Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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Le donne di “Bridgerton”.

Ebbene, sì, dalla scorsa settimana posso annoverarmi tra gli 82.000.000 di spettatori che su Netflix hanno guardato la serie Tv, “Bridgerton”, tratta dai romanzi di Julia Quinn, che leggerò presto. La nostra Valentina me l’ha caldamente consigliata e devo dire che ho fatto benissimo a darle retta. Come chi mi segue sa, amo tutto ciò che è rétro, i romanzi e le serie in costume e questa è fatta davvero bene, a partire dall’otitma scelta degli attori, che hanno interpretato in modo egregio i loro ruoli, costumi meravigliosi e musiche suggestive. Il mio intento però non è quello di scrivere una recensione, anche perché prima di poter giudicare la serie dovrei leggere i libri della Quinn, quanto parlare brevemente dei personaggi femminili dello show, perché una delle cose che mi ha colpito di più è la panoramica sulla condizione della donna in epoca Regency. In realtà questa riflessione è estendibile anche ai giorni nostri, se si pensa che proprio Phoebe Dynevor, protagonista della serie, si è lamentata del fatto che lei dovesse apparire sempre vestita e curata al meglio nelle interviste, mentre il suo collega aveva la facoltà di indossare ciò che voleva.

Tornando all’intento di questo mio articolo voglio cominciando parlando delle “mamme” dei personaggi principali. Lady Featherington e Lady Bridgerton sono entrambe preoccupate di dare alle loro figlie un avvenire sicuro, di “procurare” loro un matrimonio che le faccia rimanere rispettabili e un marito che garantisca loro l’agio adeguato alla loro condizione. Se la prima mi ricorda per certi aspetti Mrs. Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, un caterpillar nel perseguire il suo scopo e a volte quasi inopportuna (vive l’incubo peggiore quando scopre che non ha più soldi per la dote delle sue “bambine”), la seconda è sicuramente più amorevole ed attenta anche alle esigenze della figlia (dei figli), ma altrettanto conscia del fatto che sposarsi e sposarsi bene, era l’unica prospettiva per assicurare un avvenire sereno ad una ragazza.  Lady Danbury non è la mamma biologica del duca di Hastings (il protagonista maschile della storia), ma lo ha curato sin dall’infanzia dopo la morte della duchessa, lo ha educato, protetto dal padre tirannico e aiutato a superare le sue difficoltà. È una donna emancipata, forte e libera, molto più delle due che ho citato prima.

Parliamo ora della protagonista. Daphne è sicuramente tradizionalista, sa cosa deve fare e non intende ribellarsi alle regole della società in cui vive. Queste regole però vuole viverle a modo suo, per quanto possibile. Vorrebbe l’amore che ha visto fra i suoi genitori, ma comprende anche che purtroppo, se necessario, dovrà farne a meno. Alla fine devo dire che non le è andata mica male. Non dev’essere stato difficile sposare un duca bello, tormentato, ma buono e innamorato di lei!

La Regina Charlotte è sicuramente una persona complessa, ironica ed egocentrica, manipolatrice, ma anche magnanima. A dispetto però della sua aura imperturbabile, anche lei deve fronteggiare alcune problematiche ed è proprio in questo frangente che la vedremo più umana e fragile.

Marina Thompson rappresenta la ragazza perduta. Lady Featherington la vuole costringere ad un matrimonio riparatore quando scopre che aspetta un figlio da un soldato che è partito in guerra. La giovane è costretta anche ad utilizzare l’inganno, in particolare con Colin Bridgerton, per raggiungere l’obiettivo di non essere disonorata e soprattutto dare un futuro alla creatura che aspetta.

È il turno di Penelope Featherington, personaggio straordinario, che come la sua omonima omerica conosce la pazienza e anche l’arte della trama. Amica fedele (che a volte commette degli errori), “vittima” di un amore non corrisposto, conscia di non essere bella in senso canonico, è meno sottomessa di quanto possa sembrare e a modo suo, reagisce agli eventi non in modo passivo.

E poi c’è lei, la mia preferita, Eloise Bridgerton. Infagottata nei suoi deliziosi abiti a collo alto (tranne che per il ballo di debutto), ingenua, completamente estranea alle dinamiche sociali e più desiderosa di stare in biblioteca che di andare ad una festa, è l’outsider per eccellenza (è tenerissima quando ringrazia la sorella per essere perfetta in modo che lei non debba esserlo), all’apparenza, che però nasconde un mondo dentro. È il personaggio femminile più dolcemente anticonvenzionale. Con un libro tra le mani, cerca di comprende le dinamiche sociali alle quali non ama sottostare, è l’unica che vuole smascherare, insieme alla regina, Lady Whistledown, la scrittrice che racconta pettegolezzi, segreti e vizi di tutta l’alta società, non per punirla, ma per capire. Curiosa e riflessiva, stende silenziosa il suo sguardo per analizzare ciò che vede.

Come si vede, sono raccontati tane tipologie di donne, ognuna con le sue peculiarità, con i suoi pregi e i suoi difetti e devo dire che questa panoramica mi ha proprio conquistata, ma soprattutto, mi ha fatto tanto riflettere.

Tra rime e romanzi sparsi… Buon San Valentino!

“Che cos’è l’amor”, si chiedeva Vinicio Capossela in un travolgete brano. Dare una risposta a questa domanda è complicatissimo, ma di sicuro l’amore è stato materia viva per poeti e scrittori. In vista della festa degli innamorati volevo consigliarvi alcuni romanzi a tema, ma poi ho pensato di aggiungere alcune delle mie poesie “romantiche” preferite. Pochi giorni fa, cercando un testo in soffitta, ho trovato una vecchia edizione di un libro di Neruda e ho avuto la folgorazione. La poesia è troppo spesso, purtroppo, trascurata e quindi quale occasione migliore per rispolverare alcune splendide creazioni in versi.

Sonetto XVII

(Pablo Neruda)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

o freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

Infinità d’amore

(John Donne)

Se ancor non ho tutto l’amore tuo,

cara, giammai tutto l’avrò;

non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,

né posso implorare un’altra lacrima a che sgorghi;

ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti

– sospiri, lacrime, e voti e lettere – l’ho consumato.

