Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 2 di 3)

“Stoner” di John Williams (Fazi Editore, 2012)

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“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo”.

Se è vero che dall’incipit si può capire il valore di un’opera, le folgoranti righe sopracitate sono l’ottimo preludio di un autentico capolavoro. Questa sorta di epitaffio sobrio, impersonale ci presenta il protagonista del romanzo tratteggiandolo senza particolare calore o enfasi, eppure si ha immediatamente voglia di saperne di più, di riempire di dettagli la “striminzita” descrizione proposta. L’esistenza di Stoner in effetti è tutto sommato ordinaria: prima è confinata nel paesino dove è nato, o meglio nella fattoria dei genitori, poi nel campus dell’Università presso la quale egli insegna e che costituisce un vero rifugio, anche quando la sua stessa casa si trasforma in un luogo inospitale viste le incomprensioni e la mancanza di sentimento nei confronti di Edith, la donna che ha sposato e che non lo ama.

Non a torto l’amico Masters nota che per lui l’Università è “un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato”.

Lo studio, le parole, i libri, sono la grande passione del professore, “accolta” durante una lezione come se fosse avvenuta un’epifania, una rivelazione dal sapore quasi mistico che cambierà completamente William, destinato a studiare Agraria per poter aiutare il padre nel suo lavoro.

“L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”.

Stoner dunque è una efficacissima celebrazione della letteratura, ma non solo: a mio parere è la riproduzione della fragilità e della complessità di ciascun essere umano. Questo romanzo è lineare eppure sfaccettato come può esserlo l’animo di uomo con i suoi infinti moti.

“Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità”.

La scrittura di Williams è chirurgica, precisa, non eccessiva, ma capace di toccare le giuste corde per colpire. Stoner è uno di quei personaggi che grazie ad una caratterizzazione eccellente resta nell’immaginario di chi ne fa la conoscenza e vi rimane a lungo perché  le sue traversie, le sue incertezze, le sue debolezze e anche la sua passione sono fonte di ricchezza narrativa, a dispetto della mancanza di colpi di scena o di eventi grandiosi, ma anche di emozioni, visto la loro capacità si suscitare di empatia. Ci sono pagine commoventi, pagine più gioiose, pagine tristi, pagine che inducono alla riflessione: il libro della vita di Stoner scorre davanti a noi lasciandoci tutto il suo prezioso contenuto. Non è un caso, secondo me, che il racconto termini quando Stoner chiude per sempre i suoi occhi: una conclusione magistrale e commovente per un testo eccellente la cui lettura è per me imprescindibile.

 

“Take courage, Anne Brontë and the Art of Life” di Samantha Ellis (Chatto & Windus, 2017)

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Devo ammetterlo, sono tra quelli che hanno colpevolmente sottovalutato o poco considerato Anne, la più piccola delle sorelle Brontë, affascinata come sono sin da piccola dall’eccezionale estro di Emily.

In effetti Samantha Ellis ha ragione, è un po’ come i Beatles: ricordiamo il genio ribelle Lennon, il talentuoso Paul McCartney, ma dimentichiamo che George Harrison ha scritto “Here comes the sun”.

Grazie a questo volume, che non è una semplice biografia, ma un omaggio sentito, ho potuto osservare un ritratto diverso, dipinto con uno sguardo certamente ammirato ma anche realistico.

La creatrice di Agnes Grey non è, infatti, solo la dolce ragazza compita e timida di cui si è sempre parlato, ma una narratrice consapevole, una giovane che voleva raccontare la verità, senza fronzoli o filtri, a partire dalle fatiche del lavoro di governante che lei stessa aveva svolto, per arrivare alla condizione femminile nell’epoca in cui viveva.

Le eroine a cui ha dato vita sono donne indipendenti: Agnes, ad esempio, non ha paura di allontanarsi dalla famiglia per guadagnarsi da vivere, Helen scappa dal marito alcolista a dispetto delle convenzioni per cercare una vita migliore per sé e per suo figlio.

Anne stessa lascia Haworth per lavorare come istitutrice affronta nei suoi romanzi temi impopolari (dunque è più ardita ed aperta di quanto potessimo immaginare), tenta di rimanere attaccata alla vita nonostante la sua morte sia solo questione di tempo e cerca di farsi sempre forza malgrado le avversità. Non è un caso che le ultime parole rivolte a Charlotte siano: “Fatti coraggio”.

