Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Al mutar del vento” di Paola Maria Liotta (Il Convivio Editore, 2020)

Amo tantissimo seguire il percorso degli autori con i quali sono entrata in contatto, vedere la loro evoluzione, capire dove la loro vita letteraria li stia portando, per cui sono stata particolarmente felice quando “Scrittura a tutto tondo”, che ringrazio di cuore, ha portato alla mia attenzione il nuovo libro di Paola Maria Liotta. “Al mutar del vento” è un romanzo estremamente originale, che potrei sinteticamente  definire una sorta di riscrittura del mito di Teseo e Arianna e nel quale ho ritrovato le caratteristiche dell’autrice che già mi avevano colpita quando l’ho “incontrata” per la prima volta grazie a “Piano concerto Schumann”, ossia l’eleganza stilistica, la raffinatezza e l’interesse per il mondo classico che viene amplificato nell’opera di cui vi sto parlando, visto che un mito ne costituisce la base narrativa. La leggenda che già conosciamo, non viene semplicemente riproposta, ma viene analizzata in modo approfondito, dai protagonisti stessi.  La loro “versione dei fatti” viene resa in modo personale e l’uso costante dell’io come voce narrante, ne è la conferma. I pensieri di Arianna, di Teseo e degli altri “attori” coinvolti vengono a galla dando vita ad un flusso impetuoso di emozioni, ricordi, considerazioni e riflessioni. Ho parlato di romanzo, ma in realtà, secondo me, questo scritto travalica i generi letterari, perché in alcuni momenti potrebbe diventare pièce teatrale visto l’uso del monologo, mentre in altri si fa poesia, visto il linguaggio estremamente ricercato.  Consiglio questo libro a chi ama opere inusuali e non scritte per seguire mode o stereotipi, ma per il puro piacere della scrittura, per l’esigenza di raccontare qualcosa per cui si ha tanta passione. Sembra una cosa banale da dire, ma penso che trovare opere del genere sia tanto raro, quanto meraviglioso, come raro e bello è trovare sguardi che con delicatezza cercando di approfondire, di capire e di cercare una visione personale delle cose. In effetti uno degli “insegnamenti” che si possono ricavare da “Al mutar del vento” è questo: la verità non è mai univoca, le cose possono avere vari risvolti a seconda di chi la racconta. Passando dalla storia alla materia da cui la storia è stata tratta, è importante secondo me non far disperdere il patrimonio che ci deriva dalla cultura greca e latina: si può in chiave moderna o originale diffondere quando essa ci ha offerta, facendole rivivere. Altresì importantissime e pregevoli ho trovato le pagine dedicato alle donne, che parlano della loro “condizione”, delle loro problematiche e che si prendono lo spazio a loro dovuto. Non posso, dunque, che esprimere un giudizio più che positivo su “Al mutar del vento” ed invitarvi a leggerlo.

“365 giorni senza di te – Seconda parte” di Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo (Sperling & Kupfer 2021)

Il viaggio di Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo continua con la seconda parte di ”365 giorni senza di te” e, insieme al loro viaggio narrativo, proseguono l’autoesilio di Can Divit che vaga per il mondo, in attesa di sentirsi pronto per tornare a casa e “l’inverno emotivo” di Sanem Aydin, che dopo le cure in una clinica, va a vivere in una tenuta in campagna. Navigando e arrivando nei luoghi più disparati, da Panama alla Tunisia, dalla Scozia all’Italia, Can cerca di dimenticare, di alleviare il suo senso di colpa per aver lasciato Sanem, ma ogni luogo le racconta di lei, in ogni luogo la vede mentre dal canto suo la giovane, ha il cuore pieno di dolore, ma anche del ricordo del suo amor, congelato in stessa, forse, che possa tornare a vivere. Il nostro protagonista tornerà ad Istanbul, la sofferenza della nostra scrittrice finirà? Lo scopriamo alla fine del testo, ma il percorso per arrivare all’epilogo è denso di emozioni.

Anna e Raffaella hanno fatto centro ancora una volta, componendo un libro emozionante e che riesce a far breccia nel cuore di chi legge. È chiaro, intanto, il loro percorso di maturazione nella scrittura. La loro complicità, è sempre intatta e si intuisce dal fatto che le parti scritte dall’una e dall’altra sono perfettamente integrate, cosa che è avvenuta in modo assolutamente spontaneo (me lo hanno confermato durante la presentazione svolta a ridosso dell’uscita del romanzo). Anche nella seconda parte di 365 giorni sono riuscite ad integrare efficacemente alcuni (pochissimi, in realtà) elementi della storia di Erkenci kus con quelli di loro invenzione. La storia di Erkenci è diventata la loro storia, grazie all’inventiva e all’abilità narrativa e personalizzandola sono riuscite nell’intento di avvicinarla ancora di più allo spettatore oltre che ovviamente al lettore. Uno degli elementi di discrepanza dalla serie è un’attualizzazione della narrazione, grazie all’inserimento di più riferimenti temporali o episodi riconducibili a momenti precisi (Erkenci è sicuramente atemporale), cosa che indubbiamente avvicina le vicende dei personaggi al pubblico. A proposito di tempo, sono presenti numerosi flashback, che sono come il ravvolgersi di un nastro, un seguire i passi a ritroso, per ritornare a casa, al punto di partenza. Ho apprezzato tantissimo i ritratti delle donne di Erkenci e l’attenzione alle problematiche femminili, purtroppo ancora di grande attualità. Parte della magia della dizi tuca da cui ha preso spunto il lavoro di Anna e Raffaella deriva, a mio parere, deriva dall’inserimento di costanti rimandi simbolici, simboli che ritornano in modo puntuale e anche suggestivo, nello scritto. La cosa, forse, più bella di quest’opera, è che ognuno potrà trovare un legame con qualcosa di personale e penso che sia proprio questo uno dei segreti del successo di questa “fanfiction”. Ad esempio, uno dei momenti che ho preferito è quello in cui Can, in scozia, trova una libreria ambulante, sceglie un libro e lo legge, trovando delle parole che sembrano parlare della sua vita. Ebbene, in quel momento ho pensato al “Bibliomotocarro”, ideato da un maestro in pensione e che andava in gio per la mia regione, a regalare libri ai bambini die paesi più piccoli e più difficilmente raggiungibili. Mi sono commossa e non nascondo che mi è successo in più punti, soprattutto nelle parti conclusive del romanzo. Concludo citando uno dei passi a mio avviso più commoventi del libro e augurando ad Anna e Raffaella buona fortuna per il loro futuro, le seguirò ancora con entusiasmo, aspettando quanto di nuovo produrranno.

 

“Fa così freddo, dicembre è ormai arrivato. Ho sempre amato la neve, la attendo da giorni e rende la mia Istanbul ancora più bella. È così romantica, ma anche malinconica. Come si fa a pensare che sia qualcosa di assolutamente gioioso un piccolo fiocco che cade sul terreno e che un attimo dopo si scioglie? Mi rendo conto che col tempo mi sono trasformata in quel fiocco, ma non mi sono ancora posata e sto ferma tra cielo e terra”

“Il ritorno di Pazuzu” di Danilo Arona (Scheletri ebook, 2021)

Recensione dedicata a voi che amate le emozioni forti, il brivido, la suspense, il terrore e l’oscuro insomma per voi, appassionati di horror. Scheletri ebook è una sezione della piattaforma Scheletri.com, nella quale potrete trovare pane per i vostri denti, nella quale sono presenti saggi e ebook a tema. Proprio a questa “collana” è riconducibile il racconto lungo di Danilo Arona, scrittore prolifico, giornalista e ricercatore, “Il ritorno di Pazuzu”.

Sam Spintzer vive in una cittadina canadese apparentemente molto tranquilla. Una notte però, scompare e i testimoni dicono che sia stato catturato da una strana creatura. Molti anni prima, lo stesso Sam aveva portato una ragazza, Jay, a fare un giro fuori città, nel tentativo di conquistarla. I due però, sono costretti a fuggire immediatamente da un terrificante mostro, che assomiglia moltissimo a Pazuzu, il demone sumero che ritroviamo nel fil, (e nel libro) “L’esorcista”.

Il poliziotto incaricato di indagare sulla sparizione di Sam, trova qualcosa, che lo aiuterà a comprendere meglio l’accaduto e, forse, un legame tra i due avvenienti.

Il testo è scritto con indubbia maestria e padronanza narrativa. L’incipit, incisivo e secco, riesce immediatamente ad “agganciare” chi legge e ad esso fa eco un finale sorprendente. Riuscitissima, poi, è l’idea di inserire una “storia nella storia” per dare una spiegazione agli avvenimenti principali. La trama si dipana in modo sapiente, ogni tassello è al punto giusto e inserito al momento giusto. A mio parere, poi, alcuni segmenti del testo, potrebbero essere il punto di partenza per dare vita ad altre storie. Un altro elemento su cui vorrei porre l’attenzione e che mi ha molto colpita, è il grande equilibrio presente nel testo. Mi spiego meglio: si rischia, a mio parere, con l’horror, di scivolare nel grottesco o nell’esagerazione. Arona invece, riesce a rimanere nei canoni, ma con misura e proponendo qualcosa di credibile e non eccessivo. L’autore ha composto un’opera capace di intrigare anche chi preferisce altri generi letterari. Io, devo ammetterlo, sono tra questi, eppure ho trovato lo scritto coinvolgente, raffinato leggendolo con grande curiosità e con grande interesse.

“Morgan e l’orologio senza tempo” di Silvia Roccuzzo (2019)

Con colpevole ritardo vi propongo la recensione di “Morgan e l’orologio senza tempo”, scritto da Silvia Roccuzzo.  L’autrice ci propone una storia divertente, fresca, ricca di azione e con una protagonista femminile coraggiosa e determinata. Morgan è una “piratessa”, una comandante risoluta e dal caratterino per nulla facile. Sulla sua nave, con la sua ciurma tanto strampalata quanto spassosa, solca il Mar dell’Oblio e si troverà protagonista di una serie di “disavventure” che la costringeranno non solo a mostrare tutta la sua forza e la sua arguzia, ma anche a fare i conti con un passato sorprendente e col tempo che, forse è la cura per tutto.

Ho trovato il libro davvero delizioso e particolarmente adatto ai ragazzi che amano la lettura o che vogliano avvicinarsi ad essa. Il loro interesse sarà sicuramente catturato Questo romanzo è popolato da personaggi coloratissimi, che riescono ad attirare la simpatia del lettore, in primis Morgan, che non è la affatto la tipica principessa delle favole, ma una ragazza capace di autodeterminarsi e di farsi largo in un mondo maschile. In più l’opera è costellata di misteri da risolvere, tesori da trovare, nemici da sconfiggere e condito da una buona dose di sana ironia. L’impianto narrativo dell’opera, è semplice, la trama è “riconoscibile” e trattata con un linguaggio accessibile a tutti. Il lettore troverà temi tipici sia del romanzo d’avventura, sia del fantasy, sia del romanzo di formazione (battaglie, ricerche, amicizia, lealtà, amore, segreti da scoprire, crescita personale), quindi chi ama questi generi amerà questo testo, che è sicuramente una lettura piacevole e distensiva.

“Tribù urbana” di Ermal Meta (Mescal, 2021)

Sono passati tre anni da “Non abbiamo armi” e mi sono interrogata spesso su come sarebbe stato il nuovo disco di Ermal Meta. Sapevo che avrebbe proposto qualcosa di nuovo, che avrebbe mostrato altre sfaccettature della sua arte, e in parte così è stato. Il sound, infatti, è leggermente diverso (c’è più elettronica) e lo sguardo, il serbatoio da cui attingere per le canzoni, è sempre profondo ma più ampio. Non è una novità la capacità di far vibrare le corde del cuore e non è una novità la capacità di narratore di Ermal. Lo so, sarà deformazione la mia, ma nei brani di “Tribù urbana” intravedo un romanzo in cui vengono cambiati spesso narratore e punto di vista.

A volte il cantautore racconta di sé, arrivando a parlare in prima persona, a volte cita dei nomi per raccontare storie particolari, altre volte racconta “il destino universale”. Proprio in questa canzone, una delle mie preferite dell’album, c’è il senso di questo lavoro.

Gira, gira sai com’è/ non gli importa dei perché/ sia nel bene che nel male/ tocca a te e pure a me/ gira, gira sai che c’è/ lo fa senza chiedere/ il destino universale/ tocca a te e pure a me

Yusuf, Marta, Marco, Tommaso, Ermal, citati nel brano, hanno vite diverse, ma accomunate dal fatto che hanno un destino simile: ognuno di loro (e di noi) lotta per sopravvivere, perché “la vita è importante”.

I versi dedicati a Marta mi hanno commossa particolarmente. Lei è paragonata ad un fiore tra le pietre e immediatamente ho pensato alla Ginestra di leopardiana memoria, un fiore che resite in condizioni difficilissime.

 

Quello dell’unione è un concetto che torna anche in “Uno”, l’interludio, il pezzo candidato ad aprire i prossimi live. In effetti, voci che cantano all’unisono e mani che muovono l’aria fanno pensare ad uno “spazio” in cui condividere e sentirsi uniti nel nome di una passione (la musica), ossia un concerto.

 

Non bastano le mani”, pugno fortissimo nello stomaco, sembra una pagina di diario, quella in cui si scrivono le parole più intime, nella quale ci si mette a nudo, con dolore ma con coraggio e verità. Il brano si apre con l’intro della versione alternativa di “Vietato morire” e non è casuale. È uno dei momenti in cui Ermal ci permette di vedere la sua anima in controluce.

“Non parlo mai di me, non dico mai tutte le cose/ ci sono melodie difficili da intonare

non parlo mai di me che poi mi torna tutto su/ e di parlare poi/ non ce la faccio più/ non ce la faccio più”.

 

Delicata e potente è “Nina e Sara”, che racconta l’amore tra due donne negli anni ‘80, negato dalle convenzioni. Il pezzo ha una decisa impostazione cinematografica (ci sono immagini nitidissime che sembrano inquadrature, ed ascoltandola ho pensato al trailer di “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores), ma potrebbe essere tranquillamente un racconto.

 

Ermal riesce ad affrontare una tematica complessa con grazia e forza come in “Gli invisibili”, canzone intensissima.

“Siamo gli ultimi di questa lunga fila/ siamo quelli che ci manca ancora una salita/ quelli che vedi quasi sempre sullo sfondo/ siamo gli invisibili che salveranno il mondo”.

La dedica agli “ultimi” lascia emozionalmente disarmati, è bellezza pura che fa bene all’anima. Empatia è il termine al quale penso ascoltando questo brano.

 

No satisfaction” è il ritratto schietto e non edulcorato della realtà contemporanea, è il brano più radiofonico e ritmato.

 

Stelle cadenti” all’ascolto mi ha dato l’impressione di un flusso di coscienza, di una confessione e una richiesta d’affetto fatta in un momento in cui il protagonista ha “bevuto troppo”, come si legge nel testo.

“Dimmi che mi vuoi bene/ anche se non ci credi/ dimmi che mi vuoi bene finché resto ancora in piedi/ dimmi che vuoi partire/ prestami dei ricordi/ dimmi che mi vuoi bene sempre più di tutti gli altri”.

 

Non manca lo spazio per il romanticismo, come in “Un milione di cose da dirti”, che ha portato Ermal sul podio del settantunesimo Festival di Sanremo. Ermal l’ha definita una semplice canzone d’amore, ma parlare d’amore senza risultare banali e ripetitivi, però, non è affatto semplice.

Non c’è niente di scontato nell’immagine di un sentimento che permette di farsi carico del “peso” dell’altro, di prenderlo sulle spalle e di aiutarlo a volare. Chi ama davvero fa questo: alleggerisce e rende libero l’altro. Vorrei anche evidenziare il parallelismo con la meravigliosa “Voce del verbo” che recita: “se non sai cosa dire, tu non dire niente”, a riprova del fatto che nella “narrativa” di Ermal ci sono immagini ricorrenti e che ci descrivono il suo mondo.

Anche “Un po’ di pace” è romantica, morbida e d’atmosfera. Immagino di ascoltarla dal vivo in un teatro con luci quasi spente e i ricordi accesi.

Avrei un altro milione di cose da scrivere, ma è meglio lasciar parlare le note e le parole di “Tribù urbana”, un lavoro sicuramente poco “popolare”, molto cantautorale, che avrà molto da dire a chi lo ascolterà.

“Il cerchio di pietre” di Enrico Graglia (GoWare, 2020)

Non è un’opera per chi cerca qualche ora di distrazione quella di cui vi parlo oggi. “Il cerchio di pietre” è un libro intenso, impegnativo, complesso e articolato sia dal punto di vista narrativo che del genere. È un dark fantasy, un thriller, se vogliamo, ma è anche una narrazione a sfondo psicologico ed ora spiegherò il perché.

Prima di approfondire questa mia affermazione, accenno brevemente alla trama. Vincenzo ha appena sostenuto l’esame di maturità e sta vivendo un’estate spensierata dai nonni, con i suoi amici. Durante una gita vicino al fiume, vede degli strani segni su dei massi. Da quel momento è perseguitato da strane visioni e da un’incombente minaccia. Chiede aiuto ad uno scrittore e professore, dal passato molto tormentato. Anche la neo fidanzata di Vincenzo ha delle strane “intuizioni”, fa degli strani sogni e sarà, nel finale, un sostegno fondamentale per il protagonista.

Come dicevo, nel racconto scuramente il soprannaturale occupa un posto preminente. Chi ama gli scritti i cui temi principali sono l’oscuro, l’intangibile, il misterioso, troverà senza dubbio pane per i suoi denti nel testo di Enrico Graglia, che presenta, a mio parere, anche un’interessante “riflessione” sul lato oscuro di ogni persona, di come possa emergere e delle conseguenze che può avere il lasciarsi sopraffare dagli impulsi negativi. La chiave “fantastica” diventa, secondo la mia personale visione, quasi un pretesto narrativo per giungere a tematiche più introspettive.
Proprio questa è la cosa che mi ha affascinata di più di questo romanzo, ben scritto e avvincente. Non è mai banale parlare dell’essere umano, degli abissi della sua mente e del fatto che non sempre essa sia governata “dal bene”. La lotta tra bene e male è un topos declinato sempre in modi diversi e Graglia ci propone la sua originale interpretazione del tema.

Come ho detto all’inizio, “Il cerchio di pietre” non fa per chi vuole trascorrere delle ore di svago, ma è ideale per chi ama le letture non consolatorie, quasi disturbanti, che tengono col fiato sospeso fino all’ultima riga e che portano a chiedersi costantemente quale direzione prenderanno la storia e i personaggi.

Le donne di “Bridgerton”.

Ebbene, sì, dalla scorsa settimana posso annoverarmi tra gli 82.000.000 di spettatori che su Netflix hanno guardato la serie Tv, “Bridgerton”, tratta dai romanzi di Julia Quinn, che leggerò presto. La nostra Valentina me l’ha caldamente consigliata e devo dire che ho fatto benissimo a darle retta. Come chi mi segue sa, amo tutto ciò che è rétro, i romanzi e le serie in costume e questa è fatta davvero bene, a partire dall’otitma scelta degli attori, che hanno interpretato in modo egregio i loro ruoli, costumi meravigliosi e musiche suggestive. Il mio intento però non è quello di scrivere una recensione, anche perché prima di poter giudicare la serie dovrei leggere i libri della Quinn, quanto parlare brevemente dei personaggi femminili dello show, perché una delle cose che mi ha colpito di più è la panoramica sulla condizione della donna in epoca Regency. In realtà questa riflessione è estendibile anche ai giorni nostri, se si pensa che proprio Phoebe Dynevor, protagonista della serie, si è lamentata del fatto che lei dovesse apparire sempre vestita e curata al meglio nelle interviste, mentre il suo collega aveva la facoltà di indossare ciò che voleva.

Tornando all’intento di questo mio articolo voglio cominciando parlando delle “mamme” dei personaggi principali. Lady Featherington e Lady Bridgerton sono entrambe preoccupate di dare alle loro figlie un avvenire sicuro, di “procurare” loro un matrimonio che le faccia rimanere rispettabili e un marito che garantisca loro l’agio adeguato alla loro condizione. Se la prima mi ricorda per certi aspetti Mrs. Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, un caterpillar nel perseguire il suo scopo e a volte quasi inopportuna (vive l’incubo peggiore quando scopre che non ha più soldi per la dote delle sue “bambine”), la seconda è sicuramente più amorevole ed attenta anche alle esigenze della figlia (dei figli), ma altrettanto conscia del fatto che sposarsi e sposarsi bene, era l’unica prospettiva per assicurare un avvenire sereno ad una ragazza.  Lady Danbury non è la mamma biologica del duca di Hastings (il protagonista maschile della storia), ma lo ha curato sin dall’infanzia dopo la morte della duchessa, lo ha educato, protetto dal padre tirannico e aiutato a superare le sue difficoltà. È una donna emancipata, forte e libera, molto più delle due che ho citato prima.

Parliamo ora della protagonista. Daphne è sicuramente tradizionalista, sa cosa deve fare e non intende ribellarsi alle regole della società in cui vive. Queste regole però vuole viverle a modo suo, per quanto possibile. Vorrebbe l’amore che ha visto fra i suoi genitori, ma comprende anche che purtroppo, se necessario, dovrà farne a meno. Alla fine devo dire che non le è andata mica male. Non dev’essere stato difficile sposare un duca bello, tormentato, ma buono e innamorato di lei!

La Regina Charlotte è sicuramente una persona complessa, ironica ed egocentrica, manipolatrice, ma anche magnanima. A dispetto però della sua aura imperturbabile, anche lei deve fronteggiare alcune problematiche ed è proprio in questo frangente che la vedremo più umana e fragile.

Marina Thompson rappresenta la ragazza perduta. Lady Featherington la vuole costringere ad un matrimonio riparatore quando scopre che aspetta un figlio da un soldato che è partito in guerra. La giovane è costretta anche ad utilizzare l’inganno, in particolare con Colin Bridgerton, per raggiungere l’obiettivo di non essere disonorata e soprattutto dare un futuro alla creatura che aspetta.

È il turno di Penelope Featherington, personaggio straordinario, che come la sua omonima omerica conosce la pazienza e anche l’arte della trama. Amica fedele (che a volte commette degli errori), “vittima” di un amore non corrisposto, conscia di non essere bella in senso canonico, è meno sottomessa di quanto possa sembrare e a modo suo, reagisce agli eventi non in modo passivo.

E poi c’è lei, la mia preferita, Eloise Bridgerton. Infagottata nei suoi deliziosi abiti a collo alto (tranne che per il ballo di debutto), ingenua, completamente estranea alle dinamiche sociali e più desiderosa di stare in biblioteca che di andare ad una festa, è l’outsider per eccellenza (è tenerissima quando ringrazia la sorella per essere perfetta in modo che lei non debba esserlo), all’apparenza, che però nasconde un mondo dentro. È il personaggio femminile più dolcemente anticonvenzionale. Con un libro tra le mani, cerca di comprende le dinamiche sociali alle quali non ama sottostare, è l’unica che vuole smascherare, insieme alla regina, Lady Whistledown, la scrittrice che racconta pettegolezzi, segreti e vizi di tutta l’alta società, non per punirla, ma per capire. Curiosa e riflessiva, stende silenziosa il suo sguardo per analizzare ciò che vede.

Come si vede, sono raccontati tane tipologie di donne, ognuna con le sue peculiarità, con i suoi pregi e i suoi difetti e devo dire che questa panoramica mi ha proprio conquistata, ma soprattutto, mi ha fatto tanto riflettere.

Tra rime e romanzi sparsi… Buon San Valentino!

“Che cos’è l’amor”, si chiedeva Vinicio Capossela in un travolgete brano. Dare una risposta a questa domanda è complicatissimo, ma di sicuro l’amore è stato materia viva per poeti e scrittori. In vista della festa degli innamorati volevo consigliarvi alcuni romanzi a tema, ma poi ho pensato di aggiungere alcune delle mie poesie “romantiche” preferite. Pochi giorni fa, cercando un testo in soffitta, ho trovato una vecchia edizione di un libro di Neruda e ho avuto la folgorazione. La poesia è troppo spesso, purtroppo, trascurata e quindi quale occasione migliore per rispolverare alcune splendide creazioni in versi.

Sonetto XVII

(Pablo Neruda)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Infinità d’amore

(John Donne)

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,

cara, giammai tutto l’avrò;

non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,

né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;

ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti

– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.

Eppure non può essermi dovuto

più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;

se allora il tuo dono d’amore fu parziale,

si che parte a me toccasse, parte ad altri,

cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,

quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;

ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà

generato amor nuovo, ad opera di altri,

che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,

di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,

codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,

poiché codesto amore non fu da te impegnato.

Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:

il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,

cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;

chi tutto ha non può aver altro,

e dacché il mio amore ammette quotidianamente

nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;

tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:

se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.

il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,

tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.

Ma noi terremo un modo più liberale

di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo

un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

 

Ti amo come se mangiassi il pane

(Nazim Hikmet)

Ti amo come se mangiassi il pane

spruzzandolo di sale

come se alzandomi la notte bruciante di febbre

bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto

ti amo come guardo il pesante sacco della posta

non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia

pieno di sospetto agitato

ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo

ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il

crepuscolo scende su Istanbul poco a poco

ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

(Eugenio Montale)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

Aria viva

(Paul Éluard)

Ho guardato davanti a me

In mezzo alla folla ti ho veduta

In mezzo al grano ti ho veduta

Sotto un albero ti ho veduta

Al termine di ogni mio viaggio

Al fondo di tutti i miei tormenti

Alla svolta di ogni risata

Che uscivi dall’acqua e dal fuoco

D’estate e d’inverno ti ho veduta

Nella mia casa ti ho veduta

Tra le mie braccia ti ho veduta

Dentro i miei sogni ti ho veduta

Io non ti lascerò mai più.

 

 Se devi amarmi – Sonetto XIV

(Elizabeth Barret Browning)

Se devi amarmi, per null’altro sia

se non che per amore.

Mai non dire:

‘L’amo per il sorriso,

per lo sguardo,

la gentilezza del parlare,

il modo di pensare

così conforme al mio,

che mi rese sereno un giorno’.

Queste son tutte cose

che posson mutare,

Amato, in sé o per te, un amore

così sorto potrebbe poi morire.

E non amarmi per pietà di lacrime

che bagnino il mio volto.

Può scordare il pianto

chi ebbe a lungo

il tuo conforto, e perderti.

Soltanto per amore amami

e per sempre, per l’eternità.

 

Nome non ha

(Sibilla Aleramo)

Nome non ha,

amore non voglio chiamarlo

questo che provo per te,

non voglio che tu irrida al cuor mio

com’altri a’ miei canti,

ma, guarda,

se amore non è

pur vero è

che di tutto quanto al mondo vive

nulla m’importa come di te,

de’ tuoi occhi de’ tuoi occhi

donde sì rado mi sorridi,

della tua sorte che non m’affidi,

del bene che mi vuoi e non dici,

oh poco e povero, sia,

ma nulla al mondo più caro m’è,

e anch’esso,

e anch’esso quel tuo bene

nome non ha…

 

Selva d’amore

(Sibilla Aleramo)

Gaudio l’amarti,

illimitato gaudio

credere al riso dei tuoi occhi,’

è vertigine ancora

la certezza d’esser da te cantata,

oh più tardi, negli anni non più miei,

or che tremare la vita sento

sul ciglio estremo…

 

Dopo tanta bellezza, che fa sempre bene, come promesso vi suggerisco delle opere in prosa. Parto dalla Frncia e da “Il quaderno dell’amore perduto”, primo e delicatissimo romanzo, di Valerie Perrin, autrice del bestseller “Cambiare l’acqua ai fiori” (a proposito, se non lo avete letto, correte immediatamente a comprarlo). Continuo con un’altra scrittrice francese, Carlone Vermalle, e il suo “Due biglietti per la felicità”. Se avete voglia di romance freschi e frizzanti, vi consiglio quelli di Felicia Kinglsey. Andando in Inghilterra sono deliziosi i romanzi di Melissa Hill ed Ali McNamara.

Concludo questa carrellata citando una delle canzoni italiane più belle, la canzone d’amore per eccellenza nonché una vera poesia in musica: “La cura”, del maestro Franco Battiato.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie

Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee

Come vi ero arrivato, chissà

Non hai fiori bianchi per me?

Più veloci di aquile i miei sogni

Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi

La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia

Perché sei un essere speciale

Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Non mi resta che augurarvi buon San Valentino, sperando di avevi dato degli spunti interessanti.

P.S: Consiglio anche la lettura di “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf, perché come diceva Oscar Wilde “Amare se stessi (in questo caso se stesse) è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta una vita”.

 

Un caffé e … une serie TV: “Sen Çal Kapimi”.

Come diceva Shakespeare, siamo fatti fati della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Cito spesso questa frase, ma oggi è vera come non mai. In questo periodo in particolare abbiamo bisogno di evadere, di fantasticare un po’, di trascendere dalla realtà quotidiana attraverso storie scritte o narrate sullo schermo.  Ultimamente (ci sono cascata di nuovo, come direbbe qualcuno) sto seguendo con particolare piacere Sen Çal Kapimi, “dizi” che mi tiene compagnia da quest’estate. Visto anche l’avvicinarsi di san Valentino, una bella serie romantica mi pare perfettamente a tema.

La storia comincia quando Eda Yildiz, fioraia desiderosa di diventare architetto paesaggista e di studiar in Italia, incontra o meglio, si scontra verbalmente con Serkan Bolat, architetto e uomo d’affari freddo e dedito solo al lavoro, “colpevole” (per un errore) della revoca della borsa di studio e quindi della mancata realizzazione di tutti i suoi progetti. I due, per una serie di circostanze dovranno fingere di essere di essere fidanzati, ma come chi legger facilmente capirà, il loto sentimento diventerà reale. Serkan, il robot che usa sempre la testa e mai il cuore, si lascerà travolgere dalla vitalità, dalla forza e dall’impulsività di Eda. Il cammino per i nostri due ragazzi non sarà affatto semplice e in effetti anche nelle puntate attuali (la soap è ancora in corso di svolgimento) stanno attraversando un periodo di difficoltà, ma sono convinta che il lieto fine arriverà.

Non solo io sono stata conquistata da Sen Çal Kapimi, ma tantissimi spettatori da tutto il mondo aspettano il sabato per sapere come si evolveranno le vicende di Eda e Serkan e dei personaggi che gravitano intorno a loro. Il mix di commedia, romanticismo e dramma che gli autori hanno concepito sta conoscendo, infatti un successo planetario. All’inizio ho adorato l’attenzione ai particolari, alla simbologia degli oggetti, al potere delle emozioni espresse attraverso i libri (viene citato più volte “il Piccolo Principe” oppure “Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali, pubblicato in Italia da Fazi), la capacità di inserire elementi che arrivano dritto al cuore degli spettatori, messe in campo dalla sceneggiatrice Ayse Uner Kutlu e sto seguendo con altrettanta partecipazione le pieghe che la “narrazione” sta prendendo grazie a nuovi sceneggiatori.

Molti i messaggi positivi che la serie vuole veicolare, a partire dalla protagonista femminile. Eda è una donna forte, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, uomini o altre donne che siano, che vuole essere artefice del suo destino, ha sofferto molto, ma non si è lasciata mai abbattere dalle avversità. Ha cercato e trovato sempre il lato positivo delle cose. Non è un caso che attraverso la cura dei fiori cerchi di infondere coraggio ai bambini di un orfanotrofio, insegnando loro botanica, in modo che possano prendere esempio dai fiori e dalle piante che resistono alle intemperie. Pensando alla Yildiz (questa parola in italiano vuol dire stella) mi viene in mente una citazione tratta da “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek, sempre per rimanere in ambito letterario: “Impara dai fiori a essere paziente, ad aspettare. Perché i fiori lo sanno che dopo un gelido inverno arriva la primavera. Bisogna solo avere pazienza”.

Anche l’amicizia e la solidarietà femminile hanno un ruolo notevole: avendo perso i genitori Eda considera la sua famiglia non solo sua zia (una donna autonoma e indipendente, che le consiglia sempre di non mettere la sua vita nelle mani di nessuno), ma anche le sue tre amiche Melo (il mio personaggio preferito per la sua dolcezza, il suo incrollabile ottimismo e la sua sincerità), Ceren e Fifi, che le stanno costantemente vicino.

Il libello dell’interpretazione degli attori è elevatissimo. Hande Erçel proprio la scorsa settimana ha dato un saggio della sua bravura e non è da meno Kerem Bursin, che ha dovuto fronteggiare la “resa” dei cambiamenti di Serkan. Una menzione speciale va a Neslihan Yeldan, che interpreta Aydan Bolat: nel corso delle 30 puntate andate in onda ha cambiato registri per dare vita alla complessa mamma di Serkan, divertente e commovente, intensa e “leggera” al momento giusto, perfetta in ogni accento ed ogni battuta.

Un altro plauso va fatto alla scelta della colonna sonora. Sia i brani strumentali, che quelli “cantati” sono eccellenti. Mi permetto di consigliarvi l’ascolto di “Gold”, “Bir anda”, “Who do you love?” e “Sen Cal Kapimi”, a cui dà voce Başak Gümülcinelioğlu, attrice che ha il ruolo di Piril.

Se volete vedere virtualmente alcune delle location della fiction, in attesa della puntata di questa sera, vi consiglio di visitare la Pagina “Destinazione Istanbul”. Non mi resta che augurarvi buona visione.

P.S. Se avete cominciato ad amare come me Istanbul e la Turchia, vi vorrei indicare, oltre a quelli citati nella recensione, alcuni libri che ho amato molto: “La stranezza che ho nella testa” e Istanbul di Orhan Pamuk, “Quel tipo di donna” di Valeria Parrella, “I segreti di Istanbul di Corrado Augias”. Per approfondire la lingua invece ho acquistato “Che parlo turco?” di Fatma Emine Umur.

Buona lettura!

Intervista ad Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, autrici di “365 giorni senza di te” – Prima parte (Sperling & Kupfer, 2021)

La “dizi” Erkenci kus (Daydreamer) ha conquistato milioni di spettatori in tutto il  mondo. Poche storie sono state capaci di far sognare come quella di Can Divit e Sanem Aydin, toccando il cuore di donne di tutte le età.  La profondità, la purezza di questa fiaba moderna è stata anche fonte d’ispirazione per la creazione di qualcosa di originalissimo e personale. Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, infatti, hanno prima dato vita su WattPad al romanzo “La storia di Sanem e Can”, nel quale rivivevano, insieme ai lettori, i vari episodi della serie, e poi ad un vero e proprio spin-off (è riduttivo secondo me chiamarlo fan fiction) che racconta l’anno in cui i due protagonisti sono stati separati. “365 giorni senza di te” (per ora è uscita la prima parte, ma è in programma l’uscita della seconda) ci racconta quello che nella fiction non abbiamo visto, completandola, a mio parere, e lo fa scandagliando a fondo nella psicologia dei personaggi, facendoci vivere intensamente tutte le loro emozioni. Le due scrittrici ci fanno seguire passo passo il viaggio di Can in giro per il mondo, la sua fuga dal senso di colpa, la sua nostalgia e ci mostrano il dolore di Sanem per la loro lontananza, ma anche il suo incrollabile ed immenso amore. Anna e Raffaella con la loro penna sono riuscite a trasmettere perfettamente, in modo diretto e “semplice”, tutto il pathos emotivo insito nelle vicende narrate e a creare un racconto avvincente e sentito. A conferma di quanto dico c’è il successo capillare ed immediato degli scritti su Wattpad, che poi ha condotto alla pubblicazione di uno di essi, quello di cui vi sto parlando, in formato cartaceo. Da lettrice conquistata ho voluto porre alle autrici delle domande, che vi propongo qui di seguito. Aspettando la seconda parte del libro e ringraziando Anna e Raffaella per loro disponibilità, vi auguro buona lettura!

 1) Per prima cosa vorrei che raccontaste come vi siete incontrate e com’è nato “365 giorni senza di te”.

    A./R. : Ci siamo conosciute per caso, in una pagina dedicata a Erkenci Kus. Stavo guardando la dizi e ispirata da questi personaggi avevo cominciato a scrivere degli inediti ispirati alla serie. Raffa ha letto i miei scritti e mi ha contattata per coinvolgermi in un progetto di cui aveva avuto idea, è nata così “La storia di Sanem e Can” che ha superato su Wattpad il milione di letture. Mentre scrivevamo questa storia ho avuto l’idea di 365 giorni senza di te, ho sempre pensato che quell’anno dovesse essere raccontato. Socia ha accettato subito e così ci siamo buttate in questa nuova avventura.

2) Leggendo il libro mi ha colpita il fatto che le parti scritte dall’una e dall’altra si integrano benissimo, sono in armonia tra di loro. Come siete riuscite a trovare questo equilibrio? Com’è, in generale, scrivere a quattro mani?

 A/R.: Io e socia abbiamo due modi di scrivere molto differenti, e questo fin dalla stesura. Io scrivo molto d’istinto, guidata dalle sensazioni e da quello che mi “dicono” e fanno sentire i personaggi e i loro punti di vista. Socia è più riflessiva e credo che per le trame questa attenzione sia dovuta. È incredibile come, nonostante, le diversità di stile… il nostro modo di scrivere combaci perfettamente. Siamo due tessere di un puzzle che si sono trovate e incastrate per creare qualcosa capace di emozionare.

3) Quest’opera ha mosso i suoi primi passi su WattPad. Trovate delle differenze rispetto al percorso editoriale che poi avete intrapreso?

 A./R.: Su Wattpad hai un riscontro immediato di quello che hai scritto, hai un confronto “vis a vis” con le tue lettrici, soprattutto perché la scrittura non passa da una revisione ma è pubblicata direttamente. È grazie a Wattpad che la Sperling ci ha notate, credo che sia un trampolino di lancio importante dei tempi moderni per chi sogna di fare lo scrittore. Il percorso con la casa editrice è un vero è proprio lavoro, un’emozione unica, sei a contatto con professionisti che hanno il compito di elevare la tua opera, rendendola perfetta per l’uscita in libreria. Sicuramente è il massimo per una scrittrice, ti concede nell’ambito anche una sorta di maturità letteraria, da cui impari moltissimo.

4) Quello del viaggio è un topos molto ricorrente in letteratura ed è declinato in vari modi anche in Erkenci kus. Come lo avete interpretato voi in “365 giorni senza di te”?

 A.: Ricordo ancora che affrontai il viaggio all’esame di maturità nel tema. Non ho mai inteso questo termine come il fare una vacanza, ma come vivere un’esperienza. Ognuno di noi viaggia nella propria strada di vita e spesso visitare altri luoghi ti permette di completare un viaggio soprattutto interno, è una metafora della vita perfetta secondo me.

 R.: Il viaggio può essere inteso come un intermezzo prima di fare altro, un periodo di riflessione, anche interiore. Molti dicono “vado in vacanza così stacco la spina”. Can nel suo viaggio ha avuto tanto tempo per pensare. Sanem, nel suo caso, l’ha utilizzato per riprendersi dopo tanta sofferenza.

5) Quanto è stato complesso ritrarre dei personaggi ai quali il pubblico si è affezionato, mantenendo la loro riconoscibilità, ma approfondendo la loro descrizione e imprimendogli la vostra impronta?

A.: Non voglio sembrare arrogante perché non è nel mio carattere ma ho da subito sentito Sanem e Can dentro di me, è incredibile come sapessi e sentissi esattamente come fargli muovere o parlare o come fosse facile descrivere il loro dolore, tanto da farlo mio ad ogni inedito. Era come se fossi loro in quel momento, durante la scrittura.

 R.: Penso che sia Demet che Can nel loro modo di recitare abbiano trasmesso un po’ a tutte le persone che hanno visto la serie le stesse emozioni e sensazioni.

6) Ho notato un grande lavoro di ricerca dietro alla composizione di quest’opera. La struttura è estremamente composita e avete inserito in modo ben calibrato citazioni di altri libri, di canzoni, leggende. Mi piacerebbe che approfondiste questo aspetto. 

 A.: Mi sono sempre dedicata al romance nella scrittura, perché è il mio ambito. Ma non sono una scrittrice da Harmonie. Ho sempre pensato che dietro o davanti alla storia d’amore principale ci doveva essere altro. Amo raccontare degli spaccati reali di società, oppure andare ad affrontare temi importanti. Essendo una lettrice accanita non potevo che rendere omaggio ai veri scrittori con citazioni che mi accompagnano da sempre.

R.: Io personalmente ho fatto molta ricerca geografica, studiando tradizioni o usanze tipiche dei luoghi visitati da Can. Ho anche imparato cosa vuol dire andare in barca a vela in giro per il mondo e ciò che l’oceano può riservare.

7) Quale personaggio ha rappresentato una sfida maggiore per voi e quale invece avete sentito più vicino?

 A.: Questa è una domanda facile. Can Divit l’ho sempre sentito mio, in alcuni momenti più di Sanem. Ed è proprio di lei che ho avuto più difficoltà a scrivere ma soltanto perché mi sono talmente immedesimata in quel suo stato d’animo che come ho detto prima provavo dolore scrivendo. Divit sotto molti aspetti è simile a me e di conseguenza nei suoi inediti c’è tanto di Anna.

R.: Vedere Sanem nella seconda serie è stato come rivedere me purtroppo. Ho attraversato anni fa un momento un po’ delicato e quindi mi sono immedesimata al 100% in lei. Sono sincera, la condizione di Sanem mi ha spinto a “buttar fuori” ciò che era dentro di me da troppo tempo, ecco questo ha stuzzicato in me la voglia di scrivere e di contattare Anna.

8) Sanem e Can sono due personaggi quasi epici, i due protagonisti di una favola moderna, ma dal sapore antico. Voi avete narrato il momento meno felice, ma più significativo di questa favola e io credo che sia non solo perché non è stato adeguatamente descritto in “Erkenci”, ma proprio perché è il frangente che si presta maggiormente a mostrare la caduta e la rinascita dei nostri eroi, un percorso nel quale ognuno può immedesimarsi. Sbaglio?

 A, : Spesso si tende a non mostrare i personaggi orfani della loro corazza o del vissero felici e contenti. Credo che sia perché al giorno d’oggi in molti sono alla ricerca di un lieto fine e che non si accetti che anche nella narrativa possano esserci momenti difficili e dolorosi. Ho sempre creduto che per raggiungere un obbiettivo, che esso sia amoroso o di lavoro si debba correre per una strada in salita e che il percorso è più importante della metà. Il lieto fine deve esserci, ma diciamo che deve essere meritato. Spero di essermi spiegata.

R.: Hai pienamente ragione. Penso che ogni persona che ha visto “Erkenci” si sia ritrovata in qualche modo dentro la serie. Si sia immedesimata almeno in una delle problematiche affrontate.

 9) Mi piace tantissimo il vostro stile immediato, originale, curato ed “empatico”, frutto di cuore e cesello. Vi ritrovate in questa descrizione?

A.:  Nella scrittura devono esserci entrambi, cuore e istinto ma anche ragione e riflessione. Credo che tu abbia descritto il nostro stile in modo perfetto.

R.: È un modo di scrittura che è venuto da sé, non è stato studiato a tavolino, ma improvvisato e sembra che sia piaciuto.

 

10) I libri hanno un ruolo fondamentale nella prima pare di Erkenci. A quali romanzi o testi assocereste le varie tappe di “365 giorni senza di te”?

A.:  Se dovessi paragonare il viaggio di 365 giorni senza di te a un libro mi viene da pensare a una delle mie scrittrici preferite. Margaret Mazzantini e il meraviglioso libro “Venuto al mondo”. Anche qua si parla di un viaggio, del ritrovarsi. Di un amore che si credeva perduto, di una strada che alle fine converge nuovamente verso le stesse anime. Non poteva non citarla e il suo livello è impossibile da raggiungere. Verso i miei scrittori preferiti io provo una sorta di devozione e immenso rispetto.

R.: Ad essere sincera, io non sono una lettrice e faccio fatica a rispondere alla tua domanda.

11) Un’ultima domanda. La scrittura per Sanem rappresenta la libertà, l’autodeterminazione, lo “spazio” in cui riesce a fuggire quando si  “stanca” della realtà. Cos’è è per voi la scrittura?

 A.: La scrittura per me è aria e mancanza della stessa in contemporanea. Mi azzardo a dire che dopo mio figlio è la cosa più importante per me. Non importa se i miei libri in futuro verranno letti o meno, io non potrei vivere completamente senza scrivere. È come una necessità.

 R.: La scrittura per me è stata una valvola di sfogo emotiva che non conoscevo. Io non avevo mai scritto nulla prima di 365 giorni senza di te, anzi prima della storia di Sanem e Can. In alcuni momenti della storia ho aperto davvero il mio cuore.

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