Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Autore: Giuliana Benedetto (Pagina 1 di 11)

“Tribù urbana” di Ermal Meta (Mescal, 2021)

Sono passati tre anni da “Non abbiamo armi” e mi sono interrogata spesso su come sarebbe stato il nuovo disco di Ermal Meta. Sapevo che avrebbe proposto qualcosa di nuovo, che avrebbe mostrato altre sfaccettature della sua arte, e in parte così è stato. Il sound, infatti, è leggermente diverso (c’è più elettronica) e lo sguardo, il serbatoio da cui attingere per le canzoni, è sempre profondo ma più ampio. Non è una novità la capacità di far vibrare le corde del cuore e non è una novità la capacità di narratore di Ermal. Lo so, sarà deformazione la mia, ma nei brani di “Tribù urbana” intravedo un romanzo in cui vengono cambiati spesso narratore e punto di vista.

A volte il cantautore racconta di sé, arrivando a parlare in prima persona, a volte cita dei nomi per raccontare storie particolari, altre volte racconta “il destino universale”. Proprio in questa canzone, una delle mie preferite dell’album, c’è il senso di questo lavoro.

Gira, gira sai com’è/ non gli importa dei perché/ sia nel bene che nel male/ tocca a te e pure a me/ gira, gira sai che c’è/ lo fa senza chiedere/ il destino universale/ tocca a te e pure a me

Yusuf, Marta, Marco, Tommaso, Ermal, citati nel brano, hanno vite diverse, ma accomunate dal fatto che hanno un destino simile: ognuno di loro (e di noi) lotta per sopravvivere, perché “la vita è importante”.

I versi dedicati a Marta mi hanno commossa particolarmente. Lei è paragonata ad un fiore tra le pietre e immediatamente ho pensato alla Ginestra di leopardiana memoria, un fiore che resite in condizioni difficilissime.

 

Quello dell’unione è un concetto che torna anche in “Uno”, l’interludio, il pezzo candidato ad aprire i prossimi live. In effetti, voci che cantano all’unisono e mani che muovono l’aria fanno pensare ad uno “spazio” in cui condividere e sentirsi uniti nel nome di una passione (la musica), ossia un concerto.

 

Non bastano le mani”, pugno fortissimo nello stomaco, sembra una pagina di diario, quella in cui si scrivono le parole più intime, nella quale ci si mette a nudo, con dolore ma con coraggio e verità. Il brano si apre con l’intro della versione alternativa di “Vietato morire” e non è casuale. È uno dei momenti in cui Ermal ci permette di vedere la sua anima in controluce.

“Non parlo mai di me, non dico mai tutte le cose/ ci sono melodie difficili da intonare

non parlo mai di me che poi mi torna tutto su/ e di parlare poi/ non ce la faccio più/ non ce la faccio più”.

 

Delicata e potente è “Nina e Sara”, che racconta l’amore tra due donne negli anni ‘80, negato dalle convenzioni. Il pezzo ha una decisa impostazione cinematografica (ci sono immagini nitidissime che sembrano inquadrature, ed ascoltandola ho pensato al trailer di “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores), ma potrebbe essere tranquillamente un racconto.

 

Ermal riesce ad affrontare una tematica complessa con grazia e forza come in “Gli invisibili”, canzone intensissima.

“Siamo gli ultimi di questa lunga fila/ siamo quelli che ci manca ancora una salita/ quelli che vedi quasi sempre sullo sfondo/ siamo gli invisibili che salveranno il mondo”.

La dedica agli “ultimi” lascia emozionalmente disarmati, è bellezza pura che fa bene all’anima. Empatia è il termine al quale penso ascoltando questo brano.

 

No satisfaction” è il ritratto schietto e non edulcorato della realtà contemporanea, è il brano più radiofonico e ritmato.

 

Stelle cadenti” all’ascolto mi ha dato l’impressione di un flusso di coscienza, di una confessione e una richiesta d’affetto fatta in un momento in cui il protagonista ha “bevuto troppo”, come si legge nel testo.

“Dimmi che mi vuoi bene/ anche se non ci credi/ dimmi che mi vuoi bene finché resto ancora in piedi/ dimmi che vuoi partire/ prestami dei ricordi/ dimmi che mi vuoi bene sempre più di tutti gli altri”.

 

Non manca lo spazio per il romanticismo, come in “Un milione di cose da dirti”, che ha portato Ermal sul podio del settantunesimo Festival di Sanremo. Ermal l’ha definita una semplice canzone d’amore, ma parlare d’amore senza risultare banali e ripetitivi, però, non è affatto semplice.

Non c’è niente di scontato nell’immagine di un sentimento che permette di farsi carico del “peso” dell’altro, di prenderlo sulle spalle e di aiutarlo a volare. Chi ama davvero fa questo: alleggerisce e rende libero l’altro. Vorrei anche evidenziare il parallelismo con la meravigliosa “Voce del verbo” che recita: “se non sai cosa dire, tu non dire niente”, a riprova del fatto che nella “narrativa” di Ermal ci sono immagini ricorrenti e che ci descrivono il suo mondo.

Anche “Un po’ di pace” è romantica, morbida e d’atmosfera. Immagino di ascoltarla dal vivo in un teatro con luci quasi spente e i ricordi accesi.

Avrei un altro milione di cose da scrivere, ma è meglio lasciar parlare le note e le parole di “Tribù urbana”, un lavoro sicuramente poco “popolare”, molto cantautorale, che avrà molto da dire a chi lo ascolterà.

“Il cerchio di pietre” di Enrico Graglia (GoWare, 2020)

Non è un’opera per chi cerca qualche ora di distrazione quella di cui vi parlo oggi. “Il cerchio di pietre” è un libro intenso, impegnativo, complesso e articolato sia dal punto di vista narrativo che del genere. È un dark fantasy, un thriller, se vogliamo, ma è anche una narrazione a sfondo psicologico ed ora spiegherò il perché.

Prima di approfondire questa mia affermazione, accenno brevemente alla trama. Vincenzo ha appena sostenuto l’esame di maturità e sta vivendo un’estate spensierata dai nonni, con i suoi amici. Durante una gita vicino al fiume, vede degli strani segni su dei massi. Da quel momento è perseguitato da strane visioni e da un’incombente minaccia. Chiede aiuto ad uno scrittore e professore, dal passato molto tormentato. Anche la neo fidanzata di Vincenzo ha delle strane “intuizioni”, fa degli strani sogni e sarà, nel finale, un sostegno fondamentale per il protagonista.