Eppure non può essermi dovuto

più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;

se allora il tuo dono d’amore fu parziale,

si che parte a me toccasse, parte ad altri,

cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,

quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;

ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà

generato amor nuovo, ad opera di altri,

che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,

di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,

codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,

poiché codesto amore non fu da te impegnato.

Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:

il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,

cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;

chi tutto ha non può aver altro,

e dacché il mio amore ammette quotidianamente

nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;

tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:

se puoi darlo, vuol dire che non l’hai mai dato.

il paradosso d’amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,

tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.

Ma noi terremo un modo più liberale

di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo

un solo essere, e il Tutto l’un dell’altro.

 

Ti amo come se mangiassi il pane

(Nazim Hikmet)

Ti amo come se mangiassi il pane

spruzzandolo di sale

come se alzandomi la notte bruciante di febbre

bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto

ti amo come guardo il pesante sacco della posta

non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia

pieno di sospetto agitato

ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo

ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il

crepuscolo scende su Istanbul poco a poco

ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

(Eugenio Montale)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

Aria viva

(Paul Éluard)

Ho guardato davanti a me

In mezzo alla folla ti ho veduta

In mezzo al grano ti ho veduta

Sotto un albero ti ho veduta

Al termine di ogni mio viaggio

Al fondo di tutti i miei tormenti

Alla svolta di ogni risata

Che uscivi dall’acqua e dal fuoco

D’estate e d’inverno ti ho veduta

Nella mia casa ti ho veduta

Tra le mie braccia ti ho veduta

Dentro i miei sogni ti ho veduta

Io non ti lascerò mai più.

 

 Se devi amarmi – Sonetto XIV

(Elizabeth Barret Browning)

Se devi amarmi, per null’altro sia

se non che per amore.

Mai non dire:

‘L’amo per il sorriso,

per lo sguardo,

la gentilezza del parlare,

il modo di pensare

così conforme al mio,

che mi rese sereno un giorno’.

Queste son tutte cose

che posson mutare,

Amato, in sé o per te, un amore

così sorto potrebbe poi morire.

E non amarmi per pietà di lacrime

che bagnino il mio volto.

Può scordare il pianto

chi ebbe a lungo

il tuo conforto, e perderti.

Soltanto per amore amami

e per sempre, per l’eternità.

 

Nome non ha

(Sibilla Aleramo)

Nome non ha,

amore non voglio chiamarlo

questo che provo per te,

non voglio che tu irrida al cuor mio

com’altri a’ miei canti,

ma, guarda,

se amore non è

pur vero è

che di tutto quanto al mondo vive

nulla m’importa come di te,

de’ tuoi occhi de’ tuoi occhi

donde sì rado mi sorridi,

della tua sorte che non m’affidi,

del bene che mi vuoi e non dici,

oh poco e povero, sia,

ma nulla al mondo più caro m’è,

e anch’esso,

e anch’esso quel tuo bene

nome non ha…

 

Selva d’amore

(Sibilla Aleramo)

Gaudio l’amarti,

illimitato gaudio

credere al riso dei tuoi occhi,’

è vertigine ancora

la certezza d’esser da te cantata,

oh più tardi, negli anni non più miei,

or che tremare la vita sento

sul ciglio estremo…

 

Dopo tanta bellezza, che fa sempre bene, come promesso vi suggerisco delle opere in prosa. Parto dalla Frncia e da “Il quaderno dell’amore perduto”, primo e delicatissimo romanzo, di Valerie Perrin, autrice del bestseller “Cambiare l’acqua ai fiori” (a proposito, se non lo avete letto, correte immediatamente a comprarlo). Continuo con un’altra scrittrice francese, Carlone Vermalle, e il suo “Due biglietti per la felicità”. Se avete voglia di romance freschi e frizzanti, vi consiglio quelli di Felicia Kinglsey. Andando in Inghilterra sono deliziosi i romanzi di Melissa Hill ed Ali McNamara.

Concludo questa carrellata citando una delle canzoni italiane più belle, la canzone d’amore per eccellenza nonché una vera poesia in musica: “La cura”, del maestro Franco Battiato.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie

Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

Dalle ossessioni delle tue manie

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee

Come vi ero arrivato, chissà

Non hai fiori bianchi per me?

Più veloci di aquile i miei sogni

Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi

La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali

Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia

Perché sei un essere speciale

Ed io avrò cura di te

Io sì, che avrò cura di te

Non mi resta che augurarvi buon San Valentino, sperando di avevi dato degli spunti interessanti.

P.S: Consiglio anche la lettura di “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf, perché come diceva Oscar Wilde “Amare se stessi (in questo caso se stesse) è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta una vita”.

 

Un caffé e … une serie TV: “Sen Çal Kapimi”.

Come diceva Shakespeare, siamo fatti fati della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Cito spesso questa frase, ma oggi è vera come non mai. In questo periodo in particolare abbiamo bisogno di evadere, di fantasticare un po’, di trascendere dalla realtà quotidiana attraverso storie scritte o narrate sullo schermo.  Ultimamente (ci sono cascata di nuovo, come direbbe qualcuno) sto seguendo con particolare piacere Sen Çal Kapimi, “dizi” che mi tiene compagnia da quest’estate. Visto anche l’avvicinarsi di san Valentino, una bella serie romantica mi pare perfettamente a tema.

La storia comincia quando Eda Yildiz, fioraia desiderosa di diventare architetto paesaggista e di studiar in Italia, incontra o meglio, si scontra verbalmente con Serkan Bolat, architetto e uomo d’affari freddo e dedito solo al lavoro, “colpevole” (per un errore) della revoca della borsa di studio e quindi della mancata realizzazione di tutti i suoi progetti. I due, per una serie di circostanze dovranno fingere di essere di essere fidanzati, ma come chi legger facilmente capirà, il loto sentimento diventerà reale. Serkan, il robot che usa sempre la testa e mai il cuore, si lascerà travolgere dalla vitalità, dalla forza e dall’impulsività di Eda. Il cammino per i nostri due ragazzi non sarà affatto semplice e in effetti anche nelle puntate attuali (la soap è ancora in corso di svolgimento) stanno attraversando un periodo di difficoltà, ma sono convinta che il lieto fine arriverà.

Non solo io sono stata conquistata da Sen Çal Kapimi, ma tantissimi spettatori da tutto il mondo aspettano il sabato per sapere come si evolveranno le vicende di Eda e Serkan e dei personaggi che gravitano intorno a loro. Il mix di commedia, romanticismo e dramma che gli autori hanno concepito sta conoscendo, infatti un successo planetario. All’inizio ho adorato l’attenzione ai particolari, alla simbologia degli oggetti, al potere delle emozioni espresse attraverso i libri (viene citato più volte “il Piccolo Principe” oppure “Madonna col cappotto di pelliccia” di Sabahattin Ali, pubblicato in Italia da Fazi), la capacità di inserire elementi che arrivano dritto al cuore degli spettatori, messe in campo dalla sceneggiatrice Ayse Uner Kutlu e sto seguendo con altrettanta partecipazione le pieghe che la “narrazione” sta prendendo grazie a nuovi sceneggiatori.

Molti i messaggi positivi che la serie vuole veicolare, a partire dalla protagonista femminile. Eda è una donna forte, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, uomini o altre donne che siano, che vuole essere artefice del suo destino, ha sofferto molto, ma non si è lasciata mai abbattere dalle avversità. Ha cercato e trovato sempre il lato positivo delle cose. Non è un caso che attraverso la cura dei fiori cerchi di infondere coraggio ai bambini di un orfanotrofio, insegnando loro botanica, in modo che possano prendere esempio dai fiori e dalle piante che resistono alle intemperie. Pensando alla Yildiz (questa parola in italiano vuol dire stella) mi viene in mente una citazione tratta da “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek, sempre per rimanere in ambito letterario: “Impara dai fiori a essere paziente, ad aspettare. Perché i fiori lo sanno che dopo un gelido inverno arriva la primavera. Bisogna solo avere pazienza”.

Anche l’amicizia e la solidarietà femminile hanno un ruolo notevole: avendo perso i genitori Eda considera la sua famiglia non solo sua zia (una donna autonoma e indipendente, che le consiglia sempre di non mettere la sua vita nelle mani di nessuno), ma anche le sue tre amiche Melo (il mio personaggio preferito per la sua dolcezza, il suo incrollabile ottimismo e la sua sincerità), Ceren e Fifi, che le stanno costantemente vicino.

Il libello dell’interpretazione degli attori è elevatissimo. Hande Erçel proprio la scorsa settimana ha dato un saggio della sua bravura e non è da meno Kerem Bursin, che ha dovuto fronteggiare la “resa” dei cambiamenti di Serkan. Una menzione speciale va a Neslihan Yeldan, che interpreta Aydan Bolat: nel corso delle 30 puntate andate in onda ha cambiato registri per dare vita alla complessa mamma di Serkan, divertente e commovente, intensa e “leggera” al momento giusto, perfetta in ogni accento ed ogni battuta.

Un altro plauso va fatto alla scelta della colonna sonora. Sia i brani strumentali, che quelli “cantati” sono eccellenti. Mi permetto di consigliarvi l’ascolto di “Gold”, “Bir anda”, “Who do you love?” e “Sen Cal Kapimi”, a cui dà voce Başak Gümülcinelioğlu, attrice che ha il ruolo di Piril.

Se volete vedere virtualmente alcune delle location della fiction, in attesa della puntata di questa sera, vi consiglio di visitare la Pagina “Destinazione Istanbul”. Non mi resta che augurarvi buona visione.

P.S. Se avete cominciato ad amare come me Istanbul e la Turchia, vi vorrei indicare, oltre a quelli citati nella recensione, alcuni libri che ho amato molto: “La stranezza che ho nella testa” e Istanbul di Orhan Pamuk, “Quel tipo di donna” di Valeria Parrella, “I segreti di Istanbul di Corrado Augias”. Per approfondire la lingua invece ho acquistato “Che parlo turco?” di Fatma Emine Umur.

Buona lettura!

“Coltivando la nostalgia – Viaggio nei ricordi con Roi”

Questa non è una recensione, ma un commento molto personale. Chi mi legge sa che scrivo sempre “di pancia”, ma questa volta un po’ di più. Voglio partire da un aneddoto personale.

Dieci anni or sono, cercavo il libro da tradurre per la mia tesi di laurea e sono stata folgorata, letteralmente, da una pièce teatrale i cui protagonisti sono due ragazzini, innamorati, che cercano di fuggire dai mali del mondo. Ricevuta la possibilità di vistare la Luna (bianca asettica, ma sicura) e osservando la Terra dall’alto, i giovani decidono di tornarvi, dopo aver constatato che, in fondo, oltre alle brutture, in essa sono presenti amore, solidarietà, amicizia, cose per la quali vale la pena “abitarci”. Per Mennuicenul e Allésteplaît (così si chiamano i personaggi di cui parlo) un’esistenza senza emozioni non è contemplabile.

Qualche giorno fa ho ascoltato il racconto che Ermal Meta ha presentato a Radio Italia Ora e ho fatto un viaggio nel tempo. Sono stata trasportata nuovamente nel 2010, alle sensazioni che quel libro tanto importante per me mi ha donato.  Non nascondo che la cosa mi ha commossa.

Il protagonista del testo di Ermal è un alieno, Roi, che avrebbe l’infinito nelle sue mani e invece resta affascinato da questa nostra realtà finita e piena di imperfezioni, scoprendo il tempo, l’amore, i sentimenti umani.

Seppur in modo diverso, i temi affrontati sono simili. Roi lotta con la logica, con il tentativo di ridurre tutto a leggi matematiche, i  ragazzi della “mia” pièce cercano una spiegazione al dolore, al male, ma capiscono che non possono chiudersi in se stessi, perché rischiano di perdersi anche il bello dell’esistenza, ciò che la riempie di valore. Anche Roi si apre, cerca di capire l’umano e tenta  di andare al di là delle sue certezze, arrivando ad amare profondamente il nostro pianeta, tanto da decidere di restarci.

Una playlist di canzoni, ovviamente abbinate perfettamente ai diversi segmenti, aiutano ad intessere un racconto su un altro piano narrativo (se dovessi associare una canzone a “La-haut, la lune”, sceglierei “Extraterrestre” di Eugenio Finardi).

Meta si è dimostrato ancora una volta un abile scrittore, cimentandosi con un genere narrativo non semplice da affrontare e riuscendo a coniugare egregiamente un uso raffinato della lingua, sintesi nella narrazione e una storia coinvolgente e toccante.

Nadia Terranova durante la presentazione del libro di una scrittrice francese ha detto che la letteratura deve occuparsi di tre tematiche fondamentali: vita, morte e amore. Nella sua breve opera il cantautore è riuscito a toccare questi argomenti (si parla di morte indirettamente, ma se si accenna alla finitezza del tempo, non si può non pensare a quello). La curiosità e l’amore (soprattutto quest’ultimo in realtà) sono il motore del cambiamento di Roi. Meraviglioso è il suo stupore per le cose nuove con cui viene a contatto. Mi ha ricordato, per questa sua caratteristica, il sessantenne presente nel racconto presentato da Ermal a Radio 105, il quale per la prima volta fa un bagno al mare e trova la forza di superare le sue paure. Ancora una volta ho avuto la sensazione che il talento narrativo di questo cantante debba essere messo a servizio di testi più ampi, di un libro, che sono sicura incanterà, ancora una volta, per profondità, pregnanza e finezza.

Se volete ascoltare la storia di Roi, questa sera alle 22, su Radio Italia, c’è la replica della trasmissione alla quale Ermal ha partecipato.

Intervista a Valentina Bardi

Buon pomeriggio a tutti! Con molto piacere vi presento l’intervista che ho fatto a Valentina Bardi, autrice del romanzo “Ventiquattro”. La ringrazio tantissimo per aver risposto alle mie “curiosità” e vi invito a leggere le sue interessanti parole!

1) Per prima cosa vorrei chiederle in che modo ha costruito i personaggi del romanzo, che trovo realistici e ben descritti dal punto di vista psicologico.

Grazie per le osservazioni. Per me significano molto. Per tutto il periodo in cui ho pensato alla trama, non ho scritto nemmeno una parola: ho dato il
tempo ai personaggi, anche a coloro che compaiono solo una volta nel romanzo, di “formarsi”nella mia immaginazione in tutta la loro interezza. Mi sono presa un lungo periodo di riflessione: periodo in cui ho pensato molto e ho immaginato, magari vedendo e rivedendo certe scene e certe battute di dialogo fino a saperle a memoria. Così facendo, quando è stato il momento di scrivere, i personaggi avevano una loro “ossatura”: erano “vivi” e non delle sagome inverosimili.

2) Tra i vari personaggi mi ha colpito molto Chicca, che definirei lo spirito critico del romanzo e che si fa portatrice di molti dei messaggi che  lei voleva dare attraverso la sua opera. Conferma il mio pensiero? Com’è stato darle vita?

Confermo al 100%. Federica (Chicca) è, dal mio punto di vista, il personaggio più
importante della storia, sia a livello di contenuto e di significato delle vicende narrate, sia a livello meramente tecnico. Federica è una sorta di “messaggero” che attraversa il dolore di questa storia perché già “abituata” al suo personalissimo calvario: le sue esperienze l’hanno resa dura e, a volte, scorbutica, ma progressivamente il lettore riesce a leggere la profondità di questo personaggio e il suo animo “puro”. Nei passaggi più delicati del romanzo, è su di lei che si
appoggiano gli altri; ed è su di lei che si fonda anche la struttura di base di tutto l’impianto narrativo. Ho fatto fatica a lasciarla andare dove voleva; soprattutto nei modi. Ma tengo sempre a mente la lezione di una maestra della narrativa contemporanea, Elizabeth Strout: se un personaggio è ben costruito, l’autore deve lasciarlo fare. Ed io ho avuto molta fiducia in Federica. La mia fiducia in lei ha superato i dubbi che, di tanto in tanto, sorgevano.

3) Ha usato spesso il dialetto nel libro e in generale una lingua molto aderente al parlato di tutti i giorni, soprattutto nei dialoghi. È stata una scelta ragionata per avvicinarsi in qualche modo al lettore oppure ha semplicemente utilizzato in modo naturale il suo idioletto?

È successo in maniera naturale e, aggiungerei, irrazionale; nel momento in cui ho realizzato che la storia si svolgeva dalle mie parti, ho immediatamente sentito la necessità di utilizzare una lingua che parlasse di questa terra, che sapesse raccontare le vicende in modo viscerale, senza terminologie artefatte. Anche questo, secondo me, ha contribuito molto a rendere i personaggi vivi e realistici.

4) Mi pare che abbia voluto non solo raccontare una storia, ma anche il suo territorio sia attraverso il linguaggio, che attraverso la descrizione dei cibi, ad esempio. È corretto?

Correttissimo… Il cibo in Ventiquattro diventa una sorta di personaggio a parte: ha una funzione narrativa importantissima perché spesso, in base a cosa si mangia, si coglie il mood e si percepiscono le relazioni emozionali fra i vari personaggi nelle varie scene. Il cibo è stato sempre di enorme aiuto narrativo e l’ho utilizzato come se fosse un transfert emotivo per far entrare il lettore negli umori della storia.

5) Mi piacerebbe che ci parlasse del suo gruppo di lettura e poi che mi dicesse se secondo lei il punto di vista del lettore e dello scrittore siano diversi o complementari.

Il gruppo di lettura Teodorico, è una piccolissima realtà del paese in cui vivo, Galeata: siamo persone di età, esperienze e vissuti diversi, accomunate dalla grande passione per la lettura. Per noi è diventato un modo per incontrarsi e parlare dei libri che amiamo e anche per approfondire e divulgare, sempre con umiltà, la letteratura italiana e straniera. Ogni storia, nel momento in cui diventa libro, si trasforma in qualcosa da condividere: da condividere con il lettore; per questo motivo, secondo me, ogni lettore è un valore aggiunto alla storia (e anche molto di più) perché leggendola, la fa sua, la interpreta e la “metabolizza” in modo personale.

6) In “Ventiquattro” ha affrontato delle tematiche importanti e si vede, come ho scritto, un grande coinvolgimento emotivo. Secondo lei uno scrittore deve calarsi completamente in quello che scrive o è necessario un certo distacco per poter riportare efficacemente ciò che desidera trasmettere?

Personalmente ritengo che siano importanti entrambi gli approcci: quello che fa la differenza ed è determinante, secondo me, è il tempo. Quando sento che sta per spuntarmi l’idea per una nuova storia, è come se piombassi in un’altra dimensione: in superficie vivo la mia vita reale, mentre con la mia immaginazione vivo la storia che scriverò. E quando sono in questa fase, divento un fascio di pura visionarietà ed emozione: sento tutto con la pancia, senza preoccuparmi di filtrare le mie sensazioni. Ma non scrivo neanche una riga. Soltanto in un secondo momento, quando cioè sento che ormai la storia mi è chiara e ho acquisito una sorta di consapevolezza, inizio a scrivere. E in quel momento sono più “calma”, perché conosco così a fondo quello che prima ho soltanto sentito, da riuscire a rimanere vigile.

Intervista a Paola Maria Liotta

Dopo avervi parlato del romanzo “Piano concerto Schumann”, vi propongo un’intervista all’autrice, Paola Maria Liotta. La ringraziato sentitamente per le risposte e per le belle parole usate nei miei confronti. Dopo l’intervista riporto la quarta di copertina del libro, consigliandovi di leggerlo, e la biografia dell’autrice. Buona lettura!

 

  • Nella sua biografia ho letto che è una docente e che ha scritto diverse sillogi poetiche. Mi piacerebbe però che si presentasse in modo ancora più approfondito ai lettori del blog.

Intanto, La ringrazio per avermi ospitato anche così nel suo blog. Direi che la scrittura è, per me, qualcosa di estremamente naturale, che si esprime in varie fogge, in tanti momenti, ben connessi fra loro: nell’insegnamento e nella formazione dei giovani, nel mio spirito di ricerca, nell’amore per tutto ciò che faccio, nei miei tanti, innumerevoli interessi, anche letterari.

  • Ci può raccontare com’è nato il suo romanzo?

È nato naturalmente, dal cuore delle mie tante ispirazioni: scrittura, lettura, musica, arte, poesia, che mi sono connaturate. Esistono tensioni positive, che inducono a migliorarci. Il mio romanzo traduce ciò che sento, così come il mio desiderio di leggerezza e profondità assieme.

  • È stata ispirata in qualche modo dall’amore per la musica classica che ho percepito nel corso della storia, leggendo il libro?

L’amore per la musica è il motivo che risuona in tutto il romanzo. Il nucleo propulsivo è intessuto di quei sentimenti e di quelle sensazioni che Fiamma Fogliani declina nelle sue note, e io scrivendo. La scrittura è un bellissimo ponte tanto verso il passato, quanto verso il futuro, gli altri, il “noi”, insomma, e sempre con uno sguardo lucido proteso sul reale.

  • Sia nello stile che nella trama del romanzo si nota, come ho detto nella mia recensione, una propensione, una passione per la classicità, forse derivante anche dai suoi studi. Conferma il mio pensiero?

Qui confermo, sorrido, e non nego affatto. L’amore per il mondo classico, che provo a trasmettere ai miei discenti, è insopprimibile nelle mie corde. Si riallaccia al primigenio, al concetto stesso di pensiero, di arte, di cultura, che, senza quel mondo, e i suoi valori immortali, forse sarebbe esistito in modi e forme diverse, ma non con la stessa grazia, né lo stesso maestoso fulgore. Oggi siamo figlie e figli di un mondo ultra millenario, di un’umanità che non possiamo non considerare, se vogliamo – come specie umana – avere un futuro. Senza i classici, davvero, il diluvio.

 

  • Il romanzo ad un certo punto ha una virata inaspettata verso il giallo. Questo cambiamento era preventivato o è un’idea che le è venuta in mente mentre scriveva?

Sono dell’idea che il mistero pertenga la stessa vita dell’uomo. Inscrivere una vicenda narrata in un quadro enigmatico e di segni da cogliere o interpretare, in fondo, potrebbe essere uno dei metodi più “graziosi” e appassionanti di riflettere sull’oltre, sul gioco delle apparenze, sulla trama di cui facciamo parte, ma di cui sconosciamo l’ordito, il creatore, il destino finale.

 

  • Mi ha molto colpita la delicatezza, quasi l’affetto, con cui ha descritto Fiamma. L’ho sentita molto vicina a chi l’ha creata, o sbaglio?

Intanto la ringrazio per tutte le domande che mi ha porto, che rispondono alla mia vocazione di scrittura e, prima ancora, a come io sono. Si nota che Lei ha colto il messaggio e le sfumature di quanto ho scritto. Fiamma è vicina a me nella stessa misura in cui lo è ogni dettaglio della storia. È una creatura che vuole essere amata per come è, per la dedizione che riversa in ciò che fa, per la sua squisita sensibilità. Impossibile non crearla, non amarla, non parlarne. Grazie di cuore.

Quarta di copertina
Fiamma Fogliani è una pianista di fama internazionale e una donna dotata di classe, fascino e intelligenza. Vive a Londra, seguita dalla sua agente Emma, sotto le attenzioni dell’amica Paulette e coccolata dalla sua gatta, Camelia; con Sergio è sbocciata una simpatia che potrebbe sfociare in qualcosa di più… insomma, la sua è una vita quasi perfetta. Fino al giorno in cui un uomo, che non rivela la propria identità, la sceglie come solista nel Piano Concerto Schumann: Fiamma dovrà eseguirlo per un pubblico selezionato e l’incasso sarà devoluto a favore di un principato del Vicino Oriente devastato dalla guerriglia. Come se non
bastasse, Paulette le regala un antico strumento musicale, una spinetta che ha una storia misteriosa…
In un romanzo che è una lode alla musica e alla bellezza, viviamo un susseguirsi di situazioni emozionanti e intricate, di pause sapienti e improvvise accelerazioni degne di una sinfonia. La protagonista si fa eroina e portavoce di tutte le donne consapevoli del proprio valore; dalla spirale che la avvolge, dopo una lotta accesa, uscirà vincente, riscoprendo nell’amore per la musica la sua unica possibilità di fronteggiare il male.

L’autrice
Paola Maria Liotta vive ad Avola (Siracusa) ed è docente di materie letterarie e latino nei licei. Appassionata di letteratura da sempre, cura presentazioni di libri, salotti letterari ed eventi culturali. Ha pubblicato quattro sillogi poetiche, ottenendo premi di rilievo nazionale. Al 2013 risale la pubblicazione del suo primo romanzo, «Ed era colma di felicità». È anche autrice del testo teatrale «Briseide», finalista al Premio “Giuseppe Antonio Borgese” 2019: una riflessione sulle tragedie attuali e sulla condizione femminile. Inoltre è appassionata di gastronomia: ha curato una rubrica culinaria sul “Gazzettino del Sud-Est” e nel 2014 ha pubblicato «Miele, mandorle e cannella», finalista al Premio Letterario “Città di Pentelite”. A sei anni dal suo debutto nella narrativa, torna in libreria con Piano Concerto Schumann e
affida a “Scrittura a tutto tondo” la promozione della sua opera.

Una deliziosa serie televisiva: Erkenci kuş.

Chi mi conosce sa che per natura sono molto curiosa, mi piace andare a scovare cose nuove e quando mi entusiasmano, come in questo caso, non riesco a fare ameno di parlarne, anche se non si tratta di libri.

Ultimamente ho scoperto, dopo aver visto Bitter Sweet su Canale 5, un’altra adorabile serie televisiva turca che si intitola “Erkenci kuş”, al momento, purtroppo, disponibile solo su Youtube.

I protagonisti della storia sono Can, fotografo di fama internazionale e spirito libero, che torna ad Istanbul per lavorare nell’agenzia pubblicitaria del padre e Sanem, aspirante scrittrice, che sogna di andare a vivere alle Galapagos e inizia a lavorare nella stessa agenzia.

Dopo un primo fortuito e “rocambolesco” incontro (resto vaga per non rivelare troppo), i due si rincorreranno e dovranno superare non pochi ostacoli per vivere il loro amore. Intrighi, bugie e circostanze avverse, come nelle migliori favole, si frapporranno tra i nostri eroi e il tanto agognato lieto fine. Non vado oltre con le informazioni sulla trama della fiction, ma lo spettatore di sicuro non rimarrà deluso, anzi, resterà incollato allo schermo per capire come si evolveranno le avventure dei due ragazzi, delle loro famiglie, dei loro amici e nemici. Il racconto parallelo del microcosmo costituito dal vivacissimo e coloratissimo quartiere in cui la ragazza è cresciuta e vive, rende ancora più frizzante e dinamica la “narrazione”.

Davvero degne di nota sono le interpretazioni degli attori principali, Can Yaman e Demet Özdemir: lui è perfetto nel dare corpo, anima e voce ad un ragazzo apparentemente “duro”, ma dal cuore tenero e soprattutto riesce nell’intento di allontanarsi totalmente dall’altro personaggio che lo ha reso famoso in Italia (Ferit Aslan in “Bitter Sweet”), mentre lei incarna perfettamente la freschezza, la dolcezza e la semplicità che il ruolo di Sanem richiede.

Sia nei momenti più leggeri, a volte ci sono momenti estremamente cominci, che in quelli più drammatici (confesso di essermi commossa più volte), gli attori non perdono credibilità ed intensità nella recitazione. Fantastici sono anche gli interpreti dell’amabile Nihat, dell’esuberante Mevkibe, del simpaticissimo signor Aziz e della terribile Huma, i genitori dei nostri “promessi sposi”.

All’elenco delle cose che ho delle cose che ho adorato di “Erkenci kuş” devo aggiungere il ruolo che i libri hanno nella storia e non solo perché le vicissitudini di can e Sanem diventano un romanzo, ma anche perché vengono citati alcuni grandi scrittori (Pamuk, Emily Brontë, Kafka, Vonnegut, per citarne alcuni) e i loro testi diventano la voce dei sentimenti dei due giovani. Per una bibliofila come me questo non è un elemento trascurabile, anche in un programma di intrattenimento.

Chi ama il romanticismo puro, chi desidera passare delle ore in leggerezza, sognando ed evadendo un po’ dalla quotidianità, chi vuole a aprire una piccola finestra su un’altra cultura ed un’altra lingua (estremamente affascinante, a mio avviso), amerà questa serie quanto me e resterà in attesa che la trasmettano sui nostri schermi.

“Madrigale” nei Sassi. Breve intervista ad Andrea Tarabbia.

Come ho anticipato, ecco la breve intervista che, gentilmente, Andrea Tarabbia mi ha concesso a Matera, nello splendido scenario di Casa Cava. Lo ringrazio tantissimo per avermi dato l’opportunità di porgli queste domande e per la sua estrema disponibilità. È sempre un privilegio avere la possibilità di parlare con gli scrittori delle loro “creature” e avere uno scambio di opinioni con loro, per cui sono felicissima di protervi presentare questo “dialogo”. Con la lettura sono sorti altri interrogativi, per esempio sull’ambigua figura di Gioachino o sulle scelte stilistiche, che non ho potuto esporre al momento dell’incontro, ma in ogni caso l’autore ha risposto ad alcune curiosità che mettono in luce degli aspetti fondamentali di “Madrigale senza suono”.

Buona lettura e in bocca al lupo a Tarabbia per il Premio Campiello!

 

  • Cosa l’ha spinta a parlare di Gesualdo da Venosa?

Una serie di cose. Mi interessava la storia, soprattutto l’omicidio. Però è stata decisiva la lettura di alcuni libri e di Stravinskij. Come ho detto stasera, a me non interessava fare un romanzo storico. Le cose che Stravinskij ha detto, hanno gettato non solo un ponte sul ‘900, ma creavano anche una sorta di rapporto a distanza. Fare un romanzo storico, per raccontare una storia che comunque è già nota su Wikipedia, mi fregava relativamente. In realtà, il discorso era quello di trovare il rapporto con il ‘900, trovare uno che tre secoli e mezzo prima, concepiva la musica la musica nello stesso modo in cui lui la concepiva in quel momento. Così non diventa più raccontare una storia, ma raccontare una relazione.

  • Sentendola parlare del romanzo ho pensato al film “Amadeus”, al rapporto Salieri-Mozart.

Sì, esatto, non so se ti ricordi come finisce, Salieri nel manicomio passa a dare la benedizione ai matti in un corridoio e dice: “Mediocri di tutto il mondo, io vi perdono”. È il tema del film, il motivo per cui Forman ha fatto il film. Ed è lo stesso rapporto.  A Forman non importava fare la storia di Mozart, ma la storia di Mozart vista da un mediocre.

 

  • Mi ha colpito molto la scelta del titolo e il fatto che lei, nel video di presentazione del libro, dica che ha voluto scrivere una sorta di madrigale senza suono, perché non c’è la musica. Secondo lei ci può essere la musica nei libri?

Scrivere di musica nei libri è una cosa molto difficile in assoluto. Nel libro io non parlo di musica, parlo più di suoni. L’ansia di Gesualdo è che ci sono troppi pochi suoni per descrivere il mondo e l’universo. Quindi si parla di suono. Verso la fine del libro c’è una delle varie leggende, secondo la quale ci sia un settimo libro di madrigali di Gesualdo. In verità c’è un tentativo abortivo di fare un libro e il settimo libro, per come è descritto, sembra una cosa fatta in assenza di suono, tipo John Cage.

A conclusione dell’articolo, devo un enorme ringraziamento a Valentina per le foto e per avermi coadiuvata nell’intervista.

Incontro con gli autori finalisti del Premio Campiello a Matera

La Capitale europea della Cultura 2019, Matera, non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di ospitare un incontro stimolante e di livello culturale altissimo come quello, tenutosi a Casa Cava, con i cinque autori finalisti del Premio Campiello, uno dei più prestigiosi premi letterari d’Italia.

È sempre un privilegio ascoltare gli scrittori parlare delle loro creature, capirle meglio grazie alla voce di chi ha dato loro “la vita”, comprendere come e perché sono nate. Per questo sono stata felicissima di assistere in prima persona ad una presentazione che ha messo in luce cinque opere interessantissime e ricche di spunti di riflessione.

La serata è cominciata parlando del romanzo “Lo stradone” di Francesco Pecoraro, il cui protagonista è un sessantenne, storico dell’arte, osteggiato nella sua carriera di professore e che come “ripiego”, lavora al Ministero. L’uomo osserva il luogo in cui abita rimuginando sui suoi cambiamenti, sui suoi fallimenti e sui cambiamenti della società. Dal dialogo con Angela Maria Salvatore, moderatrice della serata, è emerso che nel romanzo c’è un forte dicotomia vero/falso, che viene utilizzata una lingua molto particolare, in cui è presente anche il dialetto per far meglio immergere il lettore in questo mondo in cui regnano solo opportunismo e disillusione. Non mancano però l’ironia e una comicità straniante che sembrano l’antidoto alla solitudine del protagonista. L’autore ha tratteggiato una città simile a Roma, ma che non è Roma e il racconto di una persona che “osserva da una certa ottica, da una certa età, attraverso la propria formazione, che è una formazione novecentesca, la contemporaneità, ma non nella sua globalità, la contemporaneità letta attraverso il marciapiede davanti casa”, per citare lo stesso Pecoraro.

Anche nel romanzo di Laura Pariani, “Il gioco di Santa Oca” il lavoro sulla lingua e l’uso di espressioni dialettali è stato fondamentale per ritrarre verosimilmente un’epoca, la metà del ‘600.

Il titolo deriva proprio dal Gioco dell’oca, antico gioco da tavolo, in cui le caselle rappresentano delle situazioni in cui si può procedere velocemente o in cui bisogna fermarsi o addirittura bisogna tornare indietro, un po’ come nella vita. Nel corso dell’esistenza ci sono degli ostacoli, ci sono avvenimenti che sembrano dare un impulso a procedere e a volte ci sono perdite che ti costringono a rimettere in gioco qualsiasi cosa. “Santa Oca” deriva dal fatto che nella brughiera dell’alto milanese, dove la Pariani è nata, nella tradizione contadina, alcuni animali sono considerati “santi”. Nel testo quindi è forte l’elemento magico derivante proprio dalla tradizione contadina, elemento su cui Manzoni con “I Promessi Sposi” ambientato vent’anni prima, non si sofferma a sufficienza o lo svaluta, probabilmente anche per la sua formazione illuminista. La protagonista narratrice è Pùlvara, è una “camminante”, faceva parte di quella massa di vagabondi che non avevano mestiere, che si muovevano per l’Italia e per l’Europa, seguendo l’andamento delle guerre che sconvolsero la prima parte del ‘600. Lei appartiene alla banda dei “Pitocchi”, dei poveri, una banda di contadini che si ribella alle angherie dei nobili, alle tasse imposte dai signori a anche al clero. Per prendere le armi, le donne dovevano travestirsi, era per loro l’unico modo per ribellarsi e per essere “attive”, perché se fossero state catturate sarebbero state condannate a morte. Questo romanzo quindi può essere un inno alla libertà, soprattutto alla libertà femminile, alla capacità delle donne di lottare e di raccontare.

Dopo Laura Pariani è stato il turno di Andrea Tarabbia e del suo “Madrigale senza suono” in cui centrale è la figura di Gesualdo da Venosa, noto madrigalista, che si è macchiato dell’omicidio della moglie Maria D’Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa. L’opera è ricca di rimandi letterari, da Hugo a Mann, e completa una trilogia cominciata con “Il demone a Beslan”, incentrata su Marat Bazarev (il mostro di Beslan) e continuata con “Il giardino delle mosche”, che narra la storia di Andrea Cicatilo, uno dei più feroci assassini del ‘900. A differenza delle due figure citate, Gesualdo era sicuramente un genio e visto che la pubblicazione dei libri dei madrigali è posteriore all’uccisione di Maria D’Avalos, qualcuno sostiene che, la matrice del suo genio musicale sia da rintracciare nell’abisso di dolore e di violenza che ha creato, nella notte in cui ha compiuto il delitto. Ovviamente queste sono solo suggestioni, ma è molto affascinante pensare che Carlo Gesualdo sia stato tra quelli che hanno compiuto il massimo dell’orrore e il massimo della bellezza. Gesualdo non ha solo interrotto qualcosa, ma ha anche fatto nascere qualcosa. “Madrigale senza suono” è costruito sull’escamotage del “manoscritto” ritrovato. Igor Stravinskij trova quella che chiama “La Cronaca della vita di Carlo Gesualdo da Venosa”, quasi sicuramente falsa, a Napoli. A 72 anni Stravinskij, già noto, si innamori di qualcuno vissuto tre secoli e mezzo prima, tanto da andare tre volte in pellegrinaggio nei luoghi in cui ha vissuto. In apparenza Gesualdo e Stravinskij sono “il diavolo e l’acqua santa”, hanno un modo diverso anche di concepire la musica, ma Stravinskij lo considera un padre putativo. Era interessante quindi capire il nostro modo di considerare la traduzione. Stravinskij cerca di partire dalla traduzione per produrre qualcosa di nuovo.  Con questo romanzo lo scrittore ha cercato di fare una sintesi tra dato storico e leggenda, perché Gesualdo è diventato un personaggio “leggendario”.

“Carnaio” di Giulio Cavalli, giornalista e attore di teatro oltre che scrittore, è sicuramente un libro diverso dagli ultimi due presentati, di forte attualità. In un luogo non luogo sulla costa italiana, DF, vengono trovati dei corpi che provengono dal mare e questi cadaveri, tutti praticamente identici, diventano sempre di più, cominciano a moltiplicarsi. Questo luogo diventa un carnaio, appunto. Il sindaco di questa città dà vita ad una mercificazione dell’altro insieme alla comunità. In effetti Carnaio non è tanto un libro sull’immigrazione o di denuncia (il narratore non esprime mai giudizi) quanto un libro sui meccanismi che fanno “scendere” una comunità, che improvvisamente decide che qualcosa che fino a poco tempo prima è stato umano, improvvisamente diventa un oggetto. Quando, infatti, la città di DF impara a riconoscere in questi cadaveri persone morte da sempre e non persone che sono state vive e a svuotarli di qualsiasi umanità li fa diventare oggetti. Per Cavalli era interessante analizzare il fatto che a volte ci arroghiamo il diritto di rendere/definire qualcosa straniero per non occuparcene e premeva all’autore trattare la discesa nell’abisso di una società che scambia la propria comodità per libertà. Quando una comunità intera sposta il confine dell’etica e legifera addirittura su questo, possono esserci complicazioni enormi. Carnaio non è un libro su quelli che arrivano, ma su quelli che accolgono o non accolgono. Se si riesce a “disinfettare l’empatia” e ad attuare una sorta di egoismo come diritto, saltano tutti i lacci sociali e della democrazia. Per questo DF si stacca dallo stato e si decide chi è degno di viverci o meno. È stata notata, poi, durante la discussione, una sensibilità nell’uso della parola. Nella seconda parte del libro c’è una sorta di pietas verso i vivi che deriva dalla volontà di non dare un giudizio politico. Bisogna stare attenti a condannare perché c’è il diritto di avere coraggio e anche il diritto di non avere coraggio. C’è il dovere di avere coraggio, ma non sempre si hanno gli strumenti culturali sociali o la forza morale per uscire da determinate situazioni. L’intento dell’opera non è tanto giudicare magari “viene trascinato dalla corrente”, ma raccontare e indagare, anche con una certa distanza.

L’ultimo romanzo presentato è stato quello di Paolo Colagrande, “La vita dispari” nel quale vengono narrate con grande ironia, le vicende di Buttarelli, che legge soltanto le pagine di destra, che fa dei veri provini per fidanzarsi corteggiando otto studentesse, insomma di una persona dalla vita e dall’atteggiamento bislacco. Buttarelli è ognuno di noi. Egli nasce da una diserzione che è, come dice Manganelli, una componente essenziale della letteratura, che deve rimanere scollegata da qualunque schematismo collegato alla realtà, al mondo e alla razionalità. Buttarelli è disertore perché in un mondo che rimane ammanettato nel mito della simmetria, egli vede solo una metà del mondo e delle cose, quella metà che si crea nel momento in cui l’intero viene attraversato da una linea verticale, quindi ha un’intolleranza per le linee verticali. Quando nella sua visuale si materializza una linea verticale lui vede solo la metà di destra e in quella di sinistra non riconosce simboli, persone, il che tradotto in un libro aperto corrisponde alla metà di destra, alla pagina dispari, da qui il titolo “La vita dispari”.  La vita di Buttarelli ha dei tratti di assoluta normalità, ha questo problema che cerca di risolvere in modo maldestro, ma per il resto ha una vita famigliare, sentimentale e un’ossessione per le differenze. Per lui le differenze non esistono. Ci sono dei personaggi grotteschi e simpatici che affiancano Buttarelli come Fulgenzio, il compagno della madre che è il suo consigliere o Gualtieri, un amico che racconta storie di dubbia veridicità e anche loro in qualche modo incarnano questa intolleranza alle distinzioni. La voce narrante non è né in prima persona in un certo senso neanche in terza persona. Chi parla non è una voce inespressiva, non è una voce onnisciente, è un personaggio a sua volta, che diventa parte dinamica della narrazione e questa è un’altra peculiarità dello scritto di Colagrande.

Spero che questo mio excursus, sicuramente sintetico e sommario rispetto all’ampiezza e alla compiutezza delle risposte ricevute dai cinque finalisti, sia servito per far partecipare chi non ha potuto presenziare. Di certo io sono tornata a casa con la curiosità di approfondire la conoscenza con questi scrittori e anche, per tornare alla “gara”, di scoprire quale romanzo sarà proclamato vincitore il 14 settembre dalla giuria.

Al di là di chi si aggiudicherà il premio e dell’evento in sé, però, trovo che sia importantissimo, come ho detto anche all’inizio del mio articolo, avere queste occasioni, in cui la letteratura e la cultura possano diffondersi e possano farlo senza filtri, ma con un contatto diretto con chi la “produce”.

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