Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 1 di 5)

“La lezione di Enea” di Andrea Marcolongo (Laterza, 2020)

Voglio cominciare questa recensione con una breve ricordo. Ho “incontrato” per la prima volta Andrea Marcolongo in una trasmissione televisiva. Era estate, non riuscivo ad addormentarmi e facendo zapping mi sono imbattuta nella trasmissione “Sottovoce” di Gigi Marzullo, durante la quale la quale veniva intervistata proprio la scrittrice. Quell’intervista mi ha colpita moltissimo, ho avvertito qualcosa di estremamente affine alla mia sensibilità, tanto che ho acquistato immediatamente “La misura eroica”, diventato poi uno dei miei libri preferiti in assoluto (potete anche legger la recensione qui sul blog), passando in seguito a “La lingua geniale” e “Alla fonte delle parole”, che ho amato tantissimo.  Dopo questa premessa capirete bene che non vedevo l’ora di avere tra le mani “La lezione di Enea”, perché sapevo già che sarebbe stato un testo istruttivo, illuminante e prezioso. Da quello che è scritto in copertina intuiamo che questo libro è indicatissimo in questo momento storico così complesso e che un “classico” come l’Eneide ha tanto da dire anche ai lettori moderni.

 

“Se in tempo di pace e di prosperità chiediamo a Omero d’insegnarci la vita, a ogni rivolgimento della Storia dovremmo deporre Iliade e Odissea e affrettarci a riprendere in mano l’Eneide. Andrea Marcolongo ci fa scoprire l’essenza vera di Enea. L’eroe che cerca un nuovo inizio con in mano il bene più prezioso: la capacità di resistere e di sperare”.

 

“Il canto di Enea è destinato al momento in cui si sperimenta l’urgenza di raccapezzarsi in un dopo che stordisce per quanto è diverso dal prima in cui si è sempre vissuto. Enea è l’eroe che vaga nel mondo portandosi sulle spalle anziani e bambini. È colui che viaggia su una nave senza nocchiero alla ricerca di un nuovo inizio, di una terra promessa in cui ricominciare. È l’uomo sconfitto colui che non ha più niente tranne la capacità di resistere e sperare”.

 

Non ho bisogno di aggiungere altro rispetto a quanto scritto sopra: mai come oggi possiamo sentirci vicini ad un eroe umano, che ha visto il suo mondo bruciare, letteralmente, e ne ha ricreato uno nuovo, non senza sofferenza.

Con la sua grande capacità di entrare in empatia con il lettore, ma anche con il suo talento narrativo, con una scrittura immediata e chiara, ma raffinata, riesce ancora una volta ad avvicinare a noi testi lontani, ma non per questo meno attuali o meno validi.

Competenza, passione e “anima”, ossia quella componente fondamentale di un testo indispensabile per restare non solo nella mente, ma anche nel cuore del lettore (può sembrare una cosa banale e forse anche sciocca, ma per me un libro deve avere un cuore) si fondono per dare vita ad un’analisi approfondita del testo di Virgilio. L’autrice, infatti, fa un’analisi linguistica del testo, parla del suo autore, del tempo in cui il poema è stato composto, della sua ricezione, del suo confronto costante con l’Iliade e l’Odissea, ma questa disamina poi diventa riflessione ampia, profonda e appassionata.

Quest’opera è adatta sicuramente ha chi ha già incontrato l’Eneide durante i suoi studi e vuole approfondire o semplicemente conoscere un altro punto di vista critico, ma anche a chi non la conosce e ne è incuriosito.

“La lezione di Enea” è per chi è curioso e aperto, per chi vuole pensare.

Per me ha rappresentato un nostalgico viaggio a ritroso, un ritorno sui banchi di scuola, sicuramente con più leggerezza e meno preoccupazioni, ma anche un viaggio nel presente, al tempo difficile e anche portatore di grandi cambiamenti che stiamo vivendo (i libri danno spesso gli strumenti per affrontare e in questo caso l’aiuto ce lo fornisce Virgilio) e nel futuro perché si può imparare dalla Storia e dalle storie.

