Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Autore: Giuliana Benedetto (Pagina 1 di 5)

Ritratti post concerto!

“Cos’è la musica?

Un lampo che illumina la tua mente o quel che dopo ne rimane, seppure poco, dandoti speranza”.

Le parole dello splendido monologo che introduce i concerti del Non abbiamo armi tour sono proprio vere: la musica può illuminare la mente e riscaldare il cuore, può far divertire ed emozionare, può unire e creare legami fortissimi. Soprattutto la musica di Ermal riesce a fare tutto ciò.

Ho atteso di poter ascoltare dal vivo e cantare “con lui” le sue meravigliose canzoni che non passano distratte, ma restano ancorate nel profondo, per oltre un anno, condividendo la mia passione musicale con persone diventate per me importanti. Guardando i video o le esibizioni in TV avevo aspettative elevatissime, che non sono state affatto disattese.

Nell’anfiteatro raccolto e graziosissimo di Rossano Calabro, infatti, è andato in scena uno spettacolo travolgente, ma anche intimo e toccante.

Ad aprilo la sensibilità e la delicatezza di Cordio, promettente cantautore (spero venga ulteriormente valorizzato) che si è esibito insieme ad un altro musicista di talento:  Davorio. “Altro che artista”, “Ritratti post diploma”, “Il Paradiso”, “1402”e  “Una danza”  ci hanno fatto immergere perfettamente in un clima di arte purissima. Cordio è l’esempio perfetto di come si possa fare musica senza inseguire mode e senza sgomitare per arrivare, ma cercando di dire qualcosa, come il suo “mentore” insegna.

Dopo il giovane siciliano una breve pausa e poi le note di Non abbiamo armi hanno acceso l’entusiasmo del caloroso pubblico,  del quale faceva parte anche il piccolo  e tenerissimo Giuseppe, che ha duettato con Ermal al Forum di Assago.

Non c’è stato bisogno di orpelli sul palcoscenico o di scenografie elaborate perché lo show avesse successo: sono bastate l’energia è l’emotività di Ermal che è stato coinvolgente e ispirato come sempre. Sorridente e con gli occhi pieni di gratitudine per l’affetto dei presenti (“È tutto troppo”, ha detto) ci ha regalato quasi due ore di talento e pura vitalità.

Con “Gravita con me”, secondo brano in scaletta, il cui video è stato girato tra i Calanchi lucani e che dunque mi è molto caro, eravamo già tutti carichi e pronti a scatenarci.

“Caro Antonello” è uno dei pezzi sicuramente più sentiti da Ermal, che per cantarlo si è seduto palco  rimarcando il suo sentirsi a casa quando è “in scena” oltre alla volontà di avvicinarsi al pubblico. La sua mimica e la sua voce hanno comunicato molto efficacemente l’intensità di questa perla del suo repertorio. Di sicuro le sue doti non sono un trucco e la magia vera è sì il pubblico (lo ha definito proprio così), ma soprattutto ciò che riesce a sprigionare interagendo con chi lo ascolta.

In “Schegge” Meta dichiara tutto il suo amore per la musica, un abbandono totale alle note e alle parole mostrato anche fisicamente quando, al termine della canzone, ha poggiato la testa sul pianoforte e lo ha quasi abbracciato.

“Mi salvi chi può” è un altro dei momenti live da “pelle d’oca al cuore”. Emergono a pieno, dal vivo, la visceralità e la potenza di questa canzone.

Con convinzione e partecipazione abbiamo tutti urlato a squarciagola quel “cambia le tue stelle” che ha donato positività a tanti e che ha rivelato tutta la bravura di Ermal.

Un intro/assolo con la chitarra elettrica e il ritmo battente dei tamburi ha reso meravigliosamente coinvolgente “Molto bene, molto male” in cui emerge anche la voce di Andrea Vigentini, bravissimo ai cori e alla chitarra (tutti i componenti della band ‒ Dino Rubini, Emiliano Bassi, Roberto Pace e Marco Montanari ‒ sono eccezionali).

Menzione speciale per Umano e l’attimo in cui avviene un cambio di ottava letteralmente da brividi che, se ce ne fosse ancora bisogno, mette ancora più in mostra le qualità vocali di Ermal.

Tra vecchi e nuovi successi dunque la serata è volata via fin troppo velocemente. Ciò che non andrà via tanto velocemente, però, è il ricordo di un evento memorabile: chi può non si lasci scappare l’occasione di veder dal vivo un artista completo e sempre sorprendente.

A corredo di questo resoconto, poco tecnico e molto istintivo, troverete le splendide foto di Valentina Ponzo, che vi porteranno visivamente al concerto. Potrete visionarne alcune all’inzio dell’articolo altre al seguente link:

https://www.facebook.com/profile.php?id=100009042310271&sk=photos&collection_token=100009042310271%3A2305272732%3A69&set=a.2032568737054517&type=3

 

 

“La misura eroica” di Andrea Marcolongo (Mondadori, 2018)

I libri belli sono molti, quelli che ti restano appiccicati all’anima, invece, sono pochissimi e “La misura eroica” è uno di questi.

Confesso, con molta semplicità e senza artifici espressivi,  che mi ha stregata sin dalle prime pagine perché vi ho avvertito una forza, una delicatezza, un’umanità che mi hanno toccata nel profondo. La precisione formale è raggiungibile da qualsiasi abile autore, ma far sentire qual groviglio di emozioni che ha portato alla nascita dell’opera non è da tutti.

Un uso attento e intrigante delle parole, l’attenzione alla loro etimologia, grazie alla quale possiamo riflettere o capire meglio cosa diciamo e la scelta di fondare la narrazione sulla mitologia classica, da cui la nostra civiltà moderna non può assolutamente prescindere (si fa riferimento alla storia degli Argonauti e quindi alle “Argonautiche” di Apollonio Rodio), hanno dato all’opera originalità e valore aggiunto.

 

“Il mare è un lingua antica che ci parla.

E le sue parole sono la mappa da decifrare.

Non ha fine, ma infiniti inizi che si chiamano orizzonti.

Conosce l’arte dell’incanto, dello stupore, dell’impazienza e dell’attesa.

Inghiotte navi, offre doni, sorprende in porti che non compaiono sulle carte tracciate da altri che non siamo noi.

È dolce di onde e crudele di tempeste; la sua acqua è salata come il sudore della fatica, come le lacrime del tanto ridere, come il pianto del troppo dolore”.

 

Questo poetico inizio ci porta lungo le coste della Grecia, al momento in cui Giasone, figlio di re Esone, giovane ancora inesperto ed immaturo, decide con audacia di salpare sulla prima nave della storia, Argo e di andare a conquistare il vello d’oro per riappropriarsi  del trono usurpato al padre.  Insieme a lui altri giovani impavidi accettano di intraprendere viaggiare verso la Colchide, seppur con tante incertezze diventando eroi.

La parole eroe è centrale nel testo. Essa sembra essere così lontana da noi, dalle nostre fragilità, dai nostri limiti eppure non è così.

 

“Eroe per i greci era chi sapeva ascoltarsi, scegliere se stesso nel mondo e accettare la prova chiesta a ogni essere umano: quella di no tradirsi mai.

Vittorie e sconfitte non sono affatto il metro dell’eroismo: da millenni eroe è chi decide la sua vita, la sua misura sarà sempre grande perché sarà quella della sua felicità”.

 

“Tutti noi abbiamo un potenziale eroico che solo l’andare per mare può farci riscoprire. Insieme all’amore, che dell’eroismo di ogni singola vita è sempre scintilla”.

 

L’eroismo in effetti va di pari passo con l’amore. Non è un caso che  Giasone riceva la spinta fondamentale per adempiere al suo compito dall’amore per Medea e che Medea lasci la sua famiglia e aiuti il suo uomo sorretta solo da un immenso sentimento. Platone, per confermare ciò, ha formulato una teoria secondo la quale eros ed eroe avrebbero la stessa radice e che in qualche modo i termini eroico ed innamorato potrebbero essere accomunati.

Con temerarietà e per amore dunque Giasone affronta le sue peregrinazioni epitome di tutte le peripezie che ciascun essere umano, di ieri e di oggi affronta e in questo viaggio il percorso non è sempre lineare, anzi a volte è burrascoso. A questo proposito Andrea Marcolongo  cita anche “How to abandon a ship” (“Come abbandonare una nave”), manuale che l’ufficiale della nave Robin Moor, John J. Banigan, sopravvissuto al naufragio della nave stessa, ha redatto, insieme a Phil Richards (scrittore di professione) e che risale al 1942. Il messaggio metaforico che attraverso questo libro Andrea Marcolongo vuol far passare è questo: a volte per sopravvivere  bisogna guardare solo avanti e non indietro, bisogna avere il coraggio di lasciar andare ciò che ci blocca.

Tantissimi sono i momenti come questo in cui sia dal mito, che dalla lettura, che dall’esperienza personale dell’autrice, traiamo insegnamenti utilissimi e siamo portati inevitabilmente a legare ciò che leggiamo a noi stessi, a ciò che quotidianamente sperimentiamo sulla nostra pelle. La volontà di partire dalle radici della cultura occidentale per mostrare quanto alcuni sentimenti siano universali, di arrivare al particolare attraverso un retaggio comune, è un’altra delle peculiarità di questo affascinante “racconto” che, se vogliamo, è anche terapeutico. Probabilmente non gli ho reso giustizia con questa recensione, ma in ogni caso, invito ciascuno dei miei lettori a scoprire di persona “La misura eroica”, ad apprezzarne la qualità e perché no a riflettere su alcune delle bellissime pagine in esso contenute.

Buon duecentesimo compleanno Emily Jane Brontë!

Ho pensato a lungo ad un mondo originale e non banale per ricordare Emily Brontë nel giorno del bicentenario della sua nascita e mentre riflettevo mi sono venuti in mente i versi di una splendida canzone, che a mio parere la descrivono perfettamente: “così sfuggente e libera”. Sfuggente a qualsiasi tentativo di definizione (la sua opera è qualcosa di assolutamente estroso ed innovativo non ingabbiabile in canoni letterari), sfuggente per la sua anima ritrosa e libera per una forza creativa che non conosce limiti e non bada alle convenzioni. Quest’autrice è sempre stata, per me, la personificazione del potere dell’immaginazione che permette di spezzare le catene anche della più triste realtà e di superare i confini geografici e mentali. Quando da bambina l’ho “incontrata” per la prima volta, in un’assolata giornata estiva, grazie ad un bibliotecario appassionato che mi ha messo tra le mani Cime tempestose, sono stata immediatamente abbagliata dal suo talento straordinario, dalla stupefacente carica emotiva ed evocativa della narrazione, pienamente visibile anche nelle sue poesie che ho scoperto successivamente e che costiuiscono  un universo artistico di incommensurabile valore.

Proprio ad una delle  poesie più famose della scrittrice inglese, dedicata al “dio delle visioni”, a ciò che l’ha resa immortale, lascio il compito di rappresentare tutta la sua opera che ancora oggi non smette di emozionare e di conquistare innumerevoli lettori.

Buon duecentesimo compleanno Emily Jane!

 

 

ALL’IMMAGINAZIONE (Traduzione di Anna Luisa Zazo)

 

Quando, stanca degli affanni del giorno,

del terreno trascorrere di pena in pena,

perduta, prossima a disperare,

torna dolce a chiamarmi la tua voce;

non sono più sola, fedele amica,

se tu ancora puoi parlarmi così!

