Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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“La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Carboni (Garzanti Libri, 2017)

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Ci sono opere in cui ti riconosci, in cui sono riflessi il tuo gusto e la tua sensibilità e in effetti, dopo aver letto La rilegatrice di storie perdute ho pensato che se avessi scritto un romanzo sarebbe stato molto simile a questo.

Sofia, bibliotecaria e appassionata di legatoria, in cerca della sua indipendenza dopo essersi annullata per un uomo accentratore e poco attento a lei, “incontra” Clarice von Harmel, vissuta nell’Ottocento, leggendo una lettera nascosta in un prezioso volume dello scrittore romantico Christian Fohr. Questo interessante documento, solo una delle tracce disseminate da Clarice che raccontandosi vuole far sentire la sua voce, la porterà a voler sapere di più di quella donna fuggita da un marito violento e diventata poi ciò che aveva sempre desiderato: una rilegatrice.

Aiutata del grafologo Tomaso, Sofia ricostruirà la sua vita attraverso un’avventurosa ricerca, quasi un’indagine, ricca di suspense che le regalerà una nuove consapevolezze, un’intraprendenza inaspettata e la libertà emotiva e mentale tanto agognata.

Le due protagoniste sono tratteggiate in modo egregio: si “simpatizza” subito con loro e ci si immerge completamente nel loro vissuto, ci si immedesima nel loro desiderio di realizzazione personale e di autonomia, nella volontà ferrea di perseguire i propri obiettivi anche a costo di sacrifici.

Presente e passato si intrecciano alla perfezione in un’insieme armonico e ben costruito. Tra l’altro un’anima rétro come la mia non poteva che essere felice di essere catapultata in un’epoca meravigliosa come il XIX secolo e di ritrovarsi in un’aristocratica Vienna o in una Roma vivace e pullulante di attività culturali.

I libri sono il motore della storia: sono la grande passione delle nostre due signore, sono oggetti preziosi da curare e custodire soprattutto per ciò che contengono al loro interno: ideali, parole di speranza, di conforto, spunti di riflessione. Come dice Flaiano e come ribadisce, nel testo, il libraio Andrea: “Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni”. Grazie al libro giusto al momento giusto Sofia trova uno spirito affine che a sua a volta da un libro ha tratto il coraggio per riprendere in mano la propria esistenza.

Una trama intrigante sviluppata in modo curato e preciso, i temi di sicuro impatto, i personaggi ben caratterizzati, rendono l’opera della Carboni godibilissima e perfetta per prendersi del tempo per rilassarsi  perdendosi in una piacevole (doppia) storia, magari proprio in una fredda serata autunnale sorseggiando una cioccolata calda o, nel mio caso, un buon caffè.

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“Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2017)

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La lettura di questo libro è stata un vero e proprio viaggio emozionale per me, ha parlato al mio cuore, ma stimolato la mia curiosità intellettuale.

Il mito di Orfeo ed Euridice, interpretato in modo sorprendente, fa da collante all’esposizione di trentasei storie di compagne di scrittori, artisti o musicisti attraverso le quali approfondiamo il significato della parola amore, semplice, ma al tempo stesso estremamente complessa.

Questi racconti, quasi delle lettere dirette e ricche di pathos, ci fanno conoscere donne innamorate, indipendenti, devote, combattive, in conflitto col proprio uomo o con se stesse, infelici, ma in ogni caso grandi perché capaci di ispirare, perché soggetto prima che oggetto d’amore.

Conosciamo l’abnegazione della moglie di Johann Sebastian Bach che “accantona” il suo talento per mettersi a sevizio di quello del marito e della famiglia, la dedizione di Tess Carver, roccia per il suo compagno a cui ha curato “la vergogna di dover morire” “come devono fare gli amanti”, il coraggio di Nadezda Mandel’štam che impara a memoria le opere del suo uomo, arrestato e poi ucciso in un gulag, per farlo sopravvivere nei suoi testi, la lotta Caitlin “contro” Dylan Thomas, i suoi tradimenti e il suo alcolismo, la follia di Antonietta Pirandello riflesso di quella narrata dal geniale Luigi, il rapporto ambivalente di Ted Hughes e Sylvia Platt, troppo uguali per lasciarsi andare ad un sentimento autentico (“Possono amarsi due specchi? O se li metti uno di fronte all’altro producono un gioco infinito e vertiginoso di falsi rimandi?”), la disperazione di Jeanne Modigliani, l’unica donna a cui il pittore ha dipinto gli occhi, neri come l’abisso in cui era precipitata.

L’insegnamento che ricaviamo dagli exempla proposti dall’autore è che l’amore non è una favola (non è un caso che se le favole finiscono in modo gioioso la storia d’amore per eccellenza secondo l’autore, quella di Orfeo ed Euridice, il filomito, il fil rouge di questo testo, comincia con un lutto: è proprio la sposa a morire gettando nella disperazione l’amato), ma somiglia “a un minerale ancora incastonato nella malga della roccia tra pressioni, profondità, polvere e durezza”.

Citando i versi del poeta Hartley Coleridge l’amore reale è “immortale come la verità incorrotta”. Chi ama dev’essere in grado di “intuarsi (entrare nel tu dell’altro sempre più in profondità)”, “infuturarsi (entrare nel rischio del futuro insieme all’altro)” e “insemprarsi (svincolarsi dal tempo orizzontale pur appartenendovi  e abitare un tempo verticale, che è l’anticipo di qualcosa che potrebbe durare anche dopo la morte)”.

D’Avenia ci spinge a riflettere sulla profondità del verbo amare e ci mostra delle figure femminili che “grazie all’intelligenza del cuore” incarnano questa profondità (seppure in modo diverso), apre una finestra sulle vite di personaggi illustri che hanno ricevuto il dono dell’arte e di muse capaci di smuovere la loro creatività e ci offre un volume in cui si percepisce il piacere dell’affabulazione, ma che si legge anche con estremo interesse. In esso non c’è nulla di melenso o stucchevole, ma un coinvolgimento autentico che si coglie in modo chiaro e di sicuro vale la pena non solo di tenerlo nella propria libreria, ma anche di rileggerlo varie volte per afferrarne tutte le sfumature e i dettagli.

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Presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria (Paolo Laurita Editore, 2012)

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Nella suggestiva location del Museo di culti arborei del mio paese, sabato scorso, si è tenuta la presentazione del libro “Le ombre del passato” di Domenico Lauria, organizzata dalla Pro Loco, dal Comune di Accettura e dall’associazione Avis.

Ambientato nella splendida cornice delle Dolomiti lucane (i luoghi sono riconoscibili, ma non identificati in modo preciso perché diventino quasi universali) lo scritto ha come protagonista Nico, ragazzino dall’infanzia travagliata, adottato da due amorevoli genitori, che dovrà sciogliere i nodi del suo passato.

Scorrevole e in linea con la tradizione del racconto orale (sembra di leggere, o meglio, di ascoltare una delle storie che l’anziano zio Achille narra a Nico)  “Le ombre del passato” è variegato e ricco di contasti. In effetti è un po’ un romanzo di formazione, un po’ un mystery (Nico dovrà dipanare le ombre che ancora ci sono nella sua vita), un po’ un fantasy (Lauria attinge anche dalle nostre leggende locali, rivisitandole) ed è costruito una serie di dicotomie: bene/male, passato/presente, realtà/“fantasia”.

Molti sono anche i temi affrontati dall’autore tra i quali l’adolescenza, il bullismo, il vivere in un piccolo centro con i suoi pregi e difetti. In un pesino ci si conosce tutti, ma ci si può sentire estremamente soli, si dà molta importanza all’apparenza (nel testo non sempre i personaggi sono ciò che appaiono e bisogna guardare al di là della superficie per comprenderli davvero), spesso si può essere vittima di pregiudizi o di giudizi affrettati.

Come si può notare gli argomenti di discussione non sono mancati, ma ci è soffermati in particolare sull’attenzione data dallo scrittore al nostro territorio per poi confrontarsi sulla promozione del e nel territorio. Una voce che diventa narrazione, che racconta i luoghi natii è sicuramente un ottimo modo per farli conoscere e incontri come quello che si è svolto ad Accettura sono momenti importanti per dar risalto a queste voci e per dar vita a momenti di dibattito che sicuramente arricchiscono e aiutano a far crescere soprattutto località piccole come quella in cui vivo.

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“Stoner” di John Williams (Fazi Editore, 2012)

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“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo”.

Se è vero che dall’incipit si può capire il valore di un’opera, le folgoranti righe sopracitate sono l’ottimo preludio di un autentico capolavoro. Questa sorta di epitaffio sobrio, impersonale ci presenta il protagonista del romanzo tratteggiandolo senza particolare calore o enfasi, eppure si ha immediatamente voglia di saperne di più, di riempire di dettagli la “striminzita” descrizione proposta. L’esistenza di Stoner in effetti è tutto sommato ordinaria: prima è confinata nel paesino dove è nato, o meglio nella fattoria dei genitori, poi nel campus dell’Università presso la quale egli insegna e che costituisce un vero rifugio, anche quando la sua stessa casa si trasforma in un luogo inospitale viste le incomprensioni e la mancanza di sentimento nei confronti di Edith, la donna che ha sposato e che non lo ama.

Non a torto l’amico Masters nota che per lui l’Università è “un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato”.

Lo studio, le parole, i libri, sono la grande passione del professore, “accolta” durante una lezione come se fosse avvenuta un’epifania, una rivelazione dal sapore quasi mistico che cambierà completamente William, destinato a studiare Agraria per poter aiutare il padre nel suo lavoro.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”.

Stoner dunque è una efficacissima celebrazione della letteratura, ma non solo: a mio parere è la riproduzione della fragilità e della complessità di ciascun essere umano. Questo romanzo è lineare eppure sfaccettato come può esserlo l’animo di uomo con i suoi infinti moti.

“Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità”.

La scrittura di Williams è chirurgica, precisa, non eccessiva, ma capace di toccare le giuste corde per colpire. Stoner è uno di quei personaggi che grazie ad una caratterizzazione eccellente resta nell’immaginario di chi ne fa la conoscenza e vi rimane a lungo perché  le sue traversie, le sue incertezze, le sue debolezze e anche la sua passione sono fonte di ricchezza narrativa, a dispetto della mancanza di colpi di scena o di eventi grandiosi, ma anche di emozioni, visto la loro capacità si suscitare di empatia. Ci sono pagine commoventi, pagine più gioiose, pagine tristi, pagine che inducono alla riflessione: il libro della vita di Stoner scorre davanti a noi lasciandoci tutto il suo prezioso contenuto. Non è un caso, secondo me, che il racconto termini quando Stoner chiude per sempre i suoi occhi: una conclusione magistrale e commovente per un testo eccellente la cui lettura è per me imprescindibile.

 

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“Take courage, Anne Brontë and the Art of Life” di Samantha Ellis (Chatto & Windus, 2017)

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Devo ammetterlo, sono tra quelli che hanno colpevolmente sottovalutato o poco considerato Anne, la più piccola delle sorelle Brontë, affascinata come sono sin da piccola dall’eccezionale estro di Emily.

In effetti Samantha Ellis ha ragione, è un po’ come i Beatles: ricordiamo il genio ribelle Lennon, il talentuoso Paul McCartney, ma dimentichiamo che George Harrison ha scritto “Here comes the sun”.

Grazie a questo volume, che non è una semplice biografia, ma un omaggio sentito, ho potuto osservare un ritratto diverso, dipinto con uno sguardo certamente ammirato ma anche realistico.

La creatrice di Agnes Grey non è, infatti, solo la dolce ragazza compita e timida di cui si è sempre parlato, ma una narratrice consapevole, una giovane che voleva raccontare la verità, senza fronzoli o filtri, a partire dalle fatiche del lavoro di governante che lei stessa aveva svolto, per arrivare alla condizione femminile nell’epoca in cui viveva.

Le eroine a cui ha dato vita sono donne indipendenti: Agnes, ad esempio, non ha paura di allontanarsi dalla famiglia per guadagnarsi da vivere, Helen scappa dal marito alcolista a dispetto delle convenzioni per cercare una vita migliore per sé e per suo figlio.

Anne stessa lascia Haworth per lavorare come istitutrice affronta nei suoi romanzi temi impopolari (dunque è più ardita ed aperta di quanto potessimo immaginare), tenta di rimanere attaccata alla vita nonostante la sua morte sia solo questione di tempo e cerca di farsi sempre forza malgrado le avversità. Non è un caso che le ultime parole rivolte a Charlotte siano: “Fatti coraggio”.

Samantha Ellis, però, non ci racconta solo della Brontë, del rapporto con i soui congiunti, della nascita dei suoi romanzi, ma in alcuni momenti ci parla anche di sé, di ciò che prova e questo rende più vivo il libro che non è soltanto un freddo elenco di dati, ma il risultato di una ricerca che non ha lasciato indifferente chi l’ha curato.

Mi sono sinceramente commossa nel leggere il racconto della visita alla tomba di Anne e uno degli elementi di questo libro che mi hanno conquistato è proprio questo:  la viva partecipazione, il coinvolgimento presente nella rievocazione della scrittrice.

Ero già stata totalmente conquistata dal modo di scrivere e dalla sensibilità della Ellis leggendo How to be a heroine, ma questa minuziosa opera di riscoperta e rivalutazione, ricca di dettagli ma anche di sentimento, l’ha definitivamente collocata in cima alla lista delle mie autrici preferite.

Spero vivamente che entrambi questi due libri possano essere tradotti in italiano perché il pubblico possa conoscerli e fruirne.

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“Il bacio più breve della storia” di Mathias Malzieu (Feltrinelli, 2015)

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Sembra essere una serata speciale per uno strampalato inventore parigino: una canzone di Sinatra, un bacio fugace, il sapore inebriante di un nuovo amore dopo una cocente delusione, la gioia di un nuovo inizio. Il suo sogno, però, svanisce in un batter d’occhio perché la ragazza che lo ho tanto affascinato sparisce istantaneamente. L’uomo farà di tutto per ritrovarla con l’aiuto da un detective in pensione, un pappagallo “particolare” e una dolcissima farmacista.

Definitemi pure sognatrice, inguaribile romantica, sdolcinata, ma ho amato moltissimo questa storia un po’ surreale, ma con un solido fondo di verità.

L’amore fa diventare irrazionali, folli, rende felici, ma è capace anche di ferire profondamente riuscendo però anche a curare un cuore ferito.

Ho trovato molto interessanti lo stile fresco e la lingua originale utilizzata da Malzieu che per me è una graditissima scoperta. Lo scrittore nonché leader del gruppo rock francese dei Dionysos riesce a descrivere le emozioni dei protagonisti, la loro mente con grande sensibilità e precisione,  rendendone alla perfezione la profondità, donando alla narrazione però un tocco di impalpabile leggerezza.

Questa favola sui generis è classica nelle sue tematiche ma raccontata in modo estremamente moderno, si legge d’un fiato ed è una perfetta lettura estiva.

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“La metà del cuore” di Viola Shipman (Giunti, 2016)

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Il romanzo di Viola Shipman, pseudonimo di Wade Rouse, ha il sapore dolce e rassicurante delle favole.

Tre donne appartenenti a diverse generazioni, legate dal sangue, ma anche dagli speciali ciondoli dei loro braccialetti il cui tintinnio evoca insegnamenti e ricordi, si riuniscono per trascorrere un po’ di tempo insieme. Sarà una vacanza illuminante soprattutto per Arden, donna irrigidita dai problemi incontrati sul suo cammino e per Lauren, sua figlia. che vorrebbe diventare una pittrice, ma ha paura di deluderla e di metterla in difficoltà.

Coccolate dal calore di nonna Lolly e anche un po’ contagiate dalla sua simpatica follia, scioglieranno pian piano i nodi delle loro anime, ritrovando il gusto di una vita vissuta pienamente senza abbandonare i proprio sogni e senza congelare il cuore per timore di soffrire.

L’ atmosfera estiva, l’incanto di un meraviglioso paesino sul lago Michigan, l’eco un po’ nostalgica del passato che ritorna e si dirada in un futuro ricco di incognite, ma anche di speranze, rendono questo libro vibrante nella sua semplicità e perfetto per chi ama storie delicate, toccanti, che rilassano e per certi aspetti rigenerano.

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Se non ti vedo non esisti di Levante (Rizzoli, 2017)

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Con la sua copertina rosa molto femminile e glamour, una foto evocativa ed originale, Se non ti vedo non esisti cattura subito gli occhi, ma questo libro è molto di più di un involucro ben confezionato: è un libro profondo e ricco di sorprese.

Anita B. è una trentenne realizzata nel lavoro (è redattrice in un’importante rivista di moda) ma emotivamente inquieta.

Caos è la parola che la caratterizza di più, non solo perché la sua vita sentimentale è turbolenta ‒ ha un  marito che non ama più e che la ama incondizionatamente, ma si fa ammaliare prima da Claudio, affascinante fotografo con cui non potrà avere un futuro e poi da Flavio, un uomo apparentemente meraviglioso che la trascinerà in una storia intensa che lascerà il segno  ‒ ma soprattutto perché è sempre in balìa delle tante sfaccettature del suo essere.

Forte, alla continua ricerca di indipendenza, ma fragilissima, Anita è una donna moderna, estremamente umana nella sua complessità, nella ricerca della sua strada forse ricca di curve ed ostacoli, ma pur sempre sua.

La nostra protagonista ha paura, anzi ha molte paure, ma anche il coraggio di guardarsi dentro e di combattere i suoi demoni.

Ogni pensiero di Anita è scritto dall’autrice con la consapevolezza del suo peso, con l’intento  di scavare a fondo dentro di lei e farne un personaggio vivido e realistico.

Il risultato è un romanzo intenso che pagina dopo pagina diventa sempre più coinvolgente e “denso”.

Complimenti, dunque a Levante per averci dato un’ulteriore prova della sua ormai manifesta abilità autoriale.

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Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone (Rizzoli, 2017)

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Leo è perennemente insicuro e spaventato dalle sue emozioni. È diviso tra due donne (la sua amante ora  fidanzata ufficiale e la sua ex moglie ora amante), ha un lavoro che gli piace, ma che non rispecchia a pieno i suoi sogni (vorrebbe aprire una libreria) e un padre eterno Peter Pan, giocatore incallito che sostiene di essere stato la controfigura di Dustin Hoffman nel film Il laureato. Non riesce a prendere in mano la sua vita, a scegliere e decidere per sé, ma una notizia inaspettata e una richiesta assurda da parte del suo editore (lui e i suoi colleghi devono trovare una trama efficace per un libro dal titolo “Consigli pratici per uccidere mia suocera”) lo indurranno a riflettere seriamente e forse diventare più risoluto.

Leo è un personaggio bene strutturato, un perfetto rappresentante dei tempi che stiamo vivendo, dominati da incertezza e instabilità, è l’epitome della precarietà emotiva che oggi alberga in molti e per questo ci si può facilmente immedesimare in lui. Non solo il protagonista, ma anche le altre figure presenti sono egregiamente caratterizzate ed estremamente vivide, basti pensare al particolarissimo papà di Leo che sembra davvero uscito da un film americano.

Gradevolissima è l’incursione, dissacrante ed originale, nel mondo editoriale che riesce a dare brio al testo insieme ad un’ironia costante alternata a momenti più seri e riflessivi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera è, in definitiva, un ottimo romanzo che si legge agevolmente, in cui la trama, studiata nei minimi dettagli, “funziona” a meraviglia e il cui stile è adatto alla storia raccontata e rispecchia perfettamente la psicologia del narratore.

Vale sicuramente la pena, dunque, trascorrere delle piacevoli ore in compagnia di Leo Mameli e delle sue avventure.

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Rapsodia francese di Antoine Laurain (Einaudi, 2017)

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Per un grottesco scherzo del destino il dottor Alain Massoulier riceve, con trentatré anni di ritardo, la risposta della casa discografica a cui il gruppo in cui suonava da giovane aveva mandato dei pezzi.  L’insolito evento riesce a dare una scossa alla noiosa e abitudinaria vita del medico che tenta di ricontattare alcuni membri delle band al fine di riavere una cassetta con le canzoni. Nella sua ricerca scoprirà quello che i ragazzi di un tempo sono diventati: il raffinato antiquario Pierre si è suicidato facendo anche della sua morte un’opera d’arte, Frédéric si è trasferito in Thailandia, Stan è diventato un’artista egocentrico e ossessionato dal successo mentre Sebéstien è diventato il leader di un movimento di estrema destra. Alain decide di non contattare JBM, il produttore del gruppo, diventato un importantissimo uomo d’affari che l’opinione pubblica acclama come candidato alla presidenza della Francia e Bérengére di cui il dottore era segretamente innamorato, all’epoca fidanzata proprio con JBM.

Le velleità musicali del protagonista diventano un pretesto per raccontare i rimpianti, i dolori, i segreti che ciascuno dei personaggi si porta dentro, della nostalgia, di quel tempo in cui tutto sembra realizzabile e la realtà non ha ancora coperto di disincanto ambizioni e speranze. Forse, peràò, non è mai troppo tardi o forse la cosa migliore è accettare i cambiamenti, ma in fondo una piccola scintilla che ridoni vitalità è indispensabile, come Massoulier ci dimostra.

Non c’è solo puro idealismo in questo romanzo perché Laurain, seppure in chiave romanzata, “parla” dell’attuale clima politico portando ad una riflessione molto interessante sul populismo che sempre più fa breccia nell’opinione pubblica e sull’incapacità della politica “pura” di dare risposte concrete (l’argomento è molto attuale, soprattutto poi se si pensa all’imminenza delle elezioni in Francia).

Uno degli elementi che mi ha più colpito di Rapsodia francese, oltre allo stile curatissimo, alla storia avvincente e al fatto che parli alla “pancia” e al cuore del lettore, è proprio questo guardare talvolta al cielo e quindi alla natura eterea dei sogni e dei desideri, talvolta alla terra e quindi alla crudezza della quotidianità. Noi siamo “fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (We are made the same stuff dreams are made of è il titolo del brano di punta degli Hologrammes), ma anche di delusioni, rinunce, insuccessi e di problemi. Un po’ malinconico, un po’ positivo, con un tocco surreale che lo rende delizioso, questo testo conferma le doti d’autore di Antonine Laurain e, a mio parere, è assolutamente da non perdere.

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