 

“In una vita, gli avvenimenti capaci di scavare un solco netto tra un prima e un dopo sono meno di una manciata. A livello collettivo, alcune rare generazioni, beate, non ne sperimenteranno che due: nascere, morire. Altre sono chiamate a resistere a una guerra o a una catastrofe naturale. O a una pandemia, come la nostra generazione. Si tratta di eventi epici nel senso classico, ben differenti dal dolore del singolo, pur feroce ma sempre individuale, poiché sono gli unici che costringono l’uomo a chiedersi cosa sta succedendo “a noi” e non più soltanto “a me”. Eventi rarissimi, in definitiva, ma capaci di stravolgere il cosa, cioè le regole stesse del gioco. E che ci obbligano a ridefinire molto rapidamente il come di ogni nostra azione ˗ per sopravvivere, innanzitutto, senza perdere la dignità.  Perché è soltanto sul senso di ogni nostro gesto che sono date infinite possibilità di incidere ˗ alcune salvifiche, altre mortali, la maggior parte banali, geniali rarissime epperò necessarie”.

“L’appello” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2020)

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase, tanto semplice quanto profonda è perfetta per cominciare a descrivere “L’appello”. Omero Romeo è un professore di scienze, cieco, che ha ripreso ad insegnare dopo molto tempo. La sua è una classe difficile, formata da alunni ai quali bisogna “voler bene più d quanto se ne vogliano loro” e che devono affrontare la maturità. Omero ha un metodo tanto alternativo quanto efficace per riuscire a “vederli, per conoscerli e tentare di trasmettere loro qualcosa di significativo, non solo mere nozioni: fare ogni giorno l’appello chiedendo agli allievi di raccontare qualcosa di loro. Il nucleo centrale del testo è lo “scontro” tra due visioni della scuola: una classica, secondo la quale la scuola è canone e apprendimento delle discipline e una più innovativa, dove la relazione e il contatto (il tatto, che secondo l’autore e anche secondo me, si è perso nei rapporti, diventa un elemento fondamentale per capirsi e conoscersi). Un ruolo primario, nella narrazione, hanno anche le storie dei dieci allievi di Romeo e la vicenda personale del protagonista, che riesce a trasformare la sua sofferenza in bene e cerca in tutti i modi di far s che sia lo stesso per i componenti della sua classe.

L’argomento trattato da D’Avenia, con estrema poesia e verità, è quanto mai attuale. Certamente negli ultimi anni e negli ultimi tempi in particolare, si è visto un cambiamento delle relazioni educative, le nuove generazioni sempre più ci “sfidano” e ci chiedono a modo loro di trovare un sistema per entrare nel loro mondo, un mondo che a volte facciamo fatica a capire. Anche gli avvenimenti dell’anno che volge al termine e che hanno portato all’introduzione della didattica a distanza, hanno reso più che mai urgente un ragionamento sul rapporto che intercorre con i discenti e tra i discenti, a che tipo di contatto abbiamo con loro.

Ho parlato in prima persona perché questo libro rappresenta una chiamata all’appello anche per me, dato che insegno in una scuola media e mi trovo a vivere direttamente le problematiche e le sfide che questo “ruolo” comporta. Ho trovato questo scritto non solo coinvolgente, commovente e composto magnificamente (basti vedere le sezioni dedicate a Cesare, che usa la musica rap come valvola di sfogo per i suoi problemi). Il messaggio che sin dalla copertina si vuole dare è basilare: le vite e le menti dei nostri giovani sono preziose, delicate e. non vanno semplicemente “farcite” o bombardate con informazioni e dati. Chi insegna deve costantemente mettersi in gioco e far fiorire i propri alunni, permettergli di venire alla luce.

“Per riuscire ad insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei se non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare”.

“Il contatto ci fa sapere chi siamo e chi non siamo, dove comunichiamo e dove finiamo […]. La vita è tutta una questione di tatto”.

“Troppi ragazzi si sentono invisibili allo sguardo di noi insegnanti, che abbiamo il compito di farli crescere anche negli aspetti non ancora emersi della loro personalità, soprattutto se, come vi ho detto, quegli aspetti, determinano quelli su cui crediamo di avere il controllo”.

Quelli sopracitati sono alcuni dei passi del romanzo che mi hanno colpita (nel vero senso della parola), che mi hanno portata non solo a leggerlo abbastanza speditamente perché non riuscivo a staccarmene, ma anche a trattenerne il suo peso emotivo.

