Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Autore: Giuliana Benedetto (Pagina 1 di 9)

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” di Ferruccio Parazzoli (Aboca, 2019)

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico”, di Ferruccio Parazzoli è un romanzo estremamente singolare e raffinato. La narrazione si divide in due blocchi. Il “protagonista” della prima parte del libro è un ragazzo che lascia improvvisamente il suo lavoro di cameriere e si reca in un bosco per passare la notte sotto un albero. Lì in contra un uomo, lo Zio, che a sua volta lo conduce dal Cacciatore il quale gli racconterà la leggenda della Maciucia e del Grande Pino. Nella seconda parte, invece, ci viene presentata Olga, che si oppone con tutte le sue forze all’abbattimento del fico che le ha sempre “fatto compagnia” e che è fedele custode dei suoi racconti.

“Non posso vivere senza storie. A me piacciono le storie, ne ho sempre avuto bisogno, la mia come quelle degli altri”.

Questa frase mi sembra perfetta per riassumere lo spirito dell’opera di Parazzoli, in cui a spiccare è il gusto  dell’affabulazione più pura. L’esigenza della trasmissione delle storie agli altri, del non lasciar disperdere l’enorme patrimonio costituito dalle esperienze di una vita traspare con chiarezza mentre scorrono le righe e le pagine. Gli alberi, proprio per il loro valore simbolico, sono degli elementi perfetti per veicolare il concetto che ho espresso poc’anzi e proprio agli alberi Aboca ha dedicato un’intera collana: “Il bosco degli scrittori”.

Con la maestria tipica di chi sa bene come utilizzare le parole, l’autore ci conduce tra leggende e realtà, fantasia e sprazzi di vita reale in un immaginifico ed evocativo viaggio; ci trasporta in un mondo quasi senza tempo, in una sorta di favola moderna dal sapore un po’ nostalgico.

Il lettore si troverà davanti un testo scorrevole, che si “gusta” molto volentieri, per nulla semplicistico, ma, al contrario, elegante ed accurato.

“Lo chiederemo agli alberi/ Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/ Invincibili. Risponderanno gli alberi/ Che le radici sono qui/ E i loro rami danzano/ All’unisono verso un cielo blu”.

Così recita “Lo chiederemo agli alberi”, meravigliosa canzone di Simone Cristicchi che ho immediatamente associata a “La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” e con queste parole così poetiche e profondo desidero concludere la mia recensione, non prima però di aver ringraziato l’agenzia Media Eventi per avermi proposto la lettura di questo interessante volume.

Intervista a Valentina Bardi

Buon pomeriggio a tutti! Con molto piacere vi presento l’intervista che ho fatto a Valentina Bardi, autrice del romanzo “Ventiquattro”. La ringrazio tantissimo per aver risposto alle mie “curiosità” e vi invito a leggere le sue interessanti parole!

1) Per prima cosa vorrei chiederle in che modo ha costruito i personaggi del romanzo, che trovo realistici e ben descritti dal punto di vista psicologico.

Grazie per le osservazioni. Per me significano molto. Per tutto il periodo in cui ho pensato alla trama, non ho scritto nemmeno una parola: ho dato il
tempo ai personaggi, anche a coloro che compaiono solo una volta nel romanzo, di “formarsi”nella mia immaginazione in tutta la loro interezza. Mi sono presa un lungo periodo di riflessione: periodo in cui ho pensato molto e ho immaginato, magari vedendo e rivedendo certe scene e certe battute di dialogo fino a saperle a memoria. Così facendo, quando è stato il momento di scrivere, i personaggi avevano una loro “ossatura”: erano “vivi” e non delle sagome inverosimili.

2) Tra i vari personaggi mi ha colpito molto Chicca, che definirei lo spirito critico del romanzo e che si fa portatrice di molti dei messaggi che  lei voleva dare attraverso la sua opera. Conferma il mio pensiero? Com’è stato darle vita?

Confermo al 100%. Federica (Chicca) è, dal mio punto di vista, il personaggio più
importante della storia, sia a livello di contenuto e di significato delle vicende narrate, sia a livello meramente tecnico. Federica è una sorta di “messaggero” che attraversa il dolore di questa storia perché già “abituata” al suo personalissimo calvario: le sue esperienze l’hanno resa dura e, a volte, scorbutica, ma progressivamente il lettore riesce a leggere la profondità di questo personaggio e il suo animo “puro”. Nei passaggi più delicati del romanzo, è su di lei che si
appoggiano gli altri; ed è su di lei che si fonda anche la struttura di base di tutto l’impianto narrativo. Ho fatto fatica a lasciarla andare dove voleva; soprattutto nei modi. Ma tengo sempre a mente la lezione di una maestra della narrativa contemporanea, Elizabeth Strout: se un personaggio è ben costruito, l’autore deve lasciarlo fare. Ed io ho avuto molta fiducia in Federica. La mia fiducia in lei ha superato i dubbi che, di tanto in tanto, sorgevano.

3) Ha usato spesso il dialetto nel libro e in generale una lingua molto aderente al parlato di tutti i giorni, soprattutto nei dialoghi. È stata una scelta ragionata per avvicinarsi in qualche modo al lettore oppure ha semplicemente utilizzato in modo naturale il suo idioletto?

È successo in maniera naturale e, aggiungerei, irrazionale; nel momento in cui ho realizzato che la storia si svolgeva dalle mie parti, ho immediatamente sentito la necessità di utilizzare una lingua che parlasse di questa terra, che sapesse raccontare le vicende in modo viscerale, senza terminologie artefatte. Anche questo, secondo me, ha contribuito molto a rendere i personaggi vivi e realistici.

4) Mi pare che abbia voluto non solo raccontare una storia, ma anche il suo territorio sia attraverso il linguaggio, che attraverso la descrizione dei cibi, ad esempio. È corretto?

Correttissimo… Il cibo in Ventiquattro diventa una sorta di personaggio a parte: ha una funzione narrativa importantissima perché spesso, in base a cosa si mangia, si coglie il mood e si percepiscono le relazioni emozionali fra i vari personaggi nelle varie scene. Il cibo è stato sempre di enorme aiuto narrativo e l’ho utilizzato come se fosse un transfert emotivo per far entrare il lettore negli umori della storia.

5) Mi piacerebbe che ci parlasse del suo gruppo di lettura e poi che mi dicesse se secondo lei il punto di vista del lettore e dello scrittore siano diversi o complementari.

Il gruppo di lettura Teodorico, è una piccolissima realtà del paese in cui vivo, Galeata: siamo persone di età, esperienze e vissuti diversi, accomunate dalla grande passione per la lettura. Per noi è diventato un modo per incontrarsi e parlare dei libri che amiamo e anche per approfondire e divulgare, sempre con umiltà, la letteratura italiana e straniera. Ogni storia, nel momento in cui diventa libro, si trasforma in qualcosa da condividere: da condividere con il lettore; per questo motivo, secondo me, ogni lettore è un valore aggiunto alla storia (e anche molto di più) perché leggendola, la fa sua, la interpreta e la “metabolizza” in modo personale.

6) In “Ventiquattro” ha affrontato delle tematiche importanti e si vede, come ho scritto, un grande coinvolgimento emotivo. Secondo lei uno scrittore deve calarsi completamente in quello che scrive o è necessario un certo distacco per poter riportare efficacemente ciò che desidera trasmettere?

Personalmente ritengo che siano importanti entrambi gli approcci: quello che fa la differenza ed è determinante, secondo me, è il tempo. Quando sento che sta per spuntarmi l’idea per una nuova storia, è come se piombassi in un’altra dimensione: in superficie vivo la mia vita reale, mentre con la mia immaginazione vivo la storia che scriverò. E quando sono in questa fase, divento un fascio di pura visionarietà ed emozione: sento tutto con la pancia, senza preoccuparmi di filtrare le mie sensazioni. Ma non scrivo neanche una riga. Soltanto in un secondo momento, quando cioè sento che ormai la storia mi è chiara e ho acquisito una sorta di consapevolezza, inizio a scrivere. E in quel momento sono più “calma”, perché conosco così a fondo quello che prima ho soltanto sentito, da riuscire a rimanere vigile.

“Ventiquattro” di Valentina Bardi (Società Editrice “Il ponte Vecchio”, 2019)

Quarta di copertina

Martina sta per compiere diciotto anni e frequenta un ragazzo che a sua madre non piace. Perché è il figlio del padrone della fabbrica locale, perché sua madre è una sindacalista come quelle di una volta e insomma quel ragazzo (com’è che si chiama, Matteo?) non lo vuole in casa sua.

Martina sta per compiere diciotto anni e sempre più spesso si sente una mosca bianca, in famiglia. La madre, Giada, tutta d’un pezzo. Il padre, Andrea, che non c’è mai. Fa il giornalista, inviato in zone di guerra, e sembra che per lui contino più i drammi del mondo che quelli di casa sua; sembra anche, quando si fa vedere, che lui e la mamma non vadano più tanto d’accordo. E poi la sorella maggiore e i fratelli minori di Martina, ognuno alle prese con i propri problemi grandi e piccoli… problemi che la riguardano fino a un certo punto.

Nonostante tutto, però, sembra che il microcosmo che ruota attorno a Martina, ben radicato in un piccolo comune della provincia romagnola, sia in grado di vivere la vita senza troppi sconvolgimenti.

Sembra. Perché un evento inaspettato costringerà la ragazza, la sua famiglia e l’intera comunità con cui si intreccia, a rivedere le proprie convinzioni e a reinventare la propria visione del mondo.

Un romanzo di formazione molto attuale, ricco di momenti toccanti e di argomenti che riguardano ognuno di noi: la famiglia, la coppia, l’essere figli. La fede politica e quella religiosa. La gioia e il dolore, la serenità e la disperazione. E soprattutto la necessità di accettare i propri limiti e raggiungere, finalmente, una nuova consapevolezza.

 

L’autrice

Valentina Bardi vive nella provincia di Forlì-Cesena, a Galeata. È diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena ed è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna Alma Mater Studiorum. Da sempre appassionata di libri, fa parte del Gruppo di lettura “Teodorico” di Galeata, che da svariati anni propone incontri pubblici e reading su autori italiani e stranieri.
 Ventiquattro è il suo primo romanzo.

 

Recensione

Martina ha 18 anni, sta vivendo la sua prima storia d’amore e un momento non facile in famiglia. Sua sorella infatti ha appena vissuto un grande dolore e il matrimonio dei suoi genitori attraversa una fase delicata. Il padre della giovane, Andrea, è un inviato di guerra, uno spirito libero che ama il proprio lavoro, ma è costretto a trascurare i suoi cari.  Giada, sua madre, è un sindacalista forte, pragmatica, che però si lascia per un attimo sopraffare dalla fragilità e dall’insicurezza proprio a causa del carattere sfuggente del marito. Un evento tragico e inaspettato costringerà Martina e le sue amiche a maturare, anzi a cambiare, ma anche i familiari della ragazza ad unirsi e a mettere da parte le tensioni e gli screzi per ritornare a quello che più conta: l’amore reciproco.

Il romanzo di Valentina Bardi è intimo, intenso e sfiora delicatamente tematiche che possono afferire alla quotidianità di ciascuno di noi come l’adolescenza, il cambiamento, la crescita personale e l’acquisizione di nuove consapevolezze, ma anche le dinamiche che possono prodursi all’interno di un nucleo familiare o la vita di provincia, semplice nonché ancorata alle tradizioni.

Anche lo stile utilizzato  ̶  l’autrice ad esempio usa in alcuni momenti il dialetto  ̶  riflette l’atmosfera naturale, semplice e genuina presente nel libro e che ho molto apprezzato.

“Ventiquattro” è un romanzo in cui possono riconoscersi sia i giovani sia gli adulti e in cui si nota un interessante lavoro di introspezione psicologica oltre che la volontà di ricostruire con precisione, ma anche con coinvolgimento emotivo la realtà di ciascuno di noi.

 

Buone feste a tutti!

Ci siamo, è la Vigilia di Natale. Anche io e Valentina volevamo augurarvi buone feste. Che sotto l’albero possiate trovare tutto quello che c’è in questa foto dalle atmosfere dickensiane: il calore che riscalda il cuore e ravviva, la luce della gioia e della speranza e tanti nuovi capitoli da scorrere pagina dopo pagina.

Sereno Natale e Felice Anno Nuovo da parte di Un libro e un caffè!

“La rosa dei venti – Le Gocce di Lazhull” di Mirko Hilbrat

 

Mi ha fatto molto piacere ricevere, per la seconda volta, una proposta di lettura da parte dell’agenzia “Scrittura a tutto tondo” e devo dire che, anche in questo caso, non sono rimasta delusa dal testo che mi è stato inviato.

“La rosa dei venti – Le gocce di Lazhull”, di Mirko Hilbrat, è un fantasy intricato, pieno di azione e suspense. Gli appassionati del genere si divertiranno moltissimo immergendosi nelle avventure della grintosa e ribelle principessa Syria, del coraggioso cavaliere Rion, del saggio consigliere Serin, del principe “traditore” Mortis.

Le 546 sono costellate da battaglie all’ultimo sangue (regni in contrasto, ma in senso più ampio buoni e cattivi, si combatteranno duramente e senza esclusione di colpi) e abitate da una fantasiosa schiera di vampiri, elfi ed esseri dotati di poteri magici.

I due personaggi principali, Syria e Rion, sono senza dubbio molto affascinanti, sono caratterizzati in modo estremamente efficace e riescono a colpire con facilità ed immediatezza il lettore. La protagonista femminile è una giovane audace che non ha paura di sovvertire le regole per seguire il suo cuore, mantenendo una promessa fatta a suo padre mentre il ragazzo, che ha un passato misterioso di cui non conserva alcun ricordo, è riflessivo, corretto, desideroso di farsi valere, ma non irruento.

La capacità immaginifica dell’autore emerge nitidamente nel mondo, o meglio, nei vari mondi che racconta e forse questa è la cosa che più mi ha colpito del suo romanzo. Devo confessare che non sono un’accanita “consumatrice” di fantasy, eppure ammiro molto chi, come Mirko Hilbrat, con impegno e grande inventiva riesce a creare qualcosa di originale e inusuale.

Soprattutto un pubblico giovane potrebbe, a mio parere, apprezzare il libro “La rosa dei venti”, magari leggendolo piano piano, “a puntate”, quasi come fosse un serie televisiva (in effetti ci sarà un seguito, quindi l’idea della serialità è già in qualche modo presente negli intenti di Hilbrat) ed è l’ideale per queste giornate o serate festive in cui si potrebbe voler divagare ed evadere.

“Un tè alla ciliegia” di Jane Rose Caruso

A Beltroy è arrivata la bella stagione e, dopo la risoluzione di un caso spinosissimo, sono arrivate anche nuove avventure per la dolce e risoluta Miss Book, che con la sua arguzia e i suoi manicaretti dovrà, ancora una volta, sistemare i problemi delle persone a lei care. Una festa di fidanzamento rischia di essere rovinata e Prudence, la nipote di Catharine, aspirante poetessa che faticosamente cerca la sua autonomia, soffre per amore, ma grazie all’infaticabile anziana signora tutto si risolerà per il meglio. Non potevano mancare le ricette con le quali la protagonista delizia i suoi amici e lenisce i loro dispiaceri.

È sempre gradevole “tuffarsi” nei testi dedicati a Miss Book, che ormai è diventata come una vecchia amica da cui si torna con piacere. “Un tè alla ciliegia” si legge in pochissimo tempo, è scritto in modo scorrevole ed è l’ideale per una serata di relax o come lettura prima di andare a dormire, ma fa anche riflettere, come i libri precedenti.

Ad esempio è molo interessante l’approfondimento sulla figura di Prudence, che sta recuperando pian piano la sua serenità, dopo aver vissuto delle vicissitudini poco piacevoli, che ha trovato il modo per esprimere se stessa e suoi sentimenti attraverso la poesia, superando i suoi timori e diventando sempre più indipendente.

Fa sempre bene bene, poi, sentir parlare di buoni sentimenti, in un mondo in cui, putroppo, i buoni sentiment si stanno perdendo sempre di più.

Per queste ragioni non posso che consigliarvi la lettura di quella deliziosa novella e, se non lo avete fatto, di leggere anche i precedenti lavori di Jane Rose Caruso.

 

“Magmamemoria” di Levante (Parlophone, Warner Music Italy, 2019)

Mi sono irrimediabilmente e perdutamente innamorata di “Magamamemoria”, il nuovo lavoro di Levante, intimo, anzi viscerale, delicato eppure potentissimo, ricercato ma non pretenzioso.

Ho sempre ammirato la cura e l’attenzione nella scelta delle parole della cantautrice di origine siciliana, confermate dalla scelta di un titolo così raffinato, evocativo, efficace e rappresentativo.

La title track mi ha conquistata immediatamente. Magmamemoria è un brano breve, ma prezioso, che costituisce la porta d’accesso all’album, che lo “battezza”, dandogli il nome (“Cremisi agli occhi dei giorni di gloria/Ecco il tuo nome, ti chimerai Magmamemoria). Mi è parso quasi il canto etereo di una sirena che invita ad ascoltare quanto verrà raccontato in seguito. Il testo, a mio avviso, è una vera e propria poesia che si intreccia in modo mirabile ad una musica dolce e carezzevole (da brividi sono i vocalizzi tra la fine della strofa e il ritornello).

 

“Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Come le vele spiegate dal vento

Spiegami perché ti aggrappi al ventre?

Non era vero

Tu non muori mai, tu non muori mai

Sei dentro di me

Navighi i mari della memoria

Riporti a galla, il mio petto brucia

Ancora, ancora gettata in fondo a me

Scardini le mie certezze

E ora che ritorni che farò?”

 

Si può rimuginare sul passato, riflettere, ma “per amare non esiste un corso d’aggiornamento”, “per essere felici in due” non esistono regole predefinite e ricette particolari”: questo è il messaggio che si evince da “Regno animale”, brano che ho apprezzato tantissimo perché estremamente coinvolgente. Colpiscono molto, anche in questo caso, i momenti finali delle strofe. L’unione tra musica parole riesce a far breccia nell’emotività dell’ascoltatore.

 

“Quanto tempo resterà se dividi per sempre?

Se il passato un errore e ho buttato via l’amore.

Ho avuto tutte le notti pe moltiplicare i sogni

Sistemare i miei pensieri

E archiviare i ricordi dei giorni perfetti

E come nei film c’ una scena finale

Dove vado di fretta, la mia vita mia spetta”

 

 

Una menzione particolare, secondo me, spetta all’introduzione di “Antonio”, che sembra l’interludio ad una pellicola in bianco e nero e conduce perfettamente nell’atmosfera sognante ma anche un po’ malinconica di questa canzone che evoca un amore intenso e felice, riassunto perfettamente nel verso “Se apro le braccia volo”.

Mi sono concentrata sul lato più intimista e personale dell’album, ma ci sono due canzoni molto interessanti che fanno un ritratto feroce, ma centratissimo della società odierna, di questi tempi “deserti di coraggio”: “Andrà tutto bene” e “Bravi tutti voi”.

 

“Incappo in un sacchetto, nella tua indifferenza

In fondo a questa strada hanno già perso la pazienza

I corsi di paura

ricorsi della storia

per trattenerci in una morsa senza memoria”

“Ce lo dirà il tempo che grande smarrimento è stato rimanere fermo”

 

Ho citato solo due stralci di queste canzoni, ma esse meriterebbero di essere analizzate in modo più approfondito. Di sicuro sono il frutto delle considerazioni di un’artista sensibile e attenta a quello che succede nel mondo che la circonda, che non vuole chiudere gli occhi di fronte ad alcune tematiche.

Gli alti titoli che compongono la tracklist sono ugualmente pregevoli. “Rancore” forse è brano più rabbioso anche se mitigato da sonorità non così “spigolose” mentre “Arcano 13” è il più struggente. “Il giorno prima dell’inizio non ha mai avuto fine” è una canzone originale, dalla musicalità “avvolgente”. “Questa è l’ultima volta che ti dimentico” e “Se non ti vedo non esisti” sono legate agli omonimi romanzi scritti da Levante (entrambi bellissimi), “Reali” è trascinante, “Saturno” sofisticata ed elegante mentre “Lo stretto necessario” con Carmen Consoli è un omaggio alla Sicilia e quindi alle radici della cantautrice. “

In un mondo musicale ormai intriso di omologazione, l’originalità, la profondità e la qualità di questo disco sono una boccata d’ossigeno e meritano di ottenere il giusto riconoscimento.

 

Recensione di “Bosco Bianco” ed intervista a Diego Galdino

Bosco Bianco, splendida, antica tenuta sulla costiera amalfitana è l’incantevole scenario in cui nasce la storia d’amore tra Maia, che eredita dalla migliore amica di sua madre metà della suddetta magione e Giorgio, agente immobiliare, costretto dal suo capo senza scrupoli a fingersi Samuele Milleri, nipote della vecchia proprietaria.

Tra i due protagonisti scatta un’immediata empatia che si trasforma in qualcosa di decisamente più profondo, un sentimento forte, ostacolato però dalla bugia di Giorgio e dalla perfidia del suo capo, divorato dalla sete di potere e di denaro e che è deciso, tra l’altro, a mettere le mani sul prezioso diario che il famoso scrittore americano Albert Grant si dice abbia nascosto proprio a Bosco Bianco.

Il libro scritto da Diego Galdino è godibile, coinvolgente, leggero, ma curato. Bosco Bianco è una sorta di favola moderna, con l’eroe e l’eroina ricchi di qualità e di bontà, l’antagonista che tenta in tutti modi di ostacolare la loro felicità e gli equivoci che rappresentano un ulteriore impedimento al coronamento del loro sogno d’amore.

Sicuramente questo romanzo è stato scritto con grande coinvolgimento emotivo e con passione. Si percepisce che l’autore crede nella storia che racconta e che ama quello che scrive.

Leggendo il testo ho pensato immediatamente che fosse una perfetta lettura estiva (tutti gli elementi costitutivi del romanzo fanno pensare alla bella stagione: la meravigliosa casa nel bosco, il mare della costiera amalfitana, l’atmosfera romantica), ma naturalmente un bel racconto sentimentale come quello composto da Galdino è adatto a qualsiasi stagione e regalerà ore di piacevole svago a chi lo vorrà accostarsi ad esso in qualunque momento.

 

 

Oltre alla recensione ho fatto alcune domande all’autore, Diego Galdino. Ringrazio di cuore lui e il suo ufficio stampa, Simona, per avermi dato l’opportunità di leggere e recensire il libro.

Buona lettura!

 

  • Quanto conta per lei il luogo in cui è ambientato il suo romanzo o un romanzo in generale? Leggendo “Bosco Bianco” ho avuto l’impressione che fosse determinante all’interno della storia.

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Tutte le mie storie nascono principalmente grazie ad un posto… Un bar, Roma, una cittadina della campagna senese, una spiaggia siciliana dove vanno a nidificare le tartarughe marine, un lago della Svizzera… In Bosco Bianco invece ho voluto osare di più creando prima il luogo e poi la storia, ed è stato bellissimo per me creare con la mia fantasia la cittadina di Santa Maria, una tenuta affacciata sulla costiera amalfitana, una piccola isola dove i protagonisti si perdono ritrovandosi… Il pensiero che a chi legga la storia possa venire voglia di andare a visitare questi posti mi rende euforico… Quando ho creato Bosco Bianco l’ho fatto con la speranza che potesse diventare come uno di quei palazzi a cui Zafon ne L’ombra del vento dice che la memoria del lettore potrà ritornare ogni volta che ne avrà voglia…

 

  • Come ho scritto nella recensione, si percepisce che lei crede e ama molto quello che scrive. Cosa l’ha spinta a dedicarsi al genere romance?

 

Si può dire che sono diventato lo scrittore di oggi per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

 

  • Una delle citazioni che ha inserito all’inizio di ogni capitolo recita: “L’amore è un salto nel buio… Ahimè non ho mai avuto l’ispirazione per lanciarmi”. Anche l’amore per la scrittura è un salto nel buio? Quanto è difficile per uno scrittore superare le proprie paure per regalare a tutti qualcosa di molto personale come una storia frutto della propria interiorità e che poi diventa patrimonio di tutti in qualche modo?

 

Io non ho paura quando scrivo, forse è il momento in cui mi sento più coraggioso, perché credo fermamente nella storia che mi accingo a scrivere, sono follemente innamorato delle mie storie e quando uno è innamorato è capace di qualsiasi cosa, e niente e nessuno può fermarlo, tanto meno la paura…

 

  • Ci sono degli autori che hanno avuto un ruolo importante nella sua attività di scrittore?

 

Il mio libro della vita è Persuasione di Jane Austen, perché è il romanzo d’amore che maggiormente mi rappresenta come scrittore e come lettore. Ma sono tanti gli scrittori a cui devo essere grato, perché leggere le loro opere ha sicuramente contribuito a fare di me lo scrittore che sono. Penso a Nicholas Sparks, Mark Levy, Musso, Paullina Simons, Evans.

 

 

  • Oltre a scrivere lei lavora in un bar. È mai stato ispirato dai racconti di qualche suo cliente?

 

Credo che il bar si presti bene come fonte d’ispirazione, perché racchiude al suo interno una galassia di persone diverse che girano intorno al bancone come i pianeti intorno al Sole, prendendo dal caffè quel calore, quell’energia che ti accompagnerà, anzi che ti farà compagnia per il resto della tua giornata. In cambio queste persone permettono, con le loro storie di vita vissuta, con le loro manie, i loro caratteri simili o sempre diversi, al Sole/bancone di adempiere al suo dovere a ciò che ne rende indispensabile per se stesso e per gli altri la sua stessa esistenza.

Intervista a Paola Maria Liotta

Dopo avervi parlato del romanzo “Piano concerto Schumann”, vi propongo un’intervista all’autrice, Paola Maria Liotta. La ringraziato sentitamente per le risposte e per le belle parole usate nei miei confronti. Dopo l’intervista riporto la quarta di copertina del libro, consigliandovi di leggerlo, e la biografia dell’autrice. Buona lettura!

 

  • Nella sua biografia ho letto che è una docente e che ha scritto diverse sillogi poetiche. Mi piacerebbe però che si presentasse in modo ancora più approfondito ai lettori del blog.

Intanto, La ringrazio per avermi ospitato anche così nel suo blog. Direi che la scrittura è, per me, qualcosa di estremamente naturale, che si esprime in varie fogge, in tanti momenti, ben connessi fra loro: nell’insegnamento e nella formazione dei giovani, nel mio spirito di ricerca, nell’amore per tutto ciò che faccio, nei miei tanti, innumerevoli interessi, anche letterari.

  • Ci può raccontare com’è nato il suo romanzo?

È nato naturalmente, dal cuore delle mie tante ispirazioni: scrittura, lettura, musica, arte, poesia, che mi sono connaturate. Esistono tensioni positive, che inducono a migliorarci. Il mio romanzo traduce ciò che sento, così come il mio desiderio di leggerezza e profondità assieme.

  • È stata ispirata in qualche modo dall’amore per la musica classica che ho percepito nel corso della storia, leggendo il libro?

L’amore per la musica è il motivo che risuona in tutto il romanzo. Il nucleo propulsivo è intessuto di quei sentimenti e di quelle sensazioni che Fiamma Fogliani declina nelle sue note, e io scrivendo. La scrittura è un bellissimo ponte tanto verso il passato, quanto verso il futuro, gli altri, il “noi”, insomma, e sempre con uno sguardo lucido proteso sul reale.

  • Sia nello stile che nella trama del romanzo si nota, come ho detto nella mia recensione, una propensione, una passione per la classicità, forse derivante anche dai suoi studi. Conferma il mio pensiero?

Qui confermo, sorrido, e non nego affatto. L’amore per il mondo classico, che provo a trasmettere ai miei discenti, è insopprimibile nelle mie corde. Si riallaccia al primigenio, al concetto stesso di pensiero, di arte, di cultura, che, senza quel mondo, e i suoi valori immortali, forse sarebbe esistito in modi e forme diverse, ma non con la stessa grazia, né lo stesso maestoso fulgore. Oggi siamo figlie e figli di un mondo ultra millenario, di un’umanità che non possiamo non considerare, se vogliamo – come specie umana – avere un futuro. Senza i classici, davvero, il diluvio.

 

  • Il romanzo ad un certo punto ha una virata inaspettata verso il giallo. Questo cambiamento era preventivato o è un’idea che le è venuta in mente mentre scriveva?

Sono dell’idea che il mistero pertenga la stessa vita dell’uomo. Inscrivere una vicenda narrata in un quadro enigmatico e di segni da cogliere o interpretare, in fondo, potrebbe essere uno dei metodi più “graziosi” e appassionanti di riflettere sull’oltre, sul gioco delle apparenze, sulla trama di cui facciamo parte, ma di cui sconosciamo l’ordito, il creatore, il destino finale.

 

  • Mi ha molto colpita la delicatezza, quasi l’affetto, con cui ha descritto Fiamma. L’ho sentita molto vicina a chi l’ha creata, o sbaglio?

Intanto la ringrazio per tutte le domande che mi ha porto, che rispondono alla mia vocazione di scrittura e, prima ancora, a come io sono. Si nota che Lei ha colto il messaggio e le sfumature di quanto ho scritto. Fiamma è vicina a me nella stessa misura in cui lo è ogni dettaglio della storia. È una creatura che vuole essere amata per come è, per la dedizione che riversa in ciò che fa, per la sua squisita sensibilità. Impossibile non crearla, non amarla, non parlarne. Grazie di cuore.

Quarta di copertina
Fiamma Fogliani è una pianista di fama internazionale e una donna dotata di classe, fascino e intelligenza. Vive a Londra, seguita dalla sua agente Emma, sotto le attenzioni dell’amica Paulette e coccolata dalla sua gatta, Camelia; con Sergio è sbocciata una simpatia che potrebbe sfociare in qualcosa di più… insomma, la sua è una vita quasi perfetta. Fino al giorno in cui un uomo, che non rivela la propria identità, la sceglie come solista nel Piano Concerto Schumann: Fiamma dovrà eseguirlo per un pubblico selezionato e l’incasso sarà devoluto a favore di un principato del Vicino Oriente devastato dalla guerriglia. Come se non
bastasse, Paulette le regala un antico strumento musicale, una spinetta che ha una storia misteriosa…
In un romanzo che è una lode alla musica e alla bellezza, viviamo un susseguirsi di situazioni emozionanti e intricate, di pause sapienti e improvvise accelerazioni degne di una sinfonia. La protagonista si fa eroina e portavoce di tutte le donne consapevoli del proprio valore; dalla spirale che la avvolge, dopo una lotta accesa, uscirà vincente, riscoprendo nell’amore per la musica la sua unica possibilità di fronteggiare il male.

L’autrice
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali. Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, «Ed era colma di felicità». È anche autrice del testo teatrale «Briseide», finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” 2019: una riflessione sulle tragedie attuali e sulla condizione femminile. Inoltre è appassionata di gastronomia: ha curato una rubrica culinaria sul “Gazzettino del Sud-Est” e nel 2014 ha pubblicato «Miele, mandorle e cannella», finalista al Premio Letterario “Città di Pentelite”. A sei anni dal suo debutto nella narrativa, torna in libreria con Piano Concerto Schumann e
affida a “Scrittura a tutto tondo” la promozione della sua opera.

“Piano Concerto Schumann” di Paola Maria Liotta (Il seme bianco, 2019)

Musica, mistero e sentimento sono gli ingredienti principali di questo romanzo di Paola Maria Liotta, la cui protagonista è Fiamma Fogliani, talentuosa pianista conosciuta in tutto il mondo e chiamata, dall’affascinante direttore d’orchestra Albert Marni, ad eseguire il celebre Piano concerto di Schumann, in occasione di una serata di beneficenza in favore di un popolo orientale che sta vivendo un periodo difficile, segnato dalla guerra.

La donna riceve in dono da una sua cara amica, Paulette, una spinetta pregiatissima e antica che diventerà l’innesco di un intricato “caso”, la cui risoluzione si rivelerà estremamente complessa.

Fiamma risulta un personaggio ben delineato, descritto con minuzia e attenzione e in effetti il narratore molto si sofferma su di lei rendendo evidenti la sua dedizione al pianoforte, la sua dolcezza, la sua grande forza d’animo e la sua tenacia.

Tutto il testo è pervaso da un’atmosfera raffinata ed elegante, data anche dalle varie città in cui la protagonista vive o lavora (Torino e Parigi, ad esempio) ed è intriso di sensibilità artistica, di vero amore per l’arte, in tutte le sue forme.

Lo stile classico, pulito, essenziale, ma curato utilizzato dall’autrice ben si attaglia alla trama e alla stessa Fiamma. Ho riscontrato, in effetti, una coerenza narrativa, che rappresenta di sicuro un pregio di questo romanzo.

“Piano concerto Schumann” è a mio avviso, una lettura estremamente gradevole, che piacerà soprattutto agli appassionati di musica, ma anche a chi, più in generale, ama opere sobrie e delicate.

 

L’AUTRICE
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali.
Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, Ed era colma di felicità. È anche autrice del testo teatrale Briseide, finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” 2019: una riflessione sulle tragedie attuali e sulla condizione femminile.
Inoltre è appassionata di gastronomia: ha curato una rubrica culinaria sul «Gazzettino del Sud-Est» e nel 2014 ha pubblicato Miele, mandorle e cannella, finalista al Premio Letterario “Cittàdi Pentelite”.
A sei anni dal suo debutto nella narrativa, torna in libreria con Piano Concerto Schumann e affida a “Scrittura a tutto tondo” la promozione della sua opera.

Anticipandovi che prossimamente pubblicherò anche l’intervista a Paola Maria Liotta, ringrazio Francesca Zelletta per avermi proposto la lettura di questo libro.

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