Come dicevo, nel racconto scuramente il soprannaturale occupa un posto preminente. Chi ama gli scritti i cui temi principali sono l’oscuro, l’intangibile, il misterioso, troverà senza dubbio pane per i suoi denti nel testo di Enrico Graglia, che presenta, a mio parere, anche un’interessante “riflessione” sul lato oscuro di ogni persona, di come possa emergere e delle conseguenze che può avere il lasciarsi sopraffare dagli impulsi negativi. La chiave “fantastica” diventa, secondo la mia personale visione, quasi un pretesto narrativo per giungere a tematiche più introspettive.
Proprio questa è la cosa che mi ha affascinata di più di questo romanzo, ben scritto e avvincente. Non è mai banale parlare dell’essere umano, degli abissi della sua mente e del fatto che non sempre essa sia governata “dal bene”. La lotta tra bene e male è un topos declinato sempre in modi diversi e Graglia ci propone la sua originale interpretazione del tema.

Come ho detto all’inizio, “Il cerchio di pietre” non fa per chi vuole trascorrere delle ore di svago, ma è ideale per chi ama le letture non consolatorie, quasi disturbanti, che tengono col fiato sospeso fino all’ultima riga e che portano a chiedersi costantemente quale direzione prenderanno la storia e i personaggi.

Le donne di “Bridgerton”.

Ebbene, sì, dalla scorsa settimana posso annoverarmi tra gli 82.000.000 di spettatori che su Netflix hanno guardato la serie Tv, “Bridgerton”, tratta dai romanzi di Julia Quinn, che leggerò presto. La nostra Valentina me l’ha caldamente consigliata e devo dire che ho fatto benissimo a darle retta. Come chi mi segue sa, amo tutto ciò che è rétro, i romanzi e le serie in costume e questa è fatta davvero bene, a partire dall’otitma scelta degli attori, che hanno interpretato in modo egregio i loro ruoli, costumi meravigliosi e musiche suggestive. Il mio intento però non è quello di scrivere una recensione, anche perché prima di poter giudicare la serie dovrei leggere i libri della Quinn, quanto parlare brevemente dei personaggi femminili dello show, perché una delle cose che mi ha colpito di più è la panoramica sulla condizione della donna in epoca Regency. In realtà questa riflessione è estendibile anche ai giorni nostri, se si pensa che proprio Phoebe Dynevor, protagonista della serie, si è lamentata del fatto che lei dovesse apparire sempre vestita e curata al meglio nelle interviste, mentre il suo collega aveva la facoltà di indossare ciò che voleva.

Tornando all’intento di questo mio articolo voglio cominciando parlando delle “mamme” dei personaggi principali. Lady Featherington e Lady Bridgerton sono entrambe preoccupate di dare alle loro figlie un avvenire sicuro, di “procurare” loro un matrimonio che le faccia rimanere rispettabili e un marito che garantisca loro l’agio adeguato alla loro condizione. Se la prima mi ricorda per certi aspetti Mrs. Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, un caterpillar nel perseguire il suo scopo e a volte quasi inopportuna (vive l’incubo peggiore quando scopre che non ha più soldi per la dote delle sue “bambine”), la seconda è sicuramente più amorevole ed attenta anche alle esigenze della figlia (dei figli), ma altrettanto conscia del fatto che sposarsi e sposarsi bene, era l’unica prospettiva per assicurare un avvenire sereno ad una ragazza.  Lady Danbury non è la mamma biologica del duca di Hastings (il protagonista maschile della storia), ma lo ha curato sin dall’infanzia dopo la morte della duchessa, lo ha educato, protetto dal padre tirannico e aiutato a superare le sue difficoltà. È una donna emancipata, forte e libera, molto più delle due che ho citato prima.

Parliamo ora della protagonista. Daphne è sicuramente tradizionalista, sa cosa deve fare e non intende ribellarsi alle regole della società in cui vive. Queste regole però vuole viverle a modo suo, per quanto possibile. Vorrebbe l’amore che ha visto fra i suoi genitori, ma comprende anche che purtroppo, se necessario, dovrà farne a meno. Alla fine devo dire che non le è andata mica male. Non dev’essere stato difficile sposare un duca bello, tormentato, ma buono e innamorato di lei!

La Regina Charlotte è sicuramente una persona complessa, ironica ed egocentrica, manipolatrice, ma anche magnanima. A dispetto però della sua aura imperturbabile, anche lei deve fronteggiare alcune problematiche ed è proprio in questo frangente che la vedremo più umana e fragile.

Marina Thompson rappresenta la ragazza perduta. Lady Featherington la vuole costringere ad un matrimonio riparatore quando scopre che aspetta un figlio da un soldato che è partito in guerra. La giovane è costretta anche ad utilizzare l’inganno, in particolare con Colin Bridgerton, per raggiungere l’obiettivo di non essere disonorata e soprattutto dare un futuro alla creatura che aspetta.

È il turno di Penelope Featherington, personaggio straordinario, che come la sua omonima omerica conosce la pazienza e anche l’arte della trama. Amica fedele (che a volte commette degli errori), “vittima” di un amore non corrisposto, conscia di non essere bella in senso canonico, è meno sottomessa di quanto possa sembrare e a modo suo, reagisce agli eventi non in modo passivo.

E poi c’è lei, la mia preferita, Eloise Bridgerton. Infagottata nei suoi deliziosi abiti a collo alto (tranne che per il ballo di debutto), ingenua, completamente estranea alle dinamiche sociali e più desiderosa di stare in biblioteca che di andare ad una festa, è l’outsider per eccellenza (è tenerissima quando ringrazia la sorella per essere perfetta in modo che lei non debba esserlo), all’apparenza, che però nasconde un mondo dentro. È il personaggio femminile più dolcemente anticonvenzionale. Con un libro tra le mani, cerca di comprende le dinamiche sociali alle quali non ama sottostare, è l’unica che vuole smascherare, insieme alla regina, Lady Whistledown, la scrittrice che racconta pettegolezzi, segreti e vizi di tutta l’alta società, non per punirla, ma per capire. Curiosa e riflessiva, stende silenziosa il suo sguardo per analizzare ciò che vede.