Al centro di questo scritto infatti, c’è l’amore, un amore profondo, che non può non toccare l’anima e il cuore. Non è un caso che questo termine sia pronunciato tantissime volte, che aleggia tra le righe e che poi esploda nel finale.

Dopo aver letto “L’appello”, ho anche guardato lo spettacolo teatrale a cui l’autore stesso ha partecipato, altrettanto emozionante ed intenso: guardatelo, se riuscite, perché è una degna ’”estensione” delle parole.

Chi mi segue sa che amo la musica e questa volta voglio associare l’opera ad una canzone: “Argentovivo”, di Daniele Silvestri e Rancore, che ben si abbina a questo testo a mio parere.

Vorrei concludere questa recensione un po’ sui generis, dedicandola ai miei studenti, ai volti e alle anime che ho auto e ho di fronte. Faccio mie le parole usate da D’Avenia nei suoi ringraziamenti: “Mi hanno cambiato gli occhi, cambiandomi il cuore. Probabilmente non sono riuscito e non riesco sempre ad amarli come avrei voluto e a volte ho fallito, ma anche questo mi ha costretto ad aprire gli occhi sui miei limiti”.  Mi ritrovo in queste dichiarazioni e prometto, a loro e a me stessa, di fare sempre mio meglio per ascoltarli, accoglierli, trovare un contatto vero con loro e farli venire alla luce.

“Mai Stati così Uniti” di Simona Siri e Dan Gerstein (TEA, 2020)

Sono trascorsi dieci giorni, ormai, dal momento in cui, sotto lo sguardo attento di tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno scelto il loro nuovo Presidente.  Devo dire che le elezioni americane sono, da un po’ di anni a questa parte, un appuntamento imperdibile per me, per cui cerco di documentarmi e di seguire questo grande evento quanto più possibile, leggendo o guardando trasmissioni televisive. Proprio ricercando e curiosando un po’ sui social network ho scoperto Simona Siri e ho cominciato a seguire le sue interessanti dirette, in cui i contenuti sono veicolati con competenza e semplicità.  Non potevo, quindi, non leggere “Mai stati così uniti”, un libro o meglio un diario, scritto a quattro mani col marito Dan Gerstein, analista politico. Il racconto prende il via dalla notte elettorale del 2016, che ha portato all’elezione di Donald Trump e all’inaspettata sconfitta di Hillary Clinton, e che le ha provocato un grosso sconvolgimento interiore, la Siri riflette, insieme a Gerstein, sulle peculiarità dell’America, sui suoi difetti, sui suoi pregi, su come le differenze culturali abbiano influenzato le dinamiche di coppia.

Vengono affrontate moltissime tematiche, partendo dall’esperienza personale e arrivando poi al generale, come nel caso del discorso sulla sanità.  Divertentissimo è l’inizio in cui l’autrice di parla delle regole rigidissime dal “dating”, proprio cominciando dal primo appuntamento con Dan, mentre molto interessante è l’analisi sociologica della sua seconda patria, scaturita da un’esperienza di volontariato che l’ha portata a fare canvassing (un’attività per la quale ci si reca proprio nelle case degli elettori per promuovere un candidato), molto accorata è la riflessione sulla questione razziale e sul movimento Black lives matter, è commovente il  racconto dell’adozione della loro bambina, Ella.

Questo libro è scorrevole e leggero, a dispetto degli argomenti trattati che sono di una certa levatura e costituisce una finestra diretta una terra della quale non abbiamo conoscenza reale. Ad intrigarmi particolarmente, poi è stato il fatto che venga la possibilità di avere due punti vista sugli stessi temi, di poter leggere nero su bianco un confronto vero, a volte anche “acceso”, senza retorica e senza censure direi.

Mi piace moltissimo la definizione di questo scritto data dalla stessa Siri nei ringraziamenti, perché rispecchia in pieno quello che il lettore si trova davanti agli occhi: un lungo e complicato messaggio d’amore, Un messaggio d’amore non solo alla sua famiglia, ma anche al luogo in cui vive e ha scelto di mettere radici, pieno appunto di contraddizioni, di criticità, ma anche di bellezza e possibilità.