Samantha Ellis, però, non ci racconta solo della Brontë, del rapporto con i soui congiunti, della nascita dei suoi romanzi, ma in alcuni momenti ci parla anche di sé, di ciò che prova e questo rende più vivo il libro che non è soltanto un freddo elenco di dati, ma il risultato di una ricerca che non ha lasciato indifferente chi l’ha curato.

Mi sono sinceramente commossa nel leggere il racconto della visita alla tomba di Anne e uno degli elementi di questo libro che mi hanno conquistato è proprio questo:  la viva partecipazione, il coinvolgimento presente nella rievocazione della scrittrice.

Ero già stata totalmente conquistata dal modo di scrivere e dalla sensibilità della Ellis leggendo How to be a heroine, ma questa minuziosa opera di riscoperta e rivalutazione, ricca di dettagli ma anche di sentimento, l’ha definitivamente collocata in cima alla lista delle mie autrici preferite.

Spero vivamente che entrambi questi due libri possano essere tradotti in italiano perché il pubblico possa conoscerli e fruirne.

“Il bacio più breve della storia” di Mathias Malzieu (Feltrinelli, 2015)

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Sembra essere una serata speciale per uno strampalato inventore parigino: una canzone di Sinatra, un bacio fugace, il sapore inebriante di un nuovo amore dopo una cocente delusione, la gioia di un nuovo inizio. Il suo sogno, però, svanisce in un batter d’occhio perché la ragazza che lo ho tanto affascinato sparisce istantaneamente. L’uomo farà di tutto per ritrovarla con l’aiuto da un detective in pensione, un pappagallo “particolare” e una dolcissima farmacista.

Definitemi pure sognatrice, inguaribile romantica, sdolcinata, ma ho amato moltissimo questa storia un po’ surreale, ma con un solido fondo di verità.

L’amore fa diventare irrazionali, folli, rende felici, ma è capace anche di ferire profondamente riuscendo però anche a curare un cuore ferito.

Ho trovato molto interessanti lo stile fresco e la lingua originale utilizzata da Malzieu che per me è una graditissima scoperta. Lo scrittore nonché leader del gruppo rock francese dei Dionysos riesce a descrivere le emozioni dei protagonisti, la loro mente con grande sensibilità e precisione,  rendendone alla perfezione la profondità, donando alla narrazione però un tocco di impalpabile leggerezza.

Questa favola sui generis è classica nelle sue tematiche ma raccontata in modo estremamente moderno, si legge d’un fiato ed è una perfetta lettura estiva.

“La metà del cuore” di Viola Shipman (Giunti, 2016)

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Il romanzo di Viola Shipman, pseudonimo di Wade Rouse, ha il sapore dolce e rassicurante delle favole.

Tre donne appartenenti a diverse generazioni, legate dal sangue, ma anche dagli speciali ciondoli dei loro braccialetti il cui tintinnio evoca insegnamenti e ricordi, si riuniscono per trascorrere un po’ di tempo insieme. Sarà una vacanza illuminante soprattutto per Arden, donna irrigidita dai problemi incontrati sul suo cammino e per Lauren, sua figlia. che vorrebbe diventare una pittrice, ma ha paura di deluderla e di metterla in difficoltà.

Coccolate dal calore di nonna Lolly e anche un po’ contagiate dalla sua simpatica follia, scioglieranno pian piano i nodi delle loro anime, ritrovando il gusto di una vita vissuta pienamente senza abbandonare i proprio sogni e senza congelare il cuore per timore di soffrire.

L’ atmosfera estiva, l’incanto di un meraviglioso paesino sul lago Michigan, l’eco un po’ nostalgica del passato che ritorna e si dirada in un futuro ricco di incognite, ma anche di speranze, rendono questo libro vibrante nella sua semplicità e perfetto per chi ama storie delicate, toccanti, che rilassano e per certi aspetti rigenerano.

Se non ti vedo non esisti di Levante (Rizzoli, 2017)

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Con la sua copertina rosa molto femminile e glamour, una foto evocativa ed originale, Se non ti vedo non esisti cattura subito gli occhi, ma questo libro è molto di più di un involucro ben confezionato: è un libro profondo e ricco di sorprese.

Anita B. è una trentenne realizzata nel lavoro (è redattrice in un’importante rivista di moda) ma emotivamente inquieta.

Caos è la parola che la caratterizza di più, non solo perché la sua vita sentimentale è turbolenta ‒ ha un  marito che non ama più e che la ama incondizionatamente, ma si fa ammaliare prima da Claudio, affascinante fotografo con cui non potrà avere un futuro e poi da Flavio, un uomo apparentemente meraviglioso che la trascinerà in una storia intensa che lascerà il segno  ‒ ma soprattutto perché è sempre in balìa delle tante sfaccettature del suo essere.

Forte, alla continua ricerca di indipendenza, ma fragilissima, Anita è una donna moderna, estremamente umana nella sua complessità, nella ricerca della sua strada forse ricca di curve ed ostacoli, ma pur sempre sua.

La nostra protagonista ha paura, anzi ha molte paure, ma anche il coraggio di guardarsi dentro e di combattere i suoi demoni.

Ogni pensiero di Anita è scritto dall’autrice con la consapevolezza del suo peso, con l’intento  di scavare a fondo dentro di lei e farne un personaggio vivido e realistico.

Il risultato è un romanzo intenso che pagina dopo pagina diventa sempre più coinvolgente e “denso”.

Complimenti, dunque a Levante per averci dato un’ulteriore prova della sua ormai manifesta abilità autoriale.

“Ninfee nere” di Michel Bussi (Edizioni E/O, 2016)

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Il ridente paesino della Normandia in cui ha vissuto il celeberrimo pittore Claude Monet viene scosso da un’inquietante serie di delitti, tra cui quello di uno stimato oftalmologo appassionato d’arte. L’originale ispettore Laurenç Sérénac è chiamato ad indagare con Sylvio, meticoloso e infaticabile vice, ma riusciranno a risolvere il mistero in un mondo fatto di non detti, di sogni infranti e sentimenti sopiti (o mai sopiti)?

Probabilmente questo mio abbozzo di sinossi porta a pensare che si tratti solito giallo, ma non è assolutamente così: non voglio svelare troppo di un romanzo tutto da scoprire.

L’incipit è magistrale, arguto e quasi ironico  (Michel Bussi riesce sin da subito nell’intento di confonderci  e sviarci) e Giverny è tratteggiata egregiamente con le sue luci e le sue tante ombre ‒ è bucolico rifugio per gli appassionati dell’Impressionismo e prigione dorata per chi ci abita.

I colpi di scena si susseguono, ma in ogni caso la tensione narrativa non scema mai: l’autore ha intessuto una tela intricata che intrappola il lettore senza lasciargli scampo fino alla conclusione della storia che ha un finale mozzafiato.

I personaggi sono limpidi e sfuggenti, sembrano cristallini eppure ne cogliamo le sfumature pian piano, proprio come quando, guardando un quadro, riusciamo a notarne i dettagli lentamente e dedicandogli la dovuta attenzione.

Niente in questo testo viene lasciato al caso e niente è banale, una finezza priva di leziosità lo rende pregevole e immediato.

Vi invito dunque senza esitazione a lasciarvi conquistare come me da Ninfee nere.

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Da una Storia vera è un particolarissimo thriller psicologico che conquisterà soprattutto i bibliofili più incalliti

Delphine ha scritto un libro autobiografico di enorme successo, ma è emotivamente provata e non ha più ispirazione, non riesce più a “produrre” parole.

Sprofondata in questo abisso di inquietudine e fragilità, trova conforto nell’amicizia di L., una donna conosciuta per caso, a sua volta scrittrice.

L. ha una personalità bizzarra, tanto rassicurante quanto oscura, camaleontica, remissiva ma anche forte. L. possiede il carattere che a Delphine manca, ha il potere di rassicurarla e destabilizzarla al tempo stesso. Si insinua nella vita di Delphine, plagiandola sempre di più, fino all’inaspettato epilogo del loro rapporto.

Ad intrigare non sono solo le vicende dei personaggi, ma soprattutto le domande essi fanno e di rimando fanno a chi legge: la letteratura deve essere reale, può essere assolutamente reale? Quale prezzo paga lo scrittore per scavare nel suo intimo (o nella realtà) e soprattutto se non lo fa, rimanendo al sicuro in un universo puramente fittizio, tradisce il lettore? Cosa ci si deve aspettare dalla letteratura: conforto, evasione o cruda verità?

Insomma i quesiti che Delphine De Vigan ci pone in modo così  ricercato (l’autrice impreziosisce l’opera con moltissimi riferimenti letterari, aggiunge  dettagli che portano a chiedersi abbia una matrice autobiografica, confondendoci e ci strega con una prosa pulita e suadente) arrivano al nucleo fondante della letteratura, alle sue radici, a ciò che la origina e la alimenta.

Anche dopo essere giunti alla fine ci si può interrogare, il materiale per una discussione è vasto e probabilmente lo scopo di un intellettuale, quando si espone, è proprio questo: sprigionare una scintilla che diventerà fuoco se il suo messaggio sarà recepito e apprezzato.

Il romanzo della narratrice francese non vi lascerà indifferenti per cui consiglio vivamente  immergervi in questa coinvolgente storia perché non ne resterete affatto delusi.

“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer (Feltrinelli, 2010)

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Le ho mai raccontato del vento del vento del vento del Nord è un libro apparentemente leggero, ma moderno e intrigante.

La trama è essenziale: Emmi, sposata con due figli e Leo, psicolinguista reduce da una relazione tormentata,  entrano in contatto quando la donna deve disdire, via mail, l’abbonamento ad una rivista. Comincia così un fitto scambio di missive virtuali che diventano però sempre più intime finché i due iniziano a provare un coinvolgimento profondo che resterà, però, sempre platonico.

Questa sorta di romanzo “epistolare” del XXI secolo è snello, pungente e ironico, ma anche sentimentale, provocatorio e in alcuni momenti audace. Sicuramente, poi, è molto attuale e ci fa riflettere sul nostro modo di gestire i rapporti interpersonali nell’era di Internet.

I due personaggi vivono la loro relazione basandosi sulle loro parole e sulle loro sensazioni, sicuramaente l’immaginazione e l’immaginario hanno un potere evocativo più forte rispetto alla disillusione a cui può condurre la realtà, ma si scontrano con le contraddizioni che un legame di questo tipo evidenzia. Basteranno scaramucce verbali, confessioni e confidenze a cementare un vero amore e soprattutto sarà un sentimento reale?

Glattauer in un crescendo di intensità narrativa riesce bene a mostrare l’avvicinamento di Emmi e Leo e l’acuirsi dei loro conflitti interiori unendo semplicità e tensione drammatica ottenendo la costante attenzione del lettore che è curioso di sapere come la loro storia andrà a finire.

Lo scoprirò, forse, con il secondo capitolo delle loro avventure, che di certo leggerò presto.

“L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” di Alice Basso (Garzanti, 2015)

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Quando incontro autori e personaggi interessanti ho sempre l’impressione di aver trovato un tesoro nascosto, sentendomi poi quasi in colpa per non averli scoperti prima.

Mi è successo di provare questa sensazione con il romanzo di Alice Basso, L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome che ho letto tutto d’un fiato precipitandomi poi a comprare anche il secondo volume, Scrivere è un mestiere pericoloso.

La protagonista, Vani Sarca è una ghostwriter ossia scrive libri per gli altri, nell’ombra. Dark, introversa e poco incline ai rapporti interpersonali (nutre un’avversione particolare per la sua famiglia), ma è dotata di una straordinaria empatia oltre che di una sensibilità “sui generis”. Eccelle nel suo incarico, sforna capolavori su qualsiasi argomento, capisce gli altri in un batter d’occhio e anche per questo il suo capo le affida un lavoro importantissimo: aiutare Riccardo, autore di un bestseller a corto d’ispirazione, a scrivere un libro che abbia altrettanto successo.

Tra complicazioni sentimentali (l’aitante scrittore farà breccia nel cuore complicato della ragazza, ma nei romanzi non sempre l’happy ending è garantito) e la “produzione” di nuove parole Vani troverà anche il tempo, proprio grazie al suo intuito, di coadiuvare l’ispettore Berganza nella risoluzione di un giallo: la scomparsa di un personaggio per cui proprio Vani ha lavorato.

Il romanzo della Basso risulta un giallo dinamico, ironico e brillante, pieno di riferimenti letterari e di amore per la letteratura, la cui protagonista “arriva” in modo istantaneo.

Sarà banale, ma non vedo l’ora di leggere un altro capitolo della saga della nostra ghostwriter, ma spero anche che possa essere prodotta una serie televisiva basata sulle sue avventure.

Letture d’autunno

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Sono stata in silenzio per un bel po’, ma ciò non significa che non abbia letto tanti bei libri. Proverò a descriverli brevemente e soprattutto a spiegare quello che mi hanno lasciato.

Vorrei cominciare da Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi) di Elizabeth Strout, la struggente storia di una donna dal passato infelice che rivive la sua vita durante un ricovero in ospedale. La visita inaspettata della madre riapre vecchie ferite che ancora sanguinano e influiscono sull’esistenza della protagonista.

Questo romanzo è poesia pura: lo sguardo disincantato e innocente al tempo stesso di Lucy domina il racconto ed è semplicemente commovente. Con una lingua misurata e mai troppo carica l’autrice ritrae mirabilmente il personaggio principale con i non detti che popolano il suo vissuto e i suoi desideri. Intensità e sobrietà riescono a sposarsi perfettamente in un testo che ha anche il pregio di essere leggibile e non pesante.

Non potevo poi non fare un salto nella mia amata brughiera. Chi mi conosce sa che il cognome Brontë esercita su di me un fascino particolare e che divoro qualunque cosa venga scritta sulla famiglia di Haworth. Due titoli hanno catturato la mia attenzione e li consiglio vivamente a chi condivide il mio interesse: Charlotte Brontë, una vita appassionata di Lyndall Gordon (Fazi) e Ma la vita è una battaglia (L’Orma Editore). Entrambi i volumi seppur diversi (il primo è una biografia curatissima mentre il secondo una raccolta di lettere di Charlotte) mi hanno fatto conoscere meglio la maggiore delle sorelle Brontë, una donna combattiva, rigorosa, passionale, desiderosa di affermazione ma anche capace di stare nell’ombra, conscia del ruolo della donna nel suo tempo, ma anche a suo modo anticonformista. Una personalità complessa che ben emerge nel primo testo di cui mi ha colpito la ricchezza di dettagli ma anche l’attenzione posta all’analisi delle sue opere e che si rivela pienamente attraverso le parole delle lettere contenute nella seconda opera citata.

Sono stata affascinata anche da un romanzo originalissimo nella forma e nella trama, raffinato e pieno di  amore per l’arte in tutte le sue forme: mi riferisco a L’una e l’altra di Ali Smith (Edizioni Sur). Il romanzo è composto da due parti, una ambientata nella Ferrara del Quattrocento, dove una ragazza si finge maschio per poter diventare pittore (il riferimento è a Francesco Del Cossa che ha dipinto gli affreschi di Palazzo Schifanoia), l’altra ai giorni nostri e in questo caso la protagonista è Georgia, una sedicenne che affronta la morte della madre, attivista politica, scomparsa poco tempo dopo aver visitato Ferrara e quegli affreschi. Ali Smith riesce nell’intento di farci vedere (la vista è di fondamentale rilevanza sia concretamente che metaforicamente) con gli occhi dei due narratori, dando non solo valore alla loro voce che vuole levarsi prepotentemente ma producendo anche un’incredibile empatia con il lettore. Lo stile è personale,riconoscibile ed efficace.

Infine mi ha anche colpito uno spumeggiante giallo tutto al femminile, ambientato in una Milano misteriosa e affascinante, La sposa scomparsa di Rosa Teruzzi (Sonzogno).

Un giorno alla porta di Libera, che confeziona bouquet da sposa ritenuti “magici” e che vive con la figlia Vittoria e la madre Iole (settantenne disinibita e fuori dalle righe), si presenta una donna vestita di nero che vorrebbe far riaprire le indagini sulla scomparsa di sua figlia. Vittoria (la più intransigente e rigida del trio) non è d’accordo mentre Libera e Iole si buttano a capofitto in quest’impresa che porterà alla luce il dolore mai sopito per la morte del marito della fioraia e lati inaspettati del loro carattere.

Proprio questo viaggio nell’universo delle donne che sanno essere volitive, materne, complicate, coraggiose e libere è il fattore distintivo del romanzo che è scorrevole, immediato e anche adatto ad una trasposizione cinematografica.

Vi lascio sperando di avervi incuriositi e di essermi fatta “perdonare” per la lunga assenza.

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