Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 1 di 5)

“Il cerchio di pietre” di Enrico Graglia (GoWare, 2020)

Non è un’opera per chi cerca qualche ora di distrazione quella di cui vi parlo oggi. “Il cerchio di pietre” è un libro intenso, impegnativo, complesso e articolato sia dal punto di vista narrativo che del genere. È un dark fantasy, un thriller, se vogliamo, ma è anche una narrazione a sfondo psicologico ed ora spiegherò il perché.

Prima di approfondire questa mia affermazione, accenno brevemente alla trama. Vincenzo ha appena sostenuto l’esame di maturità e sta vivendo un’estate spensierata dai nonni, con i suoi amici. Durante una gita vicino al fiume, vede degli strani segni su dei massi. Da quel momento è perseguitato da strane visioni e da un’incombente minaccia. Chiede aiuto ad uno scrittore e professore, dal passato molto tormentato. Anche la neo fidanzata di Vincenzo ha delle strane “intuizioni”, fa degli strani sogni e sarà, nel finale, un sostegno fondamentale per il protagonista.

Come dicevo, nel racconto scuramente il soprannaturale occupa un posto preminente. Chi ama gli scritti i cui temi principali sono l’oscuro, l’intangibile, il misterioso, troverà senza dubbio pane per i suoi denti nel testo di Enrico Graglia, che presenta, a mio parere, anche un’interessante “riflessione” sul lato oscuro di ogni persona, di come possa emergere e delle conseguenze che può avere il lasciarsi sopraffare dagli impulsi negativi. La chiave “fantastica” diventa, secondo la mia personale visione, quasi un pretesto narrativo per giungere a tematiche più introspettive.
Proprio questa è la cosa che mi ha affascinata di più di questo romanzo, ben scritto e avvincente. Non è mai banale parlare dell’essere umano, degli abissi della sua mente e del fatto che non sempre essa sia governata “dal bene”. La lotta tra bene e male è un topos declinato sempre in modi diversi e Graglia ci propone la sua originale interpretazione del tema.

Come ho detto all’inizio, “Il cerchio di pietre” non fa per chi vuole trascorrere delle ore di svago, ma è ideale per chi ama le letture non consolatorie, quasi disturbanti, che tengono col fiato sospeso fino all’ultima riga e che portano a chiedersi costantemente quale direzione prenderanno la storia e i personaggi.

Intervista ad Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, autrici di “365 giorni senza di te” – Prima parte (Sperling & Kupfer, 2021)

La “dizi” Erkenci kus (Daydreamer) ha conquistato milioni di spettatori in tutto il  mondo. Poche storie sono state capaci di far sognare come quella di Can Divit e Sanem Aydin, toccando il cuore di donne di tutte le età.  La profondità, la purezza di questa fiaba moderna è stata anche fonte d’ispirazione per la creazione di qualcosa di originalissimo e personale. Anna Bells Campani e Raffaella Di Girolamo, infatti, hanno prima dato vita su WattPad al romanzo “La storia di Sanem e Can”, nel quale rivivevano, insieme ai lettori, i vari episodi della serie, e poi ad un vero e proprio spin-off (è riduttivo secondo me chiamarlo fan fiction) che racconta l’anno in cui i due protagonisti sono stati separati. “365 giorni senza di te” (per ora è uscita la prima parte, ma è in programma l’uscita della seconda) ci racconta quello che nella fiction non abbiamo visto, completandola, a mio parere, e lo fa scandagliando a fondo nella psicologia dei personaggi, facendoci vivere intensamente tutte le loro emozioni. Le due scrittrici ci fanno seguire passo passo il viaggio di Can in giro per il mondo, la sua fuga dal senso di colpa, la sua nostalgia e ci mostrano il dolore di Sanem per la loro lontananza, ma anche il suo incrollabile ed immenso amore. Anna e Raffaella con la loro penna sono riuscite a trasmettere perfettamente, in modo diretto e “semplice”, tutto il pathos emotivo insito nelle vicende narrate e a creare un racconto avvincente e sentito. A conferma di quanto dico c’è il successo capillare ed immediato degli scritti su Wattpad, che poi ha condotto alla pubblicazione di uno di essi, quello di cui vi sto parlando, in formato cartaceo. Da lettrice conquistata ho voluto porre alle autrici delle domande, che vi propongo qui di seguito. Aspettando la seconda parte del libro e ringraziando Anna e Raffaella per loro disponibilità, vi auguro buona lettura!

 1) Per prima cosa vorrei che raccontaste come vi siete incontrate e com’è nato “365 giorni senza di te”.

    A./R. : Ci siamo conosciute per caso, in una pagina dedicata a Erkenci Kus. Stavo guardando la dizi e ispirata da questi personaggi avevo cominciato a scrivere degli inediti ispirati alla serie. Raffa ha letto i miei scritti e mi ha contattata per coinvolgermi in un progetto di cui aveva avuto idea, è nata così “La storia di Sanem e Can” che ha superato su Wattpad il milione di letture. Mentre scrivevamo questa storia ho avuto l’idea di 365 giorni senza di te, ho sempre pensato che quell’anno dovesse essere raccontato. Socia ha accettato subito e così ci siamo buttate in questa nuova avventura.

2) Leggendo il libro mi ha colpita il fatto che le parti scritte dall’una e dall’altra si integrano benissimo, sono in armonia tra di loro. Come siete riuscite a trovare questo equilibrio? Com’è, in generale, scrivere a quattro mani?

 A/R.: Io e socia abbiamo due modi di scrivere molto differenti, e questo fin dalla stesura. Io scrivo molto d’istinto, guidata dalle sensazioni e da quello che mi “dicono” e fanno sentire i personaggi e i loro punti di vista. Socia è più riflessiva e credo che per le trame questa attenzione sia dovuta. È incredibile come, nonostante, le diversità di stile… il nostro modo di scrivere combaci perfettamente. Siamo due tessere di un puzzle che si sono trovate e incastrate per creare qualcosa capace di emozionare.

3) Quest’opera ha mosso i suoi primi passi su WattPad. Trovate delle differenze rispetto al percorso editoriale che poi avete intrapreso?

 A./R.: Su Wattpad hai un riscontro immediato di quello che hai scritto, hai un confronto “vis a vis” con le tue lettrici, soprattutto perché la scrittura non passa da una revisione ma è pubblicata direttamente. È grazie a Wattpad che la Sperling ci ha notate, credo che sia un trampolino di lancio importante dei tempi moderni per chi sogna di fare lo scrittore. Il percorso con la casa editrice è un vero è proprio lavoro, un’emozione unica, sei a contatto con professionisti che hanno il compito di elevare la tua opera, rendendola perfetta per l’uscita in libreria. Sicuramente è il massimo per una scrittrice, ti concede nell’ambito anche una sorta di maturità letteraria, da cui impari moltissimo.

4) Quello del viaggio è un topos molto ricorrente in letteratura ed è declinato in vari modi anche in Erkenci kus. Come lo avete interpretato voi in “365 giorni senza di te”?

 A.: Ricordo ancora che affrontai il viaggio all’esame di maturità nel tema. Non ho mai inteso questo termine come il fare una vacanza, ma come vivere un’esperienza. Ognuno di noi viaggia nella propria strada di vita e spesso visitare altri luoghi ti permette di completare un viaggio soprattutto interno, è una metafora della vita perfetta secondo me.

 R.: Il viaggio può essere inteso come un intermezzo prima di fare altro, un periodo di riflessione, anche interiore. Molti dicono “vado in vacanza così stacco la spina”. Can nel suo viaggio ha avuto tanto tempo per pensare. Sanem, nel suo caso, l’ha utilizzato per riprendersi dopo tanta sofferenza.

5) Quanto è stato complesso ritrarre dei personaggi ai quali il pubblico si è affezionato, mantenendo la loro riconoscibilità, ma approfondendo la loro descrizione e imprimendogli la vostra impronta?

A.: Non voglio sembrare arrogante perché non è nel mio carattere ma ho da subito sentito Sanem e Can dentro di me, è incredibile come sapessi e sentissi esattamente come fargli muovere o parlare o come fosse facile descrivere il loro dolore, tanto da farlo mio ad ogni inedito. Era come se fossi loro in quel momento, durante la scrittura.

 R.: Penso che sia Demet che Can nel loro modo di recitare abbiano trasmesso un po’ a tutte le persone che hanno visto la serie le stesse emozioni e sensazioni.

6) Ho notato un grande lavoro di ricerca dietro alla composizione di quest’opera. La struttura è estremamente composita e avete inserito in modo ben calibrato citazioni di altri libri, di canzoni, leggende. Mi piacerebbe che approfondiste questo aspetto. 

 A.: Mi sono sempre dedicata al romance nella scrittura, perché è il mio ambito. Ma non sono una scrittrice da Harmonie. Ho sempre pensato che dietro o davanti alla storia d’amore principale ci doveva essere altro. Amo raccontare degli spaccati reali di società, oppure andare ad affrontare temi importanti. Essendo una lettrice accanita non potevo che rendere omaggio ai veri scrittori con citazioni che mi accompagnano da sempre.

R.: Io personalmente ho fatto molta ricerca geografica, studiando tradizioni o usanze tipiche dei luoghi visitati da Can. Ho anche imparato cosa vuol dire andare in barca a vela in giro per il mondo e ciò che l’oceano può riservare.

7) Quale personaggio ha rappresentato una sfida maggiore per voi e quale invece avete sentito più vicino?

 A.: Questa è una domanda facile. Can Divit l’ho sempre sentito mio, in alcuni momenti più di Sanem. Ed è proprio di lei che ho avuto più difficoltà a scrivere ma soltanto perché mi sono talmente immedesimata in quel suo stato d’animo che come ho detto prima provavo dolore scrivendo. Divit sotto molti aspetti è simile a me e di conseguenza nei suoi inediti c’è tanto di Anna.

R.: Vedere Sanem nella seconda serie è stato come rivedere me purtroppo. Ho attraversato anni fa un momento un po’ delicato e quindi mi sono immedesimata al 100% in lei. Sono sincera, la condizione di Sanem mi ha spinto a “buttar fuori” ciò che era dentro di me da troppo tempo, ecco questo ha stuzzicato in me la voglia di scrivere e di contattare Anna.

8) Sanem e Can sono due personaggi quasi epici, i due protagonisti di una favola moderna, ma dal sapore antico. Voi avete narrato il momento meno felice, ma più significativo di questa favola e io credo che sia non solo perché non è stato adeguatamente descritto in “Erkenci”, ma proprio perché è il frangente che si presta maggiormente a mostrare la caduta e la rinascita dei nostri eroi, un percorso nel quale ognuno può immedesimarsi. Sbaglio?

 A, : Spesso si tende a non mostrare i personaggi orfani della loro corazza o del vissero felici e contenti. Credo che sia perché al giorno d’oggi in molti sono alla ricerca di un lieto fine e che non si accetti che anche nella narrativa possano esserci momenti difficili e dolorosi. Ho sempre creduto che per raggiungere un obbiettivo, che esso sia amoroso o di lavoro si debba correre per una strada in salita e che il percorso è più importante della metà. Il lieto fine deve esserci, ma diciamo che deve essere meritato. Spero di essermi spiegata.

R.: Hai pienamente ragione. Penso che ogni persona che ha visto “Erkenci” si sia ritrovata in qualche modo dentro la serie. Si sia immedesimata almeno in una delle problematiche affrontate.

 9) Mi piace tantissimo il vostro stile immediato, originale, curato ed “empatico”, frutto di cuore e cesello. Vi ritrovate in questa descrizione?

A.:  Nella scrittura devono esserci entrambi, cuore e istinto ma anche ragione e riflessione. Credo che tu abbia descritto il nostro stile in modo perfetto.

R.: È un modo di scrittura che è venuto da sé, non è stato studiato a tavolino, ma improvvisato e sembra che sia piaciuto.

 

10) I libri hanno un ruolo fondamentale nella prima pare di Erkenci. A quali romanzi o testi assocereste le varie tappe di “365 giorni senza di te”?

A.:  Se dovessi paragonare il viaggio di 365 giorni senza di te a un libro mi viene da pensare a una delle mie scrittrici preferite. Margaret Mazzantini e il meraviglioso libro “Venuto al mondo”. Anche qua si parla di un viaggio, del ritrovarsi. Di un amore che si credeva perduto, di una strada che alle fine converge nuovamente verso le stesse anime. Non poteva non citarla e il suo livello è impossibile da raggiungere. Verso i miei scrittori preferiti io provo una sorta di devozione e immenso rispetto.

R.: Ad essere sincera, io non sono una lettrice e faccio fatica a rispondere alla tua domanda.

11) Un’ultima domanda. La scrittura per Sanem rappresenta la libertà, l’autodeterminazione, lo “spazio” in cui riesce a fuggire quando si  “stanca” della realtà. Cos’è è per voi la scrittura?

 A.: La scrittura per me è aria e mancanza della stessa in contemporanea. Mi azzardo a dire che dopo mio figlio è la cosa più importante per me. Non importa se i miei libri in futuro verranno letti o meno, io non potrei vivere completamente senza scrivere. È come una necessità.

 R.: La scrittura per me è stata una valvola di sfogo emotiva che non conoscevo. Io non avevo mai scritto nulla prima di 365 giorni senza di te, anzi prima della storia di Sanem e Can. In alcuni momenti della storia ho aperto davvero il mio cuore.

“La lezione di Enea” di Andrea Marcolongo (Laterza, 2020)

Voglio cominciare questa recensione con una breve ricordo. Ho “incontrato” per la prima volta Andrea Marcolongo in una trasmissione televisiva. Era estate, non riuscivo ad addormentarmi e facendo zapping mi sono imbattuta nella trasmissione “Sottovoce” di Gigi Marzullo, durante la quale la quale veniva intervistata proprio la scrittrice. Quell’intervista mi ha colpita moltissimo, ho avvertito qualcosa di estremamente affine alla mia sensibilità, tanto che ho acquistato immediatamente “La misura eroica”, diventato poi uno dei miei libri preferiti in assoluto (potete anche legger la recensione qui sul blog), passando in seguito a “La lingua geniale” e “Alla fonte delle parole”, che ho amato tantissimo.  Dopo questa premessa capirete bene che non vedevo l’ora di avere tra le mani “La lezione di Enea”, perché sapevo già che sarebbe stato un testo istruttivo, illuminante e prezioso. Da quello che è scritto in copertina intuiamo che questo libro è indicatissimo in questo momento storico così complesso e che un “classico” come l’Eneide ha tanto da dire anche ai lettori moderni.

 

“Se in tempo di pace e di prosperità chiediamo a Omero d’insegnarci la vita, a ogni rivolgimento della Storia dovremmo deporre Iliade e Odissea e affrettarci a riprendere in mano l’Eneide. Andrea Marcolongo ci fa scoprire l’essenza vera di Enea. L’eroe che cerca un nuovo inizio con in mano il bene più prezioso: la capacità di resistere e di sperare”.

 

“Il canto di Enea è destinato al momento in cui si sperimenta l’urgenza di raccapezzarsi in un dopo che stordisce per quanto è diverso dal prima in cui si è sempre vissuto. Enea è l’eroe che vaga nel mondo portandosi sulle spalle anziani e bambini. È colui che viaggia su una nave senza nocchiero alla ricerca di un nuovo inizio, di una terra promessa in cui ricominciare. È l’uomo sconfitto colui che non ha più niente tranne la capacità di resistere e sperare”.

 

Non ho bisogno di aggiungere altro rispetto a quanto scritto sopra: mai come oggi possiamo sentirci vicini ad un eroe umano, che ha visto il suo mondo bruciare, letteralmente, e ne ha ricreato uno nuovo, non senza sofferenza.

Con la sua grande capacità di entrare in empatia con il lettore, ma anche con il suo talento narrativo, con una scrittura immediata e chiara, ma raffinata, riesce ancora una volta ad avvicinare a noi testi lontani, ma non per questo meno attuali o meno validi.

Competenza, passione e “anima”, ossia quella componente fondamentale di un testo indispensabile per restare non solo nella mente, ma anche nel cuore del lettore (può sembrare una cosa banale e forse anche sciocca, ma per me un libro deve avere un cuore) si fondono per dare vita ad un’analisi approfondita del testo di Virgilio. L’autrice, infatti, fa un’analisi linguistica del testo, parla del suo autore, del tempo in cui il poema è stato composto, della sua ricezione, del suo confronto costante con l’Iliade e l’Odissea, ma questa disamina poi diventa riflessione ampia, profonda e appassionata.

Quest’opera è adatta sicuramente ha chi ha già incontrato l’Eneide durante i suoi studi e vuole approfondire o semplicemente conoscere un altro punto di vista critico, ma anche a chi non la conosce e ne è incuriosito.

“La lezione di Enea” è per chi è curioso e aperto, per chi vuole pensare.

Per me ha rappresentato un nostalgico viaggio a ritroso, un ritorno sui banchi di scuola, sicuramente con più leggerezza e meno preoccupazioni, ma anche un viaggio nel presente, al tempo difficile e anche portatore di grandi cambiamenti che stiamo vivendo (i libri danno spesso gli strumenti per affrontare e in questo caso l’aiuto ce lo fornisce Virgilio) e nel futuro perché si può imparare dalla Storia e dalle storie.

 

“In una vita, gli avvenimenti capaci di scavare un solco netto tra un prima e un dopo sono meno di una manciata. A livello collettivo, alcune rare generazioni, beate, non ne sperimenteranno che due: nascere, morire. Altre sono chiamate a resistere a una guerra o a una catastrofe naturale. O a una pandemia, come la nostra generazione. Si tratta di eventi epici nel senso classico, ben differenti dal dolore del singolo, pur feroce ma sempre individuale, poiché sono gli unici che costringono l’uomo a chiedersi cosa sta succedendo “a noi” e non più soltanto “a me”. Eventi rarissimi, in definitiva, ma capaci di stravolgere il cosa, cioè le regole stesse del gioco. E che ci obbligano a ridefinire molto rapidamente il come di ogni nostra azione ˗ per sopravvivere, innanzitutto, senza perdere la dignità.  Perché è soltanto sul senso di ogni nostro gesto che sono date infinite possibilità di incidere ˗ alcune salvifiche, altre mortali, la maggior parte banali, geniali rarissime epperò necessarie”.

“L’appello” di Alessandro D’Avenia (Mondadori, 2020)

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa frase, tanto semplice quanto profonda è perfetta per cominciare a descrivere “L’appello”. Omero Romeo è un professore di scienze, cieco, che ha ripreso ad insegnare dopo molto tempo. La sua è una classe difficile, formata da alunni ai quali bisogna “voler bene più d quanto se ne vogliano loro” e che devono affrontare la maturità. Omero ha un metodo tanto alternativo quanto efficace per riuscire a “vederli, per conoscerli e tentare di trasmettere loro qualcosa di significativo, non solo mere nozioni: fare ogni giorno l’appello chiedendo agli allievi di raccontare qualcosa di loro. Il nucleo centrale del testo è lo “scontro” tra due visioni della scuola: una classica, secondo la quale la scuola è canone e apprendimento delle discipline e una più innovativa, dove la relazione e il contatto (il tatto, che secondo l’autore e anche secondo me, si è perso nei rapporti, diventa un elemento fondamentale per capirsi e conoscersi). Un ruolo primario, nella narrazione, hanno anche le storie dei dieci allievi di Romeo e la vicenda personale del protagonista, che riesce a trasformare la sua sofferenza in bene e cerca in tutti i modi di far s che sia lo stesso per i componenti della sua classe.

L’argomento trattato da D’Avenia, con estrema poesia e verità, è quanto mai attuale. Certamente negli ultimi anni e negli ultimi tempi in particolare, si è visto un cambiamento delle relazioni educative, le nuove generazioni sempre più ci “sfidano” e ci chiedono a modo loro di trovare un sistema per entrare nel loro mondo, un mondo che a volte facciamo fatica a capire. Anche gli avvenimenti dell’anno che volge al termine e che hanno portato all’introduzione della didattica a distanza, hanno reso più che mai urgente un ragionamento sul rapporto che intercorre con i discenti e tra i discenti, a che tipo di contatto abbiamo con loro.

Ho parlato in prima persona perché questo libro rappresenta una chiamata all’appello anche per me, dato che insegno in una scuola media e mi trovo a vivere direttamente le problematiche e le sfide che questo “ruolo” comporta. Ho trovato questo scritto non solo coinvolgente, commovente e composto magnificamente (basti vedere le sezioni dedicate a Cesare, che usa la musica rap come valvola di sfogo per i suoi problemi). Il messaggio che sin dalla copertina si vuole dare è basilare: le vite e le menti dei nostri giovani sono preziose, delicate e. non vanno semplicemente “farcite” o bombardate con informazioni e dati. Chi insegna deve costantemente mettersi in gioco e far fiorire i propri alunni, permettergli di venire alla luce.

“Per riuscire ad insegnare devo concentrarmi sulla presenza dei se non sulle mie aspettative, devo lasciare che siano loro a venire alla luce e non io a illuminarli. Almeno ci devo provare”.

“Il contatto ci fa sapere chi siamo e chi non siamo, dove comunichiamo e dove finiamo […]. La vita è tutta una questione di tatto”.

“Troppi ragazzi si sentono invisibili allo sguardo di noi insegnanti, che abbiamo il compito di farli crescere anche negli aspetti non ancora emersi della loro personalità, soprattutto se, come vi ho detto, quegli aspetti, determinano quelli su cui crediamo di avere il controllo”.

Quelli sopracitati sono alcuni dei passi del romanzo che mi hanno colpita (nel vero senso della parola), che mi hanno portata non solo a leggerlo abbastanza speditamente perché non riuscivo a staccarmene, ma anche a trattenerne il suo peso emotivo.

Al centro di questo scritto infatti, c’è l’amore, un amore profondo, che non può non toccare l’anima e il cuore. Non è un caso che questo termine sia pronunciato tantissime volte, che aleggia tra le righe e che poi esploda nel finale.

Dopo aver letto “L’appello”, ho anche guardato lo spettacolo teatrale a cui l’autore stesso ha partecipato, altrettanto emozionante ed intenso: guardatelo, se riuscite, perché è una degna ’”estensione” delle parole.

Chi mi segue sa che amo la musica e questa volta voglio associare l’opera ad una canzone: “Argentovivo”, di Daniele Silvestri e Rancore, che ben si abbina a questo testo a mio parere.

Vorrei concludere questa recensione un po’ sui generis, dedicandola ai miei studenti, ai volti e alle anime che ho auto e ho di fronte. Faccio mie le parole usate da D’Avenia nei suoi ringraziamenti: “Mi hanno cambiato gli occhi, cambiandomi il cuore. Probabilmente non sono riuscito e non riesco sempre ad amarli come avrei voluto e a volte ho fallito, ma anche questo mi ha costretto ad aprire gli occhi sui miei limiti”.  Mi ritrovo in queste dichiarazioni e prometto, a loro e a me stessa, di fare sempre mio meglio per ascoltarli, accoglierli, trovare un contatto vero con loro e farli venire alla luce.

“Mai Stati così Uniti” di Simona Siri e Dan Gerstein (TEA, 2020)

Sono trascorsi dieci giorni, ormai, dal momento in cui, sotto lo sguardo attento di tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno scelto il loro nuovo Presidente.  Devo dire che le elezioni americane sono, da un po’ di anni a questa parte, un appuntamento imperdibile per me, per cui cerco di documentarmi e di seguire questo grande evento quanto più possibile, leggendo o guardando trasmissioni televisive. Proprio ricercando e curiosando un po’ sui social network ho scoperto Simona Siri e ho cominciato a seguire le sue interessanti dirette, in cui i contenuti sono veicolati con competenza e semplicità.  Non potevo, quindi, non leggere “Mai stati così uniti”, un libro o meglio un diario, scritto a quattro mani col marito Dan Gerstein, analista politico. Il racconto prende il via dalla notte elettorale del 2016, che ha portato all’elezione di Donald Trump e all’inaspettata sconfitta di Hillary Clinton, e che le ha provocato un grosso sconvolgimento interiore, la Siri riflette, insieme a Gerstein, sulle peculiarità dell’America, sui suoi difetti, sui suoi pregi, su come le differenze culturali abbiano influenzato le dinamiche di coppia.

Vengono affrontate moltissime tematiche, partendo dall’esperienza personale e arrivando poi al generale, come nel caso del discorso sulla sanità.  Divertentissimo è l’inizio in cui l’autrice di parla delle regole rigidissime dal “dating”, proprio cominciando dal primo appuntamento con Dan, mentre molto interessante è l’analisi sociologica della sua seconda patria, scaturita da un’esperienza di volontariato che l’ha portata a fare canvassing (un’attività per la quale ci si reca proprio nelle case degli elettori per promuovere un candidato), molto accorata è la riflessione sulla questione razziale e sul movimento Black lives matter, è commovente il  racconto dell’adozione della loro bambina, Ella.

Questo libro è scorrevole e leggero, a dispetto degli argomenti trattati che sono di una certa levatura e costituisce una finestra diretta una terra della quale non abbiamo conoscenza reale. Ad intrigarmi particolarmente, poi è stato il fatto che venga la possibilità di avere due punti vista sugli stessi temi, di poter leggere nero su bianco un confronto vero, a volte anche “acceso”, senza retorica e senza censure direi.

Mi piace moltissimo la definizione di questo scritto data dalla stessa Siri nei ringraziamenti, perché rispecchia in pieno quello che il lettore si trova davanti agli occhi: un lungo e complicato messaggio d’amore, Un messaggio d’amore non solo alla sua famiglia, ma anche al luogo in cui vive e ha scelto di mettere radici, pieno appunto di contraddizioni, di criticità, ma anche di bellezza e possibilità.

Consiglio “Mai Stati così Uniti” a tutti coloro che sono incuriositi dagli Usa e vogliono approfondirne la conoscenza, che siamo appassionati di politica o meno, che sia esperto o meno perché sicuramente arriverà all’ultima pagina arricchito e più informato.

“Le cronache di Alaster volume 1: Drago” di Leonardo Tomer (Albatros, 2020)

Vi piacciono i viaggi sulle ali della fantasia? Vi piacciono le storie ricche di duelli, di incantesimi, di creature con poteri straordinari? Allacciate le cinture allora, perché sicuramente il viaggio che vi farà intraprendere Leonardo Tomer con il suo libro, “Le Cronache di Alaster”, vi piacerà e vi coinvolgerà.

Marcel è un “mezz’uomo”, appassionato di storia e di archeologia, che sta studiando gli appunti dell’amatissimo nonno per ritrovare il preziosissimo “occhio del Drago”, una pietra magica. Il giovane si mette in viaggio per perseguire il suo scopo, incontrando prima Alaster, mercenario che pian piano scoprirà cose sorprendenti su di sé e poi l’aspirante maga Myra. Il percorso dei tre personaggi ovviamente non sarà semplice, anzi si rivelerà irto di ostacoli e di prove di superare, ma i “nostri” dimostreranno di avere il coraggio e la forza necessaria per raggiungere il loro obiettivo, nonché il Regno da cui Marcel proviene.

Il romanzo è di agevole lettura, la prosa di Tomer è lineare e semplice, adatta sia agli adulti che ai ragazzi. In effetti, a mio parere, molti degli elementi presenti nell’opera potrebbero interessare e intrigare soprattutto un pubblico più giovane: il genere, indubbiamente, ma anche la presenza di temi come l’amicizia, il coraggio, la ricerca della propria identità, ma anche la rivendicazione della propria identità (Alaster capisce davvero chi è durante questo viaggio, Marcel è orgoglioso del lavoro del nonno e vuole seguirne le orme), la ricerca della propria strada anche a costo di sbagliare.

Ho trovato davvero pregevoli le illustrazioni inserite all’interno del testo, complemento perfetto per un fantasy e l’attenzione ad alcuni dettagli Si notano, la cura posta nelle descrizioni dei luoghi in cui la storia è ambientata e la minuzia, ad esempio nell’esposizione delle tecniche della scherma, materia che lo scrittore padroneggia.

Ci tengo, al termine della mia recensione, a ringraziarlo nuovamente per l’attenzione riservata al mio blog e per avermi inviato una copia della sua opera, che ho letto con attenzione e piacere.

“Il morso della vipera” di Alice Basso (Garzanti, 2020)

In pratica il quadro è questo (cit.): dopo aver scritto e cancellato, cancellato e riscritto, finalmente sono riuscita a dare alla luce la recensione del romanzo “Il morso della vipera”. La verità è che più tengo ad un libro, più faccio fatica a scrivere perché temo di non valorizzarlo con le mie parole.

Paranoie da recensore a parte, non avevo dubbi che, dopo aver concluso la saga dedicata alla ghostwriter Vani Sarca, Alice Basso avrebbe tirato fuori dal suo cilindro un’altra storia originale e scritta in modo magistrale. Io sono già stata completamente conquista da Anita e dal suo mondo.

L’autrice ci fa fare un viaggio a ritroso nel tempo, portandoci nel 1935, quindi in epoca fascista. La protagonista è Anita Bo, come ho anticipato, una giovane avvenente e arguta (anche se lei in realtà ama farci pensare il contrario) che è in procinto di sposarsi con Corrado, bellissimo e serafico ragazzo di buona famiglia. Un po’ intimorita dall’idea di diventare moglie e madre di sei figli ˗ questo è il progetto di Corrado, che ha anche già scelto il nome dei pargoli ˗ decide di cominciare a lavorare come dattilografa e viene assunta in una nota casa editrice che pubblica “Saturnalia”, una rivista nella quale vengono tradotti gialli americani e trovano spazio anche gialli nostrani. Di “Saturnalia” si occupa l’affascinante intellettuale Sebastiano Satta Ascona (alias Satta Coso), il quale con la sua dattilografa si troverà di fronte ad un vero giallo da risolvere.

Tantissimi sono gli elementi che rendono questo romanzo pregevolissimo e di grande qualità, a partire dall’immenso lavoro di ricerca compiuto per ricostruire il contesto storico nel quale la storia si svolge. L’atmosfera degli anni ’30 è stata ricreata in modo davvero efficace e fa sì che chi legge vi si immerga completamente.

I personaggi sono, come al solito, caratterizzati benissimo. Oltre alla deliziosa protagonista, finta svampita, molto intelligente e sveglia, ho adorato Clara, la migliore amica di Anita, così diversa da lei eppure così complementare a lei. Non attraente, ma sensibile, pratica, razionale è l’esempio di una donna che accetta se stessa, che vive bene con se stessa, che cerca la sua indipendenza e che, in un modo tutto suo, si ribella ai prototipi femminili dell’epoca. Non si può tralasciare Candida Florio, la ex professoressa delle due ragazze, eccentrica, ribelle e pronta ad inculcare in loro autostima e libertà di pensiero.

Molto interessante mi è parsa proprio la riflessione sulle donne, sul loro ruolo, su come venivano e vengono considerate. In alcuni frangenti infatti non si possono non cogliere anche riferimenti all’attualità. In modo sottile e ironico, come le è proprio, Alice ad inserire delle considerazioni molto importanti, che a volte diventano vere denunce.

Il contrasto tra apparenza e realtà, tra superficiale ed essenziale mi pare un fil rouge che lega quest’opera a

quelle dedicate Vani. Trovo sempre molto stimolante ed intrigante approfondire questi concetti antitetici.

C’è una panoramica metaletteraria sul genere giallo e anche qui si notano studio, ricerca attenzione e passione.

Durante una presentazione tenutasi tramite Meet, una partecipante ha sottolineato il fatto che con i libri di Alice Basso si impara sempre qualcosa e non posso che essere d’accordo. La curiosità che si percepisce dietro la scrittura e la creazione dei suoi testi arriva direttamente al lettore. Anche in questo caso, poi non si riesce a lasciare il libro senza terminarlo, in effetti l’ho finito alle tre di notte perché non vedovo di l’ora di vedere come si sarebbe evoluto e concluso il racconto.

Da sottolineare è anche il divertente gioco linguistico sui termini stranieri che vengono italianizzati in modo assolutamente personale, da Anita, proprio perché l’uso di parole non italiane veniva impedito durante il Fascismo.

Spero, a questo punto, di aver instillato in voi il desiderio di leggere “Il morso della vipera”, mi auguro che siano passati il gusto e il divertimento che ho provato nel leggerlo. Sono già impaziente di vedere dove ci porterà il secondo capitolo delle avventure di Anita. Sono sicura che riuscirà ancora a stupirci e a coinvolgerci.

“Almarina” di Valeria Parrella (Einaudi, 2019)

“Non saprò mai dire se è Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di pura e di dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se è fatta, la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che cambiano la vita”

“Mi chiamo Elisabetta Maiorano, e non è che me lo stia chiedendo qualcuno: sono io che me lo ripeto in testa ogni volta che arrivo al varco di Nisida (come mi ripeto in testa il codice del bancomat mentre sto ancora camminando verso lo sportello). Ogni volta che entro mi sento in colpa. Alla sbarra, quando mi fermo per farmi riconoscere, mi viene da abbassare gli occhi, mostro il viso senza davvero guardare in faccia l’agente, come se avessi la macchina carica di cocaina. E la vedo alzarsi con uno sforzo enorme, quella sbarra, come se la dovessi sollevare io, fosse colpa mia che Nisida è un carcere minorile, le avessi scavate con le mie mani le strade di tufo che fanno arrampicare su la macchina. Come se mi stessero facendo un favore”

 

Ho scelto di cominciare la mia recensione con questi due passi che mostrano, senza bisogno di descrizioni inutilmente banali o artefatte, l’intensità e lo spessore di “Almarina”, romanzo candidato al Premio strega 2020. In effetti niente in questo libro è artificioso e poco autentico, a partire dalla protagonista, che ci fa capire immediatamente di che pasta è fatta.

È una donna concreta Elisabetta, abituata a guardare il dolore in faccia Si presenta in modo asciutto, diretto, mostrando alcuni dei suoi tratti peculiari (franchezza, sensibilità, carattere riflessivo) e parla in prima persona, senza affettazioni, dei suoi sentimenti e del suo delicato impiego. Insegna, infatti, in un carcere minorile ed è proprio lì che incontra Almarina, una ragazza con un passato estremamente difficile. Gradualmente la professoressa diventa un punto di riferimento importante per la sua alunna e le due si affezionano profondamente l’una all’altra, aiutandosi reciprocamente nel sanare le ferite ricevute nel corso dell’esistenza.

Il testo di Valeria Parrella, mi ha conquistata subito non solo perché è pregevole dal punto di vista tecnico e stilistico (si legge agevolmente, la narrazione è costruita in modo sapiente), ma perché è scritto con profonda umanità, con una partecipazione sentita nel raccontare la marginalità e perché è vibrante d’amore, nel senso più ampio e pieno del termine.

C’è l’amore per il prossimo che ti spinge ad aprirti anche quando in realtà vorresti restare chiusa nel tuo mondo. C’è l’amore per un mestiere complesso, in cui bisogna sì usare la mente, ma soprattutto il cuore (da insegnante non potevo non cogliere l’occasione per ragionare sul mio lavoro che è sì pieno di sfide e di ostacoli, ma mi arricchisce costantemente).

C’è l’amore materno, un attaccamento viscerale che non deriva dal legame di sangue, ma dal dono di sé.

C’è l’amore per la vita, che spesso mette alla prova, piega, ma non spezza se le si lascia la possibilità di stupirci, facendosi pervadere dalla sua forza.

C’è l’amore per Napoli, vivace e contraddittoria.

Tematiche importanti vengono dunque affrontate dall’autrice con taglio personale e intimista, attraverso una scrittura sanguigna e verace, che non può non appassionare.

Oltre a consigliare vivamente la lettura di “Almarina”, vogli anche invitarvi a guardare o riguardare la puntata del programma “Romanzo italiano” dedicata alla Campania, in cui viene intervistata anche Valeria Parrella. Conoscerete meglio la scrittrice, le sue opere, in particolare quella di cui vi sto parlando. Un altro racconto che non potrà non emozionare e far riflettere.

“Blue Room Hotel” di Roberto Monti (Horti di Giano, 2019)

Sono passati molti mesi, a dire la verità, da quando ho ricevuto “Blue Room Hotel”. Gli impegni scolastici mi hanno tenuta un po’ lontana dal blog e l’avvento della pandemia purtroppo ha reso la lettura e la scrittura alquanto complicati, anche perché le incombenze lavorative si sono moltiplicate. In ogni caso sono molto felice di parlarvi del romanzo Roberto Monti, un romanzo particolarissimo, in cui viene descritto un mondo inquietante e corrotto. Nella città immaginaria e cupa di Tap Town, è stato emesso il divieto di scrivere “su carta”. Molti scrittori, proprio per la mancata osservanza di questo veto, vengono assassinati (la scia di delitti conduce al tetro Blue Room Hotel che dà il titolo al nostro romanzo) e chi vuole continuare con la sua attività deve farlo nell’ombra, rischiando, appunto, la vita.

Monti ha confezionato un’opera interessante da diversi punti di vista. L’autore riesce a far calare perfettamente il lettore nell’atmosfera claustrofobica e torbida di Tap Town. La tematica centrale, ossia la contrapposizione tra libri cartacei e digitali, è affrontata in modo inusuale, se vogliamo, estremo, proprio grazie alla scelta di un genere come il thriller. La tensione è palpabile sin dalle prime righe e mantenuta per tutto il racconto. Il protagonista, Adam è un eroe assolutamente singolare, ambiguo e misterioso al punto giusto e di sicuro intrigante. I colpi di scena, poi, tengono viva la narrazione fino alla conclusione, che non mancherà di destare stupore.

Dopo la lettura scaturiscono inevitabili della domande e alcune riflessioni: è davvero così pericoloso e controproducente seguire la tradizione e non arrendersi agli ebook, è davvero così necessario “soccombere” alla tecnologia?

In realtà io credo che ci possa tranquillamente essere una convivenza pacifica tra queste modalità di fruizione dei libri, fermo restando che il cartaceo ha un fascino maggiore del digitale. Un’opera che resta lì, nel tempo, che occupa uno spazio fisico, che è consultabile concretamente, ha di certo un valore enorme, ma non va demonizzato il digitale, più immediato e “comodo” da un certo punto di vista. Ce n’è per tutti i gusti, in definitiva, l’importante è non perdere di vista il contenuto, l’eredità intellettuale di un’opera, di qualunque tipo essa sia.

“Come un respiro” di Ferzan Özpetek (Mondadori, 2020)

“E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato” (F. Scott Fitzgerald)

Il mitico Orient Express porta la giovane Elsa verso la Turchia e verso un futuro tutto da costruire. In Italia ha lasciato un evento doloroso, un pesante segreto che l’ha allontanata da sua sorella Adele. La donna prova a farsi trascinare dalla corrente dell’esistenza, ad inventarsi un nuovo io, ma non riesce a dimenticare fino in fondo il passato. Continua a scrivere delle lettere ad Adele, senza ricevere risposta, finché un giorno, dopo cinquant’anni di lontananza, decide tornare per trovare pace e ricucire il rapporto con l’amata congiunta. Quando bussa alla porta della sua casa, però, trova nuovi inquilini, anch’essi alle prese con i piccoli, grandi tormenti della vita.

In molti hanno già fatto notare che “Come un respiro” è un romanzo di stampo cinematografico e sono ovviamente d’accordo con chi lo pensa. I tempi della narrazione scanditi magnificamente (ci sono in sostanza tre filoni narrativi: quello epistolare, i ricordi di Adele e il racconto in terza persona del presente), la precisione dei dettagli, l’attenzione all’introspezione psicologica e la cura nel dipingere ogni singolo personaggio fanno sì che lo scritto si veda, come se passassero delle immagini sullo schermo. Uno stile pulito, mai lezioso e l’abilità nell’incuriosire il lettore, catturando costantemente la sua attenzione, sono ulteriori pregi attribuibili al testo del Maestro Özpetek, che ha l’eleganza di un classico senza tempo, una profondità donata da chi attraverso l’arte sa sapientemente scandagliare l’animo umano e una forte carica suggestiva.

Istanbul, una città che su di me esercita un enorme fascino, a mio parere è una delle protagoniste di quest’opera. Grazie alla sua vivacità e alla sua ricchezza storica, ha un ruolo fondamentale nel costruire l’atmosfera melanconica e intrigante del testo, che è però caratterizzato anche da un forte dinamismo, molto confacente al carattere volitivo di Elsa.

Oggigiorno purtroppo non si usa più mettere i sentimenti nero su bianco, raccontare su carta quello che succede nella propria quotidianità ad una persona cara lontana, non ci siede più e ci si prende del tempo per raccogliere con pazienza i pensieri, per condividerli e lasciarli su qualcosa di tangibile come un foglio. Nel mondo attuale la comunicazione si nutre, purtroppo, di tempi rapidi e a volte diventa più superficiale, per questo motivo ho adorato il fatto che delle missive fossero il modo per mantenere in vita, anche se solo idealmente, un legame che purtroppo si era affievolito. Questa sorta di diario, che però ha un destinatario, ci racconta con estrema sincerità una donna consapevole e complessa, smarrita all’inizio, ma pian piano più forte e decisa.

“Ho tanto cercato il mio posto nel mondo, ed era dentro di me: proprio qui, dove mi batte il cuore, dove fluisce il mio sangue, dove respiro, piango e rido restando viva. Il mio destino sono io”.

 

Queste toccanti parole descrivono alla perfezione Elsa, sono un compendio perfetto della sensibilità dello scrittore e indicano una grande verità: troviamo il nostro posto nel mondo quando ci accettiamo per quello che siamo smettendola di combatterci, quando ascoltiamo le nostre emozioni e viviamo pienamente i nostri giorni.

Vi lascio citando un ultimo passo, che racchiude l’essenza di un libro che è stato una meravigliosa scoperta.

“La vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate”.

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