Consiglio “Mai Stati così Uniti” a tutti coloro che sono incuriositi dagli Usa e vogliono approfondirne la conoscenza, che siamo appassionati di politica o meno, che sia esperto o meno perché sicuramente arriverà all’ultima pagina arricchito e più informato.

“Le cronache di Alaster volume 1: Drago” di Leonardo Tomer (Albatros, 2020)

Vi piacciono i viaggi sulle ali della fantasia? Vi piacciono le storie ricche di duelli, di incantesimi, di creature con poteri straordinari? Allacciate le cinture allora, perché sicuramente il viaggio che vi farà intraprendere Leonardo Tomer con il suo libro, “Le Cronache di Alaster”, vi piacerà e vi coinvolgerà.

Marcel è un “mezz’uomo”, appassionato di storia e di archeologia, che sta studiando gli appunti dell’amatissimo nonno per ritrovare il preziosissimo “occhio del Drago”, una pietra magica. Il giovane si mette in viaggio per perseguire il suo scopo, incontrando prima Alaster, mercenario che pian piano scoprirà cose sorprendenti su di sé e poi l’aspirante maga Myra. Il percorso dei tre personaggi ovviamente non sarà semplice, anzi si rivelerà irto di ostacoli e di prove di superare, ma i “nostri” dimostreranno di avere il coraggio e la forza necessaria per raggiungere il loro obiettivo, nonché il Regno da cui Marcel proviene.

Il romanzo è di agevole lettura, la prosa di Tomer è lineare e semplice, adatta sia agli adulti che ai ragazzi. In effetti, a mio parere, molti degli elementi presenti nell’opera potrebbero interessare e intrigare soprattutto un pubblico più giovane: il genere, indubbiamente, ma anche la presenza di temi come l’amicizia, il coraggio, la ricerca della propria identità, ma anche la rivendicazione della propria identità (Alaster capisce davvero chi è durante questo viaggio, Marcel è orgoglioso del lavoro del nonno e vuole seguirne le orme), la ricerca della propria strada anche a costo di sbagliare.

Ho trovato davvero pregevoli le illustrazioni inserite all’interno del testo, complemento perfetto per un fantasy e l’attenzione ad alcuni dettagli Si notano, la cura posta nelle descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata e la minuzia, ad esempio nell’esposizione delle tecniche della scherma, materia che lo scrittore padroneggia.

Ci tengo, al termine della mia recensione, a ringraziarlo nuovamente per l’attenzione riservata al mio blog e per avermi inviato una copia della sua opera, che ho letto con attenzione e piacere.

“Il morso della vipera” di Alice Basso (Garzanti, 2020)

In pratica il quadro è questo (cit.): dopo aver scritto e cancellato, cancellato e riscritto, finalmente sono riuscita a dare alla luce la recensione del romanzo “Il morso della vipera”. La verità è che più tengo ad un libro, più faccio fatica a scrivere perché temo di non valorizzarlo con le mie parole.

Paranoie da recensore a parte, non avevo dubbi che, dopo aver concluso la saga dedicata alla ghostwriter Vani Sarca, Alice Basso avrebbe tirato fuori dal suo cilindro un’altra storia originale e scritta in modo magistrale. Io sono già stata completamente conquista da Anita e dal suo mondo.

L’autrice ci fa fare un viaggio a ritroso nel tempo, portandoci nel 1935, quindi in epoca fascista. La protagonista è Anita Bo, come ho anticipato, una giovane avvenente e arguta (anche se lei in realtà ama farci pensare il contrario) che è in procinto di sposarsi con Corrado, bellissimo e serafico ragazzo di buona famiglia. Un po’ intimorita dall’idea di diventare moglie e madre di sei figli ˗ questo è il progetto di Corrado, che ha anche già scelto il nome dei pargoli ˗ decide di cominciare a lavorare come dattilografa e viene assunta in una nota casa editrice che pubblica “Saturnalia”, una rivista nella quale vengono tradotti gialli americani e trovano spazio anche gialli nostrani. Di “Saturnalia” si occupa l’affascinante intellettuale Sebastiano Satta Ascona (alias Satta Coso), il quale con la sua dattilografa si troverà di fronte ad un vero giallo da risolvere.

Tantissimi sono gli elementi che rendono questo romanzo pregevolissimo e di grande qualità, a partire dall’immenso lavoro di ricerca compiuto per ricostruire il contesto storico nel quale la storia si svolge. L’atmosfera degli anni ’30 è stata ricreata in modo davvero efficace e fa sì che chi legge vi si immerga completamente.

I personaggi sono, come al solito, caratterizzati benissimo. Oltre alla deliziosa protagonista, finta svampita, molto intelligente e sveglia, ho adorato Clara, la migliore amica di Anita, così diversa da lei eppure così complementare a lei. Non attraente, ma sensibile, pratica, razionale è l’esempio di una donna che accetta se stessa, che vive bene con se stessa, che cerca la sua indipendenza e che, in un modo tutto suo, si ribella ai prototipi femminili dell’epoca. Non si può tralasciare Candida Florio, la ex professoressa delle due ragazze, eccentrica, ribelle e pronta ad inculcare in loro autostima e libertà di pensiero.

Molto interessante mi è parsa proprio la riflessione sulle donne, sul loro ruolo, su come venivano e vengono considerate. In alcuni frangenti infatti non si possono non cogliere anche riferimenti all’attualità. In modo sottile e ironico, come le è proprio, Alice ad inserire delle considerazioni molto importanti, che a volte diventano vere denunce.

Il contrasto tra apparenza e realtà, tra superficiale ed essenziale mi pare un fil rouge che lega quest’opera a

quelle dedicate Vani. Trovo sempre molto stimolante ed intrigante approfondire questi concetti antitetici.

C’è una panoramica metaletteraria sul genere giallo e anche qui si notano studio, ricerca attenzione e passione.

Durante una presentazione tenutasi tramite Meet, una partecipante ha sottolineato il fatto che con i libri di Alice Basso si impara sempre qualcosa e non posso che essere d’accordo. La curiosità che si percepisce dietro la scrittura e la creazione dei suoi testi arriva direttamente al lettore. Anche in questo caso, poi non si riesce a lasciare il libro senza terminarlo, in effetti l’ho finito alle tre di notte perché non vedovo di l’ora di vedere come si sarebbe evoluto e concluso il racconto.

Da sottolineare è anche il divertente gioco linguistico sui termini stranieri che vengono italianizzati in modo assolutamente personale, da Anita, proprio perché l’uso di parole non italiane veniva impedito durante il Fascismo.

Spero, a questo punto, di aver instillato in voi il desiderio di leggere “Il morso della vipera”, mi auguro che siano passati il gusto e il divertimento che ho provato nel leggerlo. Sono già impaziente di vedere dove ci porterà il secondo capitolo delle avventure di Anita. Sono sicura che riuscirà ancora a stupirci e a coinvolgerci.

“Almarina” di Valeria Parrella (Einaudi, 2019)

“Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di pura e di dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che cambiano la vita”

“Mi chiamo Elisabetta Maiorano, e non è che me lo stia chiedendo qualcuno: sono io che me lo ripeto in testa ogni volta che arrivo al varco di Nisida (come mi ripeto in testa il codice del bancomat mentre sto ancora camminando verso lo sportello). Ogni volta che entro mi sento in colpa. Alla sbarra, quando mi fermo per farmi riconoscere, mi viene da abbassare gli occhi, mostro il viso senza davvero guardare in faccia l’agente, come se avessi la macchina carica di cocaina. E la vedo alzarsi con uno sforzo enorme, quella sbarra, come se la dovessi sollevare io, fosse colpa mia che Nisida è un carcere minorile, le avessi scavate con le mie mani le strade di tufo che fanno arrampicare su la macchina. Come se mi stessero facendo un favore”

 

Ho scelto di cominciare la mia recensione con questi due passi che mostrano, senza bisogno di descrizioni inutilmente banali o artefatte, l’intensità e lo spessore di “Almarina”, romanzo candidato al Premio strega 2020. In effetti niente in questo libro è artificioso e poco autentico, a partire dalla protagonista, che ci fa capire immediatamente di che pasta è fatta.

È una donna concreta Elisabetta, abituata a guardare il dolore in faccia Si presenta in modo asciutto, diretto, mostrando alcuni dei suoi tratti peculiari (franchezza, sensibilità, carattere riflessivo) e parla in prima persona, senza affettazioni, dei suoi sentimenti e del suo delicato impiego. Insegna, infatti, in un carcere minorile ed è proprio lì che incontra Almarina, una ragazza con un passato estremamente difficile. Gradualmente la professoressa diventa un punto di riferimento importante per la sua alunna e le due si affezionano profondamente l’una all’altra, aiutandosi reciprocamente nel sanare le ferite ricevute nel corso dell’esistenza.

Il testo di Valeria Parrella, mi ha conquistata subito non solo perché è pregevole dal punto di vista tecnico e stilistico (si legge agevolmente, la narrazione è costruita in modo sapiente), ma perché è scritto con profonda umanità, con una partecipazione sentita nel raccontare la marginalità e perché è vibrante d’amore, nel senso più ampio e pieno del termine.

C’è l’amore per il prossimo che ti spinge ad aprirti anche quando in realtà vorresti restare chiusa nel tuo mondo. C’è l’amore per un mestiere complesso, in cui bisogna sì usare la mente, ma soprattutto il cuore (da insegnante non potevo non cogliere l’occasione per ragionare sul mio lavoro che è sì pieno di sfide e di ostacoli, ma mi arricchisce costantemente).

C’è l’amore materno, un attaccamento viscerale che non deriva dal legame di sangue, ma dal dono di sé.

C’è l’amore per la vita, che spesso mette alla prova, piega, ma non spezza se le si lascia la possibilità di stupirci, facendosi pervadere dalla sua forza.

C’è l’amore per Napoli, vivace e contraddittoria.

Tematiche importanti vengono dunque affrontate dall’autrice con taglio personale e intimista, attraverso una scrittura sanguigna e verace, che non può non appassionare.

Oltre a consigliare vivamente la lettura di “Almarina”, vogli anche invitarvi a guardare o riguardare la puntata del programma “Romanzo italiano” dedicata alla Campania, in cui viene intervistata anche Valeria Parrella. Conoscerete meglio la scrittrice, le sue opere, in particolare quella di cui vi sto parlando. Un altro racconto che non potrà non emozionare e far riflettere.

“Blue Room Hotel” di Roberto Monti (Horti di Giano, 2019)

Sono passati molti mesi, a dire la verità, da quando ho ricevuto “Blue Room Hotel”. Gli impegni scolastici mi hanno tenuta un po’ lontana dal blog e l’avvento della pandemia purtroppo ha reso la lettura e la scrittura alquanto complicati, anche perché le incombenze lavorative si sono moltiplicate. In ogni caso sono molto felice di parlarvi del romanzo Roberto Monti, un romanzo particolarissimo, in cui viene descritto un mondo inquietante e corrotto. Nella città immaginaria e cupa di Tap Town, è stato emesso il divieto di scrivere “su carta”. Molti scrittori, proprio per la mancata osservanza di questo veto, vengono assassinati (la scia di delitti conduce al tetro Blue Room Hotel che dà il titolo al nostro romanzo) e chi vuole continuare con la sua attività deve farlo nell’ombra, rischiando, appunto, la vita.

Monti ha confezionato un’opera interessante da diversi punti di vista. L’autore riesce a far calare perfettamente il lettore nell’atmosfera claustrofobica e torbida di Tap Town. La tematica centrale, ossia la contrapposizione tra libri cartacei e digitali, è affrontata in modo inusuale, se vogliamo, estremo, proprio grazie alla scelta di un genere come il thriller. La tensione è palpabile sin dalle prime righe e mantenuta per tutto il racconto. Il protagonista, Adam è un eroe assolutamente singolare, ambiguo e misterioso al punto giusto e di sicuro intrigante. I colpi di scena, poi, tengono viva la narrazione fino alla conclusione, che non mancherà di destare stupore.

Dopo la lettura scaturiscono inevitabili della domande e alcune riflessioni: è davvero così pericoloso e controproducente seguire la tradizione e non arrendersi agli ebook, è davvero così necessario “soccombere” alla tecnologia?

In realtà io credo che ci possa tranquillamente essere una convivenza pacifica tra queste modalità di fruizione dei libri, fermo restando che il cartaceo ha un fascino maggiore del digitale. Un’opera che resta lì, nel tempo, che occupa uno spazio fisico, che è consultabile concretamente, ha di certo un valore enorme, ma non va demonizzato il digitale, più immediato e “comodo” da un certo punto di vista. Ce n’è per tutti i gusti, in definitiva, l’importante è non perdere di vista il contenuto, l’eredità intellettuale di un’opera, di qualunque tipo essa sia.

“Come un respiro” di Ferzan Özpetek (Mondadori, 2020)

“E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato” (F. Scott Fitzgerald)

Il mitico Orient Express porta la giovane Elsa verso la Turchia e verso un futuro tutto da costruire. In Italia ha lasciato un evento doloroso, un pesante segreto che l’ha allontanata da sua sorella Adele. La donna prova a farsi trascinare dalla corrente dell’esistenza, ad inventarsi un nuovo io, ma non riesce a dimenticare fino in fondo il passato. Continua a scrivere delle lettere ad Adele, senza ricevere risposta, finché un giorno, dopo cinquant’anni di lontananza, decide tornare per trovare pace e ricucire il rapporto con l’amata congiunta. Quando bussa alla porta della sua casa, però, trova nuovi inquilini, anch’essi alle prese con i piccoli, grandi tormenti della vita.

In molti hanno già fatto notare che “Come un respiro” è un romanzo di stampo cinematografico e sono ovviamente d’accordo con chi lo pensa. I tempi della narrazione scanditi magnificamente (ci sono in sostanza tre filoni narrativi: quello epistolare, i ricordi di Adele e il racconto in terza persona del presente), la precisione dei dettagli, l’attenzione all’introspezione psicologica e la cura nel dipingere ogni singolo personaggio fanno sì che lo scritto si veda, come se passassero delle immagini sullo schermo. Uno stile pulito, mai lezioso e l’abilità nell’incuriosire il lettore, catturando costantemente la sua attenzione, sono ulteriori pregi attribuibili al testo del Maestro Özpetek, che ha l’eleganza di un classico senza tempo, una profondità donata da chi attraverso l’arte sa sapientemente scandagliare l’animo umano e una forte carica suggestiva.

Istanbul, una città che su di me esercita un enorme fascino, a mio parere è una delle protagoniste di quest’opera. Grazie alla sua vivacità e alla sua ricchezza storica, ha un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera melanconica e intrigante del testo, che è però caratterizzato anche da un forte dinamismo, molto confacente al carattere volitivo di Elsa.

Oggigiorno purtroppo non si usa più mettere i sentimenti nero su bianco, raccontare su carta quello che succede nella propria quotidianità ad una persona cara lontana, non ci siede più e ci si prende del tempo per raccogliere con pazienza i pensieri, per condividerli e lasciarli su qualcosa di tangibile come un foglio. Nel mondo attuale la comunicazione si nutre, purtroppo, di tempi rapidi e a volte diventa più superficiale, per questo motivo ho adorato il fatto che delle missive fossero il modo per mantenere in vita, anche se solo idealmente, un legame che purtroppo si era affievolito. Questa sorta di diario, che però ha un destinatario, ci racconta con estrema sincerità una donna consapevole e complessa, smarrita all’inizio, ma pian piano più forte e decisa.

“Ho tanto cercato il mio posto nel mondo, ed era dentro di me: proprio qui, dove mi batte il cuore, dove fluisce il mio sangue, dove respiro, piango e rido restando viva. Il mio destino sono io”.

 

Queste toccanti parole descrivono alla perfezione Elsa, sono un compendio perfetto della sensibilità dello scrittore e indicano una grande verità: troviamo il nostro posto nel mondo quando ci accettiamo per quello che siamo smettendola di combatterci, quando ascoltiamo le nostre emozioni e viviamo pienamente i nostri giorni.

Vi lascio citando un ultimo passo, che racchiude l’essenza di un libro che è stato una meravigliosa scoperta.

“La vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate”.

“Come un delfino” di Gianluca Pirozzi (L’Erudita – Giulio Perrone Editore, 2019)

Recensione

“Come un delfino” è la “semplice”, piccola, grande storia di un uomo, Vanni, alla costante ricerca della serenità e della stabilità interiore. In effetti sin dalla più tenera età la sua vita non è stata facile, con una famiglia complessa “governata” dagli accessi violenti del padre, un artista dal carattere spigoloso e nella quale la presenza più rassicurante è quella di nonna Jole che però muore improvvisamente. Un altro importante lutto lo segna profondamente e lo costringe a maturare in fretta. Nel corso degli anni Vanni si allontana dai suoi cari per studiare, vive i suoi amori e finalmente trova un compagno con il quale decide di avere un bambino grazie ad Amandine, un’amica che si offre di fare a madre surrogata. Tutto sembra procedere per il meglio, ma ancora una volta, il nostro protagonista si trova davanti ad un bivio.

Il testo di cui vi sto parlando è, come si può intuire, una sorta di romanzo di formazione, ma anche un diario accorato e sincero nel quale il narratore mette completamente a nudo le sue emozioni. Tutto il suo percorso è raccontato molto dettagliatamente e l’atto introspettivo attraverso il quale Vanni rilegge la sua esistenza parte dall’infanzia fino ad arrivare alla maturità, mostrando al lettore le nuove consapevolezze alle quali è arrivato dopo un viaggio ricco di ostacoli e di esperienze negative, ma anche positivo.

L’autore ha scritto senza dubbio un libro in cui si parla di realtà quotidiana, di evoluzione personale e che fornisce moltissimi spunti di riflessione, un libro che senza dubbio si legge con immediatezza e facilità.

Biografia dell’autore

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli e ha vissuto in Italia e all’estero. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e inclusi in diverse antologie. Ha pubblicato: Storie liquide (2010), Nell’altro (2012) e Nomi di donna (2016), quest’ultimo è uscito in Spagna col titolo Nombres de mujer (2018).

 

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” di Ferruccio Parazzoli (Aboca, 2019)

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico”, di Ferruccio Parazzoli è un romanzo estremamente singolare e raffinato. La narrazione si divide in due blocchi. Il “protagonista” della prima parte del libro è un ragazzo che lascia improvvisamente il suo lavoro di cameriere e si reca in un bosco per passare la notte sotto un albero. Lì in contra un uomo, lo Zio, che a sua volta lo conduce dal Cacciatore il quale gli racconterà la leggenda della Maciucia e del Grande Pino. Nella seconda parte, invece, ci viene presentata Olga, che si oppone con tutte le sue forze all’abbattimento del fico che le ha sempre “fatto compagnia” e che è fedele custode dei suoi racconti.

“Non posso vivere senza storie. A me piacciono le storie, ne ho sempre avuto bisogno, la mia come quelle degli altri”.

Questa frase mi sembra perfetta per riassumere lo spirito dell’opera di Parazzoli, in cui a spiccare è il gusto  dell’affabulazione più pura. L’esigenza della trasmissione delle storie agli altri, del non lasciar disperdere l’enorme patrimonio costituito dalle esperienze di una vita traspare con chiarezza mentre scorrono le righe e le pagine. Gli alberi, proprio per il loro valore simbolico, sono degli elementi perfetti per veicolare il concetto che ho espresso poc’anzi e proprio agli alberi Aboca ha dedicato un’intera collana: “Il bosco degli scrittori”.

Con la maestria tipica di chi sa bene come utilizzare le parole, l’autore ci conduce tra leggende e realtà, fantasia e sprazzi di vita reale in un immaginifico ed evocativo viaggio; ci trasporta in un mondo quasi senza tempo, in una sorta di favola moderna dal sapore un po’ nostalgico.

Il lettore si troverà davanti un testo scorrevole, che si “gusta” molto volentieri, per nulla semplicistico, ma, al contrario, elegante ed accurato.

“Lo chiederemo agli alberi/ Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/ Invincibili. Risponderanno gli alberi/ Che le radici sono qui/ E i loro rami danzano/ All’unisono verso un cielo blu”.

Così recita “Lo chiederemo agli alberi”, meravigliosa canzone di Simone Cristicchi che ho immediatamente associata a “La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” e con queste parole così poetiche e profondo desidero concludere la mia recensione, non prima però di aver ringraziato l’agenzia Media Eventi per avermi proposto la lettura di questo interessante volume.

Pagina 1 di 5

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén