Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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“Non abbiamo armi” di Ermal Meta

1516017344336.jpg--ermal_meta__ecco_la_copertina_del_nuovo_album__non_abbiamo_armi_Il terzo capitolo della storia artistica di Ermal Meta s’intitola Non abbiamo armi in cui le sue parole e la sua musica appaiono più “leggere” e libere che mai.

Le dodici tracce del disco sono tutte orecchiabili e di grandissima qualità.

La ricerca di sé, l’amore che può finire o far soffrire ma che è l’unico riparo dalla caducità del tempo e del mondo, la fragilità e la forza dei sentimenti che fanno male, ma fanno sentire vivi, gli abbracci che sono “lo spazio più importante”, simbolo del contatto umano che può solo far bene, la quotidianità, sono i nuclei fondanti di un album scorrevole come un meraviglioso libro che di legge tutto d’un fiato.

L’incipit di questo singolare libro è costituito da “Non mi avete fatto niente”, presentata a Sanremo con Fabrizio Moro, che potremmo definire, citando un altro grande cantautore, una “canzone contro la paura”. Un po’ come “Vietato morire” il brano sembra voler veicolare la speranza nella bruttura più assoluta. “Scambiamoci la pelle in fondo siamo umani” è un delle frasi più rappresentative del brano: se provassimo a metterci nei panni dell’altro e a non combatterlo, questo “corpo enorme che noi chiamiamo Terra” sarebbe sicuramente più sano. Il testo è di forte impatto emotivo, ma anche le voci dei due cantanti sono di un’espressività incredibile: l’eleganza di Ermal ben si amalgama con la forza di Fabrizio Moro. Uno dei momenti più intensi lo riscontriamo quasi nel finale quando il falsetto di Ermal, che a mio avviso rappresenta quasi un pianto disperato ma composto, si contrappone all’urlo rabbioso di Moro.

Dopo un pezzo tanto impegnativo arriva “Dall’alba al tramonto”, tutta da ballare e con ritornello che si canta immediatamente. È perfetta per l’estate e potrebbe avere un enorme successo radiofonico.

Si cambia ancora atmosfera con “9 primavere”: la pioggia che accompagna il ricordo di una storia d’amore ormai finita, si mescola a lacrime di rimpianto, lacrime ricche di amarezza ma anche di tenerezza. La malinconia del ricordo sembra avvolgere e quasi consolare, lenire un dolore espresso con dolcezza disarmante.  “Sono solo lacrime/e non è proprio niente di speciale/una per ogni passo insieme/ una per ogni notte ad ascoltare canzoni d’amore”.

“Non abbiamo armi”, la title track, è anche la canzone che meglio riassume l’album con suoni limpidi e un testo che con la sua linearità riesce ad essere struggente: “Non abbiamo armi contro il cambiamento/ma adesso tu mi puoi proteggere dentro ad un abbraccio”;  “non abbiamo armi/per difenderci dagli altri/non abbiamo armi/ma abbiamo queste mani che servono da scudi”.

“Io mi innamoro ancora” ha una melodia capace di far illuminare il viso con un sorriso, riesce a rendere

il senso di sicurezza e gioia che può donare la semplicità delle cose solo all’apparenza più banali. “

Anche “Le luci di Roma” racconta lo spegnersi di un amore, con l’aiuto dell’immagine evocativa delle città eterna. Un po’ come New York nel precedente album qui l’assenza non è vuoto, anzi pervade l’anima riempiendola e “il rumore più forte è lo stesso silenzio che sento di noi”, dice l’autore

“Caro Antonello” è il brano più ruvido del disco. Avverso un senso di disillusione e forse di sconforto nel pezzo, ma non manca uno spiraglio di positività  (“evviva la vita con il suo puzzo e sudore”). Il pezzo, dedicato ad Antonello Venditti è anche, a mio parere,  un omaggio all’immenso potere della musica (“ mentre si canta non si può mai morire”, “un canone spietata appare come una rosa”).

“Il vento della vita”  ha un’ariosità e una carica emotiva trascinanti. Nel corso di quest’avventura tanto meravigliosa quanto complessa che è l’esistenza, in cui siamo appunto come sballottati dal vento che però può darci anche la giusta spinta per navigare,  si “può cadere, rialzarsi e poi sognare”, “gli ostacoli son tanti” ma tutto porta ad incontrare se stessi e l’altro. “Io non ho perso tempo, ho perso vento per gonfiare le mie vele e navigare in mari sconosciuti/e non ho perso tempo/a volte ho perso me/ per poi ritrovarmi e ripartire”.

In “Amore alcolico” mi ha immediatamente colpito il neologismo “innammazzato”, che potrà anche apparire poco ortodosso, ma rende benissimo l’idea della sofferenza amorosa, tema centrale della canzone.

“Quello che ci resta” è un brano che quasi sottovoce si insinua nel cuore di chi ascolta grazie alla sua atmosfera calda tra le righe si passa il concetto che si deve avere il coraggio di amare anche se si può stare male ed essere feriti. Splendido il ritornello che recita: “Se ci fosse anche per me una carezza per ogni mio errore/avrei un cuore bellissimo sì/senza un graffio e senza paure, ma l’amore che spacca le ossa non lascia ferite”.

Il ritmo martellante di “Molto bene, molto male”, che una volta di più incita a rischiare e fare sempre in ciò che si crede, ci conduce verso lo straordinario finale on “Mi salvi chi può”, divisa in due parti. La prima, con un sound elettronico, è evanescente ed eterea e ben esprime la ricerca di quel qualcosa che manca sempre “se persino l’infinito è mancante”; la seconda invece è potente e cupa per rendere quelle “Parole di rabbia [..]./per non sentire la noia che ci divora, per esprimere quasi la paura della solitudine  “Perché da soli fa male/pure l’aria/anche una goccia di buio/ti avvelena un sole intero/di felicità”.

“Non abbiamo armi” è, per sintetizzare, l’ennesima conferma dell’immenso talento di Meta, ma anche un passo in più nel suo costante lavoro di cambiamento e di ricerca.

Detto questo non mi resta che augurare anche a voi buon ascolto e scrivere, per questa recensione, la parola fine.

 

 

 

 

 

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“Victoria” di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2017)

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Rapita dalla fiction dedicata alla gloriosa regina Victoria recentemente andata in onda su Canale 5  ho deciso di leggere il romanzo che si può considerare “parallelo” alla sceneggiatura della fiction.

La prima cosa che balza agli occhi è la profonda consonanza con la trasposizione televisiva. Quasi sempre il confronto tra libro e film/fiction lascia l’amaro in bocca perché sono trascurati alcuni elementi o altri vengono modificati e quasi mai nel modo migliore.

In questo caso non ci sono stati grandi stravolgimenti, i personaggi sono ovviamente raccontati in modo più approfondito e compiuto dalla scrittrice (nella fiction viene forse dato più spazio alle storie della servitù rispeto al romanzo in cui l’aspetto psicologico però ha più rilevanza), ma in definitiva ciò che si vede è la quasi perfetta proiezione di ciò che si trova nelle pagine del testo. Mentre scorrevo le pagine mi sembrava di avere davanti agli occhi i protagonisti (gli attori sono perfetti nel loto ruolo) e le scene della serie.

Volendo parlare del romanzo in sé,  la giovane sovrana Alexandrina Victoria, chiamata a governare la Gran Bretagna a soli 18 anni, con le contraddizioni caratteriali dovute all’età, la sua voglia di indipendenza ed autoaffermazione domina il racconto, ma ci sono molte figure tratteggiate egregiamente come l’affascinante e arguto Lord Melbourne, il serio e romantico Albert, futuro marito della monarca o la regina madre, fragile ed insicura che è sempre stata iperprotettiva con sua figlia pregiudicando il rapporto con lei, anche per il suo sentimento nei confronti di  Sir John Conroy che ha sempre voluto controllare Victoria, l’ha sempre denigrata senza che la duchessa di Kent opponesse resistenza.

Una descrizione attenta e accattivante delle dinamiche di corte rende la lettura ancor più interessante e le conferisce quel pizzico di pepe che serve la vivacizza.

Daisy Goodwin ci offe dunque una lettura pregevole e godibilissima che accontenterà chi ama il romanzo storico, chi è affascinato dalla storia britannica, chi è curioso di scoprire l’età Vittoriana e chi è affascinato dalle vicende delle teste coronate e della nobiltà e anche chi ama le storie d’amore d’altri tempi.

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“Ritratto di dama” di Giorgia Penzo (CartaCanta Editore, 2017)

WhatsApp Image 2018-01-05 at 19.11.48In una fulgente Parigi il giovane artista Guillaume insegue il suo amore impossibile, ma eccezionalmente reale per la donna dipinta nel quadro “Ritratto di dama” di Leonardo Da Vinci.

Per alcuni è solo una fissazione, quasi follia, ma lui crede ciecamente in questo sentimento che forse non resterà solo una chimera, complice un 10 agosto speciale e un’alba come quelle che solo “la ville lumière” sa regalare, in cui possono succedere le cose più belle proprio come dice Laverne, la simpatica zitella padrona di casa di Guillaume.

Il tempo, le distanze e anche la morte probabilmente saranno sconfitte dalla caparbietà, dalla costanza e dalla purezza di un attaccamento sincero dando vita a ciò che sembrava non averne.

È una sorta di sogno ad occhi aperti questo romanzo, una favola moderna, ma dal sapore antico e dall’atmosfera rarefatta e affascinante.

Ammaliante come la giovane dama protagonista, la narrazione trascina il lettore in vortice irresistibile di arte, romanticismo e mistero e la cornice perfetta per questo racconto è proprio la capitale della Francia, col suo charme senza tempo, l’incanto dei suoi luoghi più riconoscibili e il peso della sua storia.

Scorrendo le pagine sembra di vedere, anzi di assaporare lentamente i fotogrammi di un film.

Pathos, abilità nel comporre la storia e personaggi che di certo catturano l’attenzione perché originali pur risultando in familiari sono alcuni degli ingredienti presenti nel romanzo firmato da Giorgia Penzo che vi consiglio caldamente.

Se siete nostalgici, sognatori o amanti di storie insolite non potete di certo perdere questa pubblicazione che, devo ammettere, ho acquistato di getto perché conquistata immediatamente dalla trama e che non mi ha affatto deluso.

Copertina

“Van Helsing – Una questione di famiglia” di Gianmario Mattei (Edizioni 2000diciassette)

Copertina

Saluto il 2017 con la recensione di un libro molto particolare, consigliatomi dalla bravissima book blogger Rosa (vi invito a seguire il suo blog La Fenice Magazine): “Van Helsing – Una questione di famiglia” che, come si può intuire, ci riporta all’epica lotta tra Van Helsing e Dracula, il “principe” dei vampiri. L’autore non riscrive le vicende che già conosciamo, ma propone una sorta di prequel che ha come protagonista Boudjiewin l’antenato di Abraham Van Helsing storico antagonista di Dracula, il quale lascia una sorta di diario ai posteri in cui racconta le dolorose vicissitudini della sua famiglia, il modo in cui è venuto a contatto con queste orrende creature e la sua battaglia per sconfiggerle.

Ci vengono presentate la sua volontà di ricercare il bene e la verità e anche la curiosità che lo porta ad indagare e a ricercare ciò che non sempre si può capire.