Come si vede, sono raccontati tane tipologie di donne, ognuna con le sue peculiarità, con i suoi pregi e i suoi difetti e devo dire che questa panoramica mi ha proprio conquistata, ma soprattutto, mi ha fatto tanto riflettere.

Tra rime e romanzi sparsi… Buon San Valentino!

“Che cos’è l’amor”, si chiedeva Vinicio Capossela in un travolgete brano. Dare una risposta a questa domanda è complicatissimo, ma di sicuro l’amore è stato materia viva per poeti e scrittori. In vista della festa degli innamorati volevo consigliarvi alcuni romanzi a tema, ma poi ho pensato di aggiungere alcune delle mie poesie “romantiche” preferite. Pochi giorni fa, cercando un testo in soffitta, ho trovato una vecchia edizione di un libro di Neruda e ho avuto la folgorazione. La poesia è troppo spesso, purtroppo, trascurata e quindi quale occasione migliore per rispolverare alcune splendide creazioni in versi.

Sonetto XVII

(Pablo Neruda)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Infinità d’amore

(John Donne)

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,

cara, giammai tutto l’avrò;

non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,

né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;

ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti

– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.

Eppure non può essermi dovuto

più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;

se allora il tuo dono d’amore fu parziale,

si che parte a me toccasse, parte ad altri,

cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,

quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;

ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà

generato amor nuovo, ad opera di altri,

che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,

di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,

codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,

poiché codesto amore non fu da te impegnato.

Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:

il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,

cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;

chi tutto ha non può aver altro,

e dacché il mio amore ammette quotidianamente

nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;

tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:

se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.

il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,

tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.

Ma noi terremo un modo più liberale

di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo

un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

 

Ti amo come se mangiassi il pane

(Nazim Hikmet)

Ti amo come se mangiassi il pane

spruzzandolo di sale

come se alzandomi la notte bruciante di febbre

bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto

ti amo come guardo il pesante sacco della posta

non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia

pieno di sospetto agitato

ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo

ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il

crepuscolo scende su Istanbul poco a poco

ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

(Eugenio Montale)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

Aria viva

(Paul Éluard)

Ho guardato davanti a me

In mezzo alla folla ti ho veduta

In mezzo al grano ti ho veduta

Sotto un albero ti ho veduta

Al termine di ogni mio viaggio

Al fondo di tutti i miei tormenti

Alla svolta di ogni risata

Che uscivi dall’acqua e dal fuoco

D’estate e d’inverno ti ho veduta

Nella mia casa ti ho veduta

Tra le mie braccia ti ho veduta

Dentro i miei sogni ti ho veduta

Io non ti lascerò mai più.

 

 Se devi amarmi – Sonetto XIV

(Elizabeth Barret Browning)

Se devi amarmi, per null’altro sia

se non che per amore.

Mai non dire:

‘L’amo per il sorriso,

per lo sguardo,

la gentilezza del parlare,

il modo di pensare

così conforme al mio,

che mi rese sereno un giorno’.

Queste son tutte cose

che posson mutare,

Amato, in sé o per te, un amore

così sorto potrebbe poi morire.

E non amarmi per pietà di lacrime

che bagnino il mio volto.

Può scordare il pianto

chi ebbe a lungo

il tuo conforto, e perderti.

Soltanto per amore amami

e per sempre, per l’eternità.

 

Nome non ha

(Sibilla Aleramo)

Nome non ha,

amore non voglio chiamarlo

questo che provo per te,

non voglio che tu irrida al cuor mio

com’altri a’ miei canti,

ma, guarda,

se amore non è

pur vero è

che di tutto quanto al mondo vive

nulla m’importa come di te,

de’ tuoi occhi de’ tuoi occhi

donde sì rado mi sorridi,

della tua sorte che non m’affidi,

del bene che mi vuoi e non dici,

oh poco e povero, sia,

ma nulla al mondo più caro m’è,

e anch’esso,

e anch’esso quel tuo bene

nome non ha…

 

Selva d’amore

(Sibilla Aleramo)

Gaudio l’amarti,

illimitato gaudio

credere al riso dei tuoi occhi,’

è vertigine ancora

la certezza d’esser da te cantata,

oh più tardi, negli anni non più miei,

or che tremare la vita sento

sul ciglio estremo…

 

Dopo tanta bellezza, che fa sempre bene, come promesso vi suggerisco delle opere in prosa. Parto dalla Frncia e da “Il quaderno dell’amore perduto”, primo e delicatissimo romanzo, di Valerie Perrin, autrice del bestseller “Cambiare l’acqua ai fiori” (a proposito, se non lo avete letto, correte immediatamente a comprarlo). Continuo con un’altra scrittrice francese, Carlone Vermalle, e il suo “Due biglietti per la felicità”. Se avete voglia di romance freschi e frizzanti, vi consiglio quelli di Felicia Kinglsey. Andando in Inghilterra sono deliziosi i romanzi di Melissa Hill ed Ali McNamara.

Concludo questa carrellata citando una delle canzoni italiane più belle, la canzone d’amore per eccellenza nonché una vera poesia in musica: “La cura”, del maestro Franco Battiato.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie

Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee

Come vi ero arrivato, chissà

Non hai fiori bianchi per me?

Più veloci di aquile i miei sogni

Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi

La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia

Perché sei un essere speciale

Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Non mi resta che augurarvi buon San Valentino, sperando di avevi dato degli spunti interessanti.

P.S: Consiglio anche la lettura di “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf, perché come diceva Oscar Wilde “Amare se stessi (in questo caso se stesse) è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta una vita”.

 

Un caffé e … une serie TV: “Sen Çal Kapimi”.

Come diceva Shakespeare, siamo fatti fati della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Cito spesso questa frase, ma oggi è vera come non mai. In questo periodo in particolare abbiamo bisogno di evadere, di fantasticare un po’, di trascendere dalla realtà quotidiana attraverso storie scritte o narrate sullo schermo.  Ultimamente (ci sono cascata di nuovo, come direbbe qualcuno) sto seguendo con particolare piacere Sen Çal Kapimi, “dizi” che mi tiene compagnia da quest’estate. Visto anche l’avvicinarsi di san Valentino, una bella serie romantica mi pare perfettamente a tema.

La storia comincia quando Eda Yildiz, fioraia desiderosa di diventare architetto paesaggista e di studiar in Italia, incontra o meglio, si scontra verbalmente con Serkan Bolat, architetto e uomo d’affari freddo e dedito solo al lavoro, “colpevole” (per un errore) della revoca della borsa di studio e quindi della mancata realizzazione di tutti i suoi progetti. I due, per una serie di circostanze dovranno fingere di essere di essere fidanzati, ma come chi legger facilmente capirà, il loto sentimento diventerà reale. Serkan, il robot che usa sempre la testa e mai il cuore, si lascerà travolgere dalla vitalità, dalla forza e dall’impulsività di Eda. Il cammino per i nostri due ragazzi non sarà affatto semplice e in effetti anche nelle puntate attuali (la soap è ancora in corso di svolgimento) stanno attraversando un periodo di difficoltà, ma sono convinta che il lieto fine arriverà.

Non solo io sono stata conquistata da Sen Çal Kapimi, ma tantissimi spettatori da tutto il mondo aspettano il sabato per sapere come si evolveranno le vicende di Eda e Serkan e dei personaggi che gravitano intorno a loro. Il mix di commedia, romanticismo e dramma che gli autori hanno concepito sta conoscendo, infatti un successo planetario. All’inizio ho adorato l’attenzione ai particolari, alla simbologia degli oggetti, al potere delle emozioni espresse attraverso i libri (viene citato più volte “il Piccolo Principe” oppure “Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali, pubblicato in Italia da Fazi), la capacità di inserire elementi che arrivano dritto al cuore degli spettatori, messe in campo dalla sceneggiatrice Ayse Uner Kutlu e sto seguendo con altrettanta partecipazione le pieghe che la “narrazione” sta prendendo grazie a nuovi sceneggiatori.

Molti i messaggi positivi che la serie vuole veicolare, a partire dalla protagonista femminile. Eda è una donna forte, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, uomini o altre donne che siano, che vuole essere artefice del suo destino, ha sofferto molto, ma non si è lasciata mai abbattere dalle avversità. Ha cercato e trovato sempre il lato positivo delle cose. Non è un caso che attraverso la cura dei fiori cerchi di infondere coraggio ai bambini di un orfanotrofio, insegnando loro botanica, in modo che possano prendere esempio dai fiori e dalle piante che resistono alle intemperie. Pensando alla Yildiz (questa parola in italiano vuol dire stella) mi viene in mente una citazione tratta da “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek, sempre per rimanere in ambito letterario: “Impara dai fiori a essere paziente, ad aspettare. Perché i fiori lo sanno che dopo un gelido inverno arriva la primavera. Bisogna solo avere pazienza”.

Anche l’amicizia e la solidarietà femminile hanno un ruolo notevole: avendo perso i genitori Eda considera la sua famiglia non solo sua zia (una donna autonoma e indipendente, che le consiglia sempre di non mettere la sua vita nelle mani di nessuno), ma anche le sue tre amiche Melo (il mio personaggio preferito per la sua dolcezza, il suo incrollabile ottimismo e la sua sincerità), Ceren e Fifi, che le stanno costantemente vicino.

Il libello dell’interpretazione degli attori è elevatissimo. Hande Erçel proprio la scorsa settimana ha dato un saggio della sua bravura e non è da meno Kerem Bursin, che ha dovuto fronteggiare la “resa” dei cambiamenti di Serkan. Una menzione speciale va a Neslihan Yeldan, che interpreta Aydan Bolat: nel corso delle 30 puntate andate in onda ha cambiato registri per dare vita alla complessa mamma di Serkan, divertente e commovente, intensa e “leggera” al momento giusto, perfetta in ogni accento ed ogni battuta.

Un altro plauso va fatto alla scelta della colonna sonora. Sia i brani strumentali, che quelli “cantati” sono eccellenti. Mi permetto di consigliarvi l’ascolto di “Gold”, “Bir anda”, “Who do you love?” e “Sen Cal Kapimi”, a cui dà voce Başak Gümülcinelioğlu, attrice che ha il ruolo di Piril.

Se volete vedere virtualmente alcune delle location della fiction, in attesa della puntata di questa sera, vi consiglio di visitare la Pagina “Destinazione Istanbul”. Non mi resta che augurarvi buona visione.

P.S. Se avete cominciato ad amare come me Istanbul e la Turchia, vi vorrei indicare, oltre a quelli citati nella recensione, alcuni libri che ho amato molto: “La stranezza che ho nella testa” e Istanbul di Orhan Pamuk, “Quel tipo di donna” di Valeria Parrella, “I segreti di Istanbul di Corrado Augias”. Per approfondire la lingua invece ho acquistato “Che parlo turco?” di Fatma Emine Umur.

Buona lettura!

Intervista ad Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, autrici di “365 giorni senza di te” – Prima parte (Sperling & Kupfer, 2021)

La “dizi” Erkenci kus (Daydreamer) ha conquistato milioni di spettatori in tutto il  mondo. Poche storie sono state capaci di far sognare come quella di Can Divit e Sanem Aydin, toccando il cuore di donne di tutte le età.  La profondità, la purezza di questa fiaba moderna è stata anche fonte d’ispirazione per la creazione di qualcosa di originalissimo e personale. Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, infatti, hanno prima dato vita su WattPad al romanzo “La storia di Sanem e Can”, nel quale rivivevano, insieme ai lettori, i vari episodi della serie, e poi ad un vero e proprio spin-off (è riduttivo secondo me chiamarlo fan fiction) che racconta l’anno in cui i due protagonisti sono stati separati. “365 giorni senza di te” (per ora è uscita la prima parte, ma è in programma l’uscita della seconda) ci racconta quello che nella fiction non abbiamo visto, completandola, a mio parere, e lo fa scandagliando a fondo nella psicologia dei personaggi, facendoci vivere intensamente tutte le loro emozioni. Le due scrittrici ci fanno seguire passo passo il viaggio di Can in giro per il mondo, la sua fuga dal senso di colpa, la sua nostalgia e ci mostrano il dolore di Sanem per la loro lontananza, ma anche il suo incrollabile ed immenso amore. Anna e Raffaella con la loro penna sono riuscite a trasmettere perfettamente, in modo diretto e “semplice”, tutto il pathos emotivo insito nelle vicende narrate e a creare un racconto avvincente e sentito. A conferma di quanto dico c’è il successo capillare ed immediato degli scritti su Wattpad, che poi ha condotto alla pubblicazione di uno di essi, quello di cui vi sto parlando, in formato cartaceo. Da lettrice conquistata ho voluto porre alle autrici delle domande, che vi propongo qui di seguito. Aspettando la seconda parte del libro e ringraziando Anna e Raffaella per loro disponibilità, vi auguro buona lettura!

 1) Per prima cosa vorrei che raccontaste come vi siete incontrate e com’è nato “365 giorni senza di te”.

    A./R. : Ci siamo conosciute per caso, in una pagina dedicata a Erkenci Kus. Stavo guardando la dizi e ispirata da questi personaggi avevo cominciato a scrivere degli inediti ispirati alla serie. Raffa ha letto i miei scritti e mi ha contattata per coinvolgermi in un progetto di cui aveva avuto idea, è nata così “La storia di Sanem e Can” che ha superato su Wattpad il milione di letture. Mentre scrivevamo questa storia ho avuto l’idea di 365 giorni senza di te, ho sempre pensato che quell’anno dovesse essere raccontato. Socia ha accettato subito e così ci siamo buttate in questa nuova avventura.

2) Leggendo il libro mi ha colpita il fatto che le parti scritte dall’una e dall’altra si integrano benissimo, sono in armonia tra di loro. Come siete riuscite a trovare questo equilibrio? Com’è, in generale, scrivere a quattro mani?

 A/R.: Io e socia abbiamo due modi di scrivere molto differenti, e questo fin dalla stesura. Io scrivo molto d’istinto, guidata dalle sensazioni e da quello che mi “dicono” e fanno sentire i personaggi e i loro punti di vista. Socia è più riflessiva e credo che per le trame questa attenzione sia dovuta. È incredibile come, nonostante, le diversità di stile… il nostro modo di scrivere combaci perfettamente. Siamo due tessere di un puzzle che si sono trovate e incastrate per creare qualcosa capace di emozionare.

3) Quest’opera ha mosso i suoi primi passi su WattPad. Trovate delle differenze rispetto al percorso editoriale che poi avete intrapreso?

 A./R.: Su Wattpad hai un riscontro immediato di quello che hai scritto, hai un confronto “vis a vis” con le tue lettrici, soprattutto perché la scrittura non passa da una revisione ma è pubblicata direttamente. È grazie a Wattpad che la Sperling ci ha notate, credo che sia un trampolino di lancio importante dei tempi moderni per chi sogna di fare lo scrittore. Il percorso con la casa editrice è un vero è proprio lavoro, un’emozione unica, sei a contatto con professionisti che hanno il compito di elevare la tua opera, rendendola perfetta per l’uscita in libreria. Sicuramente è il massimo per una scrittrice, ti concede nell’ambito anche una sorta di maturità letteraria, da cui impari moltissimo.

4) Quello del viaggio è un topos molto ricorrente in letteratura ed è declinato in vari modi anche in Erkenci kus. Come lo avete interpretato voi in “365 giorni senza di te”?

 A.: Ricordo ancora che affrontai il viaggio all’esame di maturità nel tema. Non ho mai inteso questo termine come il fare una vacanza, ma come vivere un’esperienza. Ognuno di noi viaggia nella propria strada di vita e spesso visitare altri luoghi ti permette di completare un viaggio soprattutto interno, è una metafora della vita perfetta secondo me.

 R.: Il viaggio può essere inteso come un intermezzo prima di fare altro, un periodo di riflessione, anche interiore. Molti dicono “vado in vacanza così stacco la spina”. Can nel suo viaggio ha avuto tanto tempo per pensare. Sanem, nel suo caso, l’ha utilizzato per riprendersi dopo tanta sofferenza.

5) Quanto è stato complesso ritrarre dei personaggi ai quali il pubblico si è affezionato, mantenendo la loro riconoscibilità, ma approfondendo la loro descrizione e imprimendogli la vostra impronta?

A.: Non voglio sembrare arrogante perché non è nel mio carattere ma ho da subito sentito Sanem e Can dentro di me, è incredibile come sapessi e sentissi esattamente come fargli muovere o parlare o come fosse facile descrivere il loro dolore, tanto da farlo mio ad ogni inedito. Era come se fossi loro in quel momento, durante la scrittura.

 R.: Penso che sia Demet che Can nel loro modo di recitare abbiano trasmesso un po’ a tutte le persone che hanno visto la serie le stesse emozioni e sensazioni.

6) Ho notato un grande lavoro di ricerca dietro alla composizione di quest’opera. La struttura è estremamente composita e avete inserito in modo ben calibrato citazioni di altri libri, di canzoni, leggende. Mi piacerebbe che approfondiste questo aspetto. 

 A.: Mi sono sempre dedicata al romance nella scrittura, perché è il mio ambito. Ma non sono una scrittrice da Harmonie. Ho sempre pensato che dietro o davanti alla storia d’amore principale ci doveva essere altro. Amo raccontare degli spaccati reali di società, oppure andare ad affrontare temi importanti. Essendo una lettrice accanita non potevo che rendere omaggio ai veri scrittori con citazioni che mi accompagnano da sempre.

R.: Io personalmente ho fatto molta ricerca geografica, studiando tradizioni o usanze tipiche dei luoghi visitati da Can. Ho anche imparato cosa vuol dire andare in barca a vela in giro per il mondo e ciò che l’oceano può riservare.

7) Quale personaggio ha rappresentato una sfida maggiore per voi e quale invece avete sentito più vicino?

 A.: Questa è una domanda facile. Can Divit l’ho sempre sentito mio, in alcuni momenti più di Sanem. Ed è proprio di lei che ho avuto più difficoltà a scrivere ma soltanto perché mi sono talmente immedesimata in quel suo stato d’animo che come ho detto prima provavo dolore scrivendo. Divit sotto molti aspetti è simile a me e di conseguenza nei suoi inediti c’è tanto di Anna.

R.: Vedere Sanem nella seconda serie è stato come rivedere me purtroppo. Ho attraversato anni fa un momento un po’ delicato e quindi mi sono immedesimata al 100% in lei. Sono sincera, la condizione di Sanem mi ha spinto a “buttar fuori” ciò che era dentro di me da troppo tempo, ecco questo ha stuzzicato in me la voglia di scrivere e di contattare Anna.

8) Sanem e Can sono due personaggi quasi epici, i due protagonisti di una favola moderna, ma dal sapore antico. Voi avete narrato il momento meno felice, ma più significativo di questa favola e io credo che sia non solo perché non è stato adeguatamente descritto in “Erkenci”, ma proprio perché è il frangente che si presta maggiormente a mostrare la caduta e la rinascita dei nostri eroi, un percorso nel quale ognuno può immedesimarsi. Sbaglio?

 A, : Spesso si tende a non mostrare i personaggi orfani della loro corazza o del vissero felici e contenti. Credo che sia perché al giorno d’oggi in molti sono alla ricerca di un lieto fine e che non si accetti che anche nella narrativa possano esserci momenti difficili e dolorosi. Ho sempre creduto che per raggiungere un obbiettivo, che esso sia amoroso o di lavoro si debba correre per una strada in salita e che il percorso è più importante della metà. Il lieto fine deve esserci, ma diciamo che deve essere meritato. Spero di essermi spiegata.

R.: Hai pienamente ragione. Penso che ogni persona che ha visto “Erkenci” si sia ritrovata in qualche modo dentro la serie. Si sia immedesimata almeno in una delle problematiche affrontate.

 9) Mi piace tantissimo il vostro stile immediato, originale, curato ed “empatico”, frutto di cuore e cesello. Vi ritrovate in questa descrizione?

A.:  Nella scrittura devono esserci entrambi, cuore e istinto ma anche ragione e riflessione. Credo che tu abbia descritto il nostro stile in modo perfetto.

R.: È un modo di scrittura che è venuto da sé, non è stato studiato a tavolino, ma improvvisato e sembra che sia piaciuto.

 

10) I libri hanno un ruolo fondamentale nella prima pare di Erkenci. A quali romanzi o testi assocereste le varie tappe di “365 giorni senza di te”?

A.:  Se dovessi paragonare il viaggio di 365 giorni senza di te a un libro mi viene da pensare a una delle mie scrittrici preferite. Margaret Mazzantini e il meraviglioso libro “Venuto al mondo”. Anche qua si parla di un viaggio, del ritrovarsi. Di un amore che si credeva perduto, di una strada che alle fine converge nuovamente verso le stesse anime. Non poteva non citarla e il suo livello è impossibile da raggiungere. Verso i miei scrittori preferiti io provo una sorta di devozione e immenso rispetto.

R.: Ad essere sincera, io non sono una lettrice e faccio fatica a rispondere alla tua domanda.

11) Un’ultima domanda. La scrittura per Sanem rappresenta la libertà, l’autodeterminazione, lo “spazio” in cui riesce a fuggire quando si  “stanca” della realtà. Cos’è è per voi la scrittura?

 A.: La scrittura per me è aria e mancanza della stessa in contemporanea. Mi azzardo a dire che dopo mio figlio è la cosa più importante per me. Non importa se i miei libri in futuro verranno letti o meno, io non potrei vivere completamente senza scrivere. È come una necessità.

 R.: La scrittura per me è stata una valvola di sfogo emotiva che non conoscevo. Io non avevo mai scritto nulla prima di 365 giorni senza di te, anzi prima della storia di Sanem e Can. In alcuni momenti della storia ho aperto davvero il mio cuore.

“La lezione di Enea” di Andrea Marcolongo (Laterza, 2020)

Voglio cominciare questa recensione con una breve ricordo. Ho “incontrato” per la prima volta Andrea Marcolongo in una trasmissione televisiva. Era estate, non riuscivo ad addormentarmi e facendo zapping mi sono imbattuta nella trasmissione “Sottovoce” di Gigi Marzullo, durante la quale la quale veniva intervistata proprio la scrittrice. Quell’intervista mi ha colpita moltissimo, ho avvertito qualcosa di estremamente affine alla mia sensibilità, tanto che ho acquistato immediatamente “La misura eroica”, diventato poi uno dei miei libri preferiti in assoluto (potete anche legger la recensione qui sul blog), passando in seguito a “La lingua geniale” e “Alla fonte delle parole”, che ho amato tantissimo.  Dopo questa premessa capirete bene che non vedevo l’ora di avere tra le mani “La lezione di Enea”, perché sapevo già che sarebbe stato un testo istruttivo, illuminante e prezioso. Da quello che è scritto in copertina intuiamo che questo libro è indicatissimo in questo momento storico così complesso e che un “classico” come l’Eneide ha tanto da dire anche ai lettori moderni.

 

“Se in tempo di pace e di prosperità chiediamo a Omero d’insegnarci la vita, a ogni rivolgimento della Storia dovremmo deporre Iliade e Odissea e affrettarci a riprendere in mano l’Eneide. Andrea Marcolongo ci fa scoprire l’essenza vera di Enea. L’eroe che cerca un nuovo inizio con in mano il bene più prezioso: la capacità di resistere e di sperare”.

 

“Il canto di Enea è destinato al momento in cui si sperimenta l’urgenza di raccapezzarsi in un dopo che stordisce per quanto è diverso dal prima in cui si è sempre vissuto. Enea è l’eroe che vaga nel mondo portandosi sulle spalle anziani e bambini. È colui che viaggia su una nave senza nocchiero alla ricerca di un nuovo inizio, di una terra promessa in cui ricominciare. È l’uomo sconfitto colui che non ha più niente tranne la capacità di resistere e sperare”.

 

Non ho bisogno di aggiungere altro rispetto a quanto scritto sopra: mai come oggi possiamo sentirci vicini ad un eroe umano, che ha visto il suo mondo bruciare, letteralmente, e ne ha ricreato uno nuovo, non senza sofferenza.

Con la sua grande capacità di entrare in empatia con il lettore, ma anche con il suo talento narrativo, con una scrittura immediata e chiara, ma raffinata, riesce ancora una volta ad avvicinare a noi testi lontani, ma non per questo meno attuali o meno validi.

Competenza, passione e “anima”, ossia quella componente fondamentale di un testo indispensabile per restare non solo nella mente, ma anche nel cuore del lettore (può sembrare una cosa banale e forse anche sciocca, ma per me un libro deve avere un cuore) si fondono per dare vita ad un’analisi approfondita del testo di Virgilio. L’autrice, infatti, fa un’analisi linguistica del testo, parla del suo autore, del tempo in cui il poema è stato composto, della sua ricezione, del suo confronto costante con l’Iliade e l’Odissea, ma questa disamina poi diventa riflessione ampia, profonda e appassionata.

Quest’opera è adatta sicuramente ha chi ha già incontrato l’Eneide durante i suoi studi e vuole approfondire o semplicemente conoscere un altro punto di vista critico, ma anche a chi non la conosce e ne è incuriosito.

“La lezione di Enea” è per chi è curioso e aperto, per chi vuole pensare.

Per me ha rappresentato un nostalgico viaggio a ritroso, un ritorno sui banchi di scuola, sicuramente con più leggerezza e meno preoccupazioni, ma anche un viaggio nel presente, al tempo difficile e anche portatore di grandi cambiamenti che stiamo vivendo (i libri danno spesso gli strumenti per affrontare e in questo caso l’aiuto ce lo fornisce Virgilio) e nel futuro perché si può imparare dalla Storia e dalle storie.

 

“In una vita, gli avvenimenti capaci di scavare un solco netto tra un prima e un dopo sono meno di una manciata. A livello collettivo, alcune rare generazioni, beate, non ne sperimenteranno che due: nascere, morire. Altre sono chiamate a resistere a una guerra o a una catastrofe naturale. O a una pandemia, come la nostra generazione. Si tratta di eventi epici nel senso classico, ben differenti dal dolore del singolo, pur feroce ma sempre individuale, poiché sono gli unici che costringono l’uomo a chiedersi cosa sta succedendo “a noi” e non più soltanto “a me”. Eventi rarissimi, in definitiva, ma capaci di stravolgere il cosa, cioè le regole stesse del gioco. E che ci obbligano a ridefinire molto rapidamente il come di ogni nostra azione ˗ per sopravvivere, innanzitutto, senza perdere la dignità.  Perché è soltanto sul senso di ogni nostro gesto che sono date infinite possibilità di incidere ˗ alcune salvifiche, altre mortali, la maggior parte banali, geniali rarissime epperò necessarie”.

“L’appello” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2020)

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase, tanto semplice quanto profonda è perfetta per cominciare a descrivere “L’appello”. Omero Romeo è un professore di scienze, cieco, che ha ripreso ad insegnare dopo molto tempo. La sua è una classe difficile, formata da alunni ai quali bisogna “voler bene più d quanto se ne vogliano loro” e che devono affrontare la maturità. Omero ha un metodo tanto alternativo quanto efficace per riuscire a “vederli, per conoscerli e tentare di trasmettere loro qualcosa di significativo, non solo mere nozioni: fare ogni giorno l’appello chiedendo agli allievi di raccontare qualcosa di loro. Il nucleo centrale del testo è lo “scontro” tra due visioni della scuola: una classica, secondo la quale la scuola è canone e apprendimento delle discipline e una più innovativa, dove la relazione e il contatto (il tatto, che secondo l’autore e anche secondo me, si è perso nei rapporti, diventa un elemento fondamentale per capirsi e conoscersi). Un ruolo primario, nella narrazione, hanno anche le storie dei dieci allievi di Romeo e la vicenda personale del protagonista, che riesce a trasformare la sua sofferenza in bene e cerca in tutti i modi di far s che sia lo stesso per i componenti della sua classe.

L’argomento trattato da D’Avenia, con estrema poesia e verità, è quanto mai attuale. Certamente negli ultimi anni e negli ultimi tempi in particolare, si è visto un cambiamento delle relazioni educative, le nuove generazioni sempre più ci “sfidano” e ci chiedono a modo loro di trovare un sistema per entrare nel loro mondo, un mondo che a volte facciamo fatica a capire. Anche gli avvenimenti dell’anno che volge al termine e che hanno portato all’introduzione della didattica a distanza, hanno reso più che mai urgente un ragionamento sul rapporto che intercorre con i discenti e tra i discenti, a che tipo di contatto abbiamo con loro.

Ho parlato in prima persona perché questo libro rappresenta una chiamata all’appello anche per me, dato che insegno in una scuola media e mi trovo a vivere direttamente le problematiche e le sfide che questo “ruolo” comporta. Ho trovato questo scritto non solo coinvolgente, commovente e composto magnificamente (basti vedere le sezioni dedicate a Cesare, che usa la musica rap come valvola di sfogo per i suoi problemi). Il messaggio che sin dalla copertina si vuole dare è basilare: le vite e le menti dei nostri giovani sono preziose, delicate e. non vanno semplicemente “farcite” o bombardate con informazioni e dati. Chi insegna deve costantemente mettersi in gioco e far fiorire i propri alunni, permettergli di venire alla luce.

“Per riuscire ad insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei se non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare”.

“Il contatto ci fa sapere chi siamo e chi non siamo, dove comunichiamo e dove finiamo […]. La vita è tutta una questione di tatto”.

“Troppi ragazzi si sentono invisibili allo sguardo di noi insegnanti, che abbiamo il compito di farli crescere anche negli aspetti non ancora emersi della loro personalità, soprattutto se, come vi ho detto, quegli aspetti, determinano quelli su cui crediamo di avere il controllo”.

Quelli sopracitati sono alcuni dei passi del romanzo che mi hanno colpita (nel vero senso della parola), che mi hanno portata non solo a leggerlo abbastanza speditamente perché non riuscivo a staccarmene, ma anche a trattenerne il suo peso emotivo.

Al centro di questo scritto infatti, c’è l’amore, un amore profondo, che non può non toccare l’anima e il cuore. Non è un caso che questo termine sia pronunciato tantissime volte, che aleggia tra le righe e che poi esploda nel finale.

Dopo aver letto “L’appello”, ho anche guardato lo spettacolo teatrale a cui l’autore stesso ha partecipato, altrettanto emozionante ed intenso: guardatelo, se riuscite, perché è una degna ’”estensione” delle parole.

Chi mi segue sa che amo la musica e questa volta voglio associare l’opera ad una canzone: “Argentovivo”, di Daniele Silvestri e Rancore, che ben si abbina a questo testo a mio parere.

Vorrei concludere questa recensione un po’ sui generis, dedicandola ai miei studenti, ai volti e alle anime che ho auto e ho di fronte. Faccio mie le parole usate da D’Avenia nei suoi ringraziamenti: “Mi hanno cambiato gli occhi, cambiandomi il cuore. Probabilmente non sono riuscito e non riesco sempre ad amarli come avrei voluto e a volte ho fallito, ma anche questo mi ha costretto ad aprire gli occhi sui miei limiti”.  Mi ritrovo in queste dichiarazioni e prometto, a loro e a me stessa, di fare sempre mio meglio per ascoltarli, accoglierli, trovare un contatto vero con loro e farli venire alla luce.

“Mai Stati così Uniti” di Simona Siri e Dan Gerstein (TEA, 2020)

Sono trascorsi dieci giorni, ormai, dal momento in cui, sotto lo sguardo attento di tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno scelto il loro nuovo Presidente.  Devo dire che le elezioni americane sono, da un po’ di anni a questa parte, un appuntamento imperdibile per me, per cui cerco di documentarmi e di seguire questo grande evento quanto più possibile, leggendo o guardando trasmissioni televisive. Proprio ricercando e curiosando un po’ sui social network ho scoperto Simona Siri e ho cominciato a seguire le sue interessanti dirette, in cui i contenuti sono veicolati con competenza e semplicità.  Non potevo, quindi, non leggere “Mai stati così uniti”, un libro o meglio un diario, scritto a quattro mani col marito Dan Gerstein, analista politico. Il racconto prende il via dalla notte elettorale del 2016, che ha portato all’elezione di Donald Trump e all’inaspettata sconfitta di Hillary Clinton, e che le ha provocato un grosso sconvolgimento interiore, la Siri riflette, insieme a Gerstein, sulle peculiarità dell’America, sui suoi difetti, sui suoi pregi, su come le differenze culturali abbiano influenzato le dinamiche di coppia.

Vengono affrontate moltissime tematiche, partendo dall’esperienza personale e arrivando poi al generale, come nel caso del discorso sulla sanità.  Divertentissimo è l’inizio in cui l’autrice di parla delle regole rigidissime dal “dating”, proprio cominciando dal primo appuntamento con Dan, mentre molto interessante è l’analisi sociologica della sua seconda patria, scaturita da un’esperienza di volontariato che l’ha portata a fare canvassing (un’attività per la quale ci si reca proprio nelle case degli elettori per promuovere un candidato), molto accorata è la riflessione sulla questione razziale e sul movimento Black lives matter, è commovente il  racconto dell’adozione della loro bambina, Ella.

Questo libro è scorrevole e leggero, a dispetto degli argomenti trattati che sono di una certa levatura e costituisce una finestra diretta una terra della quale non abbiamo conoscenza reale. Ad intrigarmi particolarmente, poi è stato il fatto che venga la possibilità di avere due punti vista sugli stessi temi, di poter leggere nero su bianco un confronto vero, a volte anche “acceso”, senza retorica e senza censure direi.

Mi piace moltissimo la definizione di questo scritto data dalla stessa Siri nei ringraziamenti, perché rispecchia in pieno quello che il lettore si trova davanti agli occhi: un lungo e complicato messaggio d’amore, Un messaggio d’amore non solo alla sua famiglia, ma anche al luogo in cui vive e ha scelto di mettere radici, pieno appunto di contraddizioni, di criticità, ma anche di bellezza e possibilità.

Consiglio “Mai Stati così Uniti” a tutti coloro che sono incuriositi dagli Usa e vogliono approfondirne la conoscenza, che siamo appassionati di politica o meno, che sia esperto o meno perché sicuramente arriverà all’ultima pagina arricchito e più informato.

“Le cronache di Alaster volume 1: Drago” di Leonardo Tomer (Albatros, 2020)

Vi piacciono i viaggi sulle ali della fantasia? Vi piacciono le storie ricche di duelli, di incantesimi, di creature con poteri straordinari? Allacciate le cinture allora, perché sicuramente il viaggio che vi farà intraprendere Leonardo Tomer con il suo libro, “Le Cronache di Alaster”, vi piacerà e vi coinvolgerà.

Marcel è un “mezz’uomo”, appassionato di storia e di archeologia, che sta studiando gli appunti dell’amatissimo nonno per ritrovare il preziosissimo “occhio del Drago”, una pietra magica. Il giovane si mette in viaggio per perseguire il suo scopo, incontrando prima Alaster, mercenario che pian piano scoprirà cose sorprendenti su di sé e poi l’aspirante maga Myra. Il percorso dei tre personaggi ovviamente non sarà semplice, anzi si rivelerà irto di ostacoli e di prove di superare, ma i “nostri” dimostreranno di avere il coraggio e la forza necessaria per raggiungere il loro obiettivo, nonché il Regno da cui Marcel proviene.

Il romanzo è di agevole lettura, la prosa di Tomer è lineare e semplice, adatta sia agli adulti che ai ragazzi. In effetti, a mio parere, molti degli elementi presenti nell’opera potrebbero interessare e intrigare soprattutto un pubblico più giovane: il genere, indubbiamente, ma anche la presenza di temi come l’amicizia, il coraggio, la ricerca della propria identità, ma anche la rivendicazione della propria identità (Alaster capisce davvero chi è durante questo viaggio, Marcel è orgoglioso del lavoro del nonno e vuole seguirne le orme), la ricerca della propria strada anche a costo di sbagliare.

Ho trovato davvero pregevoli le illustrazioni inserite all’interno del testo, complemento perfetto per un fantasy e l’attenzione ad alcuni dettagli Si notano, la cura posta nelle descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata e la minuzia, ad esempio nell’esposizione delle tecniche della scherma, materia che lo scrittore padroneggia.

Ci tengo, al termine della mia recensione, a ringraziarlo nuovamente per l’attenzione riservata al mio blog e per avermi inviato una copia della sua opera, che ho letto con attenzione e piacere.

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