Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 1 di 5)

“Le cronache di Alaster volume 1: Drago” di Leonardo Tomer (Albatros, 2020)

Vi piacciono i viaggi sulle ali della fantasia? Vi piacciono le storie ricche di duelli, di incantesimi, di creature con poteri straordinari? Allacciate le cinture allora, perché sicuramente il viaggio che vi farà intraprendere Leonardo Tomer con il suo libro, “Le Cronache di Alaster”, vi piacerà e vi coinvolgerà.

Marcel è un “mezz’uomo”, appassionato di storia e di archeologia, che sta studiando gli appunti dell’amatissimo nonno per ritrovare il preziosissimo “occhio del Drago”, una pietra magica. Il giovane si mette in viaggio per perseguire il suo scopo, incontrando prima Alaster, mercenario che pian piano scoprirà cose sorprendenti su di sé e poi l’aspirante maga Myra. Il percorso dei tre personaggi ovviamente non sarà semplice, anzi si rivelerà irto di ostacoli e di prove di superare, ma i “nostri” dimostreranno di avere il coraggio e la forza necessaria per raggiungere il loro obiettivo, nonché il Regno da cui Marcel proviene.

Il romanzo è di agevole lettura, la prosa di Tomer è lineare e semplice, adatta sia agli adulti che ai ragazzi. In effetti, a mio parere, molti degli elementi presenti nell’opera potrebbero interessare e intrigare soprattutto un pubblico più giovane: il genere, indubbiamente, ma anche la presenza di temi come l’amicizia, il coraggio, la ricerca della propria identità, ma anche la rivendicazione della propria identità (Alaster capisce davvero chi è durante questo viaggio, Marcel è orgoglioso del lavoro del nonno e vuole seguirne le orme), la ricerca della propria strada anche a costo di sbagliare.

Ho trovato davvero pregevoli le illustrazioni inserite all’interno del testo, complemento perfetto per un fantasy e l’attenzione ad alcuni dettagli Si notano, la cura posta nelle descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata e la minuzia, ad esempio nell’esposizione delle tecniche della scherma, materia che lo scrittore padroneggia.

Ci tengo, al termine della mia recensione, a ringraziarlo nuovamente per l’attenzione riservata al mio blog e per avermi inviato una copia della sua opera, che ho letto con attenzione e piacere.

“Il morso della vipera” di Alice Basso (Garzanti, 2020)

In pratica il quadro è questo (cit.): dopo aver scritto e cancellato, cancellato e riscritto, finalmente sono riuscita a dare alla luce la recensione del romanzo “Il morso della vipera”. La verità è che più tengo ad un libro, più faccio fatica a scrivere perché temo di non valorizzarlo con le mie parole.

Paranoie da recensore a parte, non avevo dubbi che, dopo aver concluso la saga dedicata alla ghostwriter Vani Sarca, Alice Basso avrebbe tirato fuori dal suo cilindro un’altra storia originale e scritta in modo magistrale. Io sono già stata completamente conquista da Anita e dal suo mondo.

L’autrice ci fa fare un viaggio a ritroso nel tempo, portandoci nel 1935, quindi in epoca fascista. La protagonista è Anita Bo, come ho anticipato, una giovane avvenente e arguta (anche se lei in realtà ama farci pensare il contrario) che è in procinto di sposarsi con Corrado, bellissimo e serafico ragazzo di buona famiglia. Un po’ intimorita dall’idea di diventare moglie e madre di sei figli ˗ questo è il progetto di Corrado, che ha anche già scelto il nome dei pargoli ˗ decide di cominciare a lavorare come dattilografa e viene assunta in una nota casa editrice che pubblica “Saturnalia”, una rivista nella quale vengono tradotti gialli americani e trovano spazio anche gialli nostrani. Di “Saturnalia” si occupa l’affascinante intellettuale Sebastiano Satta Ascona (alias Satta Coso), il quale con la sua dattilografa si troverà di fronte ad un vero giallo da risolvere.

