopo aver perso il lavoro per un gesto di generosità nei suoi confronti.
Anche Enrico Fuschi, quell’editore senza scrupoli, interessato solo ai guadagni e a sfruttare al meglio il talento della sua ghostwriter, ci viene mostrato sotto una luce inedita.
E l’intuizione di approfondire il suo personaggio è brillantissima  non solo perché, ovviamente, rappresenta qualcosa di inedito e nuovo, ma anche perché dà un tocco di ulteriore dolcezza ed umanità alla narrazione.
A mio parere, in questo ultimo atto, si percepisce la vulnerabilità dei personaggi, la loro connessione ai sentimenti del lettore e questa cosa mi ha molto colpita.
Non so se sia stata la malinconia per la fine di un percorso, ma la loro anima, come quella, probabilmente, di chi ha scritto, viene fuori in modo nettissimo e suscita nel lettore una profonda empatia.
Non nego di essermi commossa nella parte finale, soprattutto in un passaggio, che riguarda sì una storia di fantasia, ma anche il futuro dell’autrice e parla direttamente al cuore di ognuno di noi.

“Le cose cambiano.
Le storie finiscono.
Altre storie iniziano.
E ci vuole coraggio per affrontare tutto questo.
Questo grande romanzo che è la vita.
Che lo vogliamo o meno.
Ma è bellissimo”.

Non ci poteva essere, a mio avviso un saluto più accorato, sentito e vero, in attesa delle parole e delle pagine nuove che sicuramente ci saranno donate in futuro.

“Goodbye Jude” di Raffella Macchi (Bookabook, 2019)

La primavera senta ad arrivare davvero, ma se desiderate un libro che vi faccia assaporare il tepore della bella stagione e che vi faccia evadere, “Goodbye Jude” di Raffaella Macchi è perfetto per voi.

È molto piacevole, infatti, essere trasportati virtualmente nella campagna inglese, dove si rifugia Eleonora, giovane avvocato milanese che svolge un lavoro che non ama e vive una vita sentimentale insoddisfacente.

La sua “consolazione” sono i film con Jude Law e l’amore platonico che nutre nei suoi confronti.

Proprio il film “L’amore non va in vacanza” (uno dei miei preferiti, per inciso) le dà lo spunto per delle vacanze rigeneranti.

Come Iris e Amanda, i due personaggi femminili principali della pellicola, decide di aderire ad uno scambio di case, per cui entra in contatto con Charles, che le presta il suo delizioso cottage nel Surrey. Che risvolti avrà il suo soggiorno in Inghilterra? Eleonora riuscirà a dare una svolta alla sua vita?

Ovviamente non vi darò la risposta a queste domande per non rivelarvi troppo, posso dire invece che questo romanzo si legge in un baleno grazie ad una scrittura semplice e scorrevole e ad una storia che contiene numerosi elementi interessanti.

La protagonista è ben tratteggiata e ci può facilmente identificare nel suo percorso di ricerca interiore e di cambiamento.

Vincente è l’idea di utilizzare la “cotta” per Jude Law come espediente non solo per rendere la narrazione più frizzante, ma anche per parlare di sentimenti reali e veramente importanti.

Tutti in fondo abbiamo degli artisti che per qualche motivo sentiamo vicini, anche se poi rimangono soltanto delle icone, dei miti inarrivabili e questo escamotage serve a coinvolgere ancor di più chi legge. L’arte in generale, poi, ha sempre una funzione consolatoria e di svago per chiunque e questo colpisce chi ha una forte sensibilità in questo senso.

Sono pregevoli anche i riferimenti a Jane Austen e a Shakespeare, che io adoro, ma in generale tutto il testo è pervaso dall’amore per la letteratura. Sembra, comunque, in generale, che gli amici di Bookabook mi abbiano letto nel pensiero proponendomi “Goddbye Jude”, perché alcune delle cose che la protagonista ama piacciono moltissimo anche a me.

Forse alcuni momenti determinanti della storia avrebbero potuto essere sviluppati in modo più approfondito e più “lento”, ma questo nulla toglie alla scrittura valida, fresca e godibile della Macchi, che riesce a trascinare il lettore pagina dopo pagina e all’opera nel suo complesso.

Un omaggio affettuoso e un’intervista mai fatta.

Lo, lo so, vi starete chiedendo perché io vi proponga un altro articolo su Ermal Meta.

Ho già recensito i suoi dischi, i concerti a cui ho partecipato per cui dovrei aver sufficientemente mostrato quanto apprezzi il suo lavoro e invece ho ancora qualcos’altro da dire, sia perché la creatività di questo artista permette di avere sempre nuovi spunti di riflessione, per cui le mie parole non credo siano state del tutto esaustive, sia perché desideravo, sempre a modo mio, fare un piccolo omaggio ad Ermal in occasione del concerto del Forum di Assago tenutosi il 20 aprile, nel giorno del suo compleanno (colgo l’occasione per rinnovargli gli auguri), che come lui stesso ha detto ha chiuso un cerchio, un percorso di tre anni nei quali ha ottenuto finalmente l’ampio riscontro presso il pubblico che meritava sin dai tempi del gruppo La Fame di Camilla, ha dato vita a tre album di altissimo livello e a vari tour di enorme successo.

Negli scorsi due anni (sì, sono arrivata un po’ in ritardo) la musica di Ermal mi ha accompagnata costantemente (solo chi conosce a fondo questo cantautore può capire quanto la sua musica sia densa di significato per chi la ascolta), mi ha regalato emozioni fortissime e amicizie preziose (come ho già detto) e non potevo dunque lasciar passare questo momento senza “immortalarlo” attraverso le parole. Anche il cerchio delle mie recensioni si chiude, mettiamola così.

Il mio omaggio sarà un po’ particolare, perché questa volta, dato che ho già parlato delle sue canzoni, vorrei mettere in evidenza le qualità di scrittura di Ermal, che ovviamente già si evincono dai testi dei suoi brani, nonché il suo essere appassionato di libri e di letteratura.

Di seguito un racconto che ha letto, inaspettatamente, durante una diretta e che dimostra la sua abilità narrativa.

 

Lui era uno di quelli a cui non piaceva il rischio. Non si buttava mai nella mischia, non opponeva mai il petto alle cose, ma la ragione. Affrontava la vita con misura, aveva una misura per ogni cosa e gli andava bene così, almeno questo credeva.

La vide sulla spiaggia, in un giorno in cui il mare cercava di scappare dal suo immenso letto. Ombrellone, protezione solare, il mare però solo negli occhi, non nelle mani, non sulla pelle.

Troppo rischio per lui. Lei invece correva e saltava per agguantare quella felicità che solo i bambini riescono a vedere, come delle farfalle invisibili, le stesse che poi senti nello stomaco quando ti innamori. Ed è così che andò.

Le sentì nello stomaco quelle farfalle e scoprì che tutto quel rischio che aveva sempre evitato, adesso avrebbe dovuto affrontarlo, viverlo.

Si alzò e corse verso il mare, lo aveva fatto già un milione di volte nella sua mente, ma non era mai stato così.

Si prese il rischio più grande di tutti, quello di essere felice.

Sì, perché la felicità brilla, non la puoi nascondere, ti scarnifica le difese e ti rende bersaglio dell’infelicità degli altri. La felicità si vede.

Mentre guidava verso casa, un sorriso gli si sedette sul viso. Pensava a quanto era stato bello giocare per la prima volta con le onde.

Aveva 67 anni”.

 

Il protagonista è tratteggiato con pochi tocchi, senza ridondanza, in modo efficace. La suspense è tenuta per tutto il racconto, che è ben costruito, veloce, ma con la giusta attenzione per i dettagli. Le scelte linguistiche sono estremamente incisive (“un sorriso gli si sedette sul volto”, è una frase da scrittore puro a mio parere) e non manca un finale sorprendente.

Arriviamo così alla seconda parte del mio “panegirico”, quella in cui, tanto per non contravvenire alla regola per la quale chi scrive deve mostrare e non dire, desidererei che lo stesso protagonista “parlasse” attraverso le risposte a delle domande che avevo preparato un po’ di tempo fa. Infatti avevo progettato di  “intervistarlo”, ma purtroppo non è stato possibile per via dei suoi tanti impegni, per cui “lascio” di seguito quello che avrei voluto chiedergli perché non voglio tenerlo per me (l’idea per la rubrica, che inauguro proprio con Ermal, mi è venuta in mente proprio grazie a questo “mancato incontro”), sperando (è sempre bello sognare) che i miei quesiti possano ricevere risposta e che chi segue il blog possa leggere qualcosa di prezioso quanto uno dei bei libri che adoro recensire, in attesa di poter commentare un suo scritto.

  • Dici sempre che la musica è nei libri. Ce n’è uno in particolare che ti ha ispirato questa affermazione?
  • Il retaggio della lingua albanese influisce in qualche modo sulla tua scrittura?
  • Stai scrivendo un libro, che definisci “diario di pensieri”. Noti delle differenze rispetto alla stesura del testo di una canzone?
  • C’è una tua canzone che assoceresti ad un libro?
  • Nei tuoi brani possiamo notare delle citazioni letterarie perfettamente incastonate nel testo. Sono scaturite inconsapevolmente o hai dovuto limare ciò che avevi scritto per poterle inserire?
  • A proposito di testi, come descriveresti il tuo stile “narrativo”?
  • Dal punto di vista musicale sei stato particolarmente segnato da Thom Yorke e dai Radiohead. C’è un libro che avuto lo stesso effetto su di te?
  • In Bionda scrivi: “Se fosse così facile tradurre i miei pensieri”. Riesci ad essere un fedele traduttore di quello che vuoi comunicare o a volte diventi traduttore/traditore?
  • Se i libri avessero una colonna sonora come i film di quale ti piacerebbe comporre l’accompagnamento musicale?
  • Può secondo te un disco essere paragonato ad un libro in cui le canzoni sono i capitoli di una storia che inizia, si sviluppa e finisce?

Di seguito le splendide fotografie che Valentina Ponzo ha scattato al Forum e al concerto di Rossano Calabro del 19/08/2018.

 

“L’amore finché resta” di Giulio Perrone (HarperCollins, 2019)

Spesso la vita ci pone di fronte ad un bivio, ci impone di crescere, di cambiare, di reinventarci.

È quello che accade al protagonista del romanzo “L’amore finché resta”, Tommaso Leoni, che lasciato dalla moglie vede crollare all’improvviso il suo mondo, finto (non ama la sua compagna, la tradisce e l’ha sposata solo per convenienza), ma sicuro che si era costruito. I privilegi economici dovuti alla posizione sociale della consorte vengono meno per cui non solo Tommaso deve tornare a casa della madre nella periferia romana, ma deve trovare un nuovo lavoro e dimostrare di essere un buon padre per suo figlio Pietro, col quale non ha mai avuto un rapporto profondo.

Si lascia così convincere a ripescare un suo vecchio manoscritto (in effetti è anche un aspirante scrittore) e soprattutto a diventare uno youtuber. Comincia a dare consigli sentimentali, spiegando soprattutto il punto di vista dei maschi sull’universo femminile e sulle relazioni sentimentali, suscitando non poche polemiche.

In effetti, proprio vista la risonanza e il carattere piuttosto schietto dei suoi video, Tommaso dovrà seriamente riflettere sul suo futuro, proprio nel momento in cui fama e soldi sono per lui vicini.

Tra il serio ed il faceto, tra amarezza ed ironia, Perrone ha composto una riflessione sui sentimenti, soprattutto al giorno d’oggi. Tutto in quest’epoca fatta di social e apparenza sembra volatile, anche qualcosa di prezioso come l’amore. Tommaso, ad esempio, lo affronta con superficialità, probabilmente a causa dell’enorme delusione vissuta da adolescente, ma matura e riesce a diventare un uomo più consapevole.

L’intento dell’autore è soprattutto quello di mettere a confronto uomini e donne e di innescare una discussione a proposito del conflitto che persiste fra questi due mondi apparentemente opposti e in “lotta” fra loro. In effetti Perrone riesce benissimo nel suo scopo e ci sono diversi punti su cui può disquisire.

Come personaggio, il protagonista diventa sempre più solido man mano che si procede nella narrazione e anche la storia diventa sempre più coinvolgente, fino ad un finale sorprendente.

Il libro, scritto in modo diretto e semplice, è scorrevole, di sicuro attuale per cui può essere interessante per il lettore.

 

“I segreti del college” di Catherine Lowell (Garzanti, 2019)

È una verità universalmente riconosciuta (scusa zia Jane se mi approprio delle tue parole), che il nome Brontë sia come una calamita per me e che tutto ciò che riguarda la famiglia più affascinante e misteriosa della letteratura inglese catturi l’attenzione.

Catherine Lowell ha confezionato un thriller ben articolato in cui narrazione fittizia e letteratura si intrecciano, dando vita ad un testo che senza dubbio intriga moltissimo.

Samantha è l’ultima discendente delle celeberrime sorelle di Haworth. Suo padre, un eccentrico scrittore che ha, quasi ossessivamente, cercato di inculcarle l’amore per i libri, soprattutto per quelli delle sue antenate, scompare prematuramente in un tragico incendio, lasciandole in eredità un mistero da scoprire, un lascito da proteggere oltre che un ingombrante passato personale che verrà alla luce solo durante le sue ricerche per risolvere l’enigma che il suo bizzarro genitore le ha chiesto di decifrare e che forse troverà una soluzione tra le mura di Oxford, il college presso il quale la ragazza sta studiando.

L’atmosfera gotica e anche un po’ rétro, se vogliamo, i riferimenti a romanzi e a romanziere (e poetesse) iconiche ed amatissime rendono “I segreti del college” una lettura stimolante e piacevole.

I costanti colpi di scena e la voluta ambiguità dell’autrice tengono il lettore costantemente sul filo del rasoio, la tensione è palpabile in ogni pagina e il risultato è di sicuro pregevole.

Chi ha amato Agnes Grey, The tenant of Wildfell Hall,  Jane Eyre, Cime tempestose troverà pane per i suoi denti, forse anche argomenti su cui discutere. Proprio in merito alla citazione delle tre scrittrici, ho trovato molto originale e non scontato l’inserimento delle loro opere nella trama. In effetti risultano essere non solo tasselli utili per il già citato enigma, ma fungono da pretesto per nuove analisi ed eventuali nuove interpretazioni.

Non sarà sicuramente stato semplice per la Lowell aver trattato un soggetto simile, ma la prova è stata superata brillantemente. Non sempre infatti ci sia accosta a mostri sacri come le Brontë in modo consono ed opportuno e invece in questo caso mi sembra lo si faccia intanto con cognizione di causa e con il dovuto rispetto, attraverso una storia congegnata in modo appropriato.

Vi invito quindi a cominciare un viaggio in Inghilterra tra i vetusti corridoi di una delle Università più famose al mondo e tra le anguste stanze del Brontë Parsonage: non vi pentirete di esservi imbarcati in questa avventura.

“Rum e Segreti” di Jane Rose Caruso

Miss Book è tornata, con i suoi manicaretti e la sua capacità di risolvere i problemi delle persone che le stanno intorno.

Dopo essere partita per Barringhton, viene richiamata d’urgenza a Beltroy per risolvere lo spinoso caso delle morte di Mr. Bell, un uomo brutale e violento che ha sempre maltrattato moglie e figli.

La donna userà tutta la sua saggezza e tutto il suo intuito per venire a capo del misterioso decesso, per riportare la calma nel piccolo paesino e soprattutto nelle anime delle persone a lei più vicine.

Il cibo anche in “Rum e Segreti” è il “pretesto” per parlare dei sentimenti, degli stati d’animo dei personaggi. Ogni pietanza contiene tutta la cura e la sensibilità della protagonista e diventa qualcosa di più che semplice cibo, qualcosa di simbolico che allevia le pene, aiuta o dà forza in determinanti momenti.

L’atmosfera del testo è sicuramente meno leggera rispetto agli altri volumi della serie. La linea gialla che lo percorre gli conferisce in qualche modo una cupezza maggiore, anche se mitigata dal carattere di Miss Catharine che con la sua solidità e la sua pacatezza è capace di trovare del buono in ogni situazione e un barlume di speranza anche nei momenti più duri.

Anche la cittadina di Beltroy viene toccata dal dolore, viene scossa dal male, ma niente è irreparabile, niente è irrisolvibile e quell’atmosfera soave, incantata che la caratterizza torna come quando torna il sereno dopo un brutto temporale estivo.

Col suo stile semplice e diretto Jane Rose Caruso ancor una volta ci “consegna” un testo godibile, delicato e scritto in modo consapevole e curato, che riflette perfettamente quello che si vede nel suo blog oltre che il suo stesso carattere, il suo gusto e i suoi interessi.

Oltre a “Rum e segreti” consiglio vivamente a tutti di leggere anche gli altri romanzi da lei pubblicati, in particolare a chi ama i libri che contengono che quella poesia che forse nel mondo moderno si è persa, per chi ama usare la fantasia anche attraverso la cucina e per chi vuole immergersi in pagine impreziosite da una prosa garbata e accattivante.

Libro : Rum & Segreti
Serie : Miss Garnette Catharine Book
Disponibile: Cartaceo e Ebook su Amazon 
Pagine: 268
Uscita: 15 Aprile 2019
Prezzo: € 9,99 (in offerta fino al 30 Aprile) poi passerà a € 12,00

TRAMA
Tutto sembra andare per il meglio, quando Miss Book riceve una terribile notizia, che la costringe a rientrare a Beltory prima del previsto. Mr Bell, il padre di Mary, la sarta, è morto e la ragazza è stata incolpata dell’omicidio. La poveretta si trova in guai seri e chiede l’aiuto di Miss Book, per dimostrare la sua innocenza. Un altro segreto da svelare per Miss Book, ma non il solo: anche il cuore di sua nipote Prudence è confuso, ma forse, grazie proprio a questa vicenda, anche la ragazza riscoprirà l’amore. Gli abitanti sono decisi, nel frattempo, a organizzare una grande festa per festeggiare l’amore in tutte le sue forme. Quale sarà l’ingrediente che stavolta servirà?

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Recensione “Head or heart” di Christina Perri


Ho conosciuto Christina Perri, come molti, attraverso la ballata “A thousand years”, parte della colonna sonora di Twilight, ma dopo, oltre a questa hit, ho scoperto un mondo musicale molto profondo, fatto di canzoni viscerali e sincere, dolci, delicate, a volte più incalzanti, a volte più cupe e riflessive, sicuramente tutte molto incisive e frutto di un animo sensibile oltre che di un enorme talento.
Alcune sono davvero catartiche e mi hanno “cullata” per un lungo periodo, facendomi compagnia per giornate e anche nottate intere.
Il secondo album della cantautrice italo-americana si intitola “Head or Heart” e proprio oggi “compie” cinque anni, per cui ho deciso di parlarne, visto che è anche uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
“Head or Heart”, testa o cuore, è il dilemma che attanaglia qualsiasi essere umano nell’affrontare le decisioni o i bivi che gli si pongono davanti, nella sua vita, che abbiano a che fare con i sentimenti o meno.
Si parla molto di amore in questo lavoro: da quello nasce (si veda, o meglio si ascolti per questo la romanticissima “The words”, oppure la sognante “Sea of lovers”, in cui sembra davvero di fluttuare, come quando di è all’inizio di un nuovo amore e di cui mi hanno colpita questi versi molto raffinati: A certain type of darkness is stalling me/Under a quite mask of uncertainty/ I wait for light like water from the sky/ And I am lost again”), a quello che fa soffrire e lacera, a quello che rende sereni ed è, “l’ultimo amore”. Mi riferisco al ritmatissimo e allegro duetto con Ed Sheeran “Be my forever”.
Si parla tanto però, anche di consapevolezza di sé, dell’acquisizione della sicurezza e del coraggio per realizzare i propri sogni. “Burning gold”, infatti, racconta in qualche modo la storia della stessa Perri che ha lasciato Philadelphia per andare a Los Angeles in cerca di fortuna. Questa canzone dunque, diventa una sorta di inno per tutti coloro che seppur con timore decidono di rischiare e concretizzare i propri desideri.
“I believe” è uno di quei pezzi che non si possono catalogare come semplici canzoni.
In esso c’è tutto il cammino che un’anima può compiere: dal tormento, al sollievo, dalla caduta, dal buio alla luce della rinascita. Verità e intensità emergono dall’interpretazione della cantante che impreziosisce un testo pregno di significato.
In attesa di nuove composizioni che spero arrivino presto e che saranno sicuramente delle perle, vi lascio questi miei pensieri sul suo precedente lavoro e vi invito anche ad ascoltare anche “Songs for Carmella”, Cd che ha dedicato alla sua bambina con le canzoni che ama cantarle e in cui è contenuta una versione inedita di “A thousand years”, reinterpretata come se fosse una ninna nanna.

Di seguito trovate la traduzione della recensione.

I’ve known Christina Perri, as many of us, listening to the ballad “A thousand years”, from the soundtrack of Twilight, but afterward I’ve discovered a deep world that consist of genuine, visceral, sweet and tender songs, product of a sensitive soul and of a huge talent.

Her songs are  really cathartic and have “cradled me” for a long time, keeping me company through days and nights.

The second album of the Italian-American songwriter is called “Head or Heart” and today is its fifth birthday, so I’ve decided to talk about it, also because it is one of my favourite albums ever.

Use the head or the hear: every human being has this dilemma when faces important issues regarding love but not only.

This works talks a lot about love as I said: when love begins, for example in “the words” or in the dreamy “Sea of lovers” (I love these refined lines: “A certain type of darkness is stalling me/Under a quite mask of uncertainty/ I wait for light like water from the sky/ And I am lost again”), when he causes pain, or when it make someone happy (see “Be my forever” sung with Ed Sheeran”).

This album talks also a lot about self-consciousness, of strength and of the courage that it takes to realize our dreams. For example, “Burning gold” is some way the story of Christina who has left Philadelphia and has gone to Los Angeles to become a singer.

“I believe” isn’t simply a song because in this masterpiece there is the journey of soul: from the affliction to the solace, from the darkness of the fall to the light of the rebirth.

Truth and intensity emerge from the interpretation of the singer that refine the meaningful lyric.

Waiting for her new works, that will be certainly beautiful, I’ve written for you my thoughts about “Head or Heart” and I suggest you to listen to “Songs for Carmella”, the album dedicated to Christina’s daughter Carmella and that include “A thousand years”, reimagined as a lullaby.

Recensione dell’album “Vivi per sempre” dei Canova (Maciste dischi, 2019)

 

Tardo pomeriggio, una chiacchiera tra amiche e ti ritrovi a scoprire un gruppo molto interessante: i Canova.

Ascoltando le nove tracce del loro album, “Vivi per sempre” si notano immediatamente il sound, moderno, fresco, ma con un tocco vintage che io adoro, e un’atmosfera quasi ovattata da giornata uggiosa che un po’ rende melanconici, ma al tempo stesso tempo riscalda e permette di raccogliersi in sé stessi.

In effetti sono canzoni introspettive, quelle dei Canova, anche se con suoni “leggeri” e un bel ritmo.

I testi sono estremamente curati e raffinati, con un’attenzione notevole alla lingua e al suo effetto evocativo, cosa che è sempre apprezzabile se si vuole fare musica di qualità. Ritengo, soprattutto da quando ho avuto modo di conoscere di più il cantautorato italiano, che ad una musica accattivante si debbano unire parole che comunichino davvero qualcosa e il gruppo di milanese riesce indubbiamente a farlo, arrivando a toccare emotivamente chi ascolta.

 

“Dimmi come si fa a guardarti negli occhi

Senza che siano assenti ma così non è

Dimmi come si fa a guardarti negli occhi

Senza arrendersi”

 

L’uso dell’immagine degli sguardi per descrivere la difficoltà o la fine di una relazione è estremamente riuscita, a mio avviso, e Per te è sicuramente uno dei pezzi più belli del disco.

Il dubbio, l’incertezza personale o di coppia è uno dei nuclei tematici principali di questo lavoro, declinato con storie diverse unite da questo filo conduttore.

Un altro soggetto che ho riscontrato è quello della ricerca di sé, della fuga per poter ritrovare la propria essenza (da soli o con una persona al proprio fianco).

 

Quanto ti pesa l’anima

Non lo riesci a capire

E sono stato lontano

Bevuto, caduto

Mi sono rialzato

Guarda come mi hanno rianimato

Sono tornato

 

La canzone che più mi ha colpita, anzi devo dire che mi ha commossa, è Shakespeare e non solo perché adoro il Bardo, quindi qualsiasi riferimento a lui mi conquista immediatamente, ma per quella vena nostalgica che pervade il brano, per l’acuta descrizione di quell’impercettibile graffio che si sente quando si guarda al passato e alla purezza dell’infanzia che da adulti si perde.

Vi lascio di seguito il testo integrale, non prima di avervi ovviamente consigliato l’ascolto di “Vivi per sempre” e di aver fatto un’ulteriore riflessione sul fatto che la musica italiana sta vivendo un periodo di notevole vivacità soprattutto grazie a giovani (solisti o gruppi) che fanno sfoggio di un talento davvero notevole.

 

Quand’ero piccolo giocavo da solo

Quand’ero solo giocavo al mare

E mi vedevo realizzare

Quand’ero piccolo giocavo a palla

E la vedevo sopra ogni suolo

Con la rincorsa di ogni uomo

E guardavo le onde del mare

Le vedevo correre e girare

Dicevo sono io tutto quello che sono, posso volare

Dicevo sono io col vento addosso, posso volare

La la la la

Quand’ero piccolo volevo bene a tutti

Salutavo con la mano da lontano

Indicavo tutti gli sconosciuti

E una scarpa persa per strada

E non so più se è solo malinconia

Ho visto un uomo passare

L’aveva negli occhi, sembrava la mia

Gliel’ho portata via

Recensione a “Il manoscritto incompiuto” di Liam Callanan (Casa Editrice Nord, 2019)

Di questo romanzo, inizialmente, mi ha colpito la trama (Robert, scrittore tormentato scompare, lasciando come indizi un biglietto aereo e un manoscritto incompiuto. Leah, sua moglie, che adora Parigi e il cinema, con le due figlie si trasferisce a Parigi, nel tentativo di ritrovarlo): non resisto ai libri che parlano di libri e in più essendo un thriller mi ha intrigato la componente di mistero ad esso connessa.

Poi l’incipit mi ha spiazzata: volutamente ambiguo, incisivo, costruito per catturare l’attenzione del lettore. In realtà ogni pagina è velata di ambiguità, l’autore non vuole dare certezze al lettore e mantenere la suspense oltre che a rende il carattere alquanto contorto e complicato di Robert, che è un personaggio ritratto in modo singolare attraverso poche azioni, ma utilizzando la rievocazione, una rievocazione dolente e angosciosa.

L’indagine nella psicologia dei personaggi è approfondita e anzi, tutto il testo si regge sui loro pensieri e sulle motivazioni delle loro azioni.

Nonostante alcuni momenti più lenti e ripetitivi, la lettura procede spedita: si vuole arrivare alla risoluzione dell’enigma e capire se Robert sia morto, se sia vivo, se Leah riuscirà a riprende in mano la sua esistenza e se anche Ellie e Daphne, le sue ragazze, sapranno la verità sul padre.

“Il manoscritto incompiuto” è in definitiva gradevole, permette di distrarsi per alcune ore, di immergersi nel fascino di una Parigi che si ritaglia a buon diritto il ruolo di cooprotagonista, di riflettere sulla scrittura, sulla difficoltà della scrittura e sul valore che i libri e l’arte possono avere.

In realtà è anche un romanzo sull’ossessione di un “artista” che non riesce ad esprimersi compiutamente ed è questo probabilmente che rende particolare ed interessante l’opera di Callanan che attraverso un personaggio senza dubbio sopra e righe riesce ad esporre una tematica originale e complessa, non annoiando chi legge.

Recensione delle spettacolo “Julian’s women” di Francesco Siggillino

Un rito radicato nella storia di un piccolo paese della Basilicata (il mio, per inciso), cinque donne diverse l’una dall’altra, ma legate dalla loro identità e dalla partecipazione fattiva al Maggio di san Giuliano che si svolge ad Accettura a partire dalla domenica di Pentecoste: questi sono i due elementi fondamentali di “Julian’s women”, lo spettacolo di Francesco Siggillino andato in scena il 1° marzo.

Poche parole, anzi pochissime, solo all’inizio per presentare, efficacemente, ma anche con tanta ironia, le “donne di Giuliano”, poi solo gesti, ricchi di significato a partire da uno dei momenti più commoventi della pièce quello in cui Erika, Madda, Antonietta, Antonietta ed Anna lasciano fuori il brusio della quotidianità per riaprire la scatola dei loro ricordi, ricca di oggetti cari, di tenerezza, di nostalgia (sottolineata dalla meravigliosa musica scelta dal regista), forse anche di rimpianto ma anche di amore e devozione per il patrono.

Tutti i momenti dei tre giorni di festa sono rivissuti con efficacia ed intensità e soprattutto sottolineando l’importanza del coinvolgimento femminile, tropo spesso trascurato a vantaggio della forza del ruolo maschile, sicuramente d’impatto, ma di certo non più importante. Si pensi all’allestimento delle “cende” (i caratteristici ceri votivi), alla preparazione del cibo per chi lavora concretamente allo svolgimento del culto arboreo i famigliari, gli amici, gli emigranti che ritornano appositamente per l’occasione, alla “vestizione” dei bambini col vestito del santo per arrivare poi, alla processione (una proiezione ci riporta al passato mentre le luci ci fanno tornare al presente, enfatizzando il fatto che il tempo passa, ma questa tradizione resta viva anche grazie alle giovani generazioni che devono assolutamente raccogliere il testimone dei più grandi e carpirne il sapere, ma anche lo spirito).

Francesco ci racconta dunque che le donne sono il cuore pulsante della celebrazione, sono forse più silenti dei maschi, ma fondamentali.

Proprio la mancanza di dialoghi aiuta nel dare importanza ai gesti, nel far comprendere al pubblico quanto siano pregni di valore e significato.

Scene più frizzanti di mescolano a scene più emozionanti, che inducono alla riflessione e questo ha conferito allo spettacolo un ritmo perfetto. L’attenzione del pubblico è stata catturata in modo abile ed infatti non è mai scemata.

Solo chi conosce bene quanto conti il Maggio nel nostro borgo poteva, grazie alle sue competenze e alla sua sensibilità artistica, costruire uno spettacolo tanto riuscito, capace non solo di dare allo spettatore una prospettiva nuova su un rituale ancora vitale e sentissimo, ma anche di raccontarlo in modo originale e chiaro.

Complimenti dunque al regista Siggillino, alle attrici, tutte del posto (Erika Urgo, Antonietta Palermo, Anna Defina, Maddalena De Rosa, Antonietta Fortuna affiancate dal piccolo Nicola Marino) e  bravissime nella loro interpretazione e speriamo che questo spettacolo posta essere replicato anche altrove.

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