Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Autore: Giuliana Benedetto (Pagina 1 di 13)

I mille colori dei libri al Festival delle Letterature di Policoro.

Policoro dal 29 al 31 ottobre si è colorata di giallo (ma non solo), per il FeLP, il Festival delle Letterature, organizzato dal Presidio del libro Magna Grecia. Il professor Francesco Roseto, presidente del Presidio e i suoi collaboratori, in particolare Margherita Rasulo, Angela Delia e Maria Lovito, hanno dato vita ad una manifestazione ricca di scrittori interessanti, di tematiche pregnanti e di autentico amore per i libri.

L’inizio e la fine delle presentazioni e dei dialoghi con gli scrittori sono stati scanditi dalla stesura del “Novel in progress” (fiore all’occhiello del FeLP a mio parere), ossia la composizione di un racconto in presa diretta e dalla sua lettura. L’arduo e affascinante compito è toccato a Piera Carlomagno che con il suo testo, originalissimo e ricco di pathos, ha fatto emozionare tutti i presenti. Tantissimi, come ho detto gli autori presenti per offrire al pubblico le loro opere, ma anche editori e editor: Armando D’Amaro Nathan Marchetti, Schembri, Antonello Marchitelli, Raffaele Marra, Palo Pinna Parpaglia, Rosa Teruzzi, Aurelio Pace, Daniele Cellamare, Claudia Saba, Patrizio Nassirio e ancor Sara Pollice, Nora Venturini, Mirko Addessa, Francesco Serafino, Giuseppe Petrarca, Letizia Vicedomini Adriano Di Gregorio, Livio Frittella, Paolo Mirti e Mariolina Venezia.

Nei giorni del FeLP abbiamo viaggiato tra stili diversi, generi diversi (dal giallo vintage ai gialli territoriali, con incursioni nel romanzo storico), abbiamo visitato metaforicamente le città più svariate (Roma, Genova, Napoli, Venezia, Campobasso e ovviamente Matera e la sua provincia), abbiamo conosciuto le personalità più disparate e trattato argomenti fortissimi e attualissimi come la violenza di genere o le problematiche degli adolescenti, cosa che mi ha particolarmente toccata visto che tutti i giorni sono a contatto con i miei giovanissimi alunni.

Molto importante è stato il coinvolgimento delle scuole sia in orario curriculare che durante le presentazioni: solo rendendo partecipi i ragazzi si può inculcare in loro l’amore per la lettura.

Tanti sono i personaggi nuovi (moltissimi volti femminili, tra l’altro) che ho scoperto: il commissario Costanza Petrini nato dalla penna di Sara Pollice, oppure la “tassinara”, aspirante ispettrice, Debora Camilli alla quale ha dato vita Nora Venturini. Ho ritrovato, invece, Libera, la fioraia milanese con la passione per le indagini o la mitica Imma Tataranni, raccontata però da una prospettiva diversa.

È stato, inoltre, estremamente istruttivo e commovente, rievocare la storia di Gino Bartali e dell’aiuto che ha dato a tanti ebrei.

Purtroppo nel limitato spazio di un articolo non riesco a dare il giusto risalto a tutto quello che è stato detto e vissuto al Festival, sicuramente però posso, intanto invitarvi a visitare la pagina del Presidio del Libro Magna Grecia per visualizzare video, interviste e contenuti e poi fare un plauso a chi ho organizzato questo evento che mostra come anche nei nostri piccoli borghi possano trovare spazio momenti di elevato spessore culturale.

 

Intervista a Roberto Gramiccia, autore del libro “La notte più buia” (Mimesis, 2022).

“La notte più buia” è l’ultima opera dell’eclettico dottor Roberto Gramiccia, che in questo saggio “atipico” racconta e soprattutto riflette sul suo vissuto personale, ma non solo, visto che tanti sono gli argomenti che passano sotto la lente di ingrandimento del suo pensiero (politica, medicina, arte, il periodo terribile della pandemia).  Tanti sono gli spunti di riflessione che il testo ci offre e l’autore ha risposto ad alcuni quesiti che sono scaturiti dalla lettura e che gli ho posto. Prima di lasciarvi all’intervista ringrazio il dottor Gramiccia per la sua disponibilità, ma anche per la profondità delle sue risposte e Ginevra Amadio per avermi inviato questo libro così interessante ed originale.

Dottor Gramiccia lei è medico, scrittore, critico d’arte, si è interessato molto anche alla politica: cosa lega questi ambiti professionali e passioni? C’è un punto di convergenza tra i suoi multiformi interessi?

“Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, parole di Terenzio, in cui mi riconosco pienamente. Medicina, arte, letteratura, politica: si tratta di “province” della esperienza umana di importanza decisiva, direi connotante. Diciamo che l’umanità è come è per come si sono poste le grandi questioni relative al fare politica, al fare arte, al curare il corpo e la mente, al raccontare storie, al fare filosofia ecc. Il fatto che nella mia vita mi sia potuto occupare soprattutto di questi ambiti dimostra che ho avuto una considerevole fortuna, associata a una discreta dose di curiosità.

Parlando del libro, la narrazione si snoda continuamente tra l’io e il noi, in un passaggio molto naturale dalle sue vicende personali a quelle collettive. Quanto le due componenti possono essere scisse l’una dall’altra e quanto invece si compenetrano sia nel testo che nella sua esperienza di vita?

L’io e il noi sono due componenti dell’”intero” storico di cui mi occupo. La mia aspirazione è quella di raccontare una storia collettiva attraverso vicende personali. Raccontare la storia di tutti attraverso episodi della mia vita, rivisitati e corretti. Questo è il disegno di fondo, diciamo la strategia. È chiaro che quando gli episodi narrati mi coinvolgono particolarmente, allora l’io può momentaneamente prevalere. Viceversa, laddove prevale la lente “sociologica”, per esempio a proposito dei temi relativi alla pandemia, a prevalere è il noi. In un’altalena che spero interessi e soprattutto accompagni per mano il lettore, tenendolo sveglio e facendolo sorridere.

Questo testo è una sorta di saggio, ma secondo me anche a volte un memoir, scaturito dalla pandemia, come asserisce nella premessa: quel tempo sospeso le ha fatto sentito la necessità di rielaborare il passato, analizzando poi anche il nostro presente?

Proprio così. L’angoscia prodotta dalla paura del contagio ha funzionato da molla per recuperare istanze vitalistiche. E non c’è niente di meglio del serbatoio della memoria per evocarle ed alimentarle. Un caso particolare dentro una mia più vasta e complessa teoria della fragilità. Teoria che ho esposto diffusamente nel mio Elogio della fragilità, edito anch’esso da Mimesis.

Il libro parte con il racconto di un evento traumatico avvenuto nella sua infanzia, che riporto brevemente. I suoi genitori si erano recati urgentemente in ospedale con sua sorella, affidando lei ad una vicina di casa che però è tornata a dormire a casa sua; lei si è svegliato e si è trovato da solo nel letto, per cui ha cominciato a piangere, senza che nessuno, però, la sentisse. Il testo può essere un suo modo non solo per lasciare una traccia e quindi evitare di essere dimenticato e in qualche modo abbandonato, ma anche perché alcuni eventi storici non siano dimenticati?

Sul piano conscio, ho inteso raccontare una storia godibile e (spero) avvincente attraverso la quale narrare l’essenziale sul conto della mia generazione. Che su quello inconscio, come qualcuno mi ha fatto osservare, abbia voluto scrivere un testamento spirituale è possibile (non sono più giovanissimo, purtroppo). Ma io sono vagamente scaramantico e, ufficialmente, non sposo questa teoria.

Nell’introdurre il testo dice: “Attraverso i fatti voglio parlare delle idee. Perché le idee sono importanti come i fatti e ridiventano fatti in un ciclo perpetuo”. Mi ha colpito molto questa affermazione e mi piacerebbe che ne parlasse in modo più ampio. Ci sono delle idee in particolare che possono tornare e ridiventare fatti? Questo è sempre positivo o può avere delle implicazioni negative.

Prassi-teoria-prassi è l’approccio anti-idealistico di Marx che io ho fatto mio. In medicina, da sempre, questa catena conoscitiva e trasformativa della realtà è stata seguita, anche se non era filosoficamente cristallizzata. Partendo dalla pratica, una malattia, si osserva, si cerca di capirne i segni e le ragioni. Si trasforma in un quado nosografico teorico. Poi si ritorna alla prassi che si identifica con la cura. Ma anche la cura e la guarigione producono effetti teorici, destinati a influenzare la prassi. È un cerchio che si ripete all’infinito, che parte dalla prassi e ritorna sempre alla prassi, in cui i fatti diventano pensieri e i pensieri fatti. Non solo in medicina naturalmente.

L’idea della fragilità come forza propulsiva che emerge dalla lettura del suo saggio mi ha toccata molto e, anche in questo caso, desidererei che spiegasse in modo più approfondito la sua idea.

Preferisco che il mio libro venga considerato per quello che è: un romanzo a impronta autobiografica che aspira a essere un saggio narrato. Non un saggio tout court quindi. Nella narrazione che ho scelto di portare avanti, utilizzando l’ironia come strumento di intrattenimento ma anche di scavo della realtà, la fragilità è protagonista. Lo è, come sempre nella vita, perché la fragilità è una condizione ontologicamente connaturata con l’esperienza dell’esistere. La novità che credo di aver introdotto nella valutazione di questa condizione è l’idea che la consapevolezza di essa, la sperimentazione del suo peso è fondamentale per orientare le scelte dell’uomo in senso vitalistico, produttivo, creativo, rivoluzionario. La fragilità quindi come presupposto di una volontà rivolta nella direzione della liberazione del nostro potenziale vitale.

Mi pare che “La notte più buia” sia un testo nostalgico, ma non del tutto pessimista e che l’ironia stemperi un po’ l’amarezza che viene fuori dalla contemplazione del presente: conferma questa mia idea?

Il pessimismo è gramscianamente quello dell’intelligenza che non può non misurare la crisi in cui ci dibattiamo, di cui la pandemia, durante la quale questo libro è stato scritto, è stata la cartina di tornasole più fedele e clamorosa. Ma il pessimismo non sfocia mai nella disperazione. Casomai è utile a non farsi illusioni, a non rifugiarsi in una inutile e fiduciosa speranza passiva. Per coltivare casomai sogni di liberazione e di riscatto. Orizzonti entro i quali la forza scatenata da una fragilità consapevole e ribelle apre la strada a un futuro migliore sul piano individuale e collettivo. L’ironia, gli amori, le lacrime ma anche le risate, le vittorie e le sconfitte, gli errori e i successi, l’eros e l’angoscia della morte sono tutti gli ingredienti di una storia che dal passato vuole trarre non solo la forza ma anche l’idea della direzione da seguire.

Nell’opera ha fornito un ritratto, a tutto campo, della sua generazione: cosa vorrebbe che di quella generazione rimanesse ai più giovani?

L’idea che il mondo si può cambiare, che i giochi non sono mai fatti una volta per tutte. E anche che a volte (non spessissimo) vivere è piacevole e divertente.

“Tre gemelline ballerine” di Rita Pacilio con illustrazioni di Damiana Valerio (RP Libri, 2022)

 

Vi voglio presentare Dina, Gina e Pina, tre gemelle, tre deliziose birbe uguali esteriormente, ma ognuna col suo bel caratterino. Insieme impareranno ad andare d’accordo, a comprendersi e a limare quelle piccole intemperanze che possono causare problemi tra piccini, ma anche tra “grandi”.

“Tre gemelline ballerine” è una storia che, con la semplicità (apparente) tipica dei testi dedicati ai più piccoli, insegna a tutti il valore dell’empatia,  l’importanza della comprensione reciproca e del senso di unità necessario, seppur nelle differenze,

Le rime rendono il libro di Rita Pacilio perfetto per una lettura ad alta voce e le  schede di lavoro presenti alla fine possono tranquillamente essere usate a scuola con i bimbi, per invitarli a riflettere e ad interiorizzarne il significato profondo dell’opera che è stata loro proposta.

Ogni piccolo lettore potrà immedesimarsi in una delle protagoniste (anche grazie alle illustrazioni di Damiana Valerio che accompagnano il testo) ed essere portato così a fare un viaggio dentro se stesso e dentro le proprie emozioni, cosa che anche in tenera età è indispensabile, per costruire un adulto più consapevole e più sereno.

Grazie di cuore a Simona Mirabello per avermi inviato la copia del libro.

“I cannoli di Marites” di Catena Fiorello Galeano (Giunti, 2022)

Lassati stari, non durmiti chiùi,

ccà ‘mmenzu a iddi dintra a ‘sta vanedda

ci sugnu puru iù ch’aspettu a vui

pri vidiri ‘ssa facci accussi bedda

passu ccà fora tutti li nuttati

e aspettu puru quannu v’affacciati

E fu così, sulle note dolcemente struggenti di questa canzone, che scoprimmo la voce intonatissima e armoniosa di Catena Fiorello Galeano, in una bellissima serata estiva, a Senise (PZ), ad un evento organizzato dal Rotary Club Sinnia, con la collaborazione dell’Avis e del Comune.

In realtà non è stata l’unica interessante scoperta di quella sera, durante la presentazione dell’ultima fatica letteraria dell’autrice, “I cannoli di Marites”: la sua umanità e la sua simpatia sono state, onestamente, inaspettate, per chi, come me, non la conosceva in modo approfondito. La scrittrice è riuscita ad incuriosire e ad affascinare chi l’ascoltava con una semplicità incredibile, grazie ad una capacità di comunicazione eccezionale, senza risultare pedante e senza affettazione.

Mentre firmava le copie dell’opera ha dedicato del tempo ad ognuno dei lettori presenti nonché all’adorabile cagnolino Balù e a noi di “Un libro e un caffè”, interloquendo come se fosse una conoscente di lunga data. Consiglio a tutti, assolutamente, di presenziare ad un incontro con la scrittrice siciliana, perché di sicuro saranno delle ore piacevolissime.

Dopo questo doveroso preambolo, però, vorrei parlare nel dettaglio del libro, che è il secondo capitolo della serie dedicata alle mitiche cinque signore di Monte Pepe (il primo si intitola “Cinque donne e un arancino”), donne meravigliose che hanno aperto una rosticceria in questo delizioso borgo in Sicilia, riuscendo a renderla famosa in tutto il mondo. Il notevole successo dell’attività spinge le signore a cercare un aiuto, per cui assumono Marites, una giovane cuoca che proviene dalle Filippine e che si rivela abilissima nella preparazione delle leccornie locali.

Rosa e la sua tenacia, Nunziatina e la sua ricerca della poesia in ogni momento della giornata perché i versi consolano e liberano le emozioni, Maria e la sua timidezza, Sarina e la sua inquietudine, Giuseppa e la sua sagacia ma anche la sua volontà di apprendere, Marites e la sua forza di volontà: tutte le componenti di questo gineceo, alle prese con le loro personali battaglie, i loro amori, i moti del loro animo, le loro debolezze, il loro coraggio, non possono non entrare nel cuore di chi fa la loro conoscenza.

Personalmente, devo confessarlo, sono stata letteralmente folgorata da Nunziatina: abbiamo disperatamente bisogno di poesia in questo mondo che purtroppo spesso ci mostra solo il suo lato peggiore e che non invoglia a cercare la meraviglia nelle cose più comuni; così come tutti i posti in cui viviamo, piccoli o grandi che siano, dovrebbero diventare “Borghi della Poesia e dell’Incanto”.

Essendo una storia prevalentemente al femminile, si è toccato, approfondendo il testo, un tema importantissimo, quello del femminismo e in particolare si è detto che il femminismo di sostanza spesso si “scontra” con il femminismo di concetto, che a volte fa perdere vigore a tutte le battaglie delle donne; è stata affrontata, poi, anche la tematica dell’integrazione.

Quello raccontato in questo volume è, senza dubbio, un femminismo di sostanza, perché la solidarietà tra donne, la forza di prendere decisioni scomode e di sostenerle, sono l’esempio perfetto di come si possa essere concretamente femministi, e quella che emerge dal libro è una reale integrazione, quella senza riserve che porta al rispetto totale, non alla semplice accettazione dell’altro.

Ci si sente a casa a Monte Pepe, in un microcosmo fatto di valori veri, di sentimenti veri, di sapori veri (non è un caso che i piatti tipici, i paesaggi della terra d’origine siano raccontati con dovizia di particolari), così come il linguaggio è assolutamente autentico, semplice, ma non piatto, raffinato al punto giusto e con alcune deliziose incursioni del dialetto.

Ci si sente a casa nel romanzo di Catena Fiorello Galeano, così come, si respirava un’atmosfera familiare mentre lei dialogava con il pubblico. È raro che i libri siano lo specchio fedele di chi li ha concepiti, ma mai come in questo caso posso testimoniare che scritto e autore sono assolutamente un tutt’uno. Niente trucchi, niente inganni, solo verità e una narrazione adatta a tutti e che può arrivare a tutti. Credo che non ci sia nulla di più bello!

Vorrei tanto qualche spoiler sulle prossime avventure che attendono le nostre signore, ma per quello, lo so già, dovrò attendere. Sarà però, senz’altro, un altro viaggio fantastico.

Postilla con le domande che avrei voluto rivolgere a Catena Fiorello Galeano:

  • Tra le protagoniste, qual è quella in cui Lei si rispecchia di più?
  • Ha tratto ispirazione da qualche donna di sua conoscenza in particolare?
  • Come si riesce a mantenere l’equilibrio fra semplicità e raffinatezza?
  • Ha detto che le piacerebbe fare un giro per i paesi i più piccoli della Basilicata e diventare una “cantastorie”. C’è un retaggio derivante dalla narrazione orale nel suo romanzo?
  • Nel testo viene, ovviamente, raccontata la Sicilia in tutta la sua bellezza, però ho anche l’impressione che Monte Pepe diventa quasi un archetipico: è un’impressione corretta?

“Domani e per sempre” di Ermal Meta (La nave di Teseo, 2022)

Un esordio letterario straordinario: non potrei definire diversamente il primo romanzo di Ermal Meta, “Domani e per sempre” (il titolo, meraviglioso, rappresenta una promessa di rinascita). L’opera narra le vicende di Kajan, le sue tante vite, le “sue discese ardite e le sue risalite”, a partire dall’infanzia trascorsa in campagna con nonno Betim ‒ siamo nell’Albania occupata dai Tedeschi ‒ fino all’avvento del regime comunista e alla sua caduta.

In effetti, una delle coprotagoniste di quest’opera è proprio la Storia, che assume il ruolo di “grande burattinaio” che muove i fili del destino del nostro protagonista, di un popolo intero, quello albanese, e di tanti altri uomini che sono costretti ad attraversarla e a schierarsi dalla parte del bene o del male. Purtroppo sembra che soprattutto i potenti non abbiano imparato molto dal passato, come dimostrano i fatti di più stretta attualità. Non si può non andare col pensiero a ciò che sta accadendo in Ucraina, in alcune circostanze. Per questo motivo il testo diventa ancora più prezioso e importante.

La vita del giovane professore di pianoforte, che si fa vera e propria epopea, permette all’autore di fare luce su eventi che forse non tutti conoscono, ma anche di raggiungere l’anima del lettore arrivando ai punti nevralgici dell’esistenza di ognuno: i concetti di giusto e sbagliato e di quanto sia labile, a volte, il loro confine, ad esempio. Si mettono in luce rapporti familiari così fondamentali e complessi e si parla di l’identità, quella data dalle proprie radici e quella acquisita con lo scorrere del tempo, quella che a volte bisogna “adattare” ai cambiamenti esterni per sopravvivere. Infine, uno spazio importante è occupato dall’amore, forza dirompente e vivificante, che addolcisce o fa soffrire.

Componente fondamentale del libro, poi, è la musica. La musica è nei libri, sostiene Ermal, ed in effetti questo testo è intriso di musica. Essa è estensione del pensiero e dei sentimenti di Kajan, collante delle relazioni umane intessute nel racconto ‒ commovente è il fatto che sia Cornelius, un soldato tedesco che diserta e viene protetto da Betim, a dare lezioni di piano al piccolo e fargli amare questo strumento. Essa è inoltre rifugio, sfogo, passione e dono prezioso. Ci sono le canzoni del cantautore, che in modo discreto, a volte, fanno capolino.

C’è musica però anche nel ritmo narrativo che ha dei tempi perfetti, con le giuste accelerazioni e le pause necessarie per approfondire adeguatamente, al momento opportuno.

Il risultato è un’opera scorrevole, trascinante al punto di non volerla abbandonare. Si va avanti, in effetti, fino a quando tutti i suoi pezzi  sono al loro posto. “Domani e per sempre” è anche solido, articolato, accessibile e con tante sfumature. Il buio e la durezza del dolore, la tenerezza, la rabbia e la speranza sono i colori contrastanti con i quali è dipinto questo affascinante affresco umano e storico.

A mio parere, quando, dopo aver letto le prime pagine di un libro, si ha l’impressione di tornare in un ambiente conosciuto e accogliente, chi lo ha scritto ha colpito nel segno ed Ermal lo ha sicuramente fatto, perché le pagine che ci offre sono avvincenti e avvolgenti, quasi ipnotiche. L’autore cerca di farci entrare, a mio avviso, in punta di piedi nel racconto, con una delicatezza estrema nonostante le tematiche trattate, quasi come se avesse pudore, ma questo non impedisce di immedesimarci e di entrarci totalmente.

Kajan diventa quasi presente in carne ed ossa, con la sua sensibilità, la sua curiosità e la sua maestria professionale, così come Betim con la sua dolcezza e la sua saggezza, Elizabeta che incarna l’innocenza del primo amore o Selie (la mamma di Kajan) con la sua assoluta rigidità e intransigenza.

L’abilità di Ermal, nel tradurre i concetti in immagini puntuali, originali e dal forte impatto emotivo, si conferma anche in una diversa forma di composizione artistica. Mi ha sempre affascinato il suo modo di descrivere e definire le cose, e con le sue parole, ancora una volta, colpisce, fa riflettere, fa sorridere, piangere; illumina con grazia e potenza rare. Questo libro è un pugno ed una carezza al tempo stesso,  il frutto di un lavoro di ricerca poderoso che aiuta a contestualizzare in modo preciso i fatti.

Le parole hanno un peso, possono essere macigni, piume, fonte di meraviglia e il cantautore le sa utilizzare magistralmente.

Tante sono le frasi che ho sottolineato e che conserverò nei cassetti della memoria, ma vorrei chiudere questa recensione, nella quale ho messo tutto il cuore e non solo “un pezzo”, con l’esempio più lampante di quanto la penna di Ermal tracci percorsi che conducono in un solo luogo, ossia ad un’incomparabile bellezza.

“Quello che ci accomuna è il respiro. Tutti respiriamo per vivere. Ma c’è un momento in cui anche il respiro è in pausa, in cui rimane in silenzio. Quella frazione di secondo fra l’inspirazione e l’espirazione in cui i polmoni si fermano, ma noi continuiamo a vivere. Mezzo secondo di niente, in cui tuttavia continuiamo a esistere. Sei secondi al minuto in cui l’aria non entra né esce, centoquaranta minuti in ventiquattro ore, trentasei giorni in un anno, sei anni in settant’anni in cui il tempo si ferma nei nostri polmoni. Sembra tanto, ma non ce ne accorgiamo, e mentre danziamo con la morte sorridiamo alla vita, un respiro dopo l’altro, una nota dopo l’altra, un silenzio dopo l’altro”.

Una giornata da lettori imprescrittibili!

Cosa c’è di più vitale (e più bello) di una ventina di ragazzi appassionati ed entusiasti che parlano di libri e presentano un’opera che ha li ha particolarmente appassionati?

In una bella giornata di maggio, a conclusione di un anno scolastico complesso e faticoso, i giovani lettori della prima A dell’IC “Settembrini” di Nova Siri, seguiti dalle professoresse Salvaggio, Santagata e Orlando e alla presenza della sottoscritta, intrusa d’eccezione, hanno preparato dei magnifici one pager, riassuntivi del testo da loro scelto per pori esporli nella loro “dissertazione”. Ogni alunno ha brillantemente enunciato i motivi per cui ha amato il libro scelto, ne ha spiegato la trama e tratteggiato i personaggi principali. Sono emerse così le differenze, le unicità di ciascuno di loro e tanti bei suggerimenti per le prossime letture.

Il book talk è stato il coronamento di un anno di piacevolissima navigazione nel mare di storie meravigliose, seguendo la rotta della passione e della fantasia. In effetti meravigliosa è stata anche la splendida esperienza di giurati del Premio Campiello junior, di alcuni alunni della scuola, come tante altre iniziative, anche condivise con le altre classi, messe in campo per mostrare, con l’esempio e mai con l’imposizione, che leggere fa bene, nutre la mente, fa vivere vite che non sono la nostra ed entrare in contatto con emozioni che magari non pensiamo neanche di potere provare.

È stata una gioia vedere che con tanta cura è stato pianto il seme dell’amore per la narrativa, un seme che ha attecchito in menti giovani, curiose e desiderose di apprendere: il terreno migliore per crescere in modo sano.

Viva la lettura, viva gli insegnanti (e la scuola) che la promuovono e viva i nostri magnifici lettori imprescrittibili che spero non perdano mai la voglia di perdersi e ritrovarsi per le strade sconfinate tracciate dall’inchiostro e dall’inventiva.

“Come corde di chitarra” di Anna Bells Campani (Sperling & Kupfer, 2022)

Questa è una delle mie recensioni “di cuore”, quelle che scrivo con particolare emozione e gioia.

Devo dire che le mie promesse ad Anna Bells Campani vengono sempre mantenute con un certo ritardo e me ne scuso, ma eccomi qui a parlarvi del suo primo romanzo “da solista”, “Come corde di chitarra” e non lo faccio semplicemente per onorare la parola data, ma perché ci tengo moltissimo. Davvero questa scrittrice ha un talento puro, una passione encomiabile e riesce con la sua penna ad entrare nel cuore di chi legge per cui non posso fare altro che mettervi a parte dei miei pensieri.

Dopo essere stata, metaforicamente parlando, ad Istanbul, per narrare l’epica avventura di Can e Sanem, questa volta Anna ci porta a Londra con Riley che fugge dalla sua terra natìa ed è costretta a crearsi una nuova identità. In un locale, per caso, viene letteralmente rapita dalla voce e dalla musica di Liam. Quasi un incantesimo sembra spingerli sempre di più l’uno verso l’altro nonostante le insidie, i segreti, le difficoltà che hanno davanti i due giovani. Supererà questo amore tenuto insieme dal filo invisibile del destino (non è un caso che nel testo aleggi sempre la leggenda del filo rosso del destino, appunto), tutti gli ostacoli? Non vi rivelerò il finale, ma vi assicuro che per arrivarci dovrete navigare in un mare di suspense e colpi di scena che vi faranno stare col fiato sospeso fino alla fine.

Una delle cose che ho apprezzato di più di “Come corde di chitarra” è proprio questa: non è un romance scontato o “facile”.  A partire dai personaggi che sono ben lontani dall’essere l’epitome della perfezione, come i tipici protagonisti dei romanzi rosa. Sono due anime tormentate, che si portano un pesante fardello dietro e nulla è fatto perché i loro dissidi interiori si risolvano in modo frettoloso o banale.  Sentimento, dolore passione sono espressi in modo viscerale, intenso.

La musica, poi, viene inserita nella storia in tutta la sua potenza. I testi e la melodia nel romanzo diventano estensione del corpo e dell’animo dei protagonisti. Le canzoni non sono solo una colonna sonora, ma riverbero profondo dei sentimenti.

Quando i libri sono così sinceri, appassionati e nascono da una fiamma tanto viva, devono essere letti e sicuramente saranno amati.

In attesa dunque del prossimo mattoncino della carriera di Anna, che tornerà a scrivere con la “socia” Raffaella, non lasciatevi scappare “Come corde di chitarra”, non ve ne pentirete.

“All’ombra dei fichidindia” di Pier Luigi Luisi (Medea Editore, 2021)

Continua con estremo piacere la collaborazione con l’agenzia stampa “Scrittura a tutto tondo”. Questa volta ho letto All’ombra dei fichidindia, scritto dal professor Pier Luigi Luisi, che ci porta alla scoperta dell’Isola d’Elba raccontando le storie di coloro che l’hanno abitata, tra realtà e leggende, politica e vite private, pettegolezzi di “paese” e verità personali. A dare il via alla narrazione è l’anarchico Vito Michele, proveniente da Rapone e mandato in esilio proprio sull’Isola. Come tanti rami nati da un’unica pianta al primo racconto se ne aggiungono tanti altri, come fotografie da angolazioni diverse.

Ogni storia si integra perfettamente con quella raccontata nel capitolo successivo, ma è anche autonoma, per cui se la visione d’insieme potrebbe dar l’impressione di avere davanti un romanzo compiuto, in effetti potremmo anche parlare di una raccolta di tanti racconti, a sé stati e autoconclusivi.

La bellezza di questo testo, scritto con minuzia, semplicità (si legge davvero con piacere e facilità) e impreziosito ulteriormente dall’aggiunta di foto e illustrazioni per aiutarci ad immergerci ancor di più nella storia, risiede nel fatto, a mio avviso, che si ritorna un po’ ai racconti dei nonni, a quegli aneddoti che si tramandano di generazione in generazione, magari raccontati nei momenti conviviali o in quelli più intimi e che poi diventano parte fondamentale dei nuclei familiari, ma anche dei luoghi che di abitano, più in generale. In effetti ogni posto ha un suo paesaggio fisico, ma anche umano ed emotivo. Tutto questo emerge perfettamente dall’opera di Luisi che ci porta tra i marinai e i pescatori, ma ci fa conoscere anche, ad esempio, la forza di Filomena che emigra, di nascosto, con le sue tre bambine in America e al contrario la debolezza di suo marito Pompeo, persona inconcludente, che riesce a fare “sogni lunghi”, ma purtroppo nessuna cosa concreta o di Rositta, una delle loro figlie.

Una variegata tavolozza di emozioni (la dolcezza del ricordo, l’ironia in alcuni casi, il sentimento) è quella impiegata dal professor Luisi per dipingere il suo “piccolo mondo antico” che però nulla ha perso del suo fascino e del suo valore.

Tris di recensioni: “Game day”, “A cavallo verso nessuno”, “Principessa Saranghae”.

Per ognuno di noi c’è un libro: che sia da leggere o da scrivere ciascuno può avere le storie che gli si confanno di più, per genere, per stile di scrittura (o lettura) o semplicemente per inclinazione personale.

Questo mi è apparso ancor più evidente, quando, per un caso eccezionale, mi sono trovata “contemporaneamente” di fronte a tre opere diversissime l’una dall’altra per tutte le ragioni che ho elencato prima.

È stato un privilegio ricevere da Simona Mirabello, che ringrazio di cuore per la fiducia, “Game day” di Federica Tronconi (O.D.E. Edizioni), “A cavallo verso nessuno” di Serena Guerra (Rossini Editore) e “Principessa Sarenghae” di Diego Galdino (Bertoni Editore).

Il primo testo è un romanzo rosa moderno con tutte le carte in regola per appassionare gli amanti del genere: due protagonisti che sembrano universi lontanissimi l’uno dall’altro e invece finiscono per trovare l’incastro perfetto, scintille iniziali, ostacoli e tanto sentimento. L’intrigante storia d’amore tra Stefania, una giornalista sportiva seria, decisa e delusa dall’amore e Andrea, aitante cestita con la fama di donnaiolo, ritenuto tanto bello quanto superficiale (in realtà ben diverso da come lo dipingono), risulta perfettamente coerente nella costruzione e di agevole lettura. Con semplicità, ma altrettanta perizia, “Game Day” centra in pieno l’obiettivo, ossia quello di offrire una love story che possa far rilassare, divertire ed emozionare chi la leggerà.

Passo ora a parlarvi dello scritto di Serena Guerra, cambiando totalmente “atmosfera”. Si tratta, infatti, di un diario molto profondo, del racconto intimo, anche sofferto a volte, dell’esperienza di vita della narratrice che però in alcuni momenti acquista un afflato universale. In effetti tutti prima o poi nella vita ci chiediamo se quel che accade, accade a caso o ha un senso; tutti cerchiamo il nostro posto nel mondo e il senso del nostro del nostro esistere. La protagonista ha una fortissima passione per i cavalli, per le arti marziali e ha un mondo spirituale estremamente vivace con cui lotta a volte. Cerca di placare, a volta, il tumulto che sente dentro anche attraverso la meditazione, che le dà serenità. Nella natura trova conforto e anche quel senso di divino che non riesce a cogliere nella religione “canonica”. Il flusso di coscienza detta i tempi della narrazione, che sicuramente ha lo scopo di far riflettere, oltre che rappresentare quasi una terapia per chi racconta. Piccola postilla: da aspirante traduttrice ho assolutamente amato il riferimento alla traduzione di Zanna Bianca, in particolare riferendosi alla natura come a “Lo Wild”. Non è scontata un’analisi traduttologica in un libro e, appunto, essendo sensibile alla tematica non ho potuto che apprezzare questa “divagazione”.

Arrivo dunque all’ultimo testo che ho avuto il piacere di visionare, quello di Diego Galdino. Ho già avuto modo di apprezzare la sua scrittura e anche in questo caso non sono rimasta delusa. Delicato, dolce, ironico, con un gusto rétro che lo rende delizioso, “Principessa Saranghae” è la storia di un sentimento particolarissimo, nato tra Giulio, un romano che ha aperto un negozio di palle di neve e una principessa coreana del 1300, che l’uomo riesce a conoscere “entrando” in una palla di neve magica regalatagli da un uomo in America.

Un amore impossibile (ma forse neanche tanto) tra presente e passato, sogno e realtà, soldati del XIV secolo severissimi e una moderna Roma, ma che proprio in questa imprevedibilità trova il suo tratto caratteristico.

I versi iniziali pregevoli, ma romanticissimi e, per me, commoventi fanno da apripista un racconto ricco di sensibilità e originalità. Senza strafare Galdino ci mostra che forse alcuni valori non andrebbero mai persi e non dovrebbero mai passare di moda.

Vi ho mostrato tre pianeti letterari differenti e non c’è niente di più bello che perdersi in essi e vedere quanto possano arricchire le storie e le parole più variegate.

Tra musica e parole: cronistoria di un colpo di fulmine musicale e letterario.

“Ci sono giorni in cui le incertezze le sento sotto pelle. Ci sono giorni in cui mi sento schiacciato dalle insicurezze di questo maledetto periodo. A volte mi sento l’unico, ma so che non è così. Chissà come sarà il futuro, chissà come saremo diventati quando questa pandemia sarà andata via. Chissà…

Io aspetto e intanto scrivo. Parole, musica, paura, piccole felicità. Scrivo di me, scrivo di noi…”

Questo post di Ermal Meta, insieme ad un tweet in cui si chiedeva quale sua frase ritenessimo più poetica, ha “causato” la nascita del mio articolo. I termini “scrivo” e “parole” messi vicini mi hanno non solo fatto pensare al fatto che attendo con impazienza il suo libro veda la luce (ho da sempre pensato che le canzoni fossero troppo brevi per contenere tutto il mondo espressivo del cantautore e che la sua abilità narrativa vada al di là dei pochi minuti di un pezzo musicale), ma anche al passato e al fatto che, proprio lo straordinario modo di comporre versi e di creare immagini, mi abbia fatto “innamorare” dell’arte di Ermal. In effetti prima di rimanere incantata da Vietato morire e dalla magistrale interpretazione di Amara terra mia, che mi ha commossa profondamente, ero rimasta folgorata da un verso di “Odio le favole”: “il futuro era bellissimo per noi”. Un verbo al passato accostato, per mezzo di un geniale ossimoro, al sostantivo “futuro”; due parole, una perfetta sintesi che esprime speranza, ma anche rimpianto per qualcosa di incompiuto, che mi provoca un’emozione intensissima ad ogni ascolto. Adoro di questo pezzo anche l’ispirazione a Karen Blixen nella frase, di sudore di lacrime o mare, ci sembrava la cura di tutto il sale. Di grande impatto è poi l’immagine di quella sposa “dietro al suo velo”, di un viso che si nasconde in attesa della promessa di un avvenire felice. Il verso “cuore che si stringe non tradisce mai” è semplicemente da pelle d’oca per la sua intensità e la sua verità.

Ancor prima però di “Odio le favole”, però, ricordo che spesso, casualmente (ancora non seguivo Ermal assiduamente), su Radio Italia ascoltavo “Gravita con me”, che ad un certo punto recita: “Il tuo viso è di un bello isterico”. Anche qui due parole, per raccontare il raggiungimento di una singolare armonia, per rappresentare qualcosa di spigoloso che al tempo stesso risulta attraente: una descrizione limpida, netta ed efficacissima. Che dire poi di “c’è un vento gelido, atletico”! Un elemento immateriale rappresentato col gesto preciso e scattante di uno sportivo, estremamente concreto. Ogni volta che il pezzo passava, pensavo che chi lo avesse scritto fosse davvero, davvero bravo. E non avevo ancora ascoltato praticamente nulla.

Arriviamo al 2017. Guardo come tutti gli anni Sanremo e ad occhi chiusi ascolto “Vietato morire”. Ermal canta questo verso: “E la paura frantumava i pensieri che alle ossa ci pensavano gli altri”.

In quel momento, con orecchie ed anima in ascolto, ho sentito un pugno nello stomaco, un intenso coinvolgimento emotivo che poi mi avrebbe portata a seguirlo. Quelli che ho citato sono versi crudi, che diventano quasi onomatopea o metonimia e fanno sì che chi ascolta si immedesimi nella storia che la canzone racconta, visualizzandola e sentendola. La durezza poi si addolcisce col ritornello, che è apertura alla speranza e al coraggio di cambiare le cose. Non si poteva non amare profondamente questa canzone.

In “Bionda” il cantante dice: le mie mani e le tue mani sono leggerezza”: l’uso del sostantivo al posto dell’aggettivo cambia completamente il verso rendendolo efficace.

Un altro verso per me è particolarmente poetico, poi, ed è contenuto nel brano “Voodoo love”. Ermal scrive: “Ma tu c’eri sempre, seppellita nel mio domani come fossi un seme”. L’immagine del seme che piano piano dà vita a qualcosa, che si cela nel terreno per poi crescere con vigore, l’idea di trovare nell’avvenire ciò che in passato si cercava e che si è svelato però con lentezza è semplicemente un’immagine originalissima e anche intensissima dell’amore. Anche qui inoltra, c’è una sorta di citazione letteraria. Non si può no pensare a Shakespeare e a “Sogno di una notte di mezza estate, ascoltando “ ma l’amore non usa gli occhi”.

“Schegge” è una delle canzoni più introspettive di Ermal, nata dopo un incubo e dedicata alla musica. All’ascolto mi ha colpito molto la scelta di descrivere i pensieri come uno stagno. Anche in questo caso l’immagine lascia spiazzati perché uno stagno è uno spazio piccolo, quasi angusto, mentre i pensieri dovrebbero essere in un luogo ampio, che lascia libertà. A volte però in effetti i pensieri possono essere imprigionati e in attesa che qualcosa li lasci andare via, in questo caso la musica. Arrivare al concetto in modo non scontato è proprio quello che rende tanto pregevole il testo di questo brano (in genera dei brani di Ermal).

“Se ci fosse anche per una carezza per ogni mio errore”. Chi non ha sensi di colpa, chi non ha bisogno di perdonarsi e di essere perdonato, chi non ha bisogno di un gesto di tenerezza. Non può lasciare indifferenti, dunque,  una frase come quella presente in “Quello che ci resta”. “Il destino universale” è secondo me una piccola raccolta di racconti, con vari personaggi e vari punti di vista (come ho già detto nella mia recensione di “Tribù urbana”). Nel cuore mi è rimasta Marta, delicato e forte fiore tra le pietre, personaggio delineato in pochissime, struggenti e vivide battute. Potremmo anche dire che Ermal utilizzi il flusso di coscienza come tecnica narrativa, come in “Stelle cadenti” o anche in “Bob Marley”, ad esempio.

Potrei continuare ancora, ma termino con la canzone di Emal che amo di più e ha un titolo con un riferimento linguistico, si può dire: “Voce del verbo”. Dall’infinito di un verbo possono prendere simbolicamente vita i nostri pensieri e le nostre azioni, dall’abisso di un qualsiasi dolore si può arrivare a guardare le cose col giusto distacco e ritrovare la speranza.

“Camminare senza fretta, fare soltanto quello che spaventa, lasciarsi vivere perché è bellezza”.

Questa strofa del brano dimostra che le parole hanno un potere infinito, se utilizzata bene. Possono far male, possono dare coraggio, possono toccare l’intimo di ognuno di noi, possono mostrare angolature inedite del mondo ed Ermal è capace di questo con la sua scrittura, non solo nelle canzoni, ma anche nei due racconti che ha condiviso col pubblico e che ho adorato.

Non so in realtà, perché, ancora una volta abbia sentito l’esigenza di esternare i miei pensieri visto che ho sempre abbondantemente commentato ciò che Ermal scrive. Forse l’ho fatto perché dopo il post ho ritenuto che il fatto di sapere quanto il proprio talento sia apprezzato potesse essere confortante (lo so è un po’ troppo ambizioso come obiettivo), forse perché vivo di sensazioni, di idee e a volte sento la necessità di non tenere tutto dentro. Non so essere precisa, però spero che questo mio breve scritto possa piacere e possa essere piacevole da leggere e magari essere ben accolto da chi come me, ammira l’abilità letteraria del cantautore.

 

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