Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Lo specchio di Sara” di Marica Petrolati (Scheletri Ebook, 2021)

“Scheltri” mi ha dato di nuovo l’opportunità di leggere uno dei racconti horror de suo catalogo, li ringrazio per questo e li ringrazio per avermi proposto “Lo specchio di Sara” di Marica Petrolati, una delle opere horror migliori che io abbia mai letto. Riconosco di non essere una grande esperta del genere, che non leggo molti horror, ma senza alcun dubbio, dopo essermi immersa nelle 26 pagine di questo testo, di trovarmi di fronte ad un piccolo capolavoro del genere e ad una grande narratrice.

Intanto brevemente vi illustro la storia e poi vi parlo delle mie impressioni.

Monica e Gabriele sono sposati e hanno una meravigliosa bambina, Sara. La loro vita sembra tranquilla, fino a quando alcuni comportamenti della bambina cominciano a diventare inquietanti.

Non posso raccontare di più per non rivelare troppo, ma posso dire che l’autrice ha raggiunto il suo scopo: costruire qualcosa che spaventi ed angosci (ho avuto i brividi anche dopo aver finito di leggere il testo).

Fino all’ultima riga si sta con il fiato sospeso, la precisione nella costruzione della trama e del suo svolgimento è impressionante. Ogni elemento è al posto giusto e ogni evento al momento giusto. La suspense è palpabile per tutto il tempo della storia e regge in modo ottimale fino all’ultima parola. Non ci sono scene splatter, ma una tensione emotiva e psicologica, che parte dai personaggi e arriva a chi legge. Se avete voglia di rituffarvi nelle atmosfere disturbanti di un mini film horror, ma sulla carta, ecco “Lo specchio di Sara” è l’opera perfetta per voi!

“Io sono Gordon Bloom” di Francesco Cariti (Scrittura a tutto tondo, 2021)

Finalmente, dopo un anno lavorativo molto intenso, posso rifiatare e dedicarmi di più alla lettura e alle recensioni, per cui il blog non va in vacanza! Riprendo a scrivere, parlandovi di “Io sono Gordon Bloom”, propostomi da “Scrittura a tutto tondo”, che ringrazio di cuore, perché è per me un piacere ricevere tanta fiducia e testi sempre così interessanti.

Gordon Bloom è un agente di commercio, nello specifico si occupa di quadri. Totalmente anaffettivo, dedito a perseguire solo il proprio tornaconto, il proprio ideale di una vita comoda e agiata, dà avvio ad un vortice di efferati omicidi, che racconta in modo totalmente “crudo” e quasi distaccato.

La narrazione, è condotta in prima persona. In effetti è chiaro sin dal titolo che l’io è il pronome predominante nel romanzo, perfetto specchio dell’ego sconfinato del protagonista. A metà tra autoanalisi e diario, Gordon ripercorre la sua esistenza, quasi la spiattella in faccia al lettore, un po’ con compiacimento, un po’ con l’intento di riflettere, ma senza mai pentirsi o cercare l’assoluzione. Il narratore ci conduce per mano nel racconto, con pause, spiegazioni, pensieri, quasi come se ci parlasse faccia a faccia.

“Non ci sono implicazioni morali nelle mie decisioni, peso solo vantaggi e svantaggi”. Questa frase riassume perfettamente il modus operandi del nostro mercante d’arte e dà un’immediata idea di chi egli sia e di come ragioni.

Analizzando le vicende di Gordon, si ha modo di meditare su argomenti di fondamentale importanza quali il concetto di giusto e sbagliato, di ineluttabilità del proprio destino e di libero arbitrio. Pur essendo un romanzo ricco d’azione, che fa quasi pensare alla sceneggiatura di un film americano, non manca, come si evince da quel che ho detto, una profondità di intenti che spinge ad andare oltre l’azione, la suspense, il puro genere giallo, per cercare qualcosa di più, qualcosa che concerne ognuno di noi, perché ripensare alle proprie esistenza, alle proprie decisioni, all’impatto che anche la più ininfluente di esse può aver sul resto delle nostre vicende umane, riguarda chiunque.

Lo scopo di un libro è quello di intrattenere, di far divagare, ma anche quello di suscitare interrogativi e far ragionare e “Io sono Gordon Bloom” riesce a raggiungere entrambi gli obiettivi. Complimenti a Francesco Cariti e complimenti a Scrittura a tutto tonda per la cura nella selezione delle opere del suo catalogo.

“Al mutar del vento” di Paola Maria Liotta (Il Convivio Editore, 2020)

Amo tantissimo seguire il percorso degli autori con i quali sono entrata in contatto, vedere la loro evoluzione, capire dove la loro vita letteraria li stia portando, per cui sono stata particolarmente felice quando “Scrittura a tutto tondo”, che ringrazio di cuore, ha portato alla mia attenzione il nuovo libro di Paola Maria Liotta. “Al mutar del vento” è un romanzo estremamente originale, che potrei sinteticamente  definire una sorta di riscrittura del mito di Teseo e Arianna e nel quale ho ritrovato le caratteristiche dell’autrice che già mi avevano colpita quando l’ho “incontrata” per la prima volta grazie a “Piano concerto Schumann”, ossia l’eleganza stilistica, la raffinatezza e l’interesse per il mondo classico che viene amplificato nell’opera di cui vi sto parlando, visto che un mito ne costituisce la base narrativa. La leggenda che già conosciamo, non viene semplicemente riproposta, ma viene analizzata in modo approfondito, dai protagonisti stessi.  La loro “versione dei fatti” viene resa in modo personale e l’uso costante dell’io come voce narrante, ne è la conferma. I pensieri di Arianna, di Teseo e degli altri “attori” coinvolti vengono a galla dando vita ad un flusso impetuoso di emozioni, ricordi, considerazioni e riflessioni. Ho parlato di romanzo, ma in realtà, secondo me, questo scritto travalica i generi letterari, perché in alcuni momenti potrebbe diventare pièce teatrale visto l’uso del monologo, mentre in altri si fa poesia, visto il linguaggio estremamente ricercato.  Consiglio questo libro a chi ama opere inusuali e non scritte per seguire mode o stereotipi, ma per il puro piacere della scrittura, per l’esigenza di raccontare qualcosa per cui si ha tanta passione. Sembra una cosa banale da dire, ma penso che trovare opere del genere sia tanto raro, quanto meraviglioso, come raro e bello è trovare sguardi che con delicatezza cercando di approfondire, di capire e di cercare una visione personale delle cose. In effetti uno degli “insegnamenti” che si possono ricavare da “Al mutar del vento” è questo: la verità non è mai univoca, le cose possono avere vari risvolti a seconda di chi la racconta. Passando dalla storia alla materia da cui la storia è stata tratta, è importante secondo me non far disperdere il patrimonio che ci deriva dalla cultura greca e latina: si può in chiave moderna o originale diffondere quando essa ci ha offerta, facendole rivivere. Altresì importantissime e pregevoli ho trovato le pagine dedicato alle donne, che parlano della loro “condizione”, delle loro problematiche e che si prendono lo spazio a loro dovuto. Non posso, dunque, che esprimere un giudizio più che positivo su “Al mutar del vento” ed invitarvi a leggerlo.

“365 giorni senza di te – Seconda parte” di Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo (Sperling & Kupfer 2021)

Il viaggio di Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo continua con la seconda parte di ”365 giorni senza di te” e, insieme al loro viaggio narrativo, proseguono l’autoesilio di Can Divit che vaga per il mondo, in attesa di sentirsi pronto per tornare a casa e “l’inverno emotivo” di Sanem Aydin, che dopo le cure in una clinica, va a vivere in una tenuta in campagna. Navigando e arrivando nei luoghi più disparati, da Panama alla Tunisia, dalla Scozia all’Italia, Can cerca di dimenticare, di alleviare il suo senso di colpa per aver lasciato Sanem, ma ogni luogo le racconta di lei, in ogni luogo la vede mentre dal canto suo la giovane, ha il cuore pieno di dolore, ma anche del ricordo del suo amor, congelato in stessa, forse, che possa tornare a vivere. Il nostro protagonista tornerà ad Istanbul, la sofferenza della nostra scrittrice finirà? Lo scopriamo alla fine del testo, ma il percorso per arrivare all’epilogo è denso di emozioni.

Anna e Raffaella hanno fatto centro ancora una volta, componendo un libro emozionante e che riesce a far breccia nel cuore di chi legge. È chiaro, intanto, il loro percorso di maturazione nella scrittura. La loro complicità, è sempre intatta e si intuisce dal fatto che le parti scritte dall’una e dall’altra sono perfettamente integrate, cosa che è avvenuta in modo assolutamente spontaneo (me lo hanno confermato durante la presentazione svolta a ridosso dell’uscita del romanzo). Anche nella seconda parte di 365 giorni sono riuscite ad integrare efficacemente alcuni (pochissimi, in realtà) elementi della storia di Erkenci kus con quelli di loro invenzione. La storia di Erkenci è diventata la loro storia, grazie all’inventiva e all’abilità narrativa e personalizzandola sono riuscite nell’intento di avvicinarla ancora di più allo spettatore oltre che ovviamente al lettore. Uno degli elementi di discrepanza dalla serie è un’attualizzazione della narrazione, grazie all’inserimento di più riferimenti temporali o episodi riconducibili a momenti precisi (Erkenci è sicuramente atemporale), cosa che indubbiamente avvicina le vicende dei personaggi al pubblico. A proposito di tempo, sono presenti numerosi flashback, che sono come il ravvolgersi di un nastro, un seguire i passi a ritroso, per ritornare a casa, al punto di partenza. Ho apprezzato tantissimo i ritratti delle donne di Erkenci e l’attenzione alle problematiche femminili, purtroppo ancora di grande attualità. Parte della magia della dizi tuca da cui ha preso spunto il lavoro di Anna e Raffaella deriva, a mio parere, deriva dall’inserimento di costanti rimandi simbolici, simboli che ritornano in modo puntuale e anche suggestivo, nello scritto. La cosa, forse, più bella di quest’opera, è che ognuno potrà trovare un legame con qualcosa di personale e penso che sia proprio questo uno dei segreti del successo di questa “fanfiction”. Ad esempio, uno dei momenti che ho preferito è quello in cui Can, in scozia, trova una libreria ambulante, sceglie un libro e lo legge, trovando delle parole che sembrano parlare della sua vita. Ebbene, in quel momento ho pensato al “Bibliomotocarro”, ideato da un maestro in pensione e che andava in gio per la mia regione, a regalare libri ai bambini die paesi più piccoli e più difficilmente raggiungibili. Mi sono commossa e non nascondo che mi è successo in più punti, soprattutto nelle parti conclusive del romanzo. Concludo citando uno dei passi a mio avviso più commoventi del libro e augurando ad Anna e Raffaella buona fortuna per il loro futuro, le seguirò ancora con entusiasmo, aspettando quanto di nuovo produrranno.

 

“Fa così freddo, dicembre è ormai arrivato. Ho sempre amato la neve, la attendo da giorni e rende la mia Istanbul ancora più bella. È così romantica, ma anche malinconica. Come si fa a pensare che sia qualcosa di assolutamente gioioso un piccolo fiocco che cade sul terreno e che un attimo dopo si scioglie? Mi rendo conto che col tempo mi sono trasformata in quel fiocco, ma non mi sono ancora posata e sto ferma tra cielo e terra”

“Il ritorno di Pazuzu” di Danilo Arona (Scheletri ebook, 2021)

Recensione dedicata a voi che amate le emozioni forti, il brivido, la suspense, il terrore e l’oscuro insomma per voi, appassionati di horror. Scheletri ebook è una sezione della piattaforma Scheletri.com, nella quale potrete trovare pane per i vostri denti, nella quale sono presenti saggi e ebook a tema. Proprio a questa “collana” è riconducibile il racconto lungo di Danilo Arona, scrittore prolifico, giornalista e ricercatore, “Il ritorno di Pazuzu”.

Sam Spintzer vive in una cittadina canadese apparentemente molto tranquilla. Una notte però, scompare e i testimoni dicono che sia stato catturato da una strana creatura. Molti anni prima, lo stesso Sam aveva portato una ragazza, Jay, a fare un giro fuori città, nel tentativo di conquistarla. I due però, sono costretti a fuggire immediatamente da un terrificante mostro, che assomiglia moltissimo a Pazuzu, il demone sumero che ritroviamo nel fil, (e nel libro) “L’esorcista”.

Il poliziotto incaricato di indagare sulla sparizione di Sam, trova qualcosa, che lo aiuterà a comprendere meglio l’accaduto e, forse, un legame tra i due avvenienti.

Il testo è scritto con indubbia maestria e padronanza narrativa. L’incipit, incisivo e secco, riesce immediatamente ad “agganciare” chi legge e ad esso fa eco un finale sorprendente. Riuscitissima, poi, è l’idea di inserire una “storia nella storia” per dare una spiegazione agli avvenimenti principali. La trama si dipana in modo sapiente, ogni tassello è al punto giusto e inserito al momento giusto. A mio parere, poi, alcuni segmenti del testo, potrebbero essere il punto di partenza per dare vita ad altre storie. Un altro elemento su cui vorrei porre l’attenzione e che mi ha molto colpita, è il grande equilibrio presente nel testo. Mi spiego meglio: si rischia, a mio parere, con l’horror, di scivolare nel grottesco o nell’esagerazione. Arona invece, riesce a rimanere nei canoni, ma con misura e proponendo qualcosa di credibile e non eccessivo. L’autore ha composto un’opera capace di intrigare anche chi preferisce altri generi letterari. Io, devo ammetterlo, sono tra questi, eppure ho trovato lo scritto coinvolgente, raffinato leggendolo con grande curiosità e con grande interesse.

“Morgan e l’orologio senza tempo” di Silvia Roccuzzo (2019)

Con colpevole ritardo vi propongo la recensione di “Morgan e l’orologio senza tempo”, scritto da Silvia Roccuzzo.  L’autrice ci propone una storia divertente, fresca, ricca di azione e con una protagonista femminile coraggiosa e determinata. Morgan è una “piratessa”, una comandante risoluta e dal caratterino per nulla facile. Sulla sua nave, con la sua ciurma tanto strampalata quanto spassosa, solca il Mar dell’Oblio e si troverà protagonista di una serie di “disavventure” che la costringeranno non solo a mostrare tutta la sua forza e la sua arguzia, ma anche a fare i conti con un passato sorprendente e col tempo che, forse è la cura per tutto.

Ho trovato il libro davvero delizioso e particolarmente adatto ai ragazzi che amano la lettura o che vogliano avvicinarsi ad essa. Il loro interesse sarà sicuramente catturato Questo romanzo è popolato da personaggi coloratissimi, che riescono ad attirare la simpatia del lettore, in primis Morgan, che non è la affatto la tipica principessa delle favole, ma una ragazza capace di autodeterminarsi e di farsi largo in un mondo maschile. In più l’opera è costellata di misteri da risolvere, tesori da trovare, nemici da sconfiggere e condito da una buona dose di sana ironia. L’impianto narrativo dell’opera, è semplice, la trama è “riconoscibile” e trattata con un linguaggio accessibile a tutti. Il lettore troverà temi tipici sia del romanzo d’avventura, sia del fantasy, sia del romanzo di formazione (battaglie, ricerche, amicizia, lealtà, amore, segreti da scoprire, crescita personale), quindi chi ama questi generi amerà questo testo, che è sicuramente una lettura piacevole e distensiva.

“Tribù urbana” di Ermal Meta (Mescal, 2021)

Sono passati tre anni da “Non abbiamo armi” e mi sono interrogata spesso su come sarebbe stato il nuovo disco di Ermal Meta. Sapevo che avrebbe proposto qualcosa di nuovo, che avrebbe mostrato altre sfaccettature della sua arte, e in parte così è stato. Il sound, infatti, è leggermente diverso (c’è più elettronica) e lo sguardo, il serbatoio da cui attingere per le canzoni, è sempre profondo ma più ampio. Non è una novità la capacità di far vibrare le corde del cuore e non è una novità la capacità di narratore di Ermal. Lo so, sarà deformazione la mia, ma nei brani di “Tribù urbana” intravedo un romanzo in cui vengono cambiati spesso narratore e punto di vista.

A volte il cantautore racconta di sé, arrivando a parlare in prima persona, a volte cita dei nomi per raccontare storie particolari, altre volte racconta “il destino universale”. Proprio in questa canzone, una delle mie preferite dell’album, c’è il senso di questo lavoro.

Gira, gira sai com’è/ non gli importa dei perché/ sia nel bene che nel male/ tocca a te e pure a me/ gira, gira sai che c’è/ lo fa senza chiedere/ il destino universale/ tocca a te e pure a me

Yusuf, Marta, Marco, Tommaso, Ermal, citati nel brano, hanno vite diverse, ma accomunate dal fatto che hanno un destino simile: ognuno di loro (e di noi) lotta per sopravvivere, perché “la vita è importante”.

I versi dedicati a Marta mi hanno commossa particolarmente. Lei è paragonata ad un fiore tra le pietre e immediatamente ho pensato alla Ginestra di leopardiana memoria, un fiore che resite in condizioni difficilissime.

 

Quello dell’unione è un concetto che torna anche in “Uno”, l’interludio, il pezzo candidato ad aprire i prossimi live. In effetti, voci che cantano all’unisono e mani che muovono l’aria fanno pensare ad uno “spazio” in cui condividere e sentirsi uniti nel nome di una passione (la musica), ossia un concerto.

 

Non bastano le mani”, pugno fortissimo nello stomaco, sembra una pagina di diario, quella in cui si scrivono le parole più intime, nella quale ci si mette a nudo, con dolore ma con coraggio e verità. Il brano si apre con l’intro della versione alternativa di “Vietato morire” e non è casuale. È uno dei momenti in cui Ermal ci permette di vedere la sua anima in controluce.

“Non parlo mai di me, non dico mai tutte le cose/ ci sono melodie difficili da intonare

non parlo mai di me che poi mi torna tutto su/ e di parlare poi/ non ce la faccio più/ non ce la faccio più”.

 

Delicata e potente è “Nina e Sara”, che racconta l’amore tra due donne negli anni ‘80, negato dalle convenzioni. Il pezzo ha una decisa impostazione cinematografica (ci sono immagini nitidissime che sembrano inquadrature, ed ascoltandola ho pensato al trailer di “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores), ma potrebbe essere tranquillamente un racconto.

 

Ermal riesce ad affrontare una tematica complessa con grazia e forza come in “Gli invisibili”, canzone intensissima.

“Siamo gli ultimi di questa lunga fila/ siamo quelli che ci manca ancora una salita/ quelli che vedi quasi sempre sullo sfondo/ siamo gli invisibili che salveranno il mondo”.

La dedica agli “ultimi” lascia emozionalmente disarmati, è bellezza pura che fa bene all’anima. Empatia è il termine al quale penso ascoltando questo brano.

 

No satisfaction” è il ritratto schietto e non edulcorato della realtà contemporanea, è il brano più radiofonico e ritmato.

 

Stelle cadenti” all’ascolto mi ha dato l’impressione di un flusso di coscienza, di una confessione e una richiesta d’affetto fatta in un momento in cui il protagonista ha “bevuto troppo”, come si legge nel testo.

“Dimmi che mi vuoi bene/ anche se non ci credi/ dimmi che mi vuoi bene finché resto ancora in piedi/ dimmi che vuoi partire/ prestami dei ricordi/ dimmi che mi vuoi bene sempre più di tutti gli altri”.

 

Non manca lo spazio per il romanticismo, come in “Un milione di cose da dirti”, che ha portato Ermal sul podio del settantunesimo Festival di Sanremo. Ermal l’ha definita una semplice canzone d’amore, ma parlare d’amore senza risultare banali e ripetitivi, però, non è affatto semplice.

Non c’è niente di scontato nell’immagine di un sentimento che permette di farsi carico del “peso” dell’altro, di prenderlo sulle spalle e di aiutarlo a volare. Chi ama davvero fa questo: alleggerisce e rende libero l’altro. Vorrei anche evidenziare il parallelismo con la meravigliosa “Voce del verbo” che recita: “se non sai cosa dire, tu non dire niente”, a riprova del fatto che nella “narrativa” di Ermal ci sono immagini ricorrenti e che ci descrivono il suo mondo.

Anche “Un po’ di pace” è romantica, morbida e d’atmosfera. Immagino di ascoltarla dal vivo in un teatro con luci quasi spente e i ricordi accesi.

Avrei un altro milione di cose da scrivere, ma è meglio lasciar parlare le note e le parole di “Tribù urbana”, un lavoro sicuramente poco “popolare”, molto cantautorale, che avrà molto da dire a chi lo ascolterà.

“Il cerchio di pietre” di Enrico Graglia (GoWare, 2020)

Non è un’opera per chi cerca qualche ora di distrazione quella di cui vi parlo oggi. “Il cerchio di pietre” è un libro intenso, impegnativo, complesso e articolato sia dal punto di vista narrativo che del genere. È un dark fantasy, un thriller, se vogliamo, ma è anche una narrazione a sfondo psicologico ed ora spiegherò il perché.

Prima di approfondire questa mia affermazione, accenno brevemente alla trama. Vincenzo ha appena sostenuto l’esame di maturità e sta vivendo un’estate spensierata dai nonni, con i suoi amici. Durante una gita vicino al fiume, vede degli strani segni su dei massi. Da quel momento è perseguitato da strane visioni e da un’incombente minaccia. Chiede aiuto ad uno scrittore e professore, dal passato molto tormentato. Anche la neo fidanzata di Vincenzo ha delle strane “intuizioni”, fa degli strani sogni e sarà, nel finale, un sostegno fondamentale per il protagonista.

Come dicevo, nel racconto scuramente il soprannaturale occupa un posto preminente. Chi ama gli scritti i cui temi principali sono l’oscuro, l’intangibile, il misterioso, troverà senza dubbio pane per i suoi denti nel testo di Enrico Graglia, che presenta, a mio parere, anche un’interessante “riflessione” sul lato oscuro di ogni persona, di come possa emergere e delle conseguenze che può avere il lasciarsi sopraffare dagli impulsi negativi. La chiave “fantastica” diventa, secondo la mia personale visione, quasi un pretesto narrativo per giungere a tematiche più introspettive.
Proprio questa è la cosa che mi ha affascinata di più di questo romanzo, ben scritto e avvincente. Non è mai banale parlare dell’essere umano, degli abissi della sua mente e del fatto che non sempre essa sia governata “dal bene”. La lotta tra bene e male è un topos declinato sempre in modi diversi e Graglia ci propone la sua originale interpretazione del tema.

Come ho detto all’inizio, “Il cerchio di pietre” non fa per chi vuole trascorrere delle ore di svago, ma è ideale per chi ama le letture non consolatorie, quasi disturbanti, che tengono col fiato sospeso fino all’ultima riga e che portano a chiedersi costantemente quale direzione prenderanno la storia e i personaggi.

Le donne di “Bridgerton”.

Ebbene, sì, dalla scorsa settimana posso annoverarmi tra gli 82.000.000 di spettatori che su Netflix hanno guardato la serie Tv, “Bridgerton”, tratta dai romanzi di Julia Quinn, che leggerò presto. La nostra Valentina me l’ha caldamente consigliata e devo dire che ho fatto benissimo a darle retta. Come chi mi segue sa, amo tutto ciò che è rétro, i romanzi e le serie in costume e questa è fatta davvero bene, a partire dall’otitma scelta degli attori, che hanno interpretato in modo egregio i loro ruoli, costumi meravigliosi e musiche suggestive. Il mio intento però non è quello di scrivere una recensione, anche perché prima di poter giudicare la serie dovrei leggere i libri della Quinn, quanto parlare brevemente dei personaggi femminili dello show, perché una delle cose che mi ha colpito di più è la panoramica sulla condizione della donna in epoca Regency. In realtà questa riflessione è estendibile anche ai giorni nostri, se si pensa che proprio Phoebe Dynevor, protagonista della serie, si è lamentata del fatto che lei dovesse apparire sempre vestita e curata al meglio nelle interviste, mentre il suo collega aveva la facoltà di indossare ciò che voleva.

Tornando all’intento di questo mio articolo voglio cominciando parlando delle “mamme” dei personaggi principali. Lady Featherington e Lady Bridgerton sono entrambe preoccupate di dare alle loro figlie un avvenire sicuro, di “procurare” loro un matrimonio che le faccia rimanere rispettabili e un marito che garantisca loro l’agio adeguato alla loro condizione. Se la prima mi ricorda per certi aspetti Mrs. Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, un caterpillar nel perseguire il suo scopo e a volte quasi inopportuna (vive l’incubo peggiore quando scopre che non ha più soldi per la dote delle sue “bambine”), la seconda è sicuramente più amorevole ed attenta anche alle esigenze della figlia (dei figli), ma altrettanto conscia del fatto che sposarsi e sposarsi bene, era l’unica prospettiva per assicurare un avvenire sereno ad una ragazza.  Lady Danbury non è la mamma biologica del duca di Hastings (il protagonista maschile della storia), ma lo ha curato sin dall’infanzia dopo la morte della duchessa, lo ha educato, protetto dal padre tirannico e aiutato a superare le sue difficoltà. È una donna emancipata, forte e libera, molto più delle due che ho citato prima.

Parliamo ora della protagonista. Daphne è sicuramente tradizionalista, sa cosa deve fare e non intende ribellarsi alle regole della società in cui vive. Queste regole però vuole viverle a modo suo, per quanto possibile. Vorrebbe l’amore che ha visto fra i suoi genitori, ma comprende anche che purtroppo, se necessario, dovrà farne a meno. Alla fine devo dire che non le è andata mica male. Non dev’essere stato difficile sposare un duca bello, tormentato, ma buono e innamorato di lei!

La Regina Charlotte è sicuramente una persona complessa, ironica ed egocentrica, manipolatrice, ma anche magnanima. A dispetto però della sua aura imperturbabile, anche lei deve fronteggiare alcune problematiche ed è proprio in questo frangente che la vedremo più umana e fragile.

Marina Thompson rappresenta la ragazza perduta. Lady Featherington la vuole costringere ad un matrimonio riparatore quando scopre che aspetta un figlio da un soldato che è partito in guerra. La giovane è costretta anche ad utilizzare l’inganno, in particolare con Colin Bridgerton, per raggiungere l’obiettivo di non essere disonorata e soprattutto dare un futuro alla creatura che aspetta.

È il turno di Penelope Featherington, personaggio straordinario, che come la sua omonima omerica conosce la pazienza e anche l’arte della trama. Amica fedele (che a volte commette degli errori), “vittima” di un amore non corrisposto, conscia di non essere bella in senso canonico, è meno sottomessa di quanto possa sembrare e a modo suo, reagisce agli eventi non in modo passivo.

E poi c’è lei, la mia preferita, Eloise Bridgerton. Infagottata nei suoi deliziosi abiti a collo alto (tranne che per il ballo di debutto), ingenua, completamente estranea alle dinamiche sociali e più desiderosa di stare in biblioteca che di andare ad una festa, è l’outsider per eccellenza (è tenerissima quando ringrazia la sorella per essere perfetta in modo che lei non debba esserlo), all’apparenza, che però nasconde un mondo dentro. È il personaggio femminile più dolcemente anticonvenzionale. Con un libro tra le mani, cerca di comprende le dinamiche sociali alle quali non ama sottostare, è l’unica che vuole smascherare, insieme alla regina, Lady Whistledown, la scrittrice che racconta pettegolezzi, segreti e vizi di tutta l’alta società, non per punirla, ma per capire. Curiosa e riflessiva, stende silenziosa il suo sguardo per analizzare ciò che vede.

Come si vede, sono raccontati tane tipologie di donne, ognuna con le sue peculiarità, con i suoi pregi e i suoi difetti e devo dire che questa panoramica mi ha proprio conquistata, ma soprattutto, mi ha fatto tanto riflettere.

Tra rime e romanzi sparsi… Buon San Valentino!

“Che cos’è l’amor”, si chiedeva Vinicio Capossela in un travolgete brano. Dare una risposta a questa domanda è complicatissimo, ma di sicuro l’amore è stato materia viva per poeti e scrittori. In vista della festa degli innamorati volevo consigliarvi alcuni romanzi a tema, ma poi ho pensato di aggiungere alcune delle mie poesie “romantiche” preferite. Pochi giorni fa, cercando un testo in soffitta, ho trovato una vecchia edizione di un libro di Neruda e ho avuto la folgorazione. La poesia è troppo spesso, purtroppo, trascurata e quindi quale occasione migliore per rispolverare alcune splendide creazioni in versi.

Sonetto XVII

(Pablo Neruda)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Infinità d’amore

(John Donne)

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,

cara, giammai tutto l’avrò;

non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,

né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;

ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti

– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.

Eppure non può essermi dovuto

più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;

se allora il tuo dono d’amore fu parziale,

si che parte a me toccasse, parte ad altri,

cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,

quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;

ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà

generato amor nuovo, ad opera di altri,

che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,

di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,

codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,

poiché codesto amore non fu da te impegnato.

Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:

il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,

cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;

chi tutto ha non può aver altro,

e dacché il mio amore ammette quotidianamente

nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;

tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:

se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.

il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,

tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.

Ma noi terremo un modo più liberale

di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo

un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

 

Ti amo come se mangiassi il pane

(Nazim Hikmet)

Ti amo come se mangiassi il pane

spruzzandolo di sale

come se alzandomi la notte bruciante di febbre

bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto

ti amo come guardo il pesante sacco della posta

non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia

pieno di sospetto agitato

ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo

ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il

crepuscolo scende su Istanbul poco a poco

ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

(Eugenio Montale)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

Aria viva

(Paul Éluard)

Ho guardato davanti a me

In mezzo alla folla ti ho veduta

In mezzo al grano ti ho veduta

Sotto un albero ti ho veduta

Al termine di ogni mio viaggio

Al fondo di tutti i miei tormenti

Alla svolta di ogni risata

Che uscivi dall’acqua e dal fuoco

D’estate e d’inverno ti ho veduta

Nella mia casa ti ho veduta

Tra le mie braccia ti ho veduta

Dentro i miei sogni ti ho veduta

Io non ti lascerò mai più.

 

 Se devi amarmi – Sonetto XIV

(Elizabeth Barret Browning)

Se devi amarmi, per null’altro sia

se non che per amore.

Mai non dire:

‘L’amo per il sorriso,

per lo sguardo,

la gentilezza del parlare,

il modo di pensare

così conforme al mio,

che mi rese sereno un giorno’.

Queste son tutte cose

che posson mutare,

Amato, in sé o per te, un amore

così sorto potrebbe poi morire.

E non amarmi per pietà di lacrime

che bagnino il mio volto.

Può scordare il pianto

chi ebbe a lungo

il tuo conforto, e perderti.

Soltanto per amore amami

e per sempre, per l’eternità.

 

Nome non ha

(Sibilla Aleramo)

Nome non ha,

amore non voglio chiamarlo

questo che provo per te,

non voglio che tu irrida al cuor mio

com’altri a’ miei canti,

ma, guarda,

se amore non è

pur vero è

che di tutto quanto al mondo vive

nulla m’importa come di te,

de’ tuoi occhi de’ tuoi occhi

donde sì rado mi sorridi,

della tua sorte che non m’affidi,

del bene che mi vuoi e non dici,

oh poco e povero, sia,

ma nulla al mondo più caro m’è,

e anch’esso,

e anch’esso quel tuo bene

nome non ha…

 

Selva d’amore

(Sibilla Aleramo)

Gaudio l’amarti,

illimitato gaudio

credere al riso dei tuoi occhi,’

è vertigine ancora

la certezza d’esser da te cantata,

oh più tardi, negli anni non più miei,

or che tremare la vita sento

sul ciglio estremo…

 

Dopo tanta bellezza, che fa sempre bene, come promesso vi suggerisco delle opere in prosa. Parto dalla Frncia e da “Il quaderno dell’amore perduto”, primo e delicatissimo romanzo, di Valerie Perrin, autrice del bestseller “Cambiare l’acqua ai fiori” (a proposito, se non lo avete letto, correte immediatamente a comprarlo). Continuo con un’altra scrittrice francese, Carlone Vermalle, e il suo “Due biglietti per la felicità”. Se avete voglia di romance freschi e frizzanti, vi consiglio quelli di Felicia Kinglsey. Andando in Inghilterra sono deliziosi i romanzi di Melissa Hill ed Ali McNamara.

Concludo questa carrellata citando una delle canzoni italiane più belle, la canzone d’amore per eccellenza nonché una vera poesia in musica: “La cura”, del maestro Franco Battiato.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie

Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee

Come vi ero arrivato, chissà

Non hai fiori bianchi per me?

Più veloci di aquile i miei sogni

Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi

La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia

Perché sei un essere speciale

Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Non mi resta che augurarvi buon San Valentino, sperando di avevi dato degli spunti interessanti.

P.S: Consiglio anche la lettura di “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf, perché come diceva Oscar Wilde “Amare se stessi (in questo caso se stesse) è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta una vita”.

 

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