 

Non ho speranze nel mondo di fuori;

due volte mi è caro il mondo che è in me;

dove astuzia, odio e dubbio,

e freddi sospetti non hanno dimora;

il tuo mondo in cui tu e io e la libertà,

godiamo di sovranità indiscussa.

Che importa se mi circondano

tenebre, pericolo e colpa:

nel rifugio del nostro cuore

serbiamo limpido un cielo di luce,

caldo dei mille e mille raggi

di soli che non conoscono l’inverno.

 

La ragione, è vero, spesso lamenta la triste realtà della natura,

e al cuore dolente ripete che vani

saranno sempre i suoi sogni più cari;

e la verità può calpestare rudemente

i fiori nuovi della fantasia:

 

Ma tu, sempre presente accanto a me,

mi riconduci l’errabonda visione,

e dalla spenta stagione infondi nuova gloria,

e dalla morte trai vita più dolce,

e sussurri con voce divina,

di mondi reali, splendenti come il tuo.

Non do fede alla tua gioia fantasma,

pure, nella quieta dell’ora notturna,

il cuore colmo di gratitudine nuova,

accolgo te, forza benigna;

conforto certo delle umane cure,

più dolce speranza, se la speranza dispera.

 

23 settembre 1884

Se vedo te di Arisa (Warner Music Italy, 2014)

Per la “rubrica” Intermezzi musicali ho deciso di “ripescare” un album, a mio parere, ingiustamente sottovalutato di Arisa, “ Se vedo te”, del 2014, che merita invece maggiore considerazione.

L’artista lucana vince  Sanremo proprio nel 2014 con “Controvento”, orecchiabile, pop, diffusamente cantata e apprezzata dal pubblico.

Al Festival, però, ha presentato anche un altro brano, inserito ovviamente nel disco, che ne rappresenta bene l’essenza. Lentamente (il primo che passa) è un brano estremamente raffinato sia per quel che concerne la musica sia per quel che riguarda le parole, un bolero (come dicono  tecnici) a primo impatto forse ostico e con una prima parte piuttosto “chiusa”, ma che poi si apre con grazia, diventando ariosa e leggera.

Mi pare che questo album sia riassunto qui. Esso si caratterizza infatti per una forte espressività, testi che vogliono smarcarsi dalla banalità, anche a costo di mancare di immediatezza,  ricercatezza nei suoni e una voce cristallina, potente ma soave al tempo stesso; angelica, ma graffiante in alcuni momenti come in “Quante parole che non dici”. Il ritornello di questa canzone (“Quante parole che non dici o vorresti gridare. Col tempo vedrai, esploderanno tutte nello stesso momento, tutte fino a farti sentire meglio”) è un misto di rabbia, di desiderio di liberarsi finalmente del fardello di quelle parole che pesano, ma sono necessarie e di senso di liberazione.

A dare il titolo al disco è “Se vedo te”, scritta da Cristina Donà e Saveiro Lanza, un’altra piccola gemma per la sua eleganza e per la sua originalità. Ascoltandola penso ad un oggetto di cristallo, delicato, spigoloso, trasparente in cui il suono si rifrange, si libra e poi ritorna.  Particolarmente riuscito e coinvolgente è il ritornello: “Faccio spazio dentro agli occhi perché tu li riempi. Faccio strada nei miei occhi perché tu li attraversi”

Una menzione speciale va al brano “Sinceramente”, composto da Dente il cui tema è un rapporto che si spegne lentamente e in cui si avvertono molto intensamente una sorta di dolore sommesso che diventa quasi rassegnazione, un senso di impotenza per il verso che questa relazione ha preso.  Un vena di malinconia si fa largo nel canto insieme ad un senso di vulnerabilità estremamente vero.