Tantissimi sono gli elementi che rendono questo romanzo pregevolissimo e di grande qualità, a partire dall’immenso lavoro di ricerca compiuto per ricostruire il contesto storico nel quale la storia si svolge. L’atmosfera degli anni ’30 è stata ricreata in modo davvero efficace e fa sì che chi legge vi si immerga completamente.

I personaggi sono, come al solito, caratterizzati benissimo. Oltre alla deliziosa protagonista, finta svampita, molto intelligente e sveglia, ho adorato Clara, la migliore amica di Anita, così diversa da lei eppure così complementare a lei. Non attraente, ma sensibile, pratica, razionale è l’esempio di una donna che accetta se stessa, che vive bene con se stessa, che cerca la sua indipendenza e che, in un modo tutto suo, si ribella ai prototipi femminili dell’epoca. Non si può tralasciare Candida Florio, la ex professoressa delle due ragazze, eccentrica, ribelle e pronta ad inculcare in loro autostima e libertà di pensiero.

Molto interessante mi è parsa proprio la riflessione sulle donne, sul loro ruolo, su come venivano e vengono considerate. In alcuni frangenti infatti non si possono non cogliere anche riferimenti all’attualità. In modo sottile e ironico, come le è proprio, Alice ad inserire delle considerazioni molto importanti, che a volte diventano vere denunce.

Il contrasto tra apparenza e realtà, tra superficiale ed essenziale mi pare un fil rouge che lega quest’opera a

quelle dedicate Vani. Trovo sempre molto stimolante ed intrigante approfondire questi concetti antitetici.

C’è una panoramica metaletteraria sul genere giallo e anche qui si notano studio, ricerca attenzione e passione.

Durante una presentazione tenutasi tramite Meet, una partecipante ha sottolineato il fatto che con i libri di Alice Basso si impara sempre qualcosa e non posso che essere d’accordo. La curiosità che si percepisce dietro la scrittura e la creazione dei suoi testi arriva direttamente al lettore. Anche in questo caso, poi non si riesce a lasciare il libro senza terminarlo, in effetti l’ho finito alle tre di notte perché non vedovo di l’ora di vedere come si sarebbe evoluto e concluso il racconto.

Da sottolineare è anche il divertente gioco linguistico sui termini stranieri che vengono italianizzati in modo assolutamente personale, da Anita, proprio perché l’uso di parole non italiane veniva impedito durante il Fascismo.

Spero, a questo punto, di aver instillato in voi il desiderio di leggere “Il morso della vipera”, mi auguro che siano passati il gusto e il divertimento che ho provato nel leggerlo. Sono già impaziente di vedere dove ci porterà il secondo capitolo delle avventure di Anita. Sono sicura che riuscirà ancora a stupirci e a coinvolgerci.

“Almarina” di Valeria Parrella (Einaudi, 2019)

“Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di pura e di dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che cambiano la vita”

“Mi chiamo Elisabetta Maiorano, e non è che me lo stia chiedendo qualcuno: sono io che me lo ripeto in testa ogni volta che arrivo al varco di Nisida (come mi ripeto in testa il codice del bancomat mentre sto ancora camminando verso lo sportello). Ogni volta che entro mi sento in colpa. Alla sbarra, quando mi fermo per farmi riconoscere, mi viene da abbassare gli occhi, mostro il viso senza davvero guardare in faccia l’agente, come se avessi la macchina carica di cocaina. E la vedo alzarsi con uno sforzo enorme, quella sbarra, come se la dovessi sollevare io, fosse colpa mia che Nisida è un carcere minorile, le avessi scavate con le mie mani le strade di tufo che fanno arrampicare su la macchina. Come se mi stessero facendo un favore”

 

Ho scelto di cominciare la mia recensione con questi due passi che mostrano, senza bisogno di descrizioni inutilmente banali o artefatte, l’intensità e lo spessore di “Almarina”, romanzo candidato al Premio strega 2020. In effetti niente in questo libro è artificioso e poco autentico, a partire dalla protagonista, che ci fa capire immediatamente di che pasta è fatta.

