Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Intervista a Mariolina Venezia.

Finalmente tra poco andrà in onda, su Rai1, la fiction “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, cosa della quale sono estremamente felice, da lucana e da estimatrice dei romanzi dai quali la serie è tratta. Per l’occasione ho pensato di fare un regalo a me e ai lettori del blog, ponendo delle domande alla scrittrice che ha dato vita all’eccentrica procuratrice materana. Sono onorata, dunque, di presentarvi questa intervista a Mariolina Venezia, che ringrazio sentitamente. Non vi nascondo che per me è stato molto emozionante parlare con un’autrice del suo calibro e in effetti, in alcuni momenti della nostra chiacchierata, gli effetti dell’emozione si sono fatti sentire. Tralasciando le défaillance della sottoscritta, trovo che le risposte che ho ricevuto siano straordinarie e ricche di spunti interessanti. Buona lettura dunque e mi raccomando, non perdete la fiction questa sera e correte in libreria, il 24, a comprare “Via del Riscatto”, il quarto volume della saga dedicata alla Tataranni.

 

 

  • C’è un legame, un filo conduttore tra “Mille anni che sto qui” e “Come piante tra i sassi”, anche se sono opere molto diverse tra loro?

 

Sì, anche se sono, appunto, opere molto diverse, c’è un filo conduttore perché “Mille anni che sto qui” si interrompe nel 1989, quando cade il muro di Berlino e inizia la globalizzazione. “Mille anni che sto qui” racconta il territorio, racconta la Basilicata e io volevo continuare a parlare di questa terra e di quello che succede in Basilicata dopo il 1989. Inizialmente avevo pensato di continuare la saga, però poi mi sono resa conto che parlare dei giorni moderni non è facile con la forma della saga, per questo a un certo punto ho individuato nel giallo il modo migliore per poter raccontare alcune cose che succedono in Basilicata, non perché io voglia continuare a parlare a tutti i costi della Basilicata, ma perché penso che sia una terra dove ci sono dei contrasti talmente forti che vanno al di là del luogo stesso e che quindi raccontano un po’ tutta l’Italia. Il tono di “Mille anni che sto qui è lirico, poetico e quello di Imma a volte invece è spoetizzante, ma anche nei romanzi di Imma ci sono delle pagine liriche, che sono in genere legate al paesaggio e c’è appunto questo contrasto con uno sguardo più scanzonato, più materialista a volte, che è quello di Imma.

 

  • In effetti lei riesce a far coesistere perfettamente un linguaggio lirico e poetico e un linguaggio più realistico, ad esempio quando parla Imma con le sue “inflessioni dialettali”. Com’è riuscita a trovare questo equilibrio linguistico?

 

Prima mi chiedeva della continuità tra “Mille anni che sto qui” e i romanzi di Imma. Anche nel linguaggio ho proseguito la stessa ricerca, in qualche modo, perché in “Mille anni che sto qui” uso un linguaggio dove c’è un’eco del tempo che racconto, quindi quando parlo dell’Ottocento c’è l’eco di quel linguaggio ottocentesco pieno di dialetto, pieno di un tempo molto disteso, molto lungo che diventa più veloce man mano che ci si avvicina ai giorni nostri. Nei romanzi di Imma non c’è proprio il dialetto, ma c’è quel tipo di linguaggio che adotta chi viene dal dialetto e quindi di chi oggi parla l’Italiano, ma un Italiano fortemente influenzato dal dialetto, dalle espressioni dialettali o gergali, un Italiano molto parlato, anche se nello stesso tempo c’è molta cura del linguaggio. Di solito nel giallo lo scrittore deve scomparire, ma i miei gialli sono un po’ diversi perché c’è comunque un’elaborazione letteraria. Devo dire che col tempo (Imma ormai è al suo quarto romanzo, il quarto esce fra poco, il 24 settembre) ho trovato un equilibrio, con un linguaggio che desse qualcosa al lettore, che gli facesse vivere delle emozioni, che lo divertisse e lo facesse riflettere, senza però dilungarmi troppo. Bisognava fare in modo che l’aspetto letterario non prevalesse su quello giallistico. Questo equilibrio si è delineato col tempo, tanto è vero che nell’edizione tascabile ho rivisto anche “Maltempo” e “Come piante tra i sassi” perché mi sono accorta che andavano limate la parte letteraria e le digressioni, che pure ci sono, di mondo che il lettore potesse gustare il giallo, senza però rinunciare a qualcosa di più elaborato.

 

  • Quanto è difficile far evolvere un personaggio che è diventato così familiare e riconoscibile?

 

Non è difficile, nel senso che, come dicono spesso gli scrittori seriali, e quindi anch’io, il primo romanzo di Imma non è nato come il primo di una serie. Questo personaggio, però, ha continuato ad essere molto vitale, mi venivano in mente altre cose e ad un certo punto mi sono detta che avrei potuto scrivere un altro libro. Quindi è stata una cosa naturale quella di continuare a farlo vivere. Credo, però, che si debba avere il polso della situazione. Bisogna capire fino a che punto il personaggio è vivo e fermarsi prima che diventi ripetitivo, che diventi una sorta di formula da propinare ogni volta al lettore.

 

  • Ho definito Imma un’icona, un’eroina sui generis perché è iconica, ma anche una donna molto normale, una moglie una mamma con tutte le sue problematiche. Si è ispirata a qualcuno per darle vita?