“Cuore che non vede dà peso alle parole cuore che non vede che si spengono le cose. Cadono i vestiti, piangono i poeti, cambio le lenzuola che fioriscono i pensieri”.

“Dimmi se adesso mi vedi” è il brano più struggente, cupo e dolente del disco, impossibile non esserne colpiti e non commuoversi dopo averlo ascoltato. “Raccolgo il vento e il mare è andato via
e resta solo il sale su di me”.  Quanto è evocativa l’immagina di questa donna che sulla riva del mare, reale o metaforico, cerca di risanare le ferite provocate da mal d’amore.

Ai pezzi sopracitati vanno aggiunti la dolcissima “La cosa più importante”, l’intensa “Dici che non mi trovi mai”, la sognante “Stai bene su di me” e l’estrosa “L’ultima volta”.

Chiudo con la nota più frizzante del disco, che ho amato sin dal primo ascolto. In “Chissà cosa diresti” con estrema ironia si riflette su un passato sentimentale che provoca rimpianto, ma ricordato con una certa levità, il tutto impreziosito dall’interpretazione fenomenale della cantante di Pignola.

Se vi ho incuriosito un po’ correte subito ad ascoltare questo pregevolissimo lavoro che rappresenta un tassello davvero della carriera di Arisa.

“A casa di Jane Austen” di Lucy Worsley (Neri Pozza, 2018)

“Non è una zitella sognatrice in cerca di un modo per impiegare il suo tempo, ma una donna coraggiosa, dotata di acume e talento che ha deciso di raccontare la società in cui viveva e di far sentire la sua voce nella maniera a lei più congeniale, usando la sua penna sferzante. Una voce che non ha smesso di risuonare e che ancora oggi conserva il suo fascino”.

Con queste parole ho deciso, qualche anno, fa di ricordare Jane Austen in occasione del suo compleanno e sono ancora più convinta di quanto ho affermato dopo aver letto quest’interessantissima biografia di Lucy Worsely, che si sviluppa a partire da uno straordinario tour nelle case in cui la scrittrice di Steventon ha abitato. Un viaggio emozionante, ricco di dettagli non solo sulle dimore in questione, ma anche sulla Austen stessa ritratta a tutto tondo come scrittrice, donna, figlia, sorella, zia .

Nel testo vengono descritte le abitazioni, ma anche scandagliati i rapporti intrattenuti con la sua casa metaforica, la sua famiglia e forniti dettagli sul contesto sociale e storico  in cui la “zia Jane” si è formata come persona e come romanziera.

È un testo completo, dunque, che potrà soddisfare innumerevoli curiosità grazia alla sua dovizia di particolari ma ha una narrazione dal tocco profondamente umano come dimostrano alcune vivide, semplici ed emozionanti “fotografie” dell’autrice.

“Intelligente, gentile, spiritosa, ma anche insofferente nei confronti delle restrizioni che la società le impone e sempre in cerca di nuovi modi per essere libera e creativa”.

Penso che non ci sia descrizione più calzante per questa signora della letteratura. La sua delicatezza e la sua vivacità emergono anche in quest’altra breve incursione nel suo privato che proviene dalla voce diretta, per così dire, dalle nipote Marianne e che aiuta anche a far luce sul modo in cui i suoi capolavori sono nati:

“Lavorava [cuciva ] davanti al fuoco in biblioteca, restando in silenzio a lungo, poi scoppiava a ridere di colpo, balzava in piedi e si precipitava e si precipitava all’altro capo della stanza, a un tavolo sul quale erano posati carta e penne, scriveva qualcosa e tornava davanti al fuoco,dove riprendeva a cucire”.

Uno dei momenti più intensi e anche commovente del libro però, a mio pare è rappresentato dalle seguenti righe:

“Prendeva i rimpianti e l’amarezza e li trasformava in ironia e arte. Usava queste armi efficaci per far saltare la serratura che teneva le figlie prigioniere nelle case dei familiare. Avrebbe imparato a mostrare quanto sgradevole e ingiusta poteva essere questa situazione”.

In questo passo sono riassunte la tenacia e la capacità di non rassegnarsi di una ragazza che era pur sempre prigioniera delle convenzioni e che cercava di trovare la propria autonomia oltre che il modo in cui lei ha utilizzato le armi dell’intelligenza e della parola non solo per alimentare un processo creativo fine a se stesso ma per dar vita a qualcosa che, seppure in modo apparentemente leggero, portasse alla luce alcune problematiche, vissute da lei in prima persona.

In effetti, ad esempio, il tema della “sistemazione” della donna, del riuscire a trovare una casa confortevole attraverso il matrimonio, presente nei romanzi della Austen non è un problema secondario (lei e sua sorella, dopo la morte del padre, non essendo sposate,  lo hanno dovuto affrontare) e la foga di Mrs. Bennet nel trovare un marito alle sue figlie perché nessuna di esse erediterà Longbourn  è una dimostrazione lampante di quanto fosse preoccupante il non avere la stabilità conferita dal possesso di un proprio “nido” domestico.

Jane stessa ha volutamente rinunciato a questa stabilità per mantenere la sua indipendenza, per non accontentarsi, per rimanere libera, pagando ovviamente, però, il prezzo delle sue scelte.

Questo libro è,a mio parere, un grande modo per renderle omaggio, per mostrarne la grandezza e lo spessore, ma anche per informarsi in modo approfondito e non approssimativo.

Da Janeite incallita, dunque, non posso che consigliare di visionarlo e caldeggiarne la lettura.

 

Presentazione del libro ” E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo

Sono felicissima di annunciare la presentazione di un bellissimo romanzo: “E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo. Appuntamento il 1° agosto nel mio meraviglioso paese!

 

“Al mattino strigi forte i desideri” di Natascha Lusenti (Garzanti, 2018)

Mi piacciono i libri come questo, che sanno un po’ di favola e un po’ di realtà, che uniscono leggerezza e profondità, che portano a guardarsi dentro, con delicatezza, sfiorando piano piano le corde dell’anima.

Non è difficile ritrovarsi in Emilia, che nasconde i suo dolori, ma anche la sua forza e i suoi sogni dietro una lunghissima frangetta e che deve ridare colore alla sua vita dopo aver perso il lavoro. Con due gattini si trasferisce in un condominio che la accoglie in modo decisamente poco amichevole. La ragazza decide allora di farsi conoscere in un modo particolare, scrivendo delle storie che cominciano tutte nello stesso modo (“Questa mattina mi sono svegliata e…”) e appendendole sulla bacheca del palazzo.

Qualcuno recepirà immediatamente il senso di quei piccoli racconti. Nicola, infatti, un bimbo che cerca di farsi ascoltare dal padre e che vive male la separazione dei genitori, mostra il suo sostegno ad Emilia appiccicando alla bacheca delle figurine dei Minions. Tra i due nascerà un rapporto speciale, fatto di profonda comprensione, che aiuterà entrambi a superare  un momento di difficoltà. Emilia troverà un’alleata preziosa anche in Gina, l’inquilina del quarto piano, che sarà una seconda nonna per lei.

Le storie di Emilia, fatte di pensieri che si snodano leggeri, ma tremendamente corposi avranno la capacità di far sciogliere ed aprire alcuni coinquilini oltre a far bene alla loro autrice. Alcuni dei personaggi le definiscono carezze e in effetti è confortante sapere che qualcuno può dire qualcosa che non si riesce ad esprimere e sentire che può capirti. In più è rassicurante e poetica l’idea di fermarsi, soprattutto al mattino, quando la giornata inizia e reca con sé tante aspettative, mettere nero su bianco ciò che si prova e lasciar vagare la mente per poi tornare alla concretezza delle cose quotidiane, ma soprattutto pensare di donare agli altri queste riflessioni.