L’approfondimento della psicologia del protagonista, la rilevanza data ai moti del suo animo, alle sue “emozioni” mi hanno colpita e mi hanno fatto apprezzar questo romanzo insieme all’evidente lavoro di ricerca che ho riscontato. Mattei, infatti, ha cercato di essere accurato nella scrittura, di trovare il registro linguistico giusto, la “cifra” giusta, la giusta aderenza al genere gotico senza però eccedere, ponendo l’accento sui dettagli, sulla costruzione di un testo appassionante non tanto perché tratta di esseri eccezionali e fantasiosi, ma perché si concentra sull’uomo e sulla sua intricata esistenza. Anche il contesto storico in cui è ambientato il romanzo è ben ricostruito per cui chi ama essere catapultato in epoche diverse

Un libro, dunque, riuscito e che ha incuriosito e coinvolto anche me che non un’appassionata dei racconti dell’orrore o di storie di vampiri.

Consigliandovi il libro di Gianmario Mattei vi auguro un felice 2018 ricco di ottime letture, ma soprattutto di serenità e positività.

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“La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Carboni (Garzanti Libri, 2017)

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Ci sono opere in cui ti riconosci, in cui sono riflessi il tuo gusto e la tua sensibilità e in effetti, dopo aver letto La rilegatrice di storie perdute ho pensato che se avessi scritto un romanzo sarebbe stato molto simile a questo.

Sofia, bibliotecaria e appassionata di legatoria, in cerca della sua indipendenza dopo essersi annullata per un uomo accentratore e poco attento a lei, “incontra” Clarice von Harmel, vissuta nell’Ottocento, leggendo una lettera nascosta in un prezioso volume dello scrittore romantico Christian Fohr. Questo interessante documento, solo una delle tracce disseminate da Clarice che raccontandosi vuole far sentire la sua voce, la porterà a voler sapere di più di quella donna fuggita da un marito violento e diventata poi ciò che aveva sempre desiderato: una rilegatrice.

Aiutata del grafologo Tomaso, Sofia ricostruirà la sua vita attraverso un’avventurosa ricerca, quasi un’indagine, ricca di suspense che le regalerà una nuove consapevolezze, un’intraprendenza inaspettata e la libertà emotiva e mentale tanto agognata.

Le due protagoniste sono tratteggiate in modo egregio: si “simpatizza” subito con loro e ci si immerge completamente nel loro vissuto, ci si immedesima nel loro desiderio di realizzazione personale e di autonomia, nella volontà ferrea di perseguire i propri obiettivi anche a costo di sacrifici.

Presente e passato si intrecciano alla perfezione in un’insieme armonico e ben costruito. Tra l’altro un’anima rétro come la mia non poteva che essere felice di essere catapultata in un’epoca meravigliosa come il XIX secolo e di ritrovarsi in un’aristocratica Vienna o in una Roma vivace e pullulante di attività culturali.

I libri sono il motore della storia: sono la grande passione delle nostre due signore, sono oggetti preziosi da curare e custodire soprattutto per ciò che contengono al loro interno: ideali, parole di speranza, di conforto, spunti di riflessione. Come dice Flaiano e come ribadisce, nel testo, il libraio Andrea: “Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni”. Grazie al libro giusto al momento giusto Sofia trova uno spirito affine che a sua a volta da un libro ha tratto il coraggio per riprendere in mano la propria esistenza.

Una trama intrigante sviluppata in modo curato e preciso, i temi di sicuro impatto, i personaggi ben caratterizzati, rendono l’opera della Carboni godibilissima e perfetta per prendersi del tempo per rilassarsi  perdendosi in una piacevole (doppia) storia, magari proprio in una fredda serata autunnale sorseggiando una cioccolata calda o, nel mio caso, un buon caffè.

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“Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2017)

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La lettura di questo libro è stata un vero e proprio viaggio emozionale per me, ha parlato al mio cuore, ma stimolato la mia curiosità intellettuale.

Il mito di Orfeo ed Euridice, interpretato in modo sorprendente, fa da collante all’esposizione di trentasei storie di compagne di scrittori, artisti o musicisti attraverso le quali approfondiamo il significato della parola amore, semplice, ma al tempo stesso estremamente complessa.

Questi racconti, quasi delle lettere dirette e ricche di pathos, ci fanno conoscere donne innamorate, indipendenti, devote, combattive, in conflitto col proprio uomo o con se stesse, infelici, ma in ogni caso grandi perché capaci di ispirare, perché soggetto prima che oggetto d’amore.

Conosciamo l’abnegazione della moglie di Johann Sebastian Bach che “accantona” il suo talento per mettersi a sevizio di quello del marito e della famiglia, la dedizione di Tess Carver, roccia per il suo compagno a cui ha curato “la vergogna di dover morire” “come devono fare gli amanti”, il coraggio di Nadezda Mandel’štam che impara a memoria le opere del suo uomo, arrestato e poi ucciso in un gulag, per farlo sopravvivere nei suoi testi, la lotta Caitlin “contro” Dylan Thomas, i suoi tradimenti e il suo alcolismo, la follia di Antonietta Pirandello riflesso di quella narrata dal geniale Luigi, il rapporto ambivalente di Ted Hughes e Sylvia Platt, troppo uguali per lasciarsi andare ad un sentimento autentico (“Possono amarsi due specchi? O se li metti uno di fronte all’altro producono un gioco infinito e vertiginoso di falsi rimandi?”), la disperazione di Jeanne Modigliani, l’unica donna a cui il pittore ha dipinto gli occhi, neri come l’abisso in cui era precipitata.

L’insegnamento che ricaviamo dagli exempla proposti dall’autore è che l’amore non è una favola (non è un caso che se le favole finiscono in modo gioioso la storia d’amore per eccellenza secondo l’autore, quella di Orfeo ed Euridice, il filomito, il fil rouge di questo testo, comincia con un lutto: è proprio la sposa a morire gettando nella disperazione l’amato), ma somiglia “a un minerale ancora incastonato nella malga della roccia tra pressioni, profondità, polvere e durezza”.

Citando i versi del poeta Hartley Coleridge l’amore reale è “immortale come la verità incorrotta”. Chi ama dev’essere in grado di “intuarsi (entrare nel tu dell’altro sempre più in profondità)”, “infuturarsi (entrare nel rischio del futuro insieme all’altro)” e “insemprarsi (svincolarsi dal tempo orizzontale pur appartenendovi  e abitare un tempo verticale, che è l’anticipo di qualcosa che potrebbe durare anche dopo la morte)”.

D’Avenia ci spinge a riflettere sulla profondità del verbo amare e ci mostra delle figure femminili che “grazie all’intelligenza del cuore” incarnano questa profondità (seppure in modo diverso), apre una finestra sulle vite di personaggi illustri che hanno ricevuto il dono dell’arte e di muse capaci di smuovere la loro creatività e ci offre un volume in cui si percepisce il piacere dell’affabulazione, ma che si legge anche con estremo interesse. In esso non c’è nulla di melenso o stucchevole, ma un coinvolgimento autentico che si coglie in modo chiaro e di sicuro vale la pena non solo di tenerlo nella propria libreria, ma anche di rileggerlo varie volte per afferrarne tutte le sfumature e i dettagli.

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Presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria (Paolo Laurita Editore, 2012)

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Nella suggestiva location del Museo di culti arborei del mio paese, sabato scorso, si è tenuta la presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria, organizzata dalla Pro Loco, dal Comune di Accettura e dall’associazione Avis.

Ambientato nella splendida cornice delle Dolomiti lucane (i luoghi sono riconoscibili, ma non identificati in modo preciso perché diventino quasi universali) lo scritto ha come protagonista Nico, ragazzino dall’infanzia travagliata, adottato da due amorevoli genitori, che dovrà sciogliere i nodi del suo passato.

Scorrevole e in linea con la tradizione del racconto orale (sembra di leggere, o meglio, di ascoltare una delle storie che l’anziano zio Achille narra a Nico)  “Le ombre del passato” è variegato e ricco di contasti. In effetti è un po’ un romanzo di formazione, un po’ un mystery (Nico dovrà dipanare le ombre che ancora ci sono nella sua vita), un po’ un fantasy (Lauria attinge anche dalle nostre leggende locali, rivisitandole) ed è costruito una serie di dicotomie: bene/male, passato/presente, realtà/“fantasia”.

Molti sono anche i temi affrontati dall’autore tra i quali l’adolescenza, il bullismo, il vivere in un piccolo centro con i suoi pregi e difetti. In un pesino ci si conosce tutti, ma ci si può sentire estremamente soli, si dà molta importanza all’apparenza (nel testo non sempre i personaggi sono ciò che appaiono e bisogna guardare al di là della superficie per comprenderli davvero), spesso si può essere vittima di pregiudizi o di giudizi affrettati.

Come si può notare gli argomenti di discussione non sono mancati, ma ci è soffermati in particolare sull’attenzione data dallo scrittore al nostro territorio per poi confrontarsi sulla promozione del e nel territorio. Una voce che diventa narrazione, che racconta i luoghi natii è sicuramente un ottimo modo per farli conoscere e incontri come quello che si è svolto ad Accettura sono momenti importanti per dar risalto a queste voci e per dar vita a momenti di dibattito che sicuramente arricchiscono e aiutano a far crescere soprattutto località piccole come quella in cui vivo.

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“Stoner” di John Williams (Fazi Editore, 2012)

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“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo”.

Se è vero che dall’incipit si può capire il valore di un’opera, le folgoranti righe sopracitate sono l’ottimo preludio di un autentico capolavoro. Questa sorta di epitaffio sobrio, impersonale ci presenta il protagonista del romanzo tratteggiandolo senza particolare calore o enfasi, eppure si ha immediatamente voglia di saperne di più, di riempire di dettagli la “striminzita” descrizione proposta. L’esistenza di Stoner in effetti è tutto sommato ordinaria: prima è confinata nel paesino dove è nato, o meglio nella fattoria dei genitori, poi nel campus dell’Università presso la quale egli insegna e che costituisce un vero rifugio, anche quando la sua stessa casa si trasforma in un luogo inospitale viste le incomprensioni e la mancanza di sentimento nei confronti di Edith, la donna che ha sposato e che non lo ama.

Non a torto l’amico Masters nota che per lui l’Università è “un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato”.

Lo studio, le parole, i libri, sono la grande passione del professore, “accolta” durante una lezione come se fosse avvenuta un’epifania, una rivelazione dal sapore quasi mistico che cambierà completamente William, destinato a studiare Agraria per poter aiutare il padre nel suo lavoro.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”.

Stoner dunque è una efficacissima celebrazione della letteratura, ma non solo: a mio parere è la riproduzione della fragilità e della complessità di ciascun essere umano. Questo romanzo è lineare eppure sfaccettato come può esserlo l’animo di uomo con i suoi infinti moti.

“Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità”.

La scrittura di Williams è chirurgica, precisa, non eccessiva, ma capace di toccare le giuste corde per colpire. Stoner è uno di quei personaggi che grazie ad una caratterizzazione eccellente resta nell’immaginario di chi ne fa la conoscenza e vi rimane a lungo perché  le sue traversie, le sue incertezze, le sue debolezze e anche la sua passione sono fonte di ricchezza narrativa, a dispetto della mancanza di colpi di scena o di eventi grandiosi, ma anche di emozioni, visto la loro capacità si suscitare di empatia. Ci sono pagine commoventi, pagine più gioiose, pagine tristi, pagine che inducono alla riflessione: il libro della vita di Stoner scorre davanti a noi lasciandoci tutto il suo prezioso contenuto. Non è un caso, secondo me, che il racconto termini quando Stoner chiude per sempre i suoi occhi: una conclusione magistrale e commovente per un testo eccellente la cui lettura è per me imprescindibile.

 

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“Take courage, Anne Brontë and the Art of Life” di Samantha Ellis (Chatto & Windus, 2017)

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Devo ammetterlo, sono tra quelli che hanno colpevolmente sottovalutato o poco considerato Anne, la più piccola delle sorelle Brontë, affascinata come sono sin da piccola dall’eccezionale estro di Emily.

In effetti Samantha Ellis ha ragione, è un po’ come i Beatles: ricordiamo il genio ribelle Lennon, il talentuoso Paul McCartney, ma dimentichiamo che George Harrison ha scritto “Here comes the sun”.

Grazie a questo volume, che non è una semplice biografia, ma un omaggio sentito, ho potuto osservare un ritratto diverso, dipinto con uno sguardo certamente ammirato ma anche realistico.

La creatrice di Agnes Grey non è, infatti, solo la dolce ragazza compita e timida di cui si è sempre parlato, ma una narratrice consapevole, una giovane che voleva raccontare la verità, senza fronzoli o filtri, a partire dalle fatiche del lavoro di governante che lei stessa aveva svolto, per arrivare alla condizione femminile nell’epoca in cui viveva.

Le eroine a cui ha dato vita sono donne indipendenti: Agnes, ad esempio, non ha paura di allontanarsi dalla famiglia per guadagnarsi da vivere, Helen scappa dal marito alcolista a dispetto delle convenzioni per cercare una vita migliore per sé e per suo figlio.

Anne stessa lascia Haworth per lavorare come istitutrice affronta nei suoi romanzi temi impopolari (dunque è più ardita ed aperta di quanto potessimo immaginare), tenta di rimanere attaccata alla vita nonostante la sua morte sia solo questione di tempo e cerca di farsi sempre forza malgrado le avversità. Non è un caso che le ultime parole rivolte a Charlotte siano: “Fatti coraggio”.

Samantha Ellis, però, non ci racconta solo della Brontë, del rapporto con i soui congiunti, della nascita dei suoi romanzi, ma in alcuni momenti ci parla anche di sé, di ciò che prova e questo rende più vivo il libro che non è soltanto un freddo elenco di dati, ma il risultato di una ricerca che non ha lasciato indifferente chi l’ha curato.

Mi sono sinceramente commossa nel leggere il racconto della visita alla tomba di Anne e uno degli elementi di questo libro che mi hanno conquistato è proprio questo:  la viva partecipazione, il coinvolgimento presente nella rievocazione della scrittrice.

Ero già stata totalmente conquistata dal modo di scrivere e dalla sensibilità della Ellis leggendo How to be a heroine, ma questa minuziosa opera di riscoperta e rivalutazione, ricca di dettagli ma anche di sentimento, l’ha definitivamente collocata in cima alla lista delle mie autrici preferite.

Spero vivamente che entrambi questi due libri possano essere tradotti in italiano perché il pubblico possa conoscerli e fruirne.

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“Il bacio più breve della storia” di Mathias Malzieu (Feltrinelli, 2015)

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Sembra essere una serata speciale per uno strampalato inventore parigino: una canzone di Sinatra, un bacio fugace, il sapore inebriante di un nuovo amore dopo una cocente delusione, la gioia di un nuovo inizio. Il suo sogno, però, svanisce in un batter d’occhio perché la ragazza che lo ho tanto affascinato sparisce istantaneamente. L’uomo farà di tutto per ritrovarla con l’aiuto da un detective in pensione, un pappagallo “particolare” e una dolcissima farmacista.

Definitemi pure sognatrice, inguaribile romantica, sdolcinata, ma ho amato moltissimo questa storia un po’ surreale, ma con un solido fondo di verità.

L’amore fa diventare irrazionali, folli, rende felici, ma è capace anche di ferire profondamente riuscendo però anche a curare un cuore ferito.

Ho trovato molto interessanti lo stile fresco e la lingua originale utilizzata da Malzieu che per me è una graditissima scoperta. Lo scrittore nonché leader del gruppo rock francese dei Dionysos riesce a descrivere le emozioni dei protagonisti, la loro mente con grande sensibilità e precisione,  rendendone alla perfezione la profondità, donando alla narrazione però un tocco di impalpabile leggerezza.

Questa favola sui generis è classica nelle sue tematiche ma raccontata in modo estremamente moderno, si legge d’un fiato ed è una perfetta lettura estiva.

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