È una donna concreta Elisabetta, abituata a guardare il dolore in faccia Si presenta in modo asciutto, diretto, mostrando alcuni dei suoi tratti peculiari (franchezza, sensibilità, carattere riflessivo) e parla in prima persona, senza affettazioni, dei suoi sentimenti e del suo delicato impiego. Insegna, infatti, in un carcere minorile ed è proprio lì che incontra Almarina, una ragazza con un passato estremamente difficile. Gradualmente la professoressa diventa un punto di riferimento importante per la sua alunna e le due si affezionano profondamente l’una all’altra, aiutandosi reciprocamente nel sanare le ferite ricevute nel corso dell’esistenza.

Il testo di Valeria Parrella, mi ha conquistata subito non solo perché è pregevole dal punto di vista tecnico e stilistico (si legge agevolmente, la narrazione è costruita in modo sapiente), ma perché è scritto con profonda umanità, con una partecipazione sentita nel raccontare la marginalità e perché è vibrante d’amore, nel senso più ampio e pieno del termine.

C’è l’amore per il prossimo che ti spinge ad aprirti anche quando in realtà vorresti restare chiusa nel tuo mondo. C’è l’amore per un mestiere complesso, in cui bisogna sì usare la mente, ma soprattutto il cuore (da insegnante non potevo non cogliere l’occasione per ragionare sul mio lavoro che è sì pieno di sfide e di ostacoli, ma mi arricchisce costantemente).

C’è l’amore materno, un attaccamento viscerale che non deriva dal legame di sangue, ma dal dono di sé.

C’è l’amore per la vita, che spesso mette alla prova, piega, ma non spezza se le si lascia la possibilità di stupirci, facendosi pervadere dalla sua forza.

C’è l’amore per Napoli, vivace e contraddittoria.

Tematiche importanti vengono dunque affrontate dall’autrice con taglio personale e intimista, attraverso una scrittura sanguigna e verace, che non può non appassionare.

Oltre a consigliare vivamente la lettura di “Almarina”, vogli anche invitarvi a guardare o riguardare la puntata del programma “Romanzo italiano” dedicata alla Campania, in cui viene intervistata anche Valeria Parrella. Conoscerete meglio la scrittrice, le sue opere, in particolare quella di cui vi sto parlando. Un altro racconto che non potrà non emozionare e far riflettere.

“Blue Room Hotel” di Roberto Monti (Horti di Giano, 2019)

Sono passati molti mesi, a dire la verità, da quando ho ricevuto “Blue Room Hotel”. Gli impegni scolastici mi hanno tenuta un po’ lontana dal blog e l’avvento della pandemia purtroppo ha reso la lettura e la scrittura alquanto complicati, anche perché le incombenze lavorative si sono moltiplicate. In ogni caso sono molto felice di parlarvi del romanzo Roberto Monti, un romanzo particolarissimo, in cui viene descritto un mondo inquietante e corrotto. Nella città immaginaria e cupa di Tap Town, è stato emesso il divieto di scrivere “su carta”. Molti scrittori, proprio per la mancata osservanza di questo veto, vengono assassinati (la scia di delitti conduce al tetro Blue Room Hotel che dà il titolo al nostro romanzo) e chi vuole continuare con la sua attività deve farlo nell’ombra, rischiando, appunto, la vita.

Monti ha confezionato un’opera interessante da diversi punti di vista. L’autore riesce a far calare perfettamente il lettore nell’atmosfera claustrofobica e torbida di Tap Town. La tematica centrale, ossia la contrapposizione tra libri cartacei e digitali, è affrontata in modo inusuale, se vogliamo, estremo, proprio grazie alla scelta di un genere come il thriller. La tensione è palpabile sin dalle prime righe e mantenuta per tutto il racconto. Il protagonista, Adam è un eroe assolutamente singolare, ambiguo e misterioso al punto giusto e di sicuro intrigante. I colpi di scena, poi, tengono viva la narrazione fino alla conclusione, che non mancherà di destare stupore.

Dopo la lettura scaturiscono inevitabili della domande e alcune riflessioni: è davvero così pericoloso e controproducente seguire la tradizione e non arrendersi agli ebook, è davvero così necessario “soccombere” alla tecnologia?

In realtà io credo che ci possa tranquillamente essere una convivenza pacifica tra queste modalità di fruizione dei libri, fermo restando che il cartaceo ha un fascino maggiore del digitale. Un’opera che resta lì, nel tempo, che occupa uno spazio fisico, che è consultabile concretamente, ha di certo un valore enorme, ma non va demonizzato il digitale, più immediato e “comodo” da un certo punto di vista. Ce n’è per tutti i gusti, in definitiva, l’importante è non perdere di vista il contenuto, l’eredità intellettuale di un’opera, di qualunque tipo essa sia.

“Come un respiro” di Ferzan Özpetek (Mondadori, 2020)

“E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato” (F. Scott Fitzgerald)

Il mitico Orient Express porta la giovane Elsa verso la Turchia e verso un futuro tutto da costruire. In Italia ha lasciato un evento doloroso, un pesante segreto che l’ha allontanata da sua sorella Adele. La donna prova a farsi trascinare dalla corrente dell’esistenza, ad inventarsi un nuovo io, ma non riesce a dimenticare fino in fondo il passato. Continua a scrivere delle lettere ad Adele, senza ricevere risposta, finché un giorno, dopo cinquant’anni di lontananza, decide tornare per trovare pace e ricucire il rapporto con l’amata congiunta. Quando bussa alla porta della sua casa, però, trova nuovi inquilini, anch’essi alle prese con i piccoli, grandi tormenti della vita.

In molti hanno già fatto notare che “Come un respiro” è un romanzo di stampo cinematografico e sono ovviamente d’accordo con chi lo pensa. I tempi della narrazione scanditi magnificamente (ci sono in sostanza tre filoni narrativi: quello epistolare, i ricordi di Adele e il racconto in terza persona del presente), la precisione dei dettagli, l’attenzione all’introspezione psicologica e la cura nel dipingere ogni singolo personaggio fanno sì che lo scritto si veda, come se passassero delle immagini sullo schermo. Uno stile pulito, mai lezioso e l’abilità nell’incuriosire il lettore, catturando costantemente la sua attenzione, sono ulteriori pregi attribuibili al testo del Maestro Özpetek, che ha l’eleganza di un classico senza tempo, una profondità donata da chi attraverso l’arte sa sapientemente scandagliare l’animo umano e una forte carica suggestiva.

Istanbul, una città che su di me esercita un enorme fascino, a mio parere è una delle protagoniste di quest’opera. Grazie alla sua vivacità e alla sua ricchezza storica, ha un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera melanconica e intrigante del testo, che è però caratterizzato anche da un forte dinamismo, molto confacente al carattere volitivo di Elsa.

Oggigiorno purtroppo non si usa più mettere i sentimenti nero su bianco, raccontare su carta quello che succede nella propria quotidianità ad una persona cara lontana, non ci siede più e ci si prende del tempo per raccogliere con pazienza i pensieri, per condividerli e lasciarli su qualcosa di tangibile come un foglio. Nel mondo attuale la comunicazione si nutre, purtroppo, di tempi rapidi e a volte diventa più superficiale, per questo motivo ho adorato il fatto che delle missive fossero il modo per mantenere in vita, anche se solo idealmente, un legame che purtroppo si era affievolito. Questa sorta di diario, che però ha un destinatario, ci racconta con estrema sincerità una donna consapevole e complessa, smarrita all’inizio, ma pian piano più forte e decisa.

“Ho tanto cercato il mio posto nel mondo, ed era dentro di me: proprio qui, dove mi batte il cuore, dove fluisce il mio sangue, dove respiro, piango e rido restando viva. Il mio destino sono io”.

 

Queste toccanti parole descrivono alla perfezione Elsa, sono un compendio perfetto della sensibilità dello scrittore e indicano una grande verità: troviamo il nostro posto nel mondo quando ci accettiamo per quello che siamo smettendola di combatterci, quando ascoltiamo le nostre emozioni e viviamo pienamente i nostri giorni.

Vi lascio citando un ultimo passo, che racchiude l’essenza di un libro che è stato una meravigliosa scoperta.

“La vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate”.

“Come un delfino” di Gianluca Pirozzi (L’Erudita – Giulio Perrone Editore, 2019)

Recensione

“Come un delfino” è la “semplice”, piccola, grande storia di un uomo, Vanni, alla costante ricerca della serenità e della stabilità interiore. In effetti sin dalla più tenera età la sua vita non è stata facile, con una famiglia complessa “governata” dagli accessi violenti del padre, un artista dal carattere spigoloso e nella quale la presenza più rassicurante è quella di nonna Jole che però muore improvvisamente. Un altro importante lutto lo segna profondamente e lo costringe a maturare in fretta. Nel corso degli anni Vanni si allontana dai suoi cari per studiare, vive i suoi amori e finalmente trova un compagno con il quale decide di avere un bambino grazie ad Amandine, un’amica che si offre di fare a madre surrogata. Tutto sembra procedere per il meglio, ma ancora una volta, il nostro protagonista si trova davanti ad un bivio.

Il testo di cui vi sto parlando è, come si può intuire, una sorta di romanzo di formazione, ma anche un diario accorato e sincero nel quale il narratore mette completamente a nudo le sue emozioni. Tutto il suo percorso è raccontato molto dettagliatamente e l’atto introspettivo attraverso il quale Vanni rilegge la sua esistenza parte dall’infanzia fino ad arrivare alla maturità, mostrando al lettore le nuove consapevolezze alle quali è arrivato dopo un viaggio ricco di ostacoli e di esperienze negative, ma anche positivo.

L’autore ha scritto senza dubbio un libro in cui si parla di realtà quotidiana, di evoluzione personale e che fornisce moltissimi spunti di riflessione, un libro che senza dubbio si legge con immediatezza e facilità.

Biografia dell’autore

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli e ha vissuto in Italia e all’estero. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e inclusi in diverse antologie. Ha pubblicato: Storie liquide (2010), Nell’altro (2012) e Nomi di donna (2016), quest’ultimo è uscito in Spagna col titolo Nombres de mujer (2018).

 

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” di Ferruccio Parazzoli (Aboca, 2019)

“La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico”, di Ferruccio Parazzoli è un romanzo estremamente singolare e raffinato. La narrazione si divide in due blocchi. Il “protagonista” della prima parte del libro è un ragazzo che lascia improvvisamente il suo lavoro di cameriere e si reca in un bosco per passare la notte sotto un albero. Lì in contra un uomo, lo Zio, che a sua volta lo conduce dal Cacciatore il quale gli racconterà la leggenda della Maciucia e del Grande Pino. Nella seconda parte, invece, ci viene presentata Olga, che si oppone con tutte le sue forze all’abbattimento del fico che le ha sempre “fatto compagnia” e che è fedele custode dei suoi racconti.

“Non posso vivere senza storie. A me piacciono le storie, ne ho sempre avuto bisogno, la mia come quelle degli altri”.

Questa frase mi sembra perfetta per riassumere lo spirito dell’opera di Parazzoli, in cui a spiccare è il gusto  dell’affabulazione più pura. L’esigenza della trasmissione delle storie agli altri, del non lasciar disperdere l’enorme patrimonio costituito dalle esperienze di una vita traspare con chiarezza mentre scorrono le righe e le pagine. Gli alberi, proprio per il loro valore simbolico, sono degli elementi perfetti per veicolare il concetto che ho espresso poc’anzi e proprio agli alberi Aboca ha dedicato un’intera collana: “Il bosco degli scrittori”.

Con la maestria tipica di chi sa bene come utilizzare le parole, l’autore ci conduce tra leggende e realtà, fantasia e sprazzi di vita reale in un immaginifico ed evocativo viaggio; ci trasporta in un mondo quasi senza tempo, in una sorta di favola moderna dal sapore un po’ nostalgico.

Il lettore si troverà davanti un testo scorrevole, che si “gusta” molto volentieri, per nulla semplicistico, ma, al contrario, elegante ed accurato.

“Lo chiederemo agli alberi/ Come restare immobili/ Fra temporali e fulmini/ Invincibili. Risponderanno gli alberi/ Che le radici sono qui/ E i loro rami danzano/ All’unisono verso un cielo blu”.

Così recita “Lo chiederemo agli alberi”, meravigliosa canzone di Simone Cristicchi che ho immediatamente associata a “La colomba sul pino e la vecchia sotto il fico” e con queste parole così poetiche e profondo desidero concludere la mia recensione, non prima però di aver ringraziato l’agenzia Media Eventi per avermi proposto la lettura di questo interessante volume.

“Ventiquattro” di Valentina Bardi (Società Editrice “Il ponte Vecchio”, 2019)

Quarta di copertina

Martina sta per compiere diciotto anni e frequenta un ragazzo che a sua madre non piace. Perché è il figlio del padrone della fabbrica locale, perché sua madre è una sindacalista come quelle di una volta e insomma quel ragazzo (com’è che si chiama, Matteo?) non lo vuole in casa sua.

Martina sta per compiere diciotto anni e sempre più spesso si sente una mosca bianca, in famiglia. La madre, Giada, tutta d’un pezzo. Il padre, Andrea, che non c’è mai. Fa il giornalista, inviato in zone di guerra, e sembra che per lui contino più i drammi del mondo che quelli di casa sua; sembra anche, quando si fa vedere, che lui e la mamma non vadano più tanto d’accordo. E poi la sorella maggiore e i fratelli minori di Martina, ognuno alle prese con i propri problemi grandi e piccoli… problemi che la riguardano fino a un certo punto.

Nonostante tutto, però, sembra che il microcosmo che ruota attorno a Martina, ben radicato in un piccolo comune della provincia romagnola, sia in grado di vivere la vita senza troppi sconvolgimenti.

Sembra. Perché un evento inaspettato costringerà la ragazza, la sua famiglia e l’intera comunità con cui si intreccia, a rivedere le proprie convinzioni e a reinventare la propria visione del mondo.

Un romanzo di formazione molto attuale, ricco di momenti toccanti e di argomenti che riguardano ognuno di noi: la famiglia, la coppia, l’essere figli. La fede politica e quella religiosa. La gioia e il dolore, la serenità e la disperazione. E soprattutto la necessità di accettare i propri limiti e raggiungere, finalmente, una nuova consapevolezza.

 

L’autrice

Valentina Bardi vive nella provincia di Forlì-Cesena, a Galeata. È diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena ed è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna Alma Mater Studiorum. Da sempre appassionata di libri, fa parte del Gruppo di lettura “Teodorico” di Galeata, che da svariati anni propone incontri pubblici e reading su autori italiani e stranieri.
 Ventiquattro è il suo primo romanzo.

 

Recensione

Martina ha 18 anni, sta vivendo la sua prima storia d’amore e un momento non facile in famiglia. Sua sorella infatti ha appena vissuto un grande dolore e il matrimonio dei suoi genitori attraversa una fase delicata. Il padre della giovane, Andrea, è un inviato di guerra, uno spirito libero che ama il proprio lavoro, ma è costretto a trascurare i suoi cari.  Giada, sua madre, è un sindacalista forte, pragmatica, che però si lascia per un attimo sopraffare dalla fragilità e dall’insicurezza proprio a causa del carattere sfuggente del marito. Un evento tragico e inaspettato costringerà Martina e le sue amiche a maturare, anzi a cambiare, ma anche i familiari della ragazza ad unirsi e a mettere da parte le tensioni e gli screzi per ritornare a quello che più conta: l’amore reciproco.