 

Più che il fatto di essermi ispirata a qualcuno, che non è molto interessante, quello che invece mi sembra interessante evidenziare è una tematica in Imma. Siamo in un mondo in cui è obbligatorio essere originali, distinguersi dalla massa, trovare delle cose ricercate, Imma è contraria a tutto questo. Proprio in questo suo essere contraria sta la sua originalità, alla fine, perché Imma non cerca di essere originale, non cerca di essere quello che non è, quindi in questo aderire a se stessa diventa originale. Ogni essere umano, in realtà, se è se stesso, è originale perché non ci sono due persone uguali e quindi solo in una ricerca di originalità si rischia di diventare uguali agli altri. Questo è uno dei tratti di Imma, che si rifà anche alla tradizione. Lei è una donna molto legata alla tradizione, anche se poi è una donna molto moderna. Vive il suo ruolo in maniera moderna, vive in modo moderno il suo rapporto con gli uomini, con suo marito, con il giovane Carabiniere. In lei c’è questo misto di modernità e tradizione che a me piace sempre molto.

 

  • Un altro elemento che apprezzo molto dei suoi romanzi è la sua capacità di descrivere luoghi e personaggi. Questa sua capacità descrittiva è influenzata dal suo lavoro di sceneggiatrice?

 

In realtà è un po’ il contrario. Ho iniziato a fare la sceneggiatrice perché avevo questo “talento visivo”. Già le prima poesie che ho scritto (il mio primo avvicinarmi alle porte letterarie è stato attraverso dei libri di poesia che ho pubblicato in Francia), erano delle poesie molto visive, quasi dei quadri fatti con le parole. Da lì si è sviluppato poi il legame con il cinema e con le arti legate a ciò che si vede. In ogni caso è anche una cosa molto personale, mia. Amo molto, sin da quando ero piccola, andare in giro, in macchina e perdermi nell’osservazione del paesaggio, che è molto ricca, molto suggestiva e mi suggerisce sempre delle fantasie, delle emozioni e da lì vengono questi romanzi. Infatti un signore ha colto questa cosa e mi ha detto che gli sembrava di vedere qualcuno che se ne andava in giro e che poi riportava le sue sensazioni.

 

  • Per quel che riguarda la fiction, non è mai semplice, secondo me, fare una trasposizione televisiva o cinematografica di un libro…

 

In questo caso non avrebbe dovuto essere difficile, perché Imma mi è stata suggerita anche, in qualche modo dal mio lavoro di sceneggiatrice, per vari motivi. Mi sono diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia in sceneggiatura e questo è il mio lavoro. Questi libri, però, sono stati ispirati anche da un incontro, nel 2000, con Petros Markaris, un Greco, uno degli sceneggiatori di Angelopulos fautore di un cinema poetico e alto, quindi, che però lavorava anche per le serie Tv greche e scrittore di gialli. Lui mi ha dato un po’ l’idea di scrivere questi romanzi, non così lontani dalla sceneggiatura. Anzi quando ho lavorato alla sceneggiatura mi sono resa conto che Imma rende più in sceneggiatura che sulla pagina, per questo suo modo di fare, per il suo essere molto visivo, molto caratterizzato dal punto di vista visivo, gestuale, del movimento e dell’immagine. Detto questo le difficoltà non sono state insiste nel lavoro di adattamento, quanto nel rapporto con gli altri sceneggiatori.

 

  • Siamo arrivate all’ultima domanda. Mi piacerebbe sapere come descriverebbe la sua Matera e la sua Basilicata letterarie.

Be’ forse dovremmo lasciarle descrivere a chi legge. Comunque parlo di una Basilicata fatta di contrasti, in cui l’arcaico convive con il moderno e quindi più si va avanti con la modernità, più lo stridio tra queste due culture è forte e crea delle situazioni drammatiche. Il paesaggio diventa drammatico, ad esempio, quando vediamo queste lande, queste colline di grano tutte gialle o tutte verdi, con le pale eoliche che sembrano una cosa mista tra la fantascienza e il Medioevo. C’è quindi la drammaticità del paesaggio, anche degli sfregi fatti al paesaggio con le pale eoliche, ma anche la comicità dello scontro di culture per cui, per esempio, in “Rione Serra Venerdì” c’è questa vecchietta vestita di nero che insegue la Tataranni chiedendo se fosse vero la vittima faceva bondage, perché ormai che un certo tipo di linguaggio è accessibile a tutti e quindi diventa comico.

Una deliziosa serie televisiva: Erkenci kuş.

Chi mi conosce sa che per natura sono molto curiosa, mi piace andare a scovare cose nuove e quando mi entusiasmano, come in questo caso, non riesco a fare ameno di parlarne, anche se non si tratta di libri.

Ultimamente ho scoperto, dopo aver visto Bitter Sweet su Canale 5, un’altra adorabile serie televisiva turca che si intitola “Erkenci kuş”, al momento, purtroppo, disponibile solo su Youtube.

I protagonisti della storia sono Can, fotografo di fama internazionale e spirito libero, che torna ad Istanbul per lavorare nell’agenzia pubblicitaria del padre e Sanem, aspirante scrittrice, che sogna di andare a vivere alle Galapagos e inizia a lavorare nella stessa agenzia.

Dopo un primo fortuito e “rocambolesco” incontro (resto vaga per non rivelare troppo), i due si rincorreranno e dovranno superare non pochi ostacoli per vivere il loro amore. Intrighi, bugie e circostanze avverse, come nelle migliori favole, si frapporranno tra i nostri eroi e il tanto agognato lieto fine. Non vado oltre con le informazioni sulla trama della fiction, ma lo spettatore di sicuro non rimarrà deluso, anzi, resterà incollato allo schermo per capire come si evolveranno le avventure dei due ragazzi, delle loro famiglie, dei loro amici e nemici. Il racconto parallelo del microcosmo costituito dal vivacissimo e coloratissimo quartiere in cui la ragazza è cresciuta e vive, rende ancora più frizzante e dinamica la “narrazione”.

Davvero degne di nota sono le interpretazioni degli attori principali, Can Yaman e Demet Özdemir: lui è perfetto nel dare corpo e voce ad un ragazzo apparentemente “duro”, ma dal cuore tenero e soprattutto riesce nell’intento di allontanarsi totalmente dall’altro personaggio che lo ha reso famoso in Italia (Ferit Aslan in “Bitter Sweet”), mentre lei incarna perfettamente la freschezza, la dolcezza e la semplicità che il ruolo di Sanem richiede.

Sia nei momenti più leggeri, a volte ci sono momenti estremamente cominci, che in quelli più drammatici (confesso di essermi commossa più volte), gli attori non perdono credibilità ed intensità nella recitazione. Fantastici sono anche gli interpreti dell’amabile Nihat, dell’esuberante Mevkibe, del simpaticissimo signor Aziz e della terribile Huma, i genitori dei nostri “promessi sposi”.

All’elenco delle cose che ho delle cose che ho adorato di “Erkenci kuş” devo aggiungere il ruolo che i libri hanno nella storia e non solo perché le vicissitudini di can e Sanem diventano un romanzo, ma anche perché vengono citati alcuni grandi scrittori (Pamuk, Emily Brontë, Kafka, Vonnegut, per citarne alcuni) e i loro testi diventano la voce dei sentimenti dei due giovani. Per una bibliofila come me questo non è un elemento trascurabile, anche in un programma di intrattenimento.

Chi ama il romanticismo puro, chi desidera passare delle ore in leggerezza, sognando ed evadendo un po’ dalla quotidianità, chi vuole a aprire una piccola finestra su un’altra cultura ed un’altra lingua (estremamente affascinante, a mio avviso), amerà questa serie quanto me e resterà in attesa che la trasmettano sui nostri schermi.

“La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019)

Appena ho cominciato a leggere “La straniera” ho capito di avere tra le mani un libro importante e prezioso, anche se in realtà ero già rimasta folgorata da questa frase breve e potentissima: “Quando tutto cade, indomito l’amore resta”.

Confesso di aver provato quasi un senso di soggezione accostandomi al testo e non solo perché quando uno scrittore decide di consegnarti la sua storia personale, soprattutto una storia così complessa, bisogna maneggiare quanto esso scrive con delicatezza e attenzione, ma soprattutto perché si percepiscono immediatamente una grande abilità narrativa e una notevole cura nella scelta delle parole oltre che nell’organizzazione del testo.

Non è un caso infatti che all’inizio venga citata Emily Dickinson che dice: “Dopo un grande dolore arriva un sentimento formale”. L’armonia e l’eleganza che l’autrice riesce ad imprimere alla sua scrittura fanno probabilmente da contraltare all’emotività che una comporta un racconto così intimo. Claudia Durastanti si esprime con forza, padronanza e consapevolezza e riesce bene a miscelare gli ingredienti che compongono la sua opera, direi a dosarli nelle giuste quantità.

Ci sono le vicende dei suoi genitori, entrambi sordi, che si amano, ma non riescono a vivere insieme e si separano, ci sono gli spostamenti in luoghi diversi, con tutto ciò che i trasferimenti e i cambiamenti comportano. Si passa dall’America, alla Basilicata con i suoi paesini, i suoi calanchi e le sue singolari caratteristiche, fino ad arrivare alla città della maturità, Londra.

 

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”

 

In effetti ci sono i luoghi fisici, ma c’è anche Claudia in viaggio per il mondo e verso se stessa, che cerca di costruire il proprio essere, che mostra il suo retaggio culturale, quello ereditato e quello acquisito, cosa che le serve anche per filtrare le sue esperienze.

È proprio grazie a questo filtro che l’autrice riesce a smarcarsi dalla mera individualità, inducendo a fare riflessioni di carattere più generale.

Si ragiona di lingua, di linguaggio e comunicazione ed è affascinante l’incursione nel territorio della traduzione e ed è notevole la “meditazione” sul concetto di straniero in senso più ampio e sul tema dell’emigrazione che oggi assume connotati nuovi.

Desiderio di evolversi, di imparare, di superare le proprie fragilità e paure sono altre componenti di questo romanzo che mi hanno impressionata

Sono sinceramente dispiaciuta per non aver potuto parteciparla almeno ad una delle presentazioni cha la Durastanti ha tenuto proprio qui nella nostra terra, sono sicura che avrei colto altri elementi su cui interrogarmi e per approfondire la conoscenza delle sue opere.

Voglio concludere questa recensione proprio con passo che parla della Lucania.

 

“Quando il sole tramonta in Basilicata il cielo diventa un polmone che espettora sangue, la sua luce fa tossire più che commuovere. Ma prima di arrivare ai calanchi, agli alberghi in mattoni rossi abbandonati vicino alle stazioni di benzina dai nomi altisonanti e alle piscine infestate, bisogna passare accanto alle torri del petrolio che brillano nella notte con i loro laser verdi e rossi che fanno pensare a un futuro preistorico  ̶  tutto ciò che è nuovo si ossifica presto da queste parti, diventa una sostanza minerale che riflette una luce morta e bellissima  ̶  e poi bisogna passare a una diga naturale, una distesa di acqua verde tra i boschi su cui raramente splende il sole e da cui salgono fumi biancastri al mattino. Ed è solo dopo essersi inoltrati tra le curve che seguono le curve, che a un certo punto il paesaggio si apre e diventa quasi deserto, e l’ambra bruciata del sole si trasforma in una sostanza molto più rarefatta e ipnotica”.

