Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 1 di 4)

Recensione di “Bosco Bianco” ed intervista a Diego Galdino

Bosco Bianco, splendida, antica tenuta sulla costiera amalfitana è l’incantevole scenario in cui nasce la storia d’amore tra Maia, che eredita dalla migliore amica di sua madre metà della suddetta magione e Giorgio, agente immobiliare, costretto dal suo capo senza scrupoli a fingersi Samuele Milleri, nipote della vecchia proprietaria.

Tra i due protagonisti scatta un’immediata empatia che si trasforma in qualcosa di decisamente più profondo, un sentimento forte, ostacolato però dalla bugia di Giorgio e dalla perfidia del suo capo, divorato dalla sete di potere e di denaro e che è deciso, tra l’altro, a mettere le mani sul prezioso diario che il famoso scrittore americano Albert Grant si dice abbia nascosto proprio a Bosco Bianco.

Il libro scritto da Diego Galdino è godibile, coinvolgente, leggero, ma curato. Bosco Bianco è una sorta di favola moderna, con l’eroe e l’eroina ricchi di qualità e di bontà, l’antagonista che tenta in tutti modi di ostacolare la loro felicità e gli equivoci che rappresentano un ulteriore impedimento al coronamento del loro sogno d’amore.

Sicuramente questo romanzo è stato scritto con grande coinvolgimento emotivo e con passione. Si percepisce che l’autore crede nella storia che racconta e che ama quello che scrive.

Leggendo il testo ho pensato immediatamente che fosse una perfetta lettura estiva (tutti gli elementi costitutivi del romanzo fanno pensare alla bella stagione: la meravigliosa casa nel bosco, il mare della costiera amalfitana, l’atmosfera romantica), ma naturalmente un bel racconto sentimentale come quello composto da Galdino è adatto a qualsiasi stagione e regalerà ore di piacevole svago a chi lo vorrà accostarsi ad esso in qualunque momento.

 

 

Oltre alla recensione ho fatto alcune domande all’autore, Diego Galdino. Ringrazio di cuore lui e il suo ufficio stampa, Simona, per avermi dato l’opportunità di leggere e recensire il libro.

Buona lettura!

 

  • Quanto conta per lei il luogo in cui è ambientato il suo romanzo o un romanzo in generale? Leggendo “Bosco Bianco” ho avuto l’impressione che fosse determinante all’interno della storia.

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Tutte le mie storie nascono principalmente grazie ad un posto… Un bar, Roma, una cittadina della campagna senese, una spiaggia siciliana dove vanno a nidificare le tartarughe marine, un lago della Svizzera… In Bosco Bianco invece ho voluto osare di più creando prima il luogo e poi la storia, ed è stato bellissimo per me creare con la mia fantasia la cittadina di Santa Maria, una tenuta affacciata sulla costiera amalfitana, una piccola isola dove i protagonisti si perdono ritrovandosi… Il pensiero che a chi legga la storia possa venire voglia di andare a visitare questi posti mi rende euforico… Quando ho creato Bosco Bianco l’ho fatto con la speranza che potesse diventare come uno di quei palazzi a cui Zafon ne L’ombra del vento dice che la memoria del lettore potrà ritornare ogni volta che ne avrà voglia…

 

  • Come ho scritto nella recensione, si percepisce che lei crede e ama molto quello che scrive. Cosa l’ha spinta a dedicarsi al genere romance?

 

Si può dire che sono diventato lo scrittore di oggi per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

 

  • Una delle citazioni che ha inserito all’inizio di ogni capitolo recita: “L’amore è un salto nel buio… Ahimè non ho mai avuto l’ispirazione per lanciarmi”. Anche l’amore per la scrittura è un salto nel buio? Quanto è difficile per uno scrittore superare le proprie paure per regalare a tutti qualcosa di molto personale come una storia frutto della propria interiorità e che poi diventa patrimonio di tutti in qualche modo?

 

Io non ho paura quando scrivo, forse è il momento in cui mi sento più coraggioso, perché credo fermamente nella storia che mi accingo a scrivere, sono follemente innamorato delle mie storie e quando uno è innamorato è capace di qualsiasi cosa, e niente e nessuno può fermarlo, tanto meno la paura…

 

  • Ci sono degli autori che hanno avuto un ruolo importante nella sua attività di scrittore?

 

Il mio libro della vita è Persuasione di Jane Austen, perché è il romanzo d’amore che maggiormente mi rappresenta come scrittore e come lettore. Ma sono tanti gli scrittori a cui devo essere grato, perché leggere le loro opere ha sicuramente contribuito a fare di me lo scrittore che sono. Penso a Nicholas Sparks, Mark Levy, Musso, Paullina Simons, Evans.

 

 

  • Oltre a scrivere lei lavora in un bar. È mai stato ispirato dai racconti di qualche suo cliente?

 

Credo che il bar si presti bene come fonte d’ispirazione, perché racchiude al suo interno una galassia di persone diverse che girano intorno al bancone come i pianeti intorno al Sole, prendendo dal caffè quel calore, quell’energia che ti accompagnerà, anzi che ti farà compagnia per il resto della tua giornata. In cambio queste persone permettono, con le loro storie di vita vissuta, con le loro manie, i loro caratteri simili o sempre diversi, al Sole/bancone di adempiere al suo dovere a ciò che ne rende indispensabile per se stesso e per gli altri la sua stessa esistenza.

“La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019)

Appena ho cominciato a leggere “La straniera” ho capito di avere tra le mani un libro importante e prezioso, anche se in realtà ero già rimasta folgorata da questa frase breve e potentissima: “Quando tutto cade, indomito l’amore resta”.

Confesso di aver provato quasi un senso di soggezione accostandomi al testo e non solo perché quando uno scrittore decide di consegnarti la sua storia personale, soprattutto una storia così complessa, bisogna maneggiare quanto esso scrive con delicatezza e attenzione, ma soprattutto perché si percepiscono immediatamente una grande abilità narrativa e una notevole cura nella scelta delle parole oltre che nell’organizzazione del testo.

Non è un caso infatti che all’inizio venga citata Emily Dickinson che dice: “Dopo un grande dolore arriva un sentimento formale”. L’armonia e l’eleganza che l’autrice riesce ad imprimere alla sua scrittura fanno probabilmente da contraltare all’emotività che una comporta un racconto così intimo. Claudia Durastanti si esprime con forza, padronanza e consapevolezza e riesce bene a miscelare gli ingredienti che compongono la sua opera, direi a dosarli nelle giuste quantità.

Ci sono le vicende dei suoi genitori, entrambi sordi, che si amano, ma non riescono a vivere insieme e si separano, ci sono gli spostamenti in luoghi diversi, con tutto ciò che i trasferimenti e i cambiamenti comportano. Si passa dall’America, alla Basilicata con i suoi paesini, i suoi calanchi e le sue singolari caratteristiche, fino ad arrivare alla città della maturità, Londra.

 

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”

 

In effetti ci sono i luoghi fisici, ma c’è anche Claudia in viaggio per il mondo e verso se stessa, che cerca di costruire il proprio essere, che mostra il suo retaggio culturale, quello ereditato e quello acquisito, cosa che le serve anche per filtrare le sue esperienze.

È proprio grazie a questo filtro che l’autrice riesce a smarcarsi dalla mera individualità, inducendo a fare riflessioni di carattere più generale.

Si ragiona di lingua, di linguaggio e comunicazione ed è affascinante l’incursione nel territorio della traduzione e ed è notevole la “meditazione” sul concetto di straniero in senso più ampio e sul tema dell’emigrazione che oggi assume connotati nuovi.

Desiderio di evolversi, di imparare, di superare le proprie fragilità e paure sono altre componenti di questo romanzo che mi hanno impressionata

Sono sinceramente dispiaciuta per non aver potuto parteciparla almeno ad una delle presentazioni cha la Durastanti ha tenuto proprio qui nella nostra terra, sono sicura che avrei colto altri elementi su cui interrogarmi e per approfondire la conoscenza delle sue opere.

Voglio concludere questa recensione proprio con passo che parla della Lucania.