Il romanzo di Valentina Bardi è intimo, intenso e sfiora delicatamente tematiche che possono afferire alla quotidianità di ciascuno di noi come l’adolescenza, il cambiamento, la crescita personale e l’acquisizione di nuove consapevolezze, ma anche le dinamiche che possono prodursi all’interno di un nucleo familiare o la vita di provincia, semplice nonché ancorata alle tradizioni.

Anche lo stile utilizzato  ̶  l’autrice ad esempio usa in alcuni momenti il dialetto  ̶  riflette l’atmosfera naturale, semplice e genuina presente nel libro e che ho molto apprezzato.

“Ventiquattro” è un romanzo in cui possono riconoscersi sia i giovani sia gli adulti e in cui si nota un interessante lavoro di introspezione psicologica oltre che la volontà di ricostruire con precisione, ma anche con coinvolgimento emotivo la realtà di ciascuno di noi.

 

“Un tè alla ciliegia” di Jane Rose Caruso

A Beltroy è arrivata la bella stagione e, dopo la risoluzione di un caso spinosissimo, sono arrivate anche nuove avventure per la dolce e risoluta Miss Book, che con la sua arguzia e i suoi manicaretti dovrà, ancora una volta, sistemare i problemi delle persone a lei care. Una festa di fidanzamento rischia di essere rovinata e Prudence, la nipote di Catharine, aspirante poetessa che faticosamente cerca la sua autonomia, soffre per amore, ma grazie all’infaticabile anziana signora tutto si risolerà per il meglio. Non potevano mancare le ricette con le quali la protagonista delizia i suoi amici e lenisce i loro dispiaceri.

È sempre gradevole “tuffarsi” nei testi dedicati a Miss Book, che ormai è diventata come una vecchia amica da cui si torna con piacere. “Un tè alla ciliegia” si legge in pochissimo tempo, è scritto in modo scorrevole ed è l’ideale per una serata di relax o come lettura prima di andare a dormire, ma fa anche riflettere, come i libri precedenti.

Ad esempio è molo interessante l’approfondimento sulla figura di Prudence, che sta recuperando pian piano la sua serenità, dopo aver vissuto delle vicissitudini poco piacevoli, che ha trovato il modo per esprimere se stessa e suoi sentimenti attraverso la poesia, superando i suoi timori e diventando sempre più indipendente.

Fa sempre bene bene, poi, sentir parlare di buoni sentimenti, in un mondo in cui, putroppo, i buoni sentiment si stanno perdendo sempre di più.

Per queste ragioni non posso che consigliarvi la lettura di quella deliziosa novella e, se non lo avete fatto, di leggere anche i precedenti lavori di Jane Rose Caruso.

 

Recensione di “Bosco Bianco” ed intervista a Diego Galdino

Bosco Bianco, splendida, antica tenuta sulla costiera amalfitana è l’incantevole scenario in cui nasce la storia d’amore tra Maia, che eredita dalla migliore amica di sua madre metà della suddetta magione e Giorgio, agente immobiliare, costretto dal suo capo senza scrupoli a fingersi Samuele Milleri, nipote della vecchia proprietaria.

Tra i due protagonisti scatta un’immediata empatia che si trasforma in qualcosa di decisamente più profondo, un sentimento forte, ostacolato però dalla bugia di Giorgio e dalla perfidia del suo capo, divorato dalla sete di potere e di denaro e che è deciso, tra l’altro, a mettere le mani sul prezioso diario che il famoso scrittore americano Albert Grant si dice abbia nascosto proprio a Bosco Bianco.

Il libro scritto da Diego Galdino è godibile, coinvolgente, leggero, ma curato. Bosco Bianco è una sorta di favola moderna, con l’eroe e l’eroina ricchi di qualità e di bontà, l’antagonista che tenta in tutti modi di ostacolare la loro felicità e gli equivoci che rappresentano un ulteriore impedimento al coronamento del loro sogno d’amore.

Sicuramente questo romanzo è stato scritto con grande coinvolgimento emotivo e con passione. Si percepisce che l’autore crede nella storia che racconta e che ama quello che scrive.

Leggendo il testo ho pensato immediatamente che fosse una perfetta lettura estiva (tutti gli elementi costitutivi del romanzo fanno pensare alla bella stagione: la meravigliosa casa nel bosco, il mare della costiera amalfitana, l’atmosfera romantica), ma naturalmente un bel racconto sentimentale come quello composto da Galdino è adatto a qualsiasi stagione e regalerà ore di piacevole svago a chi lo vorrà accostarsi ad esso in qualunque momento.

 

 

Oltre alla recensione ho fatto alcune domande all’autore, Diego Galdino. Ringrazio di cuore lui e il suo ufficio stampa, Simona, per avermi dato l’opportunità di leggere e recensire il libro.

Buona lettura!

 

  • Quanto conta per lei il luogo in cui è ambientato il suo romanzo o un romanzo in generale? Leggendo “Bosco Bianco” ho avuto l’impressione che fosse determinante all’interno della storia.

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Tutte le mie storie nascono principalmente grazie ad un posto… Un bar, Roma, una cittadina della campagna senese, una spiaggia siciliana dove vanno a nidificare le tartarughe marine, un lago della Svizzera… In Bosco Bianco invece ho voluto osare di più creando prima il luogo e poi la storia, ed è stato bellissimo per me creare con la mia fantasia la cittadina di Santa Maria, una tenuta affacciata sulla costiera amalfitana, una piccola isola dove i protagonisti si perdono ritrovandosi… Il pensiero che a chi legga la storia possa venire voglia di andare a visitare questi posti mi rende euforico… Quando ho creato Bosco Bianco l’ho fatto con la speranza che potesse diventare come uno di quei palazzi a cui Zafon ne L’ombra del vento dice che la memoria del lettore potrà ritornare ogni volta che ne avrà voglia…

 

  • Come ho scritto nella recensione, si percepisce che lei crede e ama molto quello che scrive. Cosa l’ha spinta a dedicarsi al genere romance?

 

Si può dire che sono diventato lo scrittore di oggi per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

 

  • Una delle citazioni che ha inserito all’inizio di ogni capitolo recita: “L’amore è un salto nel buio… Ahimè non ho mai avuto l’ispirazione per lanciarmi”. Anche l’amore per la scrittura è un salto nel buio? Quanto è difficile per uno scrittore superare le proprie paure per regalare a tutti qualcosa di molto personale come una storia frutto della propria interiorità e che poi diventa patrimonio di tutti in qualche modo?

 

Io non ho paura quando scrivo, forse è il momento in cui mi sento più coraggioso, perché credo fermamente nella storia che mi accingo a scrivere, sono follemente innamorato delle mie storie e quando uno è innamorato è capace di qualsiasi cosa, e niente e nessuno può fermarlo, tanto meno la paura…

 

  • Ci sono degli autori che hanno avuto un ruolo importante nella sua attività di scrittore?

 

Il mio libro della vita è Persuasione di Jane Austen, perché è il romanzo d’amore che maggiormente mi rappresenta come scrittore e come lettore. Ma sono tanti gli scrittori a cui devo essere grato, perché leggere le loro opere ha sicuramente contribuito a fare di me lo scrittore che sono. Penso a Nicholas Sparks, Mark Levy, Musso, Paullina Simons, Evans.

 

 

  • Oltre a scrivere lei lavora in un bar. È mai stato ispirato dai racconti di qualche suo cliente?

 

Credo che il bar si presti bene come fonte d’ispirazione, perché racchiude al suo interno una galassia di persone diverse che girano intorno al bancone come i pianeti intorno al Sole, prendendo dal caffè quel calore, quell’energia che ti accompagnerà, anzi che ti farà compagnia per il resto della tua giornata. In cambio queste persone permettono, con le loro storie di vita vissuta, con le loro manie, i loro caratteri simili o sempre diversi, al Sole/bancone di adempiere al suo dovere a ciò che ne rende indispensabile per se stesso e per gli altri la sua stessa esistenza.

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