“Addio fantasmi” di Nadia Terranova (Einaudi, 2018)

Vorrei cominciare questa recensione con un preambolo: ci sono libri che vanno letti, lasciandosi andare alle emozioni, senza che la testa cerchi di analizzarli troppo. Forse è questo il motivo per il quale ho impiegato così tanto tempo per scrivere qualcosa su “Addio fantasmi”, un romanzo dalla prosa raffinatissima che ha un’alta carica emozionale, tutti fattori che probabilmente dovevano essere “assimilati” per essere poi discussi in un articolo.

Nella storia di Ida, che torna in Sicilia per aiutare la madre con i lavori di ristrutturazione della loro casa, non vi è nulla di scontato o sdolcinato perché la donna ci “sbatte in faccia” il dolore per la scomparsa del padre in tutta la sua forza travolgente, non a parole, ma attraverso silenzi, “fughe”, armandosi di una corazza durissima che si è costruita crescendo e un carattere spigoloso, difficile.

L’interiorità della protagonista, un complesso intreccio fatto di “non detti”, di mancate risposte, di sentimenti repressi, ci viene “offerta” in modo diretto, senza edulcorazioni, eppure con mirabile equilibrio.

Nadia Terranova è abilissima nel tratteggiare una figlia che ha vissuto da ragazzina qualcosa che era più grande di lei, nel descrivere una casa realmente e simbolicamente piena di problematiche, di crepe e quindi una famiglia che da porto sicuro diventa ambiente di disagio, di insicurezza.

L’abitazione, dunque, diventa una delle metafore fondanti del libro. Come ha fatto giustamente notare la scrittrice Claudia Durastanti in un suo bellissimo articolo, in “Addio fantasmi” “l’anima si disfa come si disfa una casa”.

L’autrice è in grado, poi, di rendere concreto il “fantasma” di Sebastiano Laquidara, evoca la sua assenza, facendone una presenza quanto mai viva. Il tempo non affievolisce i ricordi, anzi la loro intensità e la loro nitidezza vengono amplificate non solo dall’incertezza sulle sue sorti, ma proprio dall’effetto dirompente che la scomparsa ha avuto sulla psiche della giovanissima Ida.

Oggetti, sogni, stanze, tutto concorre a scavare in una ferita ancora sanguinante. Tangibile ed evanescente, reale e inconscio si fondono e confondono nella narrazione avvicinandoci ai pensieri della protagonista e dando loro corpo e spessore.

Ho parlato di elementi simbolici e uno dei rappresentativi è sicuramente il mare. Da sempre è utilizzato per raffigurare la vita sia nella bonaccia che nella tempesta, l’animo umano e la sua profondità, ma in “Addio fantasmi” assume altre valenze. Anch’esso, infatti, è spazio della memoria e in seguito elemento foriero di catarsi e liberazione.

Più metto per iscritto le mie considerazioni, più mi rendo conto di quanto debba essere stato difficile scrivere quest’opera, parlare di sofferenza con coraggio e verità, in modo franco, asciutto, senza scadere nel sentimentalismo. Penso a quanto debba essere stato complicato non banalizzare un tema tanto importante, dargli sfaccettature inedite. La Terranova riesce in questo intento, non solo grazie al fatto che Sebastiano è andato via e non si sa se sia morto, se si sia rifatto una vita, ma proprio grazie ad una scrittura molto intima e una prospettiva “soggettiva”.

Questa sorta di confessione in prima persona è tanto dura quanto toccante ed è ideale per chi ama libri forti, dal sapore decisamente intenso.

“Madrigale” nei Sassi. Breve intervista ad Andrea Tarabbia.

Come ho anticipato, ecco la breve intervista che, gentilmente, Andrea Tarabbia mi ha concesso a Matera, nello splendido scenario di Casa Cava. Lo ringrazio tantissimo per avermi dato l’opportunità di porgli queste domande e per la sua estrema disponibilità. È sempre un privilegio avere la possibilità di parlare con gli scrittori delle loro “creature” e avere uno scambio di opinioni con loro, per cui sono felicissima di protervi presentare questo “dialogo”. Con la lettura sono sorti altri interrogativi, per esempio sull’ambigua figura di Gioachino o sulle scelte stilistiche, che non ho potuto esporre al momento dell’incontro, ma in ogni caso l’autore ha risposto ad alcune curiosità che mettono in luce degli aspetti fondamentali di “Madrigale senza suono”.

Buona lettura e in bocca al lupo a Tarabbia per il Premio Campiello!

 

  • Cosa l’ha spinta a parlare di Gesualdo da Venosa?

Una serie di cose. Mi interessava la storia, soprattutto l’omicidio. Però è stata decisiva la lettura di alcuni libri e di Stravinskij. Come ho detto stasera, a me non interessava fare un romanzo storico. Le cose che Stravinskij ha detto, hanno gettato non solo un ponte sul ‘900, ma creavano anche una sorta di rapporto a distanza. Fare un romanzo storico, per raccontare una storia che comunque è già nota su Wikipedia, mi fregava relativamente. In realtà, il discorso era quello di trovare il rapporto con il ‘900, trovare uno che tre secoli e mezzo prima, concepiva la musica la musica nello stesso modo in cui lui la concepiva in quel momento. Così non diventa più raccontare una storia, ma raccontare una relazione.

  • Sentendola parlare del romanzo ho pensato al film “Amadeus”, al rapporto Salieri-Mozart.

Sì, esatto, non so se ti ricordi come finisce, Salieri nel manicomio passa a dare la benedizione ai matti in un corridoio e dice: “Mediocri di tutto il mondo, io vi perdono”. È il tema del film, il motivo per cui Forman ha fatto il film. Ed è lo stesso rapporto.  A Forman non importava fare la storia di Mozart, ma la storia di Mozart vista da un mediocre.

 

  • Mi ha colpito molto la scelta del titolo e il fatto che lei, nel video di presentazione del libro, dica che ha voluto scrivere una sorta di madrigale senza suono, perché non c’è la musica. Secondo lei ci può essere la musica nei libri?

Scrivere di musica nei libri è una cosa molto difficile in assoluto. Nel libro io non parlo di musica, parlo più di suoni. L’ansia di Gesualdo è che ci sono troppi pochi suoni per descrivere il mondo e l’universo. Quindi si parla di suono. Verso la fine del libro c’è una delle varie leggende, secondo la quale ci sia un settimo libro di madrigali di Gesualdo. In verità c’è un tentativo abortivo di fare un libro e il settimo libro, per come è descritto, sembra una cosa fatta in assenza di suono, tipo John Cage.

A conclusione dell’articolo, devo un enorme ringraziamento a Valentina per le foto e per avermi coadiuvata nell’intervista.

“Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia (Bollati Boringhieri, 2019)

“Madrigale senza suono” non è una semplice biografia romanzata di Carlo Gesualdo da Venosa, personaggio controverso e geniale musicista, ma un “ritratto tridimensionale”, che è stato concepito non solo tenendo conto del dato storico, ma anche delle “leggende” circolate intorno alla figura del principe. La narrazione ruota intorno al ritrovamento, da parte di Igor Stravinskij, di una “cronaca”, una biografia di Gesualdo probabilmente apocrifa, scritta da Gioachino Ardytti, suo presunto servo.

Il racconto è una progressiva marcia verso il momento più terribile dell’esistenza del protagonista, ossia la notte in cui egli ha assassinato la moglie, Maria D’Avalos, e l’amante, Fabrizio Carafa, in ottemperanza, alle regole dell’epoca, che richiedevano di punire in tal modo un tradimento.

L’anima di Carlo Gesualdo ne esce irrimediabilmente lacerata, divisa tra senso il senso del dovere e il rimorso, che lo tormenterà per sempre.

Tuttavia, forse, è proprio dal buio dell’abisso in cui Carlo Gesualdo è sprofondato che nasce la luce della sua arte, ed è questo uno dei nuclei fondanti del romanzo, uno dei temi che l’autore, Andrea Tarabbia, desidera trattare.

Come può un uomo che ha dato la morte creare bellezza con la sua musica? Questo è sicuramente un argomento complesso, affascinante, esaminato con grande profondità e spessore intellettuale, senza trascurare la fluidità e la qualità della scrittura.

Non è questa, però, l’unica nota interessante dello scritto, che è composito e ricco di suggestioni, dal sapore gotico in alcuni punti e linguisticamente variegato. Le parti in cui narra Stravinskij hanno uno stile e un registro diverso rispetto a quelle in cui è Gioachino a parlare e, anche in questo caso, si passa da momenti in cui il linguaggio è più elevato, a momenti in cui si avverte la sensazione che si voglia far sentire una voce più popolare, per così dire.

In quest’opera, che si nutre di contrasti, di dicotomie e di dissidi, mi è parso di avvertire un’attenzione al dato sensoriale che però va di pari passo con una costante ricerca spirituale. La sensazione è quella di una scrittura viva, modulata in modo da rendere tutta la complessità di un essere umano così sfaccettato e tutti i sapori di un’epoca che ancora ora è accattivante, misteriosa e piena di fascino.

Con grande sensibilità narrativa Tarabbia riesce a toccare una vasta gamma di corde emozionali: vengono tratteggiati in modo vivido l’orrore, il tormento, il dubbio, la gelosia, la passione, l’ispirazione che nasce dal dolore e a volte un pizzico di tenerezza.  È impossibile non sentirsi coinvolti nella lettura, non “partecipare”, seppure tra le righe, alle vicende del principe e non immedesimarsi anche nella curiosità e nella dedizione di Stravinskij.

Devo confessare che tra i libri della cinquina del Campiello, “Madrigale senza suono” è il primo ad aver catturato il mio interesse, sia per la connessione tra la mia terra di origine e il suo personaggio principale, sia per il titolo che ha un’indubbia potenza sonora e cattura subito l’attenzione, sia perché avevo già avuto modo di “incontrare” le vicende del principe di Venosa in un testo che si fermava però ai meri fatti, e ho sempre desiderato leggere altro su di lui.

Devo dire che non sono rimasta affatto delusa da “Madrigale senza suono”, anzi, ne sono ancor più entusiasta dopo averlo letto. Mi sono completamente immersa nella lettura e soprattutto mi sono persa nelle pregevolissime, poetiche e potenti parti dedicate alla “musica” e all’amore che Gesualdo nutriva per quest’arte.

Per i temi trattati e per il modo in cui è costruito, inoltre, ritengo che sia perfetto per una trasposizione cinematografica.

Molti sono i passi che ho sottolineato (da tempo non mi capitava di farlo) e che mi sono rimasti impressi e voglio concludere la mia recensione con uno di quelli che ho amato di più:

“Altri pensano che la musica sia un condimento a ciò che qualche poeta ha scritto. Io penso invece che la musica sia la sposa delle parole, e che ogni parola sia una scatola dove tutto il dolore, e la gioia, e la vita, sono contenuti. Con i suoni, Maestro, noi possiamo fare esplodere questa scatola, donarle più dolore, più gioia, più vita di quanta ne abbia già. Questo fa la musica, fa esplodere i suoni”.

Durante l’incontro con i finalisti del Premio Campiello che si è svolto a Matera, ho avuto il piacere di parlare personalmente con l’autore del suo bellissimo romanzo. Troverete a breve anche l’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Incontro con gli autori finalisti del Premio Campiello a Matera

La Capitale europea della Cultura 2019, Matera, non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di ospitare un incontro stimolante e di livello culturale altissimo come quello, tenutosi a Casa Cava, con i cinque autori finalisti del Premio Campiello, uno dei più prestigiosi premi letterari d’Italia.

È sempre un privilegio ascoltare gli scrittori parlare delle loro creature, capirle meglio grazie alla voce di chi ha dato loro “la vita”, comprendere come e perché sono nate. Per questo sono stata felicissima di assistere in prima persona ad una presentazione che ha messo in luce cinque opere interessantissime e ricche di spunti di riflessione.

La serata è cominciata parlando del romanzo “Lo stradone” di Francesco Pecoraro, il cui protagonista è un sessantenne, storico dell’arte, osteggiato nella sua carriera di professore e che come “ripiego”, lavora al Ministero. L’uomo osserva il luogo in cui abita rimuginando sui suoi cambiamenti, sui suoi fallimenti e sui cambiamenti della società. Dal dialogo con Angela Maria Salvatore, moderatrice della serata, è emerso che nel romanzo c’è un forte dicotomia vero/falso, che viene utilizzata una lingua molto particolare, in cui è presente anche il dialetto per far meglio immergere il lettore in questo mondo in cui regnano solo opportunismo e disillusione. Non mancano però l’ironia e una comicità straniante che sembrano l’antidoto alla solitudine del protagonista. L’autore ha tratteggiato una città simile a Roma, ma che non è Roma e il racconto di una persona che “osserva da una certa ottica, da una certa età, attraverso la propria formazione, che è una formazione novecentesca, la contemporaneità, ma non nella sua globalità, la contemporaneità letta attraverso il marciapiede davanti casa”, per citare lo stesso Pecoraro.

Anche nel romanzo di Laura Pariani, “Il gioco di Santa Oca” il lavoro sulla lingua e l’uso di espressioni dialettali è stato fondamentale per ritrarre verosimilmente un’epoca, la metà del ‘600.

Il titolo deriva proprio dal Gioco dell’oca, antico gioco da tavolo, in cui le caselle rappresentano delle situazioni in cui si può procedere velocemente o in cui bisogna fermarsi o addirittura bisogna tornare indietro, un po’ come nella vita. Nel corso dell’esistenza ci sono degli ostacoli, ci sono avvenimenti che sembrano dare un impulso a procedere e a volte ci sono perdite che ti costringono a rimettere in gioco qualsiasi cosa. “Santa Oca” deriva dal fatto che nella brughiera dell’alto milanese, dove la Pariani è nata, nella tradizione contadina, alcuni animali sono considerati “santi”. Nel testo quindi è forte l’elemento magico derivante proprio dalla tradizione contadina, elemento su cui Manzoni con “I Promessi Sposi” ambientato vent’anni prima, non si sofferma a sufficienza o lo svaluta, probabilmente anche per la sua formazione illuminista. La protagonista narratrice è Pùlvara, è una “camminante”, faceva parte di quella massa di vagabondi che non avevano mestiere, che si muovevano per l’Italia e per l’Europa, seguendo l’andamento delle guerre che sconvolsero la prima parte del ‘600. Lei appartiene alla banda dei “Pitocchi”, dei poveri, una banda di contadini che si ribella alle angherie dei nobili, alle tasse imposte dai signori a anche al clero. Per prendere le armi, le donne dovevano travestirsi, era per loro l’unico modo per ribellarsi e per essere “attive”, perché se fossero state catturate sarebbero state condannate a morte. Questo romanzo quindi può essere un inno alla libertà, soprattutto alla libertà femminile, alla capacità delle donne di lottare e di raccontare.

Dopo Laura Pariani è stato il turno di Andrea Tarabbia e del suo “Madrigale senza suono” in cui centrale è la figura di Gesualdo da Venosa, noto madrigalista, che si è macchiato dell’omicidio della moglie Maria D’Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa. L’opera è ricca di rimandi letterari, da Hugo a Mann, e completa una trilogia cominciata con “Il demone a Beslan”, incentrata su Marat Bazarev (il mostro di Beslan) e continuata con “Il giardino delle mosche”, che narra la storia di Andrea Cicatilo, uno dei più feroci assassini del ‘900. A differenza delle due figure citate, Gesualdo era sicuramente un genio e visto che la pubblicazione dei libri dei madrigali è posteriore all’uccisione di Maria D’Avalos, qualcuno sostiene che, la matrice del suo genio musicale sia da rintracciare nell’abisso di dolore e di violenza che ha creato, nella notte in cui ha compiuto il delitto. Ovviamente queste sono solo suggestioni, ma è molto affascinante pensare che Carlo Gesualdo sia stato tra quelli che hanno compiuto il massimo dell’orrore e il massimo della bellezza. Gesualdo non ha solo interrotto qualcosa, ma ha anche fatto nascere qualcosa. “Madrigale senza suono” è costruito sull’escamotage del “manoscritto” ritrovato. Igor Stravinskij trova quella che chiama “La Cronaca della vita di Carlo Gesualdo da Venosa”, quasi sicuramente falsa, a Napoli. A 72 anni Stravinskij, già noto, si innamori di qualcuno vissuto tre secoli e mezzo prima, tanto da andare tre volte in pellegrinaggio nei luoghi in cui ha vissuto. In apparenza Gesualdo e Stravinskij sono “il diavolo e l’acqua santa”, hanno un modo diverso anche di concepire la musica, ma Stravinskij lo considera un padre putativo. Era interessante quindi capire il nostro modo di considerare la traduzione. Stravinskij cerca di partire dalla traduzione per produrre qualcosa di nuovo.  Con questo romanzo lo scrittore ha cercato di fare una sintesi tra dato storico e leggenda, perché Gesualdo è diventato un personaggio “leggendario”.

“Carnaio” di Giulio Cavalli, giornalista e attore di teatro oltre che scrittore, è sicuramente un libro diverso dagli ultimi due presentati, di forte attualità. In un luogo non luogo sulla costa italiana, DF, vengono trovati dei corpi che provengono dal mare e questi cadaveri, tutti praticamente identici, diventano sempre di più, cominciano a moltiplicarsi. Questo luogo diventa un carnaio, appunto. Il sindaco di questa città dà vita ad una mercificazione dell’altro insieme alla comunità. In effetti Carnaio non è tanto un libro sull’immigrazione o di denuncia (il narratore non esprime mai giudizi) quanto un libro sui meccanismi che fanno “scendere” una comunità, che improvvisamente decide che qualcosa che fino a poco tempo prima è stato umano, improvvisamente diventa un oggetto. Quando, infatti, la città di DF impara a riconoscere in questi cadaveri persone morte da sempre e non persone che sono state vive e a svuotarli di qualsiasi umanità li fa diventare oggetti. Per Cavalli era interessante analizzare il fatto che a volte ci arroghiamo il diritto di rendere/definire qualcosa straniero per non occuparcene e premeva all’autore trattare la discesa nell’abisso di una società che scambia la propria comodità per libertà. Quando una comunità intera sposta il confine dell’etica e legifera addirittura su questo, possono esserci complicazioni enormi. Carnaio non è un libro su quelli che arrivano, ma su quelli che accolgono o non accolgono. Se si riesce a “disinfettare l’empatia” e ad attuare una sorta di egoismo come diritto, saltano tutti i lacci sociali e della democrazia. Per questo DF si stacca dallo stato e si decide chi è degno di viverci o meno. È stata notata, poi, durante la discussione, una sensibilità nell’uso della parola. Nella seconda parte del libro c’è una sorta di pietas verso i vivi che deriva dalla volontà di non dare un giudizio politico. Bisogna stare attenti a condannare perché c’è il diritto di avere coraggio e anche il diritto di non avere coraggio. C’è il dovere di avere coraggio, ma non sempre si hanno gli strumenti culturali sociali o la forza morale per uscire da determinate situazioni. L’intento dell’opera non è tanto giudicare magari “viene trascinato dalla corrente”, ma raccontare e indagare, anche con una certa distanza.

L’ultimo romanzo presentato è stato quello di Paolo Colagrande, “La vita dispari” nel quale vengono narrate con grande ironia, le vicende di Buttarelli, che legge soltanto le pagine di destra, che fa dei veri provini per fidanzarsi corteggiando otto studentesse, insomma di una persona dalla vita e dall’atteggiamento bislacco. Buttarelli è ognuno di noi. Egli nasce da una diserzione che è, come dice Manganelli, una componente essenziale della letteratura, che deve rimanere scollegata da qualunque schematismo collegato alla realtà, al mondo e alla razionalità. Buttarelli è disertore perché in un mondo che rimane ammanettato nel mito della simmetria, egli vede solo una metà del mondo e delle cose, quella metà che si crea nel momento in cui l’intero viene attraversato da una linea verticale, quindi ha un’intolleranza per le linee verticali. Quando nella sua visuale si materializza una linea verticale lui vede solo la metà di destra e in quella di sinistra non riconosce simboli, persone, il che tradotto in un libro aperto corrisponde alla metà di destra, alla pagina dispari, da qui il titolo “La vita dispari”.  La vita di Buttarelli ha dei tratti di assoluta normalità, ha questo problema che cerca di risolvere in modo maldestro, ma per il resto ha una vita famigliare, sentimentale e un’ossessione per le differenze. Per lui le differenze non esistono. Ci sono dei personaggi grotteschi e simpatici che affiancano Buttarelli come Fulgenzio, il compagno della madre che è il suo consigliere o Gualtieri, un amico che racconta storie di dubbia veridicità e anche loro in qualche modo incarnano questa intolleranza alle distinzioni. La voce narrante non è né in prima persona in un certo senso neanche in terza persona. Chi parla non è una voce inespressiva, non è una voce onnisciente, è un personaggio a sua volta, che diventa parte dinamica della narrazione e questa è un’altra peculiarità dello scritto di Colagrande.

Spero che questo mio excursus, sicuramente sintetico e sommario rispetto all’ampiezza e alla compiutezza delle risposte ricevute dai cinque finalisti, sia servito per far partecipare chi non ha potuto presenziare. Di certo io sono tornata a casa con la curiosità di approfondire la conoscenza con questi scrittori e anche, per tornare alla “gara”, di scoprire quale romanzo sarà proclamato vincitore il 14 settembre dalla giuria.

Al di là di chi si aggiudicherà il premio e dell’evento in sé, però, trovo che sia importantissimo, come ho detto anche all’inizio del mio articolo, avere queste occasioni, in cui la letteratura e la cultura possano diffondersi e possano farlo senza filtri, ma con un contatto diretto con chi la “produce”.

“Nessuna scelta è per sempre” di Domenico Linsalata (Aletti Editore, 2019)

“Nessuna scelta è per sempre” di Domenico Linsalata, uno dei preparatissimi colleghi che ho avuto modo di conoscere grazie al mio lavoro di insegnante, è un testo originale sia per lo stile che per la trama.

Le storie raccontate sono quattro e quattro sono i personaggi le cui “vite” si incontrano e scontrano, in qualche modo, in un tempo indefinito, in un presente e un passato non limpidi.

La narrazione non segue un filo cronologico, apparentemente gli episodi sono rievocazioni sconnesse fra di loro, eppure sul finale, tutto diventa più chiaro e i fili del racconto si riannodano.

Spesso il lettore si trova spiazzato leggendo le drammatiche vicende, sente che qualcosa gli sfugge e solo nelle ultime pagine questo finissimo gioco che l’autore ingaggia con chi ha “di fronte” arriva ad una conclusione.

È un testo complesso, dunque, questo, in cui si notano una costante ricerca linguistica e il tentativo di costruire qualcosa di diverso, che stupisca chi legge.

Il romanzo del professor Linsalata è perfetto per chi ama vagare nel labirinto della mente umana e per chi ama i libri che tengano viva l’attenzione e la tensione, per chi è incuriosito dai “puzzle” narrativi e per chi predilige letture non semplici e banali.

Consigli di lettura: “Dentro soffia il vento” di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2016/Beat, 2018)

“Ci sono persone destinate a fare del mondo la loro casa e altre radicate a fondo in un luogo. Tu sei come un fiore della valle, non puoi sopravvivere altrove”.

“Rhian aveva ragione: non me ne sarei andata. Ero il bosco e il ruscello che lo attraversava, ero la roccia ferrosa e il ghiaccio del valico”.

Mi sto “innamorando” sempre di più della scrittura di Francesca Diotallevi, emozionale, ma rigorosa, evocativa, ma precisa. Adoro il suo voler raccontare storie di marginalità, il suo delineare personaggi apparentemente estranei al mondo, che da esso sembrano volersi nascondere e proteggere, eppure capaci di guardarlo con una lucidità impressionante.

Ho amato tantissimo “Dai tuoi occhi solamente” e sono stata conquistata anche dalla forza e dall’afflato poetico presenti in “Dentro soffia il vento”.

A mio avviso quella della Diotallevi è una delle “voci” letterarie più convincenti degli ultimi anni.

Trama del romanzo: In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche “anima pia” esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano “pozioni” approntate da una “strega” che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphael Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphael, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata…

Foto: Valentina Ponzo

 

“Guardare per aria” di Bianco (INRI, 2015)

Se dovessi definire in qualche modo Alberto Bianco, lo definirei un cantautore impressionista. I pittori impressionisti dipingevano “en plein air”, il cantante “guardando per aria” ha provato con delicatezza, con contorni delicati, quasi sfumati, ma senza trascurare la nitidezza e la chiarezza, a dipingere l’immenso che può trovarsi in un cuore, in un’anima e in una vita, in apparenza “spazi” chiusi e limitati, in realtà aperti e potenzialmente “contenitori d’infinto”.

Nelle canzoni dell’album che ho ascoltato ho riscontrato un tratto leggero, nella scrittura e nel sound, introspezione e abilità di comporre immagini evocative, ma mai troppo concettuali, anzi in alcuni momenti la sensorialità trapela dalle immagini scelte per la composizione (il profumo dei gerani il verde delle betulle e del bosco in generale, ad esempio).

Ascoltando i brani si percepisce una sensibilità spiccata e non così scontata, anche se dovrebbe essere una qualità imprescindibile per un artista. A volte però questa capacità di sentire e di trasmettere quello che si sente è filtrata, come se si volesse dare, ma non tutto. Invece ascoltando le canzoni di Bianco si percepisce un’apertura totale e una grande sincerità, un’abilità particolare nel maneggiare le parole per trasmettere i moti dell’animo e di essere empatico.

“Resto da solo/ penso ai ricordi/con mio nonno sul mare/ In quella casa/ su quel balcone/ che sa di geranio/ In un cortile/ fra dieci anni/ o su un albero” “La felicità/ è un drago fatto di/ gesti piccoli/ ma così piccoli/ quasi invisibili”.

È impossibile non sentirsi toccati da questi versi, è impossibile non provare la sensazione di aver in qualche modo vissuto o provato le stesse cose.

“Il futuro come la pelle cambia colore quando è vacanza/ poi torna settembre macchiato, secco e cadente/ Come una farfalla tu muovi l’aria di questa stanza/ io vedo le tue parole chiare di chi sa già cosa fare/ tu che colori anche la mia ombra/ ed io con il cuore che pesa più della testa”.

Queste righe tratte da Aeroplano ci restituiscono una dichiarazione d’amore bellissima, ma anche un’esternazione molto personale e intima, se vogliamo.

Insomma l’io del cantautore viene offerto a chi ascolta in modo totale e chi è altrettanto aperto e disposto ad accoglierlo, ma soprattutto a ritrovare il proprio io in un brano, non potrà che apprezzare le composizioni di Bianco.

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