Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

“Domani e per sempre” di Ermal Meta (La nave di Teseo, 2022)

Un esordio letterario straordinario: non potrei definire diversamente il primo romanzo di Ermal Meta, “Domani e per sempre” (il titolo, meraviglioso, rappresenta una promessa di rinascita). L’opera narra le vicende di Kajan, le sue tante vite, le “sue discese ardite e le sue risalite”, a partire dall’infanzia trascorsa in campagna con nonno Betim ‒ siamo nell’Albania occupata dai Tedeschi ‒ fino all’avvento del regime comunista e alla sua caduta.

In effetti, una delle coprotagoniste di quest’opera è proprio la Storia, che assume il ruolo di “grande burattinaio” che muove i fili del destino del nostro protagonista, di un popolo intero, quello albanese, e di tanti altri uomini che sono costretti ad attraversarla e a schierarsi dalla parte del bene o del male. Purtroppo sembra che soprattutto i potenti non abbiano imparato molto dal passato, come dimostrano i fatti di più stretta attualità. Non si può non andare col pensiero a ciò che sta accadendo in Ucraina, in alcune circostanze. Per questo motivo il testo diventa ancora più prezioso e importante.

La vita del giovane professore di pianoforte, che si fa vera e propria epopea, permette all’autore di fare luce su eventi che forse non tutti conoscono, ma anche di raggiungere l’anima del lettore arrivando ai punti nevralgici dell’esistenza di ognuno: i concetti di giusto e sbagliato e di quanto sia labile, a volte, il loro confine, ad esempio. Si mettono in luce rapporti familiari così fondamentali e complessi e si parla di l’identità, quella data dalle proprie radici e quella acquisita con lo scorrere del tempo, quella che a volte bisogna “adattare” ai cambiamenti esterni per sopravvivere. Infine, uno spazio importante è occupato dall’amore, forza dirompente e vivificante, che addolcisce o fa soffrire.

Componente fondamentale del libro, poi, è la musica. La musica è nei libri, sostiene Ermal, ed in effetti questo testo è intriso di musica. Essa è estensione del pensiero e dei sentimenti di Kajan, collante delle relazioni umane intessute nel racconto ‒ commovente è il fatto che sia Cornelius, un soldato tedesco che diserta e viene protetto da Betim, a dare lezioni di piano al piccolo e fargli amare questo strumento. Essa è inoltre rifugio, sfogo, passione e dono prezioso. Ci sono le canzoni del cantautore, che in modo discreto, a volte, fanno capolino.

C’è musica però anche nel ritmo narrativo che ha dei tempi perfetti, con le giuste accelerazioni e le pause necessarie per approfondire adeguatamente, al momento opportuno.

Il risultato è un’opera scorrevole, trascinante al punto di non volerla abbandonare. Si va avanti, in effetti, fino a quando non tutti i suoi pezzi non sono al loro posto. “Domani e per sempre” è anche solido, articolato, accessibile e con tante sfumature. Il buio e la durezza del dolore, la tenerezza, la rabbia e la speranza sono i colori contrastanti con i quali è dipinto questo affascinante affresco umano e storico.

A mio parere, quando, dopo aver letto le prime pagine di un libro, si ha l’impressione di tornare in un ambiente conosciuto e accogliente, chi lo ha scritto ha colpito nel segno ed Ermal lo ha sicuramente fatto, perché le pagine che ci offre sono avvincenti e avvolgenti, quasi ipnotiche. L’autore cerca di farci entrare, a mio avviso, in punta di piedi nel racconto, con una delicatezza estrema nonostante le tematiche trattate, quasi come se avesse pudore, ma questo non impedisce di immedesimarci e di entrarci totalmente.

Kajan diventa quasi presente in carne ed ossa, con la sua sensibilità, la sua curiosità e la sua maestria professionale, così come Betim con la sua dolcezza e la sua saggezza, Elizabeta che incarna l’innocenza del primo amore o Selie (la mamma di Kajan) con la sua assoluta rigidità e intransigenza.

L’abilità di Ermal, nel tradurre i concetti in immagini puntuali, originali e dal forte impatto emotivo, si conferma anche in una diversa forma di composizione artistica. Mi ha sempre affascinato il suo modo di descrivere e definire le cose, e con le sue parole, ancora una volta, colpisce, fa riflettere, fa sorridere, piangere; illumina con grazia e potenza rare. Questo libro è un pugno ed una carezza al tempo stesso,  il frutto di un lavoro di ricerca poderoso che aiuta a contestualizzare in modo preciso i fatti.

Le parole hanno un peso, possono essere macigni, piume, fonte di meraviglia e il cantautore le sa utilizzare magistralmente.

Tante sono le frasi che ho sottolineato e che conserverò nei cassetti della memoria, ma vorrei chiudere questa recensione, in cui non ho messo tutto il cuore e non solo “un pezzo”, con l’esempio più lampante di quanto la penna di Ermal tracci percorsi che conducono in un solo luogo, ossia ad un’incomparabile bellezza.

“Quello che ci accomuna è il respiro. Tutti respiriamo per vivere. Ma c’è un momento in cui anche il respiro è in pausa, in cui rimane in silenzio. Quella frazione di secondo fra l’inspirazione e l’espirazione in cui i polmoni si fermano, ma noi continuiamo a vivere. Mezzo secondo di niente, in cui tuttavia continuiamo a esistere. Sei secondi al minuto in cui l’aria non entra né esce, centoquaranta minuti in ventiquattro ore, trentasei giorni in un anno, sei anni in settant’anni in cui il tempo si ferma nei nostri polmoni. Sembra tanto, ma non ce ne accorgiamo, e mentre danziamo con la morte sorridiamo alla vita, un respiro dopo l’altro, una nota dopo l’altra, un silenzio dopo l’altro”.

Una giornata da lettori imprescrittibili!

Cosa c’è di più vitale (e più bello) di una ventina di ragazzi appassionati ed entusiasti che parlano di libri e presentano un’opera che ha li ha particolarmente appassionati?

In una bella giornata di maggio, a conclusione di un anno scolastico complesso e faticoso, i giovani lettori della prima A dell’IC “Settembrini” di Nova Siri, seguiti dalle professoresse Salvaggio, Santagata e Orlando e alla presenza della sottoscritta, intrusa d’eccezione, hanno preparato dei magnifici one pager, riassuntivi del testo da loro scelto per pori esporli nella loro “dissertazione”. Ogni alunno ha brillantemente enunciato i motivi per cui ha amato il libro scelto, ne ha spiegato la trama e tratteggiato i personaggi principali. Sono emerse così le differenze, le unicità di ciascuno di loro e tanti bei suggerimenti per le prossime letture.

Il book talk è stato il coronamento di un anno di piacevolissima navigazione nel mare di storie meravigliose, seguendo la rotta della passione e della fantasia. In effetti meravigliosa è stata anche la splendida esperienza di giurati del Premio Campiello junior, di alcuni alunni della scuola, come tante altre iniziative, anche condivise con le altre classi, messe in campo per mostrare, con l’esempio e mai con l’imposizione, che leggere fa bene, nutre la mente, fa vivere vite che non sono la nostra ed entrare in contatto con emozioni che magari non pensiamo neanche di potere provare.

È stata una gioia vedere che con tanta cura è stato pianto il seme dell’amore per la narrativa, un seme che ha attecchito in menti giovani, curiose e desiderose di apprendere: il terreno migliore per crescere in modo sano.

Viva la lettura, viva gli insegnanti (e la scuola) che la promuovono e viva i nostri magnifici lettori imprescrittibili che spero non perdano mai la voglia di perdersi e ritrovarsi per le strade sconfinate tracciate dall’inchiostro e dall’inventiva.

“Come corde di chitarra” di Anna Bells Campani (Sperling & Kupfer, 2022)

Questa è una delle mie recensioni “di cuore”, quelle che scrivo con particolare emozione e gioia.

Devo dire che le mie promesse ad Anna Bells Campani vengono sempre mantenute con un certo ritardo e me ne scuso, ma eccomi qui a parlarvi del suo primo romanzo “da solista”, “Come corde di chitarra” e non lo faccio semplicemente per onorare la parola data, ma perché ci tengo moltissimo. Davvero questa scrittrice ha un talento puro, una passione encomiabile e riesce con la sua penna ad entrare nel cuore di chi legge per cui non posso fare altro che mettervi a parte dei miei pensieri.

Dopo essere stata, metaforicamente parlando, ad Istanbul, per narrare l’epica avventura di Can e Sanem, questa volta Anna ci porta a Londra con Riley che fugge dalla sua terra natìa ed è costretta a crearsi una nuova identità. In un locale, per caso, viene letteralmente rapita dalla voce e dalla musica di Liam. Quasi un incantesimo sembra spingerli sempre di più l’uno verso l’altro nonostante le insidie, i segreti, le difficoltà che hanno davanti i due giovani. Supererà questo amore tenuto insieme dal filo invisibile del destino (non è un caso che nel testo aleggi sempre la leggenda del filo rosso del destino, appunto), tutti gli ostacoli? Non vi rivelerò il finale, ma vi assicuro che per arrivarci dovrete navigare in un mare di suspense e colpi di scena che vi faranno stare col fiato sospeso fino alla fine.

Una delle cose che ho apprezzato di più di “Come corde di chitarra” è proprio questa: non è un romance scontato o “facile”.  A partire dai personaggi che sono ben lontani dall’essere l’epitome della perfezione, come i tipici protagonisti dei romanzi rosa. Sono due anime tormentate, che si portano un pesante fardello dietro e nulla è fatto perché i loro dissidi interiori si risolvano in modo frettoloso o banale.  Sentimento, dolore passione sono espressi in modo viscerale, intenso.

La musica, poi, viene inserita nella storia in tutta la sua potenza. I testi e la melodia nel romanzo diventano estensione del corpo e dell’animo dei protagonisti. Le canzoni non sono solo una colonna sonora, ma riverbero profondo dei sentimenti.

Quando i libri sono così sinceri, appassionati e nascono da una fiamma tanto viva, devono essere letti e sicuramente saranno amati.

In attesa dunque del prossimo mattoncino della carriera di Anna, che tornerà a scrivere con la “socia” Raffaella, non lasciatevi scappare “Come corde di chitarra”, non ve ne pentirete.

“All’ombra dei fichidindia” di Pier Luigi Luisi (Medea Editore, 2021)

Continua con estremo piacere la collaborazione con l’agenzia stampa “Scrittura a tutto tondo”. Questa volta ho letto All’ombra dei fichidindia, scritto dal professor Pier Luigi Luisi, che ci porta alla scoperta dell’Isola d’Elba raccontando le storie di coloro che l’hanno abitata, tra realtà e leggende, politica e vite private, pettegolezzi di “paese” e verità personali. A dare il via alla narrazione è l’anarchico Vito Michele, proveniente da Rapone e mandato in esilio proprio sull’Isola. Come tanti rami nati da un’unica pianta al primo racconto se ne aggiungono tanti altri, come fotografie da angolazioni diverse.

Ogni storia si integra perfettamente con quella raccontata nel capitolo successivo, ma è anche autonoma, per cui se la visione d’insieme potrebbe dar l’impressione di avere davanti un romanzo compiuto, in effetti potremmo anche parlare di una raccolta di tanti racconti, a sé stati e autoconclusivi.

La bellezza di questo testo, scritto con minuzia, semplicità (si legge davvero con piacere e facilità) e impreziosito ulteriormente dall’aggiunta di foto e illustrazioni per aiutarci ad immergerci ancor di più nella storia, risiede nel fatto, a mio avviso, che si ritorna un po’ ai racconti dei nonni, a quegli aneddoti che si tramandano di generazione in generazione, magari raccontati nei momenti conviviali o in quelli più intimi e che poi diventano parte fondamentale dei nuclei familiari, ma anche dei luoghi che di abitano, più in generale. In effetti ogni posto ha un suo paesaggio fisico, ma anche umano ed emotivo. Tutto questo emerge perfettamente dall’opera di Luisi che ci porta tra i marinai e i pescatori, ma ci fa conoscere anche, ad esempio, la forza di Filomena che emigra, di nascosto, con le sue tre bambine in America e al contrario la debolezza di suo marito Pompeo, persona inconcludente, che riesce a fare “sogni lunghi”, ma purtroppo nessuna cosa concreta o di Rositta, una delle loro figlie.

Una variegata tavolozza di emozioni (la dolcezza del ricordo, l’ironia in alcuni casi, il sentimento) è quella impiegata dal professor Luisi per dipingere il suo “piccolo mondo antico” che però nulla ha perso del suo fascino e del suo valore.

Tris di recensioni: “Game day”, “A cavallo verso nessuno”, “Principessa Saranghae”.

Per ognuno di noi c’è un libro: che sia da leggere o da scrivere ciascuno può avere le storie che gli si confanno di più, per genere, per stile di scrittura (o lettura) o semplicemente per inclinazione personale.

Questo mi è apparso ancor più evidente, quando, per un caso eccezionale, mi sono trovata “contemporaneamente” di fronte a tre opere diversissime l’una dall’altra per tutte le ragioni che ho elencato prima.

È stato un privilegio ricevere da Simona Mirabello, che ringrazio di cuore per la fiducia, “Game day” di Federica Tronconi (O.D.E. Edizioni), “A cavallo verso nessuno” di Serena Guerra (Rossini Editore) e “Principessa Sarenghae” di Diego Galdino (Bertoni Editore).

Il primo testo è un romanzo rosa moderno con tutte le carte in regola per appassionare gli amanti del genere: due protagonisti che sembrano universi lontanissimi l’uno dall’altro e invece finiscono per trovare l’incastro perfetto, scintille iniziali, ostacoli e tanto sentimento. L’intrigante storia d’amore tra Stefania, una giornalista sportiva seria, decisa e delusa dall’amore e Andrea, aitante cestita con la fama di donnaiolo, ritenuto tanto bello quanto superficiale (in realtà ben diverso da come lo dipingono), risulta perfettamente coerente nella costruzione e di agevole lettura. Con semplicità, ma altrettanta perizia, “Game Day” centra in pieno l’obiettivo, ossia quello di offrire una love story che possa far rilassare, divertire ed emozionare chi la leggerà.

Passo ora a parlarvi dello scritto di Serena Guerra, cambiando totalmente “atmosfera”. Si tratta, infatti, di un diario molto profondo, del racconto intimo, anche sofferto a volte, dell’esperienza di vita della narratrice che però in alcuni momenti acquista un afflato universale. In effetti tutti prima o poi nella vita ci chiediamo se quel che accade, accade a caso o ha un senso; tutti cerchiamo il nostro posto nel mondo e il senso del nostro del nostro esistere. La protagonista ha una fortissima passione per i cavalli, per le arti marziali e ha un mondo spirituale estremamente vivace con cui lotta a volte. Cerca di placare, a volta, il tumulto che sente dentro anche attraverso la meditazione, che le dà serenità. Nella natura trova conforto e anche quel senso di divino che non riesce a cogliere nella religione “canonica”. Il flusso di coscienza detta i tempi della narrazione, che sicuramente ha lo scopo di far riflettere, oltre che rappresentare quasi una terapia per chi racconta. Piccola postilla: da aspirante traduttrice ho assolutamente amato il riferimento alla traduzione di Zanna Bianca, in particolare riferendosi alla natura come a “Lo Wild”. Non è scontata un’analisi traduttologica in un libro e, appunto, essendo sensibile alla tematica non ho potuto che apprezzare questa “divagazione”.

Arrivo dunque all’ultimo testo che ho avuto il piacere di visionare, quello di Diego Galdino. Ho già avuto modo di apprezzare la sua scrittura e anche in questo caso non sono rimasta delusa. Delicato, dolce, ironico, con un gusto rétro che lo rende delizioso, “Principessa Saranghae” è la storia di un sentimento particolarissimo, nato tra Giulio, un romano che ha aperto un negozio di palle di neve e una principessa coreana del 1300, che l’uomo riesce a conoscere “entrando” in una palla di neve magica regalatagli da un uomo in America.

Un amore impossibile (ma forse neanche tanto) tra presente e passato, sogno e realtà, soldati del XIV secolo severissimi e una moderna Roma, ma che proprio in questa imprevedibilità trova il suo tratto caratteristico.

I versi iniziali pregevoli, ma romanticissimi e, per me, commoventi fanno da apripista un racconto ricco di sensibilità e originalità. Senza strafare Galdino ci mostra che forse alcuni valori non andrebbero mai persi e non dovrebbero mai passare di moda.

Vi ho mostrato tre pianeti letterari differenti e non c’è niente di più bello che perdersi in essi e vedere quanto possano arricchire le storie e le parole più variegate.

Tra musica e parole: cronistoria di un colpo di fulmine musicale e letterario.

“Ci sono giorni in cui le incertezze le sento sotto pelle. Ci sono giorni in cui mi sento schiacciato dalle insicurezze di questo maledetto periodo. A volte mi sento l’unico, ma so che non è così. Chissà come sarà il futuro, chissà come saremo diventati quando questa pandemia sarà andata via. Chissà…

Io aspetto e intanto scrivo. Parole, musica, paura, piccole felicità. Scrivo di me, scrivo di noi…”

Questo post di Ermal Meta, insieme ad un tweet in cui si chiedeva quale sua frase ritenessimo più poetica, ha “causato” la nascita del mio articolo. I termini “scrivo” e “parole” messi vicini mi hanno non solo fatto pensare al fatto che attendo con impazienza il suo libro veda la luce (ho da sempre pensato che le canzoni fossero troppo brevi per contenere tutto il mondo espressivo del cantautore e che la sua abilità narrativa vada al di là dei pochi minuti di un pezzo musicale), ma anche al passato e al fatto che, proprio lo straordinario modo di comporre versi e di creare immagini, mi abbia fatto “innamorare” dell’arte di Ermal. In effetti prima di rimanere incantata da Vietato morire e dalla magistrale interpretazione di Amara terra mia, che mi ha commossa profondamente, ero rimasta folgorata da un verso di “Odio le favole”: “il futuro era bellissimo per noi”. Un verbo al passato accostato, per mezzo di un geniale ossimoro, al sostantivo “futuro”; due parole, una perfetta sintesi che esprime speranza, ma anche rimpianto per qualcosa di incompiuto, che mi provoca un’emozione intensissima ad ogni ascolto. Adoro di questo pezzo anche l’ispirazione a Karen Blixen nella frase, di sudore di lacrime o mare, ci sembrava la cura di tutto il sale. Di grande impatto è poi l’immagine di quella sposa “dietro al suo velo”, di un viso che si nasconde in attesa della promessa di un avvenire felice. Il verso “cuore che si stringe non tradisce mai” è semplicemente da pelle d’oca per la sua intensità e la sua verità.

Ancor prima però di “Odio le favole”, però, ricordo che spesso, casualmente (ancora non seguivo Ermal assiduamente), su Radio Italia ascoltavo “Gravita con me”, che ad un certo punto recita: “Il tuo viso è di un bello isterico”. Anche qui due parole, per raccontare il raggiungimento di una singolare armonia, per rappresentare qualcosa di spigoloso che al tempo stesso risulta attraente: una descrizione limpida, netta ed efficacissima. Che dire poi di “c’è un vento gelido, atletico”! Un elemento immateriale rappresentato col gesto preciso e scattante di uno sportivo, estremamente concreto. Ogni volta che il pezzo passava, pensavo che chi lo avesse scritto fosse davvero, davvero bravo. E non avevo ancora ascoltato praticamente nulla.

Arriviamo al 2017. Guardo come tutti gli anni Sanremo e ad occhi chiusi ascolto “Vietato morire”. Ermal canta questo verso: “E la paura frantumava i pensieri che alle ossa ci pensavano gli altri”.

In quel momento, con orecchie ed anima in ascolto, ho sentito un pugno nello stomaco, un intenso coinvolgimento emotivo che poi mi avrebbe portata a seguirlo. Quelli che ho citato sono versi crudi, che diventano quasi onomatopea o metonimia e fanno sì che chi ascolta si immedesimi nella storia che la canzone racconta, visualizzandola e sentendola. La durezza poi si addolcisce col ritornello, che è apertura alla speranza e al coraggio di cambiare le cose. Non si poteva non amare profondamente questa canzone.

In “Bionda” il cantante dice: le mie mani e le tue mani sono leggerezza”: l’uso del sostantivo al posto dell’aggettivo cambia completamente il verso rendendolo efficace.

Un altro verso per me è particolarmente poetico, poi, ed è contenuto nel brano “Voodoo love”. Ermal scrive: “Ma tu c’eri sempre, seppellita nel mio domani come fossi un seme”. L’immagine del seme che piano piano dà vita a qualcosa, che si cela nel terreno per poi crescere con vigore, l’idea di trovare nell’avvenire ciò che in passato si cercava e che si è svelato però con lentezza è semplicemente un’immagine originalissima e anche intensissima dell’amore. Anche qui inoltra, c’è una sorta di citazione letteraria. Non si può no pensare a Shakespeare e a “Sogno di una notte di mezza estate, ascoltando “ ma l’amore non usa gli occhi”.

“Schegge” è una delle canzoni più introspettive di Ermal, nata dopo un incubo e dedicata alla musica. All’ascolto mi ha colpito molto la scelta di descrivere i pensieri come uno stagno. Anche in questo caso l’immagine lascia spiazzati perché uno stagno è uno spazio piccolo, quasi angusto, mentre i pensieri dovrebbero essere in un luogo ampio, che lascia libertà. A volte però in effetti i pensieri possono essere imprigionati e in attesa che qualcosa li lasci andare via, in questo caso la musica. Arrivare al concetto in modo non scontato è proprio quello che rende tanto pregevole il testo di questo brano (in genera dei brani di Ermal).

“Se ci fosse anche per una carezza per ogni mio errore”. Chi non ha sensi di colpa, chi non ha bisogno di perdonarsi e di essere perdonato, chi non ha bisogno di un gesto di tenerezza. Non può lasciare indifferenti, dunque,  una frase come quella presente in “Quello che ci resta”. “Il destino universale” è secondo me una piccola raccolta di racconti, con vari personaggi e vari punti di vista (come ho già detto nella mia recensione di “Tribù urbana”). Nel cuore mi è rimasta Marta, delicato e forte fiore tra le pietre, personaggio delineato in pochissime, struggenti e vivide battute. Potremmo anche dire che Ermal utilizzi il flusso di coscienza come tecnica narrativa, come in “Stelle cadenti” o anche in “Bob Marley”, ad esempio.

Potrei continuare ancora, ma termino con la canzone di Emal che amo di più e ha un titolo con un riferimento linguistico, si può dire: “Voce del verbo”. Dall’infinito di un verbo possono prendere simbolicamente vita i nostri pensieri e le nostre azioni, dall’abisso di un qualsiasi dolore si può arrivare a guardare le cose col giusto distacco e ritrovare la speranza.

“Camminare senza fretta, fare soltanto quello che spaventa, lasciarsi vivere perché è bellezza”.

Questa strofa del brano dimostra che le parole hanno un potere infinito, se utilizzata bene. Possono far male, possono dare coraggio, possono toccare l’intimo di ognuno di noi, possono mostrare angolature inedite del mondo ed Ermal è capace di questo con la sua scrittura, non solo nelle canzoni, ma anche nei due racconti che ha condiviso col pubblico e che ho adorato.

Non so in realtà, perché, ancora una volta abbia sentito l’esigenza di esternare i miei pensieri visto che ho sempre abbondantemente commentato ciò che Ermal scrive. Forse l’ho fatto perché dopo il post ho ritenuto che il fatto di sapere quanto il proprio talento sia apprezzato potesse essere confortante (lo so è un po’ troppo ambizioso come obiettivo), forse perché vivo di sensazioni, di idee e a volte sento la necessità di non tenere tutto dentro. Non so essere precisa, però spero che questo mio breve scritto possa piacere e possa essere piacevole da leggere e magari essere ben accolto da chi come me, ammira l’abilità letteraria del cantautore.

 

“La casa di Leyla” di Livaneli (Casa Editrice Altano, 2021)

Ormai penso che siate abituati alle mie lunghe assenze. Mi dispiace non scrivere di più e più spesso e soprattutto di non mantenere tutti i miei impegni in modo tempestivo. Bando alle ciance e alle scuse comunque, torno per parlarvi di un libro pubblicato dalla casa editrice Altano, “La casa di Leyla”, il secondo dei due testi che la redazione ha gentilmente deciso di inviarmi.

Scritto da una delle voci più influenti ed eclettiche voci della letteratura turca (Livanieli è anche musicista) il libro narra la storia di Leyla, anziana signora discendente da un’antica famiglia ottomana che viene costretta a lasciare il suo yali. Per giorni la donna resta fuori dallo yali in segno di protesta, ma alla fine viene convinta, dal giovane giornalista Yusuf, che l’aveva conosciuta quando era un bambino, ad andare a casa sua in attesa di trovare un posto in cui stabilirsi. Yusuf ha una compagna, Rukiye, una cantante rap ribelle che si fa chiamare Roxy, dal carattere complicato e spigoloso e con una storia estremamente complessa alle spalle.

Il costante intreccio tra le vicende private dei protagonisti e la storia della Turchia è uno degli elementi chiave della narrazione, quello che emerge immediatamente dalla lettura. L’equilibrio perfetto tra la narrazione fittizia e il dipanarsi delle vicende di questo affascinante Stato sicuramente è la dimostrazione della maestria dell’autore. Leyla simboleggia sicuramente il passaggio dall’antico al moderno, la sensazione di spaesamento che da questo può derivare, la difficoltà che si può averne nell’accettare i cambiamenti storici ed individuali e quest’opera è perfetta per assaporare profumi, le tradizioni e la cultura turca. Rappresenta pienamente quell’aura struggente, intensa e melanconica che da sempre accompagna questo affascinante Paese. Hüzun è la parola che viene in mente scorrendo soprattutto alcune pagine, pagine piene di descrizioni suggestive e di affascinanti ricostruzioni storiche. Non è però solo questo che colpisce del testo di Livanieli. Ognuno dei personaggi viene esplorato in tutte le sue peculiarità e contraddizioni. In particolare vorrei soffermarmi sulle due donne che sono il centro nevralgico della storia, a mio parere.

Leyla ha l’anima di un’artista, ha la capacità di rendere poetico il mondo con la sua grazia, col suo silenzio carico senso, con le sue parole ricche di grazia, col tocco delle sue dita sul pianoforte che riesce a rompere qualsiasi barriera. Molto interessante è l’evoluzione di Roxy che apre una finestra sulla tematica dell’immigrazione, anche di ritorno e sostiene una tanto dura quanto commovente lotta contro se stessa. La sua ricerca di un luogo “spirituale”, per così dire, in cui sentirsi pienamente compiuta, in cui non sentirsi sbagliata e trovare pace è avvincente ed estremamente vera. È il contrario del suo fidanzato, così idealista, puro ed accogliente, ma dietro la sua corazza si nasconde molto di più di ciò che mostra. La sua metamorfosi, la sua evoluzione è interessantissima.

Il viaggio che questo romanzo ci fa fare sul Bosforo, ma anche nei meandri della natura umana ha un valore inestimabile e consiglio di intraprenderlo a chiunque ami la profondità, andare metaforicamente altrove, in mondi e per strade lontane e tortuose, in cui il cammino è ricco di scoperte.

“365 giorni con te” di Anna Bells Campani e Raffaella DI Girolamo (Sperling & Kupfer, 2021)

Ogni viaggio ha un inizio e una fine ed è finito, almeno su carta (il cuore dei lettori non ha tempo però) anche il percorso della trilogia scritta da Anna e Raffaella, ispirata alla dizi Erkenci kus/ Daydreamer.

Finalmente l’indomito fotografo Can Divit e la dolce scrittrice Sanem Aydin hanno coronato il loro sogno d’amore e sono partiti per la luna di miele in barca. Mentre salpano verso un futuro finalmente felice e gettano le basi per la loro vita coniugale visitando splendidi angoli di mondo che diventeranno tappe simboliche per il loro cammino insieme, rivivono il passato, questa volta con lo sguardo privo di sofferenza. Ciò non vuol dire, però, che il racconto sia meno intenso o toccante. Come sempre la profondità, la capacità delle due autrici di trasmettere efficacemente e con un trasporto eccezionale la vera essenza dei personaggi, la loro perizia nel creare pathos, nel curare ogni singolo dettaglio e nel tessere le fila della narrazione, portano il lettore ad immergersi completamente nella lettura, anche emotivamente. La storia della dizi è di una bellezza pura, di una pulizia e di una dolcezza sconfinata e i romanzi, quest’ultimo capitolo soprattutto, riescono a trasporre in tutto e per tutto questa delicatezza.

Chi non consce le vicende di Can e Sanem, può tuffarsi per la prima volta in una stupenda love story infinitamente romantica e restare incantato dalla descrizione dei luoghi i due sposini si recano, ma soprattutto dalla descrizione dei loro sentimenti, dai loro pensieri così profondi e ricchi di sentimento.

Per chi ha visto la serie è piacevole “scoprire” quello che ancora non era mostrato e al tempo stesso ripercorre a ritroso i momenti che hanno contraddistinto nel bene e nel male. Sarà come riguardare un film emozionate come pochi, che non ci si stanca di riguardare e di cui si notano ogni volta sfumature e dettagli diversi.

La trilogia e in particolare questo ultimo volume, sono come un luogo incantevole in cui rifugiarsi quando si ha voglia di tenerezza e di positività, di dimenticare l’amarezza per un po’ di tempo e tornare al bello.

Gli scrittori si sa sanno usare le parole e con esse giocano, costruiscono, inventano, non tutti però riescono ad usarle per emozionare, per far bene all’anima. Anna e Raffaella invece colpiscono nel segno. Trasportano il lettore in un mondo da favola, fanno commuovere, fanno sorridere, fanno sperare che in mezzo al cinismo, all’aridità di sentimenti di questo periodo ci sia ancor un barlume di speranza.

E allora auguri ad Anna e Raffa, altre 1000 di queste pagine (so che stanno lavorando ad un nuovo progetto e non vedo l’ora di leggerlo) e 1000 ancora di omenti indimenticabili da regalare al loro pubblico. Il prossimo appuntamento, comunque sarà quello con il libro di Anna, “Come corde di chitarra”,  uscito l’8 febbraio, quindi, come si suol dire: stay tuned!

“Senza toccare” di Nermin Yıldırım (Altano Editore ,2021)

Con libri come “Senza toccare” non ci sono preamboli che tengano: quello di  Nermin Yıldırım è un romanzo splendido, una meravigliosa, straziante e catartica discesa nei meandri più profondi della mente e del cuore di una donna e una risalita verso la luce portata da nuove consapevolezze.

Adalet ha 29 anni e riceve la terribile notizia di essere affetta da una malattia incurabile che la condurrà inesorabilmente alla morte. Per carattere diffidente, chiusa, spigolosa e continuamente pervasa dal senso di colpa, cerca di andare a ritroso nella sua vita e di ritrovare la sua colpa originaria, il suo personale peccato originale, causa a parer suo del temendo male che l’ha colpita, per poterla poi espiare. Intraprende, dunque, vari viaggi per portare a compimento il suo proposito. Nelle peregrinazioni che comincia ad intraprendere in una Turchia nella quale vecchio e nuovo, antico e moderno si alternano in un continuo gioco di rimandi e di raffronti, incontrerà un uomo che cercherà di farle guardare se stessa e la realtà da una nuova prospettiva.

Adalet ci affida letteralmente la sua storia, ci racconta senza filtri le sue fragilità, i suoi dubbi, le sue personali sconfitte e conquiste, in prima persona, catturando l’attenzione del lettore. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, guardando alla descrizione della nostra protagonista, non si può non sentirsi empaticamente legati e toccati da lei, dalle sue vicissitudini. Ognuno di noi vive delle lotte interiori, ha dei tormenti, ha qualcosa di irrisolto o che vorrebbe cambiare o ancora a cui vorrebbe porre rimedio. Ogni riga del testo composto dalla Yıldırım che è reso prezioso da una prosa elegante e a tratti intrisa di poesia, è vibrante di emozione, anzi di emozioni forti. La parte finale dell’opera, poi, è un vero e proprio inno alla vita, un monito a non sprecarla, a lasciarsi attraversare da essa, fino in fondo, nel bene e nel male, perché non si vive davvero senza lasciarsi sforare e attraversare dagli eventi o dalle persone.

A chi è incuriosito dalla Turchia e dalla letteratura turca consiglio vivamente di consultare il catalogo della casa editrice Altano e di guardare i suoi account social, ricchi di notizie e di informazioni.

Vi parlerò presto di un altro romanzo, “La Casa di Leyla”, mantenendo aperta questa finestra su Istanbul. Mi piacerebbe inoltre, fare delle domande agli editori per approfondire una produzione letteraria estremamente suggestiva, Li ringrazio sentitamente per avermi inviato i libri e per aver condiviso con me il progetto che stanno portando avanti che ha un valore culturale inestimabile. Non mi resta che lasciarvi alle pagine di Nermin Yıldırım e alla preziosa storia che ci ha raccontato.

“Lo specchio di Sara” di Marica Petrolati (Scheletri Ebook, 2021)

“Scheltri” mi ha dato di nuovo l’opportunità di leggere uno dei racconti horror de suo catalogo, li ringrazio per questo e li ringrazio per avermi proposto “Lo specchio di Sara” di Marica Petrolati, una delle opere horror migliori che io abbia mai letto. Riconosco di non essere una grande esperta del genere, che non leggo molti horror, ma senza alcun dubbio, dopo essermi immersa nelle 26 pagine di questo testo, di trovarmi di fronte ad un piccolo capolavoro del genere e ad una grande narratrice.

Intanto brevemente vi illustro la storia e poi vi parlo delle mie impressioni.

Monica e Gabriele sono sposati e hanno una meravigliosa bambina, Sara. La loro vita sembra tranquilla, fino a quando alcuni comportamenti della bambina cominciano a diventare inquietanti.

Non posso raccontare di più per non rivelare troppo, ma posso dire che l’autrice ha raggiunto il suo scopo: costruire qualcosa che spaventi ed angosci (ho avuto i brividi anche dopo aver finito di leggere il testo).

Fino all’ultima riga si sta con il fiato sospeso, la precisione nella costruzione della trama e del suo svolgimento è impressionante. Ogni elemento è al posto giusto e ogni evento al momento giusto. La suspense è palpabile per tutto il tempo della storia e regge in modo ottimale fino all’ultima parola. Non ci sono scene splatter, ma una tensione emotiva e psicologica, che parte dai personaggi e arriva a chi legge. Se avete voglia di rituffarvi nelle atmosfere disturbanti di un mini film horror, ma sulla carta, ecco “Lo specchio di Sara” è l’opera perfetta per voi!

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