Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone (Rizzoli, 2017)

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Leo è perennemente insicuro e spaventato dalle sue emozioni. È diviso tra due donne (la sua amante ora  fidanzata ufficiale e la sua ex moglie ora amante), ha un lavoro che gli piace, ma che non rispecchia a pieno i suoi sogni (vorrebbe aprire una libreria) e un padre eterno Peter Pan, giocatore incallito che sostiene di essere stato la controfigura di Dustin Hoffman nel film Il laureato. Non riesce a prendere in mano la sua vita, a scegliere e decidere per sé, ma una notizia inaspettata e una richiesta assurda da parte del suo editore (lui e i suoi colleghi devono trovare una trama efficace per un libro dal titolo “Consigli pratici per uccidere mia suocera”) lo indurranno a riflettere seriamente e forse diventare più risoluto.

Leo è un personaggio bene strutturato, un perfetto rappresentante dei tempi che stiamo vivendo, dominati da incertezza e instabilità, è l’epitome della precarietà emotiva che oggi alberga in molti e per questo ci si può facilmente immedesimare in lui. Non solo il protagonista, ma anche le altre figure presenti sono egregiamente caratterizzate ed estremamente vivide, basti pensare al particolarissimo papà di Leo che sembra davvero uscito da un film americano.

Gradevolissima è l’incursione, dissacrante ed originale, nel mondo editoriale che riesce a dare brio al testo insieme ad un’ironia costante alternata a momenti più seri e riflessivi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera è, in definitiva, un ottimo romanzo che si legge agevolmente, in cui la trama, studiata nei minimi dettagli, “funziona” a meraviglia e il cui stile è adatto alla storia raccontata e rispecchia perfettamente la psicologia del narratore.

Vale sicuramente la pena, dunque, trascorrere delle piacevoli ore in compagnia di Leo Mameli e delle sue avventure.

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Rapsodia francese di Antoine Laurain (Einaudi, 2017)

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Per un grottesco scherzo del destino il dottor Alain Massoulier riceve, con trentatré anni di ritardo, la risposta della casa discografica a cui il gruppo in cui suonava da giovane aveva mandato dei pezzi.  L’insolito evento riesce a dare una scossa alla noiosa e abitudinaria vita del medico che tenta di ricontattare alcuni membri delle band al fine di riavere una cassetta con le canzoni. Nella sua ricerca scoprirà quello che i ragazzi di un tempo sono diventati: il raffinato antiquario Pierre si è suicidato facendo anche della sua morte un’opera d’arte, Frédéric si è trasferito in Thailandia, Stan è diventato un’artista egocentrico e ossessionato dal successo mentre Sebéstien è diventato il leader di un movimento di estrema destra. Alain decide di non contattare JBM, il produttore del gruppo, diventato un importantissimo uomo d’affari che l’opinione pubblica acclama come candidato alla presidenza della Francia e Bérengére di cui il dottore era segretamente innamorato, all’epoca fidanzata proprio con JBM.

Le velleità musicali del protagonista diventano un pretesto per raccontare i rimpianti, i dolori, i segreti che ciascuno dei personaggi si porta dentro, della nostalgia, di quel tempo in cui tutto sembra realizzabile e la realtà non ha ancora coperto di disincanto ambizioni e speranze. Forse, peràò, non è mai troppo tardi o forse la cosa migliore è accettare i cambiamenti, ma in fondo una piccola scintilla che ridoni vitalità è indispensabile, come Massoulier ci dimostra.

Non c’è solo puro idealismo in questo romanzo perché Laurain, seppure in chiave romanzata, “parla” dell’attuale clima politico portando ad una riflessione molto interessante sul populismo che sempre più fa breccia nell’opinione pubblica e sull’incapacità della politica “pura” di dare risposte concrete (l’argomento è molto attuale, soprattutto poi se si pensa all’imminenza delle elezioni in Francia).

Uno degli elementi che mi ha più colpito di Rapsodia francese, oltre allo stile curatissimo, alla storia avvincente e al fatto che parli alla “pancia” e al cuore del lettore, è proprio questo guardare talvolta al cielo e quindi alla natura eterea dei sogni e dei desideri, talvolta alla terra e quindi alla crudezza della quotidianità. Noi siamo “fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (We are made the same stuff dreams are made of è il titolo del brano di punta degli Hologrammes), ma anche di delusioni, rinunce, insuccessi e di problemi. Un po’ malinconico, un po’ positivo, con un tocco surreale che lo rende delizioso, questo testo conferma le doti d’autore di Antonine Laurain e, a mio parere, è assolutamente da non perdere.

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Recensione dell’album “Vietato morire” di Ermal Meta

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Questa volta voglio dare spazio ad un tipo un po’ diverso di narrazione, ossia alle canzoni (libri in miniatura,  che riescono a coinvolgere e ad emozionare) e ad un disco che contiene in sé tante pagine degne di nota: Vietato morire di Ermal Meta, terzo classificato all’ultimo Festival di Sanremo.

Attraverso testi sempre interessanti e sorprendenti, il cantautore riesce magnificamente, con musica, parole e canto a raccontare delle storie in modo vivido ed efficacissimo.

Basti pensare all’interpretazione di Amara terra mia (pezzo non contenuto nel disco che merita, però, una menzione speciale), che Ermal Meta ha rivisitato con originalità, grazie all’uso del falsetto nella seconda parte dello struggente pezzo di Modugno, dando voce sia ad un uomo che ad una donna e trasformandolo quasi in un dialogo per rendere questo canto d’addio ancora più vero.

Anche la scelta di pubblicare Umano, il suo disco precedente, insieme a Vietato morire e di legare ogni canzone del nuovo lavoro ad una di quello “vecchio”  ha una precisa valenza narrativa: mostrare il suo percorso artistico e creare se vogliamo delle piccole isotopie, degli appigli per riconoscere i temi, le immagini, lo stile che lo caratterizzano.

La traccia che dà il titolo all’album è autobiografica e veicola un potente messaggio contro la violenza in famiglia, ma soprattutto una spinta alla reazione, uno sprone a “disobbedire”, a dire no a tutto ciò che fa star male, a comprendere che non è mai tardi per ricominciare, che “da un libro di odio” si può “insegnare l’amore” e “cambiare le proprie stelle”.

Piccola anima, duetto con Elisa, è un gioiello di delicatezza: le loro voci si mescolano perfettamente l’immagine di quest’anima che fugge via, accompagnata solo dalla luce dei lampioni, delusa da un amore infelice arriva dritta al cuore.

New York è l’evocazione di un’assenza con questa metropoli dispersiva, ma quanto mai nostalgica e romantica che ne costituisce il suggestivo sfondo (“Ascolterai il vento parlare coi palazzi, chissà se in quel casino mi sentirai ancora”/“A New York mancano le stelle, un milione di finestre, la tua qual è?”). La musica è ridotta al minimo, con gli archi che cullano l’ascoltatore nell’inciso, creando un’atmosfera magica.

Il disco si chiude con Voce del verbo, brano con una forza espressiva rara, in cui la voce di Ermal esplode e “grida”  i suoi sentimenti, trasportandoci in un clima completamente diverso nel finale, dall’inaspettato afflato  lirico.

Alcuni versi tratti da La vita migliore esprimono benissimo una delle facoltà di chi fa arte, quella di elaborare la realtà e trasformarla in sogno.

“Adesso stringi la tua stella al petto

Guarda il cielo anche se spento

Un sognatore non si perde mai

Non dorme mai”.

Non c’è dubbio che Ermal Meta sia un grandissimo artista che ha confezionato un disco di grande valore. Vi invito ad ascoltarlo e farvi trasportare nel suo mondo che di certo vi affascinerà.

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“Ninfee nere” di Michel Bussi (Edizioni E/O, 2016)

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Il ridente paesino della Normandia in cui ha vissuto il celeberrimo pittore Claude Monet viene scosso da un’inquietante serie di delitti, tra cui quello di uno stimato oftalmologo appassionato d’arte. L’originale ispettore Laurenç Sérénac è chiamato ad indagare con Sylvio, meticoloso e infaticabile vice, ma riusciranno a risolvere il mistero in un mondo fatto di non detti, di sogni infranti e sentimenti sopiti (o mai sopiti)?

Probabilmente questo mio abbozzo di sinossi porta a pensare che si tratti solito giallo, ma non è assolutamente così: non voglio svelare troppo di un romanzo tutto da scoprire.

L’incipit è magistrale, arguto e quasi ironico  (Michel Bussi riesce sin da subito nell’intento di confonderci  e sviarci) e Giverny è tratteggiata egregiamente con le sue luci e le sue tante ombre ‒ è bucolico rifugio per gli appassionati dell’Impressionismo e prigione dorata per chi ci abita.

I colpi di scena si susseguono, ma in ogni caso la tensione narrativa non scema mai: l’autore ha intessuto una tela intricata che intrappola il lettore senza lasciargli scampo fino alla conclusione della storia che ha un finale mozzafiato.

I personaggi sono limpidi e sfuggenti, sembrano cristallini eppure ne cogliamo le sfumature pian piano, proprio come quando, guardando un quadro, riusciamo a notarne i dettagli lentamente e dedicandogli la dovuta attenzione.

Niente in questo testo viene lasciato al caso e niente è banale, una finezza priva di leziosità lo rende pregevole e immediato.

Vi invito dunque senza esitazione a lasciarvi conquistare come me da Ninfee nere.

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Da una Storia vera è un particolarissimo thriller psicologico che conquisterà soprattutto i bibliofili più incalliti

Delphine ha scritto un libro autobiografico di enorme successo, ma è emotivamente provata e non ha più ispirazione, non riesce più a “produrre” parole.

Sprofondata in questo abisso di inquietudine e fragilità, trova conforto nell’amicizia di L., una donna conosciuta per caso, a sua volta scrittrice.

L. ha una personalità bizzarra, tanto rassicurante quanto oscura, camaleontica, remissiva ma anche forte. L. possiede il carattere che a Delphine manca, ha il potere di rassicurarla e destabilizzarla al tempo stesso. Si insinua nella vita di Delphine, plagiandola sempre di più, fino all’inaspettato epilogo del loro rapporto.

Ad intrigare non sono solo le vicende dei personaggi, ma soprattutto le domande essi fanno e di rimando fanno a chi legge: la letteratura deve essere reale, può essere assolutamente reale? Quale prezzo paga lo scrittore per scavare nel suo intimo (o nella realtà) e soprattutto se non lo fa, rimanendo al sicuro in un universo puramente fittizio, tradisce il lettore? Cosa ci si deve aspettare dalla letteratura: conforto, evasione o cruda verità?

Insomma i quesiti che Delphine De Vigan ci pone in modo così  ricercato (l’autrice impreziosisce l’opera con moltissimi riferimenti letterari, aggiunge  dettagli che portano a chiedersi abbia una matrice autobiografica, confondendoci e ci strega con una prosa pulita e suadente) arrivano al nucleo fondante della letteratura, alle sue radici, a ciò che la origina e la alimenta.

Anche dopo essere giunti alla fine ci si può interrogare, il materiale per una discussione è vasto e probabilmente lo scopo di un intellettuale, quando si espone, è proprio questo: sprigionare una scintilla che diventerà fuoco se il suo messaggio sarà recepito e apprezzato.

Il romanzo della narratrice francese non vi lascerà indifferenti per cui consiglio vivamente  immergervi in questa coinvolgente storia perché non ne resterete affatto delusi.

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Buon anno!

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Lo so, forse non è particolarmente originale comparare l’anno che sta per iniziare ad un libro, ma il paragone è senz’altro calzante. E allora che il 2017 porti tanti nuovi libri da leggere e, soprattutto, tante nuove avventure da vivere, emozioni e scoperte! Che ogni  pagina di questo anno sia piena ed intensa.

Auguri di cuore a tutti,

Giuliana.

 

 

 

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“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer (Feltrinelli, 2010)

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Le ho mai raccontato del vento del vento del vento del Nord è un libro apparentemente leggero, ma moderno e intrigante.

La trama è essenziale: Emmi, sposata con due figli e Leo, psicolinguista reduce da una relazione tormentata,  entrano in contatto quando la donna deve disdire, via mail, l’abbonamento ad una rivista. Comincia così un fitto scambio di missive virtuali che diventano però sempre più intime finché i due iniziano a provare un coinvolgimento profondo che resterà, però, sempre platonico.

Questa sorta di romanzo “epistolare” del XXI secolo è snello, pungente e ironico, ma anche sentimentale, provocatorio e in alcuni momenti audace. Sicuramente, poi, è molto attuale e ci fa riflettere sul nostro modo di gestire i rapporti interpersonali nell’era di Internet.

I due personaggi vivono la loro relazione basandosi sulle loro parole e sulle loro sensazioni, sicuramaente l’immaginazione e l’immaginario hanno un potere evocativo più forte rispetto alla disillusione a cui può condurre la realtà, ma si scontrano con le contraddizioni che un legame di questo tipo evidenzia. Basteranno scaramucce verbali, confessioni e confidenze a cementare un vero amore e soprattutto sarà un sentimento reale?

Glattauer in un crescendo di intensità narrativa riesce bene a mostrare l’avvicinamento di Emmi e Leo e l’acuirsi dei loro conflitti interiori unendo semplicità e tensione drammatica ottenendo la costante attenzione del lettore che è curioso di sapere come la loro storia andrà a finire.

Lo scoprirò, forse, con il secondo capitolo delle loro avventure, che di certo leggerò presto.

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“L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” di Alice Basso (Garzanti, 2015)

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Quando incontro autori e personaggi interessanti ho sempre l’impressione di aver trovato un tesoro nascosto, sentendomi poi quasi in colpa per non averli scoperti prima.

Mi è successo di provare questa sensazione con il romanzo di Alice Basso, L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome che ho letto tutto d’un fiato precipitandomi poi a comprare anche il secondo volume, Scrivere è un mestiere pericoloso.

La protagonista, Vani Sarca è una ghostwriter ossia scrive libri per gli altri, nell’ombra. Dark, introversa e poco incline ai rapporti interpersonali (nutre un’avversione particolare per la sua famiglia), ma è dotata di una straordinaria empatia oltre che di una sensibilità “sui generis”. Eccelle nel suo incarico, sforna capolavori su qualsiasi argomento, capisce gli altri in un batter d’occhio e anche per questo il suo capo le affida un lavoro importantissimo: aiutare Riccardo, autore di un bestseller a corto d’ispirazione, a scrivere un libro che abbia altrettanto successo.

Tra complicazioni sentimentali (l’aitante scrittore farà breccia nel cuore complicato della ragazza, ma nei romanzi non sempre l’happy ending è garantito) e la “produzione” di nuove parole Vani troverà anche il tempo, proprio grazie al suo intuito, di coadiuvare l’ispettore Berganza nella risoluzione di un giallo: la scomparsa di un personaggio per cui proprio Vani ha lavorato.

Il romanzo della Basso risulta un giallo dinamico, ironico e brillante, pieno di riferimenti letterari e di amore per la letteratura, la cui protagonista “arriva” in modo istantaneo.

Sarà banale, ma non vedo l’ora di leggere un altro capitolo della saga della nostra ghostwriter, ma spero anche che possa essere prodotta una serie televisiva basata sulle sue avventure.

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Buon compleanno zia Jane!

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Jane Austen ci ha regalato purtroppo solo sei romanzi, diventati però pietre miliari della letteratura inglese e mondiale.

Indimenticabili sono la soave Anne e il suo intraprendente capitano Wentworth, l’audace Elizabeth e l’orgoglioso Darcy, i poveri nervi della signora Bennet, l’assennata Elinor e il suo contraltare, l’impulsiva Marianne, la simpatica Emma con il suo desiderio di far trovare a tutti l’amore e il solido Knightely. Chi pensa però che i romanzi della Austen siano dei semplici romanzi sentimentali si sbaglia di grosso. Sono la sublime ironia dei suoi testi, a volte più che pungente, unita ad una delicatezza tutta femminile, i ritratti riuscitissimi degli uomini e delle donne del suo tempo, le atmosfere di un mondo ormai lontano che però da’ spunti di riflessione anche sul nostro presente, a dare valore a questi testi.

Non è una zitella sognatrice in cerca di un modo per impiegare il suo tempo ad averli scritti, ma una donna coraggiosa, dotata di acume e talento che ha deciso di raccontare la società in cui viveva e di far sentire la sua voce nella maniera a lei più congelare, usando la sua penna sferzante, una voce che non ha smesso di risuonare e che ancora oggi conserva il suo fascino.

Con questo post voglio ricordare l’anniversario della sua nascita cercando di celebrarla a modo mio per cui: buon compleanno zia Jane!

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Letture d’autunno

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Sono stata in silenzio per un bel po’, ma ciò non significa che non abbia letto tanti bei libri. Proverò a descriverli brevemente e soprattutto a spiegare quello che mi hanno lasciato.

Vorrei cominciare da Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi) di Elizabeth Strout, la struggente storia di una donna dal passato infelice che rivive la sua vita durante un ricovero in ospedale. La visita inaspettata della madre riapre vecchie ferite che ancora sanguinano e influiscono sull’esistenza della protagonista.

Questo romanzo è poesia pura: lo sguardo disincantato e innocente al tempo stesso di Lucy domina il racconto ed è semplicemente commovente. Con una lingua misurata e mai troppo carica l’autrice ritrae mirabilmente il personaggio principale con i non detti che popolano il suo vissuto e i suoi desideri. Intensità e sobrietà riescono a sposarsi perfettamente in un testo che ha anche il pregio di essere leggibile e non pesante.

Non potevo poi non fare un salto nella mia amata brughiera. Chi mi conosce sa che il cognome Brontë esercita su di me un fascino particolare e che divoro qualunque cosa venga scritta sulla famiglia di Haworth. Due titoli hanno catturato la mia attenzione e li consiglio vivamente a chi condivide il mio interesse: Charlotte Brontë, una vita appassionata di Lyndall Gordon (Fazi) e Ma la vita è una battaglia (L’Orma Editore). Entrambi i volumi seppur diversi (il primo è una biografia curatissima mentre il secondo una raccolta di lettere di Charlotte) mi hanno fatto conoscere meglio la maggiore delle sorelle Brontë, una donna combattiva, rigorosa, passionale, desiderosa di affermazione ma anche capace di stare nell’ombra, conscia del ruolo della donna nel suo tempo, ma anche a suo modo anticonformista. Una personalità complessa che ben emerge nel primo testo di cui mi ha colpito la ricchezza di dettagli ma anche l’attenzione posta all’analisi delle sue opere e che si rivela pienamente attraverso le parole delle lettere contenute nella seconda opera citata.

Sono stata affascinata anche da un romanzo originalissimo nella forma e nella trama, raffinato e pieno di  amore per l’arte in tutte le sue forme: mi riferisco a L’una e l’altra di Ali Smith (Edizioni Sur). Il romanzo è composto da due parti, una ambientata nella Ferrara del Quattrocento, dove una ragazza si finge maschio per poter diventare pittore (il riferimento è a Francesco Del Cossa che ha dipinto gli affreschi di Palazzo Schifanoia), l’altra ai giorni nostri e in questo caso la protagonista è Georgia, una sedicenne che affronta la morte della madre, attivista politica, scomparsa poco tempo dopo aver visitato Ferrara e quegli affreschi. Ali Smith riesce nell’intento di farci vedere (la vista è di fondamentale rilevanza sia concretamente che metaforicamente) con gli occhi dei due narratori, dando non solo valore alla loro voce che vuole levarsi prepotentemente ma producendo anche un’incredibile empatia con il lettore. Lo stile è personale,riconoscibile ed efficace.

Infine mi ha anche colpito uno spumeggiante giallo tutto al femminile, ambientato in una Milano misteriosa e affascinante, La sposa scomparsa di Rosa Teruzzi (Sonzogno).

Un giorno alla porta di Libera, che confeziona bouquet da sposa ritenuti “magici” e che vive con la figlia Vittoria e la madre Iole (settantenne disinibita e fuori dalle righe), si presenta una donna vestita di nero che vorrebbe far riaprire le indagini sulla scomparsa di sua figlia. Vittoria (la più intransigente e rigida del trio) non è d’accordo mentre Libera e Iole si buttano a capofitto in quest’impresa che porterà alla luce il dolore mai sopito per la morte del marito della fioraia e lati inaspettati del loro carattere.

Proprio questo viaggio nell’universo delle donne che sanno essere volitive, materne, complicate, coraggiose e libere è il fattore distintivo del romanzo che è scorrevole, immediato e anche adatto ad una trasposizione cinematografica.

Vi lascio sperando di avervi incuriositi e di essermi fatta “perdonare” per la lunga assenza.

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