Ho cominciato a seguire Natascha Lusenti proprio per i suoi post mattutini sull’account Facebook di Radio2 e devo dire che il romanzo rispecchia totalmente l’atmosfera di quelle “pagine di diario”, perfettamente inserite come escamotage narrativo in una storia più ampia.

Al di là di alcuni moment un po’ più  “lenti” il libro si legge agevolmente e conquista per l’atmosfera familiare e i personaggi delineati perfettamente.

É grazioso, per certi aspetti originale e perfetto per i momenti di relax, soprattutto durante la stagione estiva.

“La scrittrice del mistero” di Alice Basso (Garzanti, 2018)

32105648_10217128740400463_634280207632564224_n

Inizierò questa recensione in modo conciso e diretto: se non conoscete la ghostwriter Vani Sarca e i libri di Alice Basso vi consiglio di rimediare immediatamente mentre, se non avete letto l’ultimo capitolo di questa amatissima serie di romanzi, fatelo quanto prima perché non vi deluderà.

Vi ritroveremo, immutata, la scrittura sapiente e coinvolgente dell’autrice e i personaggi accattivanti ed iconici ormai familiari che si sono evoluti pur mantenendo intatte le caratteristiche che li hanno resi riconoscibili.

In effetti in questo volume scopriamo una Vani che non ha perso la sua vena dissacratoria e sarcastica, la sua genialità, ma al tempo stesso ha qualcosa di diverso: sfiora la felicità e ne ha paura, ha i crampi allo stomaco per amore e anche il rapporto con sua sorella subirà un’importante svolta. Come sempre le vicende personali e professionali della dottoressa Sarca si intrecceranno. Questa volta col commissario Berganza dovrà scoprire chi minaccia il suo ex fidanzato Riccardo e toccare con mano, come non mai, anche il lato più malato di un sentimento.

Non ci sono mai cali di tensione narrativa in questo volume e anche in relazione a tutti gli altri le avventure di Vani non smettono di incuriosire, non stancano anzi, dopo aver letto “La scrittrice del mistero” non vedo l’ora di leggere il prossimo, che arriverà, stando allo sconcertante finale e ci riserverà altre sorprese

É sempre un piacere leggere romanzi come questo che riescono ad intrattenere, fanno riflettere e non tralasciano la qualità e qui, come ho già fatto notare, di qualità ce n’è in abbondanza.

Nulla è lasciato al caso: gli incastri nello sviluppo della trama sono perfetti, lo stile è ironico e brillante e rende scorrevole e piacevolissima la lettura, il linguaggio è arguto e sempre ben ponderato.

Leggendo, inoltre, traspare un amore autentico per i libri, evidente non solo nella scelta del lavoro della protagonista e questo costituisce un ulteriore valore aggiunto.

Insomma se non fosse chiaro ho letteralmente adorato “La scrittrice del mistero” e penso che sia imperdibile per chi ama le buone letture.

“Un bosco di pecore e acciaio” di Miyashita Natsu (Mondadori, 2017)

31351363_10217033389416748_3103199147935662080_nTomura ha 17 anni quando scopre la sua “vocazione”: far fluire al meglio il magico suono del pianoforte diventando un accordatore.
Il ragazzo è dotato di una spiccata sensibilità, ma anche di una granitica convinzione nella sua passione, che poi diventerà un lavoro.
Con pazienza e dedizione accompagnerà Itadori, per lui un mentore e un maestro, imparerà ad affinare le sue qualità, mostrando un’anima pura, pronta a cogliere la perfetta armonia della musica messa spesso a confronto con quella della natura e riuscirà a crescere dal punto di vista umano, aiutando anche, inconsapevolmente, due giovani clienti del negozio in cui lavora a trovare la loro strada.
La delicatezza e la poesia di questo romanzo sono una vera carezza per l’animo del lettore, come un sussurro che si leva contro le urla che troppo spesso si ascoltano nell’arte e nella realtà.
“Uno stile di una limpidità luminosa e quieta, carico di nostalgia, uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà”. Queste parole citate nel romanzo e prese in prestito da Hara Tamiki, sintetizzano in modo egregio lo stile dell’autrice, ma in fondo anche lo spirito di tutto il libro che fa fluttuare chi lo legge trasportandolo in un mondo etereo, ricco di suggestioni e che, come un’incantevole melodia, tocca le corde del cuore.
La levità di “Un bosco di pecore e acciaio” nulla toglie però all’intensità con cui vengono affrontati temi come il talento, il contatto con i propri sentimenti, la perseveranza con cui si insegue un obiettivo e la capacità di migliorarsi con umiltà.
Tamura ci dice di guardare più in profondità nelle piccole cose che ci stanno intorno, di cercare la bellezza e la bontà, con attenzione e rispetto, perché in un paesaggio di montagna, nelle note di una sonata o nella scintilla rintracciabile neglio occhi di chi realizza il suo sogno si nascondono grazia e meraviglia.

“E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo (Pioda Imaging Edizioni, 2017)

29793563_10216867322785186_4545040263571046400_o

“Voci di radici, di nebbia e di pioppi
Voci nella testa, voci contro il tempo
Che riempiono la vita restando nel silenzio
Voci che non sento più
Voci che sai solo tu
Manca la tua voce, sai”

 

All’improvviso, mentre ero immersa nella lettura, i versi di questa canzone di Zucchero sono affiorati alla mia mente e ho avuto l’impressione che racchiudessero l’essenza del romanzo di Pina Palermo, “E con essi chiusa in una stanza”: la narrazione si nutre delle voci che incessantemente “parlano” all’autrice rievocando le loro storie, e di radici, solide nonostante il vento della vita possa portare lontano dai luoghi di origine e dalle persone care, la cui voce però non svanisce mai a dispetto del tempo, della lontananza e della nostalgia.

Questo che definirei un viaggio del cuore parte da Roma grazie ai ricordi di Flaminia che riemergono “a causa” delle domande di un nipote davvero speciale e ci conduce ad Accettura, luogo fisico (ne percorriamo le strade, ne apprendiamo le tradizioni e le usanze) ma anche e forse soprattutto luogo dell’anima.

In via Lungo Calvario che diventa quasi metafora delle peripezie di un’intera esistenza conosciamo gli antenati di Flaminia tra cui spiccano la dolce Rachele e il marito Nicola, leggendaria nonna e Letizia e la sua degna, coraggiosa nonché omonima erede, ma anche l’inquieta e talentuosa Gaia, artista, cugina e fida compagna di Flaminia, almeno fino a quando non deciderà di recidere le sue radici per spiccare il volo verso lidi lontani.

Questi ed altri personaggi, perfettamente costruiti e vividi, risultano familiari e riescono a colpire profondamente, in alcuni momenti anche a commuovere.

Si avvertono palesemente, in ogni pagina, la verità e il coinvolgimento emotivo di chi ha concepito questo libro, che scorre veloce, ma riesce a trasportare perfettamente nella stessa dimensione onirica che ne è cifra stilistica costitutiva. In effetti, come ho già avuto modo di dire all’inizio, il tempo è fluido, dilatato e non ha più confini netti così come lo spazio che diventa sempre pretesto di evocazione, perde quasi un po’ della sua concretezza.

L’uso di un linguaggio ricercato e raffinato di certo aiuta a creare l’atmosfera ovattata che si avverte leggendo.

Chi ama Accettura amerà di sicuro questo libro, ma anche chi ama l’affabulazione o il sapore un po’ antico delle storie tramandate di generazione i generazione, chi sente il richiamo del passato, chi ama ascoltare  quelle voci interiori che sono parte di sé lo apprezzerà di certo.

Pagina 1 di 5

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén