Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Magmamemoria” di Levante (Parlophone, Warner Music Italy, 2019)

Mi sono irrimediabilmente e perdutamente innamorata di “Magamamemoria”, il nuovo lavoro di Levante, intimo, anzi viscerale, delicato eppure potentissimo, ricercato ma non pretenzioso.

Ho sempre ammirato la cura e l’attenzione nella scelta delle parole della cantautrice di origine siciliana, confermate dalla scelta di un titolo così raffinato, evocativo, efficace e rappresentativo.

La title track mi ha conquistata immediatamente. Magmamemoria è un brano breve, ma prezioso, che costituisce la porta d’accesso all’album, che lo “battezza”, dandogli il nome (“Cremisi agli occhi dei giorni di gloria/Ecco il tuo nome, ti chimerai Magmamemoria). Mi è parso quasi il canto etereo di una sirena che invita ad ascoltare quanto verrà raccontato in seguito. Il testo, a mio avviso, è una vera e propria poesia che si intreccia in modo mirabile ad una musica dolce e carezzevole (da brividi sono i vocalizzi tra la fine della strofa e il ritornello).

 

“Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Come le vele spiegate dal vento

Spiegami perché ti aggrappi al ventre?

Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Navighi i mari della memoria

Riporti a galla, il mio petto brucia

Ancora, ancora gettata in fondo a me

Scardini le mie certezze

E ora che ritorni che farò?”

 

Si può rimuginare sul passato, riflettere, ma “per amare non esiste un corso d’aggiornamento”, “per essere felici in due” non esistono regole predefinite e ricette particolari”: questo è il messaggio che si evince da “Regno animale”, brano che ho apprezzato tantissimo perché estremamente coinvolgente. Colpiscono molto, anche in questo caso, i momenti finali delle strofe. L’unione tra musica parole riesce a far breccia nell’emotività dell’ascoltatore.

 

“Quanto tempo resterà se dividi per sempre?

Se il passato un errore e ho buttato via l’amore.

Ho avuto tutte le notti pe moltiplicare i sogni

Sistemare i miei pensieri

E archiviare i ricordi dei giorni perfetti

E come nei film c’ una scena finale

Dove vado di fretta, la mia vita mia spetta”

 

 

Una menzione particolare, secondo me, spetta all’introduzione di “Antonio”, che sembra l’interludio ad una pellicola in bianco e nero e conduce perfettamente nell’atmosfera sognante ma anche un po’ malinconica di questa canzone che evoca un amore intenso e felice, riassunto perfettamente nel verso “Se apro le braccia volo”.

Mi sono concentrata sul lato più intimista e personale dell’album, ma ci sono due canzoni molto interessanti che fanno un ritratto feroce, ma centratissimo della società odierna, di questi tempi “deserti di coraggio”: “Andrà tutto bene” e “Bravi tutti voi”.

 

“Incappo in un sacchetto, nella tua indifferenza

In fondo a questa strada hanno già perso la pazienza

I corsi di paura

ricorsi della storia

per trattenerci in una morsa senza memoria”

“Ce lo dirà il tempo che grande smarrimento è stato rimanere fermo”

 

Ho citato solo due stralci di queste canzoni, ma esse meriterebbero di essere analizzate in modo più approfondito. Di sicuro sono il frutto delle considerazioni di un’artista sensibile e attenta a quello che succede nel mondo che la circonda, che non vuole chiudere gli occhi di fronte ad alcune tematiche.

Gli alti titoli che compongono la tracklist sono ugualmente pregevoli. “Rancore” forse è brano più rabbioso anche se mitigato da sonorità non così “spigolose” mentre “Arcano 13” è il più struggente. “Il giorno prima dell’inizio non ha mai avuto fine” è una canzone originale, dalla musicalità “avvolgente”. “Questa è l’ultima volta che ti dimentico” e “Se non ti vedo non esisti” sono legate agli omonimi romanzi scritti da Levante (entrambi bellissimi), “Reali” è trascinante, “Saturno” sofisticata ed elegante mentre “Lo stretto necessario” con Carmen Consoli è un omaggio alla Sicilia e quindi alle radici della cantautrice. “

In un mondo musicale ormai intriso di omologazione, l’originalità, la profondità e la qualità di questo disco sono una boccata d’ossigeno e meritano di ottenere il giusto riconoscimento.

 

Recensione di “Bosco Bianco” ed intervista a Diego Galdino

Bosco Bianco, splendida, antica tenuta sulla costiera amalfitana è l’incantevole scenario in cui nasce la storia d’amore tra Maia, che eredita dalla migliore amica di sua madre metà della suddetta magione e Giorgio, agente immobiliare, costretto dal suo capo senza scrupoli a fingersi Samuele Milleri, nipote della vecchia proprietaria.

Tra i due protagonisti scatta un’immediata empatia che si trasforma in qualcosa di decisamente più profondo, un sentimento forte, ostacolato però dalla bugia di Giorgio e dalla perfidia del suo capo, divorato dalla sete di potere e di denaro e che è deciso, tra l’altro, a mettere le mani sul prezioso diario che il famoso scrittore americano Albert Grant si dice abbia nascosto proprio a Bosco Bianco.

Il libro scritto da Diego Galdino è godibile, coinvolgente, leggero, ma curato. Bosco Bianco è una sorta di favola moderna, con l’eroe e l’eroina ricchi di qualità e di bontà, l’antagonista che tenta in tutti modi di ostacolare la loro felicità e gli equivoci che rappresentano un ulteriore impedimento al coronamento del loro sogno d’amore.

Sicuramente questo romanzo è stato scritto con grande coinvolgimento emotivo e con passione. Si percepisce che l’autore crede nella storia che racconta e che ama quello che scrive.

Leggendo il testo ho pensato immediatamente che fosse una perfetta lettura estiva (tutti gli elementi costitutivi del romanzo fanno pensare alla bella stagione: la meravigliosa casa nel bosco, il mare della costiera amalfitana, l’atmosfera romantica), ma naturalmente un bel racconto sentimentale come quello composto da Galdino è adatto a qualsiasi stagione e regalerà ore di piacevole svago a chi lo vorrà accostarsi ad esso in qualunque momento.

 

 

Oltre alla recensione ho fatto alcune domande all’autore, Diego Galdino. Ringrazio di cuore lui e il suo ufficio stampa, Simona, per avermi dato l’opportunità di leggere e recensire il libro.

Buona lettura!

 

  • Quanto conta per lei il luogo in cui è ambientato il suo romanzo o un romanzo in generale? Leggendo “Bosco Bianco” ho avuto l’impressione che fosse determinante all’interno della storia.

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Tutte le mie storie nascono principalmente grazie ad un posto… Un bar, Roma, una cittadina della campagna senese, una spiaggia siciliana dove vanno a nidificare le tartarughe marine, un lago della Svizzera… In Bosco Bianco invece ho voluto osare di più creando prima il luogo e poi la storia, ed è stato bellissimo per me creare con la mia fantasia la cittadina di Santa Maria, una tenuta affacciata sulla costiera amalfitana, una piccola isola dove i protagonisti si perdono ritrovandosi… Il pensiero che a chi legga la storia possa venire voglia di andare a visitare questi posti mi rende euforico… Quando ho creato Bosco Bianco l’ho fatto con la speranza che potesse diventare come uno di quei palazzi a cui Zafon ne L’ombra del vento dice che la memoria del lettore potrà ritornare ogni volta che ne avrà voglia…

 

  • Come ho scritto nella recensione, si percepisce che lei crede e ama molto quello che scrive. Cosa l’ha spinta a dedicarsi al genere romance?

 

Si può dire che sono diventato lo scrittore di oggi per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

 

  • Una delle citazioni che ha inserito all’inizio di ogni capitolo recita: “L’amore è un salto nel buio… Ahimè non ho mai avuto l’ispirazione per lanciarmi”. Anche l’amore per la scrittura è un salto nel buio? Quanto è difficile per uno scrittore superare le proprie paure per regalare a tutti qualcosa di molto personale come una storia frutto della propria interiorità e che poi diventa patrimonio di tutti in qualche modo?

 

Io non ho paura quando scrivo, forse è il momento in cui mi sento più coraggioso, perché credo fermamente nella storia che mi accingo a scrivere, sono follemente innamorato delle mie storie e quando uno è innamorato è capace di qualsiasi cosa, e niente e nessuno può fermarlo, tanto meno la paura…

 

  • Ci sono degli autori che hanno avuto un ruolo importante nella sua attività di scrittore?

 

Il mio libro della vita è Persuasione di Jane Austen, perché è il romanzo d’amore che maggiormente mi rappresenta come scrittore e come lettore. Ma sono tanti gli scrittori a cui devo essere grato, perché leggere le loro opere ha sicuramente contribuito a fare di me lo scrittore che sono. Penso a Nicholas Sparks, Mark Levy, Musso, Paullina Simons, Evans.

 

 

  • Oltre a scrivere lei lavora in un bar. È mai stato ispirato dai racconti di qualche suo cliente?

 

Credo che il bar si presti bene come fonte d’ispirazione, perché racchiude al suo interno una galassia di persone diverse che girano intorno al bancone come i pianeti intorno al Sole, prendendo dal caffè quel calore, quell’energia che ti accompagnerà, anzi che ti farà compagnia per il resto della tua giornata. In cambio queste persone permettono, con le loro storie di vita vissuta, con le loro manie, i loro caratteri simili o sempre diversi, al Sole/bancone di adempiere al suo dovere a ciò che ne rende indispensabile per se stesso e per gli altri la sua stessa esistenza.

Intervista a Paola Maria Liotta

Dopo avervi parlato del romanzo “Piano concerto Schumann”, vi propongo un’intervista all’autrice, Paola Maria Liotta. La ringraziato sentitamente per le risposte e per le belle parole usate nei miei confronti. Dopo l’intervista riporto la quarta di copertina del libro, consigliandovi di leggerlo, e la biografia dell’autrice. Buona lettura!

 

  • Nella sua biografia ho letto che è una docente e che ha scritto diverse sillogi poetiche. Mi piacerebbe però che si presentasse in modo ancora più approfondito ai lettori del blog.

Intanto, La ringrazio per avermi ospitato anche così nel suo blog. Direi che la scrittura è, per me, qualcosa di estremamente naturale, che si esprime in varie fogge, in tanti momenti, ben connessi fra loro: nell’insegnamento e nella formazione dei giovani, nel mio spirito di ricerca, nell’amore per tutto ciò che faccio, nei miei tanti, innumerevoli interessi, anche letterari.

  • Ci può raccontare com’è nato il suo romanzo?

È nato naturalmente, dal cuore delle mie tante ispirazioni: scrittura, lettura, musica, arte, poesia, che mi sono connaturate. Esistono tensioni positive, che inducono a migliorarci. Il mio romanzo traduce ciò che sento, così come il mio desiderio di leggerezza e profondità assieme.

  • È stata ispirata in qualche modo dall’amore per la musica classica che ho percepito nel corso della storia, leggendo il libro?

L’amore per la musica è il motivo che risuona in tutto il romanzo. Il nucleo propulsivo è intessuto di quei sentimenti e di quelle sensazioni che Fiamma Fogliani declina nelle sue note, e io scrivendo. La scrittura è un bellissimo ponte tanto verso il passato, quanto verso il futuro, gli altri, il “noi”, insomma, e sempre con uno sguardo lucido proteso sul reale.

  • Sia nello stile che nella trama del romanzo si nota, come ho detto nella mia recensione, una propensione, una passione per la classicità, forse derivante anche dai suoi studi. Conferma il mio pensiero?

Qui confermo, sorrido, e non nego affatto. L’amore per il mondo classico, che provo a trasmettere ai miei discenti, è insopprimibile nelle mie corde. Si riallaccia al primigenio, al concetto stesso di pensiero, di arte, di cultura, che, senza quel mondo, e i suoi valori immortali, forse sarebbe esistito in modi e forme diverse, ma non con la stessa grazia, né lo stesso maestoso fulgore. Oggi siamo figlie e figli di un mondo ultra millenario, di un’umanità che non possiamo non considerare, se vogliamo – come specie umana – avere un futuro. Senza i classici, davvero, il diluvio.

 

  • Il romanzo ad un certo punto ha una virata inaspettata verso il giallo. Questo cambiamento era preventivato o è un’idea che le è venuta in mente mentre scriveva?

Sono dell’idea che il mistero pertenga la stessa vita dell’uomo. Inscrivere una vicenda narrata in un quadro enigmatico e di segni da cogliere o interpretare, in fondo, potrebbe essere uno dei metodi più “graziosi” e appassionanti di riflettere sull’oltre, sul gioco delle apparenze, sulla trama di cui facciamo parte, ma di cui sconosciamo l’ordito, il creatore, il destino finale.

 

  • Mi ha molto colpita la delicatezza, quasi l’affetto, con cui ha descritto Fiamma. L’ho sentita molto vicina a chi l’ha creata, o sbaglio?

Intanto la ringrazio per tutte le domande che mi ha porto, che rispondono alla mia vocazione di scrittura e, prima ancora, a come io sono. Si nota che Lei ha colto il messaggio e le sfumature di quanto ho scritto. Fiamma è vicina a me nella stessa misura in cui lo è ogni dettaglio della storia. È una creatura che vuole essere amata per come è, per la dedizione che riversa in ciò che fa, per la sua squisita sensibilità. Impossibile non crearla, non amarla, non parlarne. Grazie di cuore.

Quarta di copertina
Fiamma Fogliani è una pianista di fama internazionale e una donna dotata di classe, fascino e intelligenza. Vive a Londra, seguita dalla sua agente Emma, sotto le attenzioni dell’amica Paulette e coccolata dalla sua gatta, Camelia; con Sergio è sbocciata una simpatia che potrebbe sfociare in qualcosa di più… insomma, la sua è una vita quasi perfetta. Fino al giorno in cui un uomo, che non rivela la propria identità, la sceglie come solista nel Piano Concerto Schumann: Fiamma dovrà eseguirlo per un pubblico selezionato e l’incasso sarà devoluto a favore di un principato del Vicino Oriente devastato dalla guerriglia. Come se non
bastasse, Paulette le regala un antico strumento musicale, una spinetta che ha una storia misteriosa…
In un romanzo che è una lode alla musica e alla bellezza, viviamo un susseguirsi di situazioni emozionanti e intricate, di pause sapienti e improvvise accelerazioni degne di una sinfonia. La protagonista si fa eroina e portavoce di tutte le donne consapevoli del proprio valore; dalla spirale che la avvolge, dopo una lotta accesa, uscirà vincente, riscoprendo nell’amore per la musica la sua unica possibilità di fronteggiare il male.

L’autrice
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali. Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, «Ed era colma di felicità». È anche autrice del testo teatrale «Briseide», finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” 2019: una riflessione sulle tragedie attuali e sulla condizione femminile. Inoltre è appassionata di gastronomia: ha curato una rubrica culinaria sul “Gazzettino del Sud-Est” e nel 2014 ha pubblicato «Miele, mandorle e cannella», finalista al Premio Letterario “Città di Pentelite”. A sei anni dal suo debutto nella narrativa, torna in libreria con Piano Concerto Schumann e
affida a “Scrittura a tutto tondo” la promozione della sua opera.

“Piano Concerto Schumann” di Paola Maria Liotta (Il seme bianco, 2019)

Musica, mistero e sentimento sono gli ingredienti principali di questo romanzo di Paola Maria Liotta, la cui protagonista è Fiamma Fogliani, talentuosa pianista conosciuta in tutto il mondo e chiamata, dall’affascinante direttore d’orchestra Albert Marni, ad eseguire il celebre Piano concerto di Schumann, in occasione di una serata di beneficenza in favore di un popolo orientale che sta vivendo un periodo difficile, segnato dalla guerra.

La donna riceve in dono da una sua cara amica, Paulette, una spinetta pregiatissima e antica che diventerà l’innesco di un intricato “caso”, la cui risoluzione si rivelerà estremamente complessa.

Fiamma risulta un personaggio ben delineato, descritto con minuzia e attenzione e in effetti il narratore molto si sofferma su di lei rendendo evidenti la sua dedizione al pianoforte, la sua dolcezza, la sua grande forza d’animo e la sua tenacia.

Tutto il testo è pervaso da un’atmosfera raffinata ed elegante, data anche dalle varie città in cui la protagonista vive o lavora (Torino e Parigi, ad esempio) ed è intriso di sensibilità artistica, di vero amore per l’arte, in tutte le sue forme.

Lo stile classico, pulito, essenziale, ma curato utilizzato dall’autrice ben si attaglia alla trama e alla stessa Fiamma. Ho riscontrato, in effetti, una coerenza narrativa, che rappresenta di sicuro un pregio di questo romanzo.

“Piano concerto Schumann” è a mio avviso, una lettura estremamente gradevole, che piacerà soprattutto agli appassionati di musica, ma anche a chi, più in generale, ama opere sobrie e delicate.

 

L’AUTRICE
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali.
Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, Ed era colma di felicità. È anche autrice del testo teatrale Briseide, finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” 2019: una riflessione sulle tragedie attuali e sulla condizione femminile.
Inoltre è appassionata di gastronomia: ha curato una rubrica culinaria sul «Gazzettino del Sud-Est» e nel 2014 ha pubblicato Miele, mandorle e cannella, finalista al Premio Letterario “Cittàdi Pentelite”.
A sei anni dal suo debutto nella narrativa, torna in libreria con Piano Concerto Schumann e affida a “Scrittura a tutto tondo” la promozione della sua opera.

Anticipandovi che prossimamente pubblicherò anche l’intervista a Paola Maria Liotta, ringrazio Francesca Zelletta per avermi proposto la lettura di questo libro.

Intervista a Mariolina Venezia.

Finalmente tra poco andrà in onda, su Rai1, la fiction “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, cosa della quale sono estremamente felice, da lucana e da estimatrice dei romanzi dai quali la serie è tratta. Per l’occasione ho pensato di fare un regalo a me e ai lettori del blog, ponendo delle domande alla scrittrice che ha dato vita all’eccentrica procuratrice materana. Sono onorata, dunque, di presentarvi questa intervista a Mariolina Venezia, che ringrazio sentitamente. Non vi nascondo che per me è stato molto emozionante parlare con un’autrice del suo calibro e in effetti, in alcuni momenti della nostra chiacchierata, gli effetti dell’emozione si sono fatti sentire. Tralasciando le défaillance della sottoscritta, trovo che le risposte che ho ricevuto siano straordinarie e ricche di spunti interessanti. Buona lettura dunque e mi raccomando, non perdete la fiction questa sera e correte in libreria, il 24, a comprare “Via del Riscatto”, il quarto volume della saga dedicata alla Tataranni.

 

 

  • C’è un legame, un filo conduttore tra “Mille anni che sto qui” e “Come piante tra i sassi”, anche se sono opere molto diverse tra loro?

 

Sì, anche se sono, appunto, opere molto diverse, c’è un filo conduttore perché “Mille anni che sto qui” si interrompe nel 1989, quando cade il muro di Berlino e inizia la globalizzazione. “Mille anni che sto qui” racconta il territorio, racconta la Basilicata e io volevo continuare a parlare di questa terra e di quello che succede in Basilicata dopo il 1989. Inizialmente avevo pensato di continuare la saga, però poi mi sono resa conto che parlare dei giorni moderni non è facile con la forma della saga, per questo a un certo punto ho individuato nel giallo il modo migliore per poter raccontare alcune cose che succedono in Basilicata, non perché io voglia continuare a parlare a tutti i costi della Basilicata, ma perché penso che sia una terra dove ci sono dei contrasti talmente forti che vanno al di là del luogo stesso e che quindi raccontano un po’ tutta l’Italia. Il tono di “Mille anni che sto qui è lirico, poetico e quello di Imma a volte invece è spoetizzante, ma anche nei romanzi di Imma ci sono delle pagine liriche, che sono in genere legate al paesaggio e c’è appunto questo contrasto con uno sguardo più scanzonato, più materialista a volte, che è quello di Imma.

 

  • In effetti lei riesce a far coesistere perfettamente un linguaggio lirico e poetico e un linguaggio più realistico, ad esempio quando parla Imma con le sue “inflessioni dialettali”. Com’è riuscita a trovare questo equilibrio linguistico?

 

Prima mi chiedeva della continuità tra “Mille anni che sto qui” e i romanzi di Imma. Anche nel linguaggio ho proseguito la stessa ricerca, in qualche modo, perché in “Mille anni che sto qui” uso un linguaggio dove c’è un’eco del tempo che racconto, quindi quando parlo dell’Ottocento c’è l’eco di quel linguaggio ottocentesco pieno di dialetto, pieno di un tempo molto disteso, molto lungo che diventa più veloce man mano che ci si avvicina ai giorni nostri. Nei romanzi di Imma non c’è proprio il dialetto, ma c’è quel tipo di linguaggio che adotta chi viene dal dialetto e quindi di chi oggi parla l’Italiano, ma un Italiano fortemente influenzato dal dialetto, dalle espressioni dialettali o gergali, un Italiano molto parlato, anche se nello stesso tempo c’è molta cura del linguaggio. Di solito nel giallo lo scrittore deve scomparire, ma i miei gialli sono un po’ diversi perché c’è comunque un’elaborazione letteraria. Devo dire che col tempo (Imma ormai è al suo quarto romanzo, il quarto esce fra poco, il 24 settembre) ho trovato un equilibrio, con un linguaggio che desse qualcosa al lettore, che gli facesse vivere delle emozioni, che lo divertisse e lo facesse riflettere, senza però dilungarmi troppo. Bisognava fare in modo che l’aspetto letterario non prevalesse su quello giallistico. Questo equilibrio si è delineato col tempo, tanto è vero che nell’edizione tascabile ho rivisto anche “Maltempo” e “Come piante tra i sassi” perché mi sono accorta che andavano limate la parte letteraria e le digressioni, che pure ci sono, di mondo che il lettore potesse gustare il giallo, senza però rinunciare a qualcosa di più elaborato.

 

  • Quanto è difficile far evolvere un personaggio che è diventato così familiare e riconoscibile?

 

Non è difficile, nel senso che, come dicono spesso gli scrittori seriali, e quindi anch’io, il primo romanzo di Imma non è nato come il primo di una serie. Questo personaggio, però, ha continuato ad essere molto vitale, mi venivano in mente altre cose e ad un certo punto mi sono detta che avrei potuto scrivere un altro libro. Quindi è stata una cosa naturale quella di continuare a farlo vivere. Credo, però, che si debba avere il polso della situazione. Bisogna capire fino a che punto il personaggio è vivo e fermarsi prima che diventi ripetitivo, che diventi una sorta di formula da propinare ogni volta al lettore.

 

  • Ho definito Imma un’icona, un’eroina sui generis perché è iconica, ma anche una donna molto normale, una moglie una mamma con tutte le sue problematiche. Si è ispirata a qualcuno per darle vita?

 

Più che il fatto di essermi ispirata a qualcuno, che non è molto interessante, quello che invece mi sembra interessante evidenziare è una tematica in Imma. Siamo in un mondo in cui è obbligatorio essere originali, distinguersi dalla massa, trovare delle cose ricercate, Imma è contraria a tutto questo. Proprio in questo suo essere contraria sta la sua originalità, alla fine, perché Imma non cerca di essere originale, non cerca di essere quello che non è, quindi in questo aderire a se stessa diventa originale. Ogni essere umano, in realtà, se è se stesso, è originale perché non ci sono due persone uguali e quindi solo in una ricerca di originalità si rischia di diventare uguali agli altri. Questo è uno dei tratti di Imma, che si rifà anche alla tradizione. Lei è una donna molto legata alla tradizione, anche se poi è una donna molto moderna. Vive il suo ruolo in maniera moderna, vive in modo moderno il suo rapporto con gli uomini, con suo marito, con il giovane Carabiniere. In lei c’è questo misto di modernità e tradizione che a me piace sempre molto.

 

  • Un altro elemento che apprezzo molto dei suoi romanzi è la sua capacità di descrivere luoghi e personaggi. Questa sua capacità descrittiva è influenzata dal suo lavoro di sceneggiatrice?

 

In realtà è un po’ il contrario. Ho iniziato a fare la sceneggiatrice perché avevo questo “talento visivo”. Già le prima poesie che ho scritto (il mio primo avvicinarmi alle porte letterarie è stato attraverso dei libri di poesia che ho pubblicato in Francia), erano delle poesie molto visive, quasi dei quadri fatti con le parole. Da lì si è sviluppato poi il legame con il cinema e con le arti legate a ciò che si vede. In ogni caso è anche una cosa molto personale, mia. Amo molto, sin da quando ero piccola, andare in giro, in macchina e perdermi nell’osservazione del paesaggio, che è molto ricca, molto suggestiva e mi suggerisce sempre delle fantasie, delle emozioni e da lì vengono questi romanzi. Infatti un signore ha colto questa cosa e mi ha detto che gli sembrava di vedere qualcuno che se ne andava in giro e che poi riportava le sue sensazioni.

 

  • Per quel che riguarda la fiction, non è mai semplice, secondo me, fare una trasposizione televisiva o cinematografica di un libro…

 

In questo caso non avrebbe dovuto essere difficile, perché Imma mi è stata suggerita anche, in qualche modo dal mio lavoro di sceneggiatrice, per vari motivi. Mi sono diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia in sceneggiatura e questo è il mio lavoro. Questi libri, però, sono stati ispirati anche da un incontro, nel 2000, con Petros Markaris, un Greco, uno degli sceneggiatori di Angelopulos fautore di un cinema poetico e alto, quindi, che però lavorava anche per le serie Tv greche e scrittore di gialli. Lui mi ha dato un po’ l’idea di scrivere questi romanzi, non così lontani dalla sceneggiatura. Anzi quando ho lavorato alla sceneggiatura mi sono resa conto che Imma rende più in sceneggiatura che sulla pagina, per questo suo modo di fare, per il suo essere molto visivo, molto caratterizzato dal punto di vista visivo, gestuale, del movimento e dell’immagine. Detto questo le difficoltà non sono state insiste nel lavoro di adattamento, quanto nel rapporto con gli altri sceneggiatori.

 

  • Siamo arrivate all’ultima domanda. Mi piacerebbe sapere come descriverebbe la sua Matera e la sua Basilicata letterarie.

Be’ forse dovremmo lasciarle descrivere a chi legge. Comunque parlo di una Basilicata fatta di contrasti, in cui l’arcaico convive con il moderno e quindi più si va avanti con la modernità, più lo stridio tra queste due culture è forte e crea delle situazioni drammatiche. Il paesaggio diventa drammatico, ad esempio, quando vediamo queste lande, queste colline di grano tutte gialle o tutte verdi, con le pale eoliche che sembrano una cosa mista tra la fantascienza e il Medioevo. C’è quindi la drammaticità del paesaggio, anche degli sfregi fatti al paesaggio con le pale eoliche, ma anche la comicità dello scontro di culture per cui, per esempio, in “Rione Serra Venerdì” c’è questa vecchietta vestita di nero che insegue la Tataranni chiedendo se fosse vero la vittima faceva bondage, perché ormai che un certo tipo di linguaggio è accessibile a tutti e quindi diventa comico.

Una deliziosa serie televisiva: Erkenci kuş.

Chi mi conosce sa che per natura sono molto curiosa, mi piace andare a scovare cose nuove e quando mi entusiasmano, come in questo caso, non riesco a fare ameno di parlarne, anche se non si tratta di libri.

Ultimamente ho scoperto, dopo aver visto Bitter Sweet su Canale 5, un’altra adorabile serie televisiva turca che si intitola “Erkenci kuş”, al momento, purtroppo, disponibile solo su Youtube.

I protagonisti della storia sono Can, fotografo di fama internazionale e spirito libero, che torna ad Istanbul per lavorare nell’agenzia pubblicitaria del padre e Sanem, aspirante scrittrice, che sogna di andare a vivere alle Galapagos e inizia a lavorare nella stessa agenzia.

Dopo un primo fortuito e “rocambolesco” incontro (resto vaga per non rivelare troppo), i due si rincorreranno e dovranno superare non pochi ostacoli per vivere il loro amore. Intrighi, bugie e circostanze avverse, come nelle migliori favole, si frapporranno tra i nostri eroi e il tanto agognato lieto fine. Non vado oltre con le informazioni sulla trama della fiction, ma lo spettatore di sicuro non rimarrà deluso, anzi, resterà incollato allo schermo per capire come si evolveranno le avventure dei due ragazzi, delle loro famiglie, dei loro amici e nemici. Il racconto parallelo del microcosmo costituito dal vivacissimo e coloratissimo quartiere in cui la ragazza è cresciuta e vive, rende ancora più frizzante e dinamica la “narrazione”.

Davvero degne di nota sono le interpretazioni degli attori principali, Can Yaman e Demet Özdemir: lui è perfetto nel dare corpo e voce ad un ragazzo apparentemente “duro”, ma dal cuore tenero e soprattutto riesce nell’intento di allontanarsi totalmente dall’altro personaggio che lo ha reso famoso in Italia (Ferit Aslan in “Bitter Sweet”), mentre lei incarna perfettamente la freschezza, la dolcezza e la semplicità che il ruolo di Sanem richiede.

Sia nei momenti più leggeri, a volte ci sono momenti estremamente cominci, che in quelli più drammatici (confesso di essermi commossa più volte), gli attori non perdono credibilità ed intensità nella recitazione. Fantastici sono anche gli interpreti dell’amabile Nihat, dell’esuberante Mevkibe, del simpaticissimo signor Aziz e della terribile Huma, i genitori dei nostri “promessi sposi”.

All’elenco delle cose che ho delle cose che ho adorato di “Erkenci kuş” devo aggiungere il ruolo che i libri hanno nella storia e non solo perché le vicissitudini di can e Sanem diventano un romanzo, ma anche perché vengono citati alcuni grandi scrittori (Pamuk, Emily Brontë, Kafka, Vonnegut, per citarne alcuni) e i loro testi diventano la voce dei sentimenti dei due giovani. Per una bibliofila come me questo non è un elemento trascurabile, anche in un programma di intrattenimento.

Chi ama il romanticismo puro, chi desidera passare delle ore in leggerezza, sognando ed evadendo un po’ dalla quotidianità, chi vuole a aprire una piccola finestra su un’altra cultura ed un’altra lingua (estremamente affascinante, a mio avviso), amerà questa serie quanto me e resterà in attesa che la trasmettano sui nostri schermi.

“La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019)

Appena ho cominciato a leggere “La straniera” ho capito di avere tra le mani un libro importante e prezioso, anche se in realtà ero già rimasta folgorata da questa frase breve e potentissima: “Quando tutto cade, indomito l’amore resta”.

Confesso di aver provato quasi un senso di soggezione accostandomi al testo e non solo perché quando uno scrittore decide di consegnarti la sua storia personale, soprattutto una storia così complessa, bisogna maneggiare quanto esso scrive con delicatezza e attenzione, ma soprattutto perché si percepiscono immediatamente una grande abilità narrativa e una notevole cura nella scelta delle parole oltre che nell’organizzazione del testo.

Non è un caso infatti che all’inizio venga citata Emily Dickinson che dice: “Dopo un grande dolore arriva un sentimento formale”. L’armonia e l’eleganza che l’autrice riesce ad imprimere alla sua scrittura fanno probabilmente da contraltare all’emotività che una comporta un racconto così intimo. Claudia Durastanti si esprime con forza, padronanza e consapevolezza e riesce bene a miscelare gli ingredienti che compongono la sua opera, direi a dosarli nelle giuste quantità.

Ci sono le vicende dei suoi genitori, entrambi sordi, che si amano, ma non riescono a vivere insieme e si separano, ci sono gli spostamenti in luoghi diversi, con tutto ciò che i trasferimenti e i cambiamenti comportano. Si passa dall’America, alla Basilicata con i suoi paesini, i suoi calanchi e le sue singolari caratteristiche, fino ad arrivare alla città della maturità, Londra.

 

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”

 

In effetti ci sono i luoghi fisici, ma c’è anche Claudia in viaggio per il mondo e verso se stessa, che cerca di costruire il proprio essere, che mostra il suo retaggio culturale, quello ereditato e quello acquisito, cosa che le serve anche per filtrare le sue esperienze.

È proprio grazie a questo filtro che l’autrice riesce a smarcarsi dalla mera individualità, inducendo a fare riflessioni di carattere più generale.

Si ragiona di lingua, di linguaggio e comunicazione ed è affascinante l’incursione nel territorio della traduzione e ed è notevole la “meditazione” sul concetto di straniero in senso più ampio e sul tema dell’emigrazione che oggi assume connotati nuovi.

Desiderio di evolversi, di imparare, di superare le proprie fragilità e paure sono altre componenti di questo romanzo che mi hanno impressionata

Sono sinceramente dispiaciuta per non aver potuto parteciparla almeno ad una delle presentazioni cha la Durastanti ha tenuto proprio qui nella nostra terra, sono sicura che avrei colto altri elementi su cui interrogarmi e per approfondire la conoscenza delle sue opere.

Voglio concludere questa recensione proprio con passo che parla della Lucania.

 

“Quando il sole tramonta in Basilicata il cielo diventa un polmone che espettora sangue, la sua luce fa tossire più che commuovere. Ma prima di arrivare ai calanchi, agli alberghi in mattoni rossi abbandonati vicino alle stazioni di benzina dai nomi altisonanti e alle piscine infestate, bisogna passare accanto alle torri del petrolio che brillano nella notte con i loro laser verdi e rossi che fanno pensare a un futuro preistorico  ̶  tutto ciò che è nuovo si ossifica presto da queste parti, diventa una sostanza minerale che riflette una luce morta e bellissima  ̶  e poi bisogna passare a una diga naturale, una distesa di acqua verde tra i boschi su cui raramente splende il sole e da cui salgono fumi biancastri al mattino. Ed è solo dopo essersi inoltrati tra le curve che seguono le curve, che a un certo punto il paesaggio si apre e diventa quasi deserto, e l’ambra bruciata del sole si trasforma in una sostanza molto più rarefatta e ipnotica”.

“Addio fantasmi” di Nadia Terranova (Einaudi, 2018)

Vorrei cominciare questa recensione con un preambolo: ci sono libri che vanno letti, lasciandosi andare alle emozioni, senza che la testa cerchi di analizzarli troppo. Forse è questo il motivo per il quale ho impiegato così tanto tempo per scrivere qualcosa su “Addio fantasmi”, un romanzo dalla prosa raffinatissima che ha un’alta carica emozionale, tutti fattori che probabilmente dovevano essere “assimilati” per essere poi discussi in un articolo.

Nella storia di Ida, che torna in Sicilia per aiutare la madre con i lavori di ristrutturazione della loro casa, non vi è nulla di scontato o sdolcinato perché la donna ci “sbatte in faccia” il dolore per la scomparsa del padre in tutta la sua forza travolgente, non a parole, ma attraverso silenzi, “fughe”, armandosi di una corazza durissima che si è costruita crescendo e un carattere spigoloso, difficile.

L’interiorità della protagonista, un complesso intreccio fatto di “non detti”, di mancate risposte, di sentimenti repressi, ci viene “offerta” in modo diretto, senza edulcorazioni, eppure con mirabile equilibrio.

Nadia Terranova è abilissima nel tratteggiare una figlia che ha vissuto da ragazzina qualcosa che era più grande di lei, nel descrivere una casa realmente e simbolicamente piena di problematiche, di crepe e quindi una famiglia che da porto sicuro diventa ambiente di disagio, di insicurezza.

L’abitazione, dunque, diventa una delle metafore fondanti del libro. Come ha fatto giustamente notare la scrittrice Claudia Durastanti in un suo bellissimo articolo, in “Addio fantasmi” “l’anima si disfa come si disfa una casa”.

L’autrice è in grado, poi, di rendere concreto il “fantasma” di Sebastiano Laquidara, evoca la sua assenza, facendone una presenza quanto mai viva. Il tempo non affievolisce i ricordi, anzi la loro intensità e la loro nitidezza vengono amplificate non solo dall’incertezza sulle sue sorti, ma proprio dall’effetto dirompente che la scomparsa ha avuto sulla psiche della giovanissima Ida.

Oggetti, sogni, stanze, tutto concorre a scavare in una ferita ancora sanguinante. Tangibile ed evanescente, reale e inconscio si fondono e confondono nella narrazione avvicinandoci ai pensieri della protagonista e dando loro corpo e spessore.

Ho parlato di elementi simbolici e uno dei rappresentativi è sicuramente il mare. Da sempre è utilizzato per raffigurare la vita sia nella bonaccia che nella tempesta, l’animo umano e la sua profondità, ma in “Addio fantasmi” assume altre valenze. Anch’esso, infatti, è spazio della memoria e in seguito elemento foriero di catarsi e liberazione.

Più metto per iscritto le mie considerazioni, più mi rendo conto di quanto debba essere stato difficile scrivere quest’opera, parlare di sofferenza con coraggio e verità, in modo franco, asciutto, senza scadere nel sentimentalismo. Penso a quanto debba essere stato complicato non banalizzare un tema tanto importante, dargli sfaccettature inedite. La Terranova riesce in questo intento, non solo grazie al fatto che Sebastiano è andato via e non si sa se sia morto, se si sia rifatto una vita, ma proprio grazie ad una scrittura molto intima e una prospettiva “soggettiva”.

Questa sorta di confessione in prima persona è tanto dura quanto toccante ed è ideale per chi ama libri forti, dal sapore decisamente intenso.

“Madrigale” nei Sassi. Breve intervista ad Andrea Tarabbia.

Come ho anticipato, ecco la breve intervista che, gentilmente, Andrea Tarabbia mi ha concesso a Matera, nello splendido scenario di Casa Cava. Lo ringrazio tantissimo per avermi dato l’opportunità di porgli queste domande e per la sua estrema disponibilità. È sempre un privilegio avere la possibilità di parlare con gli scrittori delle loro “creature” e avere uno scambio di opinioni con loro, per cui sono felicissima di protervi presentare questo “dialogo”. Con la lettura sono sorti altri interrogativi, per esempio sull’ambigua figura di Gioachino o sulle scelte stilistiche, che non ho potuto esporre al momento dell’incontro, ma in ogni caso l’autore ha risposto ad alcune curiosità che mettono in luce degli aspetti fondamentali di “Madrigale senza suono”.

Buona lettura e in bocca al lupo a Tarabbia per il Premio Campiello!

 

  • Cosa l’ha spinta a parlare di Gesualdo da Venosa?

Una serie di cose. Mi interessava la storia, soprattutto l’omicidio. Però è stata decisiva la lettura di alcuni libri e di Stravinskij. Come ho detto stasera, a me non interessava fare un romanzo storico. Le cose che Stravinskij ha detto, hanno gettato non solo un ponte sul ‘900, ma creavano anche una sorta di rapporto a distanza. Fare un romanzo storico, per raccontare una storia che comunque è già nota su Wikipedia, mi fregava relativamente. In realtà, il discorso era quello di trovare il rapporto con il ‘900, trovare uno che tre secoli e mezzo prima, concepiva la musica la musica nello stesso modo in cui lui la concepiva in quel momento. Così non diventa più raccontare una storia, ma raccontare una relazione.

  • Sentendola parlare del romanzo ho pensato al film “Amadeus”, al rapporto Salieri-Mozart.

Sì, esatto, non so se ti ricordi come finisce, Salieri nel manicomio passa a dare la benedizione ai matti in un corridoio e dice: “Mediocri di tutto il mondo, io vi perdono”. È il tema del film, il motivo per cui Forman ha fatto il film. Ed è lo stesso rapporto.  A Forman non importava fare la storia di Mozart, ma la storia di Mozart vista da un mediocre.

 

  • Mi ha colpito molto la scelta del titolo e il fatto che lei, nel video di presentazione del libro, dica che ha voluto scrivere una sorta di madrigale senza suono, perché non c’è la musica. Secondo lei ci può essere la musica nei libri?

Scrivere di musica nei libri è una cosa molto difficile in assoluto. Nel libro io non parlo di musica, parlo più di suoni. L’ansia di Gesualdo è che ci sono troppi pochi suoni per descrivere il mondo e l’universo. Quindi si parla di suono. Verso la fine del libro c’è una delle varie leggende, secondo la quale ci sia un settimo libro di madrigali di Gesualdo. In verità c’è un tentativo abortivo di fare un libro e il settimo libro, per come è descritto, sembra una cosa fatta in assenza di suono, tipo John Cage.

A conclusione dell’articolo, devo un enorme ringraziamento a Valentina per le foto e per avermi coadiuvata nell’intervista.

“Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia (Bollati Boringhieri, 2019)

“Madrigale senza suono” non è una semplice biografia romanzata di Carlo Gesualdo da Venosa, personaggio controverso e geniale musicista, ma un “ritratto tridimensionale”, che è stato concepito non solo tenendo conto del dato storico, ma anche delle “leggende” circolate intorno alla figura del principe. La narrazione ruota intorno al ritrovamento, da parte di Igor Stravinskij, di una “cronaca”, una biografia di Gesualdo probabilmente apocrifa, scritta da Gioachino Ardytti, suo presunto servo.

Il racconto è una progressiva marcia verso il momento più terribile dell’esistenza del protagonista, ossia la notte in cui egli ha assassinato la moglie, Maria D’Avalos, e l’amante, Fabrizio Carafa, in ottemperanza, alle regole dell’epoca, che richiedevano di punire in tal modo un tradimento.

L’anima di Carlo Gesualdo ne esce irrimediabilmente lacerata, divisa tra senso il senso del dovere e il rimorso, che lo tormenterà per sempre.

Tuttavia, forse, è proprio dal buio dell’abisso in cui Carlo Gesualdo è sprofondato che nasce la luce della sua arte, ed è questo uno dei nuclei fondanti del romanzo, uno dei temi che l’autore, Andrea Tarabbia, desidera trattare.

Come può un uomo che ha dato la morte creare bellezza con la sua musica? Questo è sicuramente un argomento complesso, affascinante, esaminato con grande profondità e spessore intellettuale, senza trascurare la fluidità e la qualità della scrittura.

Non è questa, però, l’unica nota interessante dello scritto, che è composito e ricco di suggestioni, dal sapore gotico in alcuni punti e linguisticamente variegato. Le parti in cui narra Stravinskij hanno uno stile e un registro diverso rispetto a quelle in cui è Gioachino a parlare e, anche in questo caso, si passa da momenti in cui il linguaggio è più elevato, a momenti in cui si avverte la sensazione che si voglia far sentire una voce più popolare, per così dire.

In quest’opera, che si nutre di contrasti, di dicotomie e di dissidi, mi è parso di avvertire un’attenzione al dato sensoriale che però va di pari passo con una costante ricerca spirituale. La sensazione è quella di una scrittura viva, modulata in modo da rendere tutta la complessità di un essere umano così sfaccettato e tutti i sapori di un’epoca che ancora ora è accattivante, misteriosa e piena di fascino.

Con grande sensibilità narrativa Tarabbia riesce a toccare una vasta gamma di corde emozionali: vengono tratteggiati in modo vivido l’orrore, il tormento, il dubbio, la gelosia, la passione, l’ispirazione che nasce dal dolore e a volte un pizzico di tenerezza.  È impossibile non sentirsi coinvolti nella lettura, non “partecipare”, seppure tra le righe, alle vicende del principe e non immedesimarsi anche nella curiosità e nella dedizione di Stravinskij.

Devo confessare che tra i libri della cinquina del Campiello, “Madrigale senza suono” è il primo ad aver catturato il mio interesse, sia per la connessione tra la mia terra di origine e il suo personaggio principale, sia per il titolo che ha un’indubbia potenza sonora e cattura subito l’attenzione, sia perché avevo già avuto modo di “incontrare” le vicende del principe di Venosa in un testo che si fermava però ai meri fatti, e ho sempre desiderato leggere altro su di lui.

Devo dire che non sono rimasta affatto delusa da “Madrigale senza suono”, anzi, ne sono ancor più entusiasta dopo averlo letto. Mi sono completamente immersa nella lettura e soprattutto mi sono persa nelle pregevolissime, poetiche e potenti parti dedicate alla “musica” e all’amore che Gesualdo nutriva per quest’arte.

Per i temi trattati e per il modo in cui è costruito, inoltre, ritengo che sia perfetto per una trasposizione cinematografica.

Molti sono i passi che ho sottolineato (da tempo non mi capitava di farlo) e che mi sono rimasti impressi e voglio concludere la mia recensione con uno di quelli che ho amato di più:

“Altri pensano che la musica sia un condimento a ciò che qualche poeta ha scritto. Io penso invece che la musica sia la sposa delle parole, e che ogni parola sia una scatola dove tutto il dolore, e la gioia, e la vita, sono contenuti. Con i suoni, Maestro, noi possiamo fare esplodere questa scatola, donarle più dolore, più gioia, più vita di quanta ne abbia già. Questo fa la musica, fa esplodere i suoni”.

Durante l’incontro con i finalisti del Premio Campiello che si è svolto a Matera, ho avuto il piacere di parlare personalmente con l’autore del suo bellissimo romanzo. Troverete a breve anche l’intervista che gentilmente mi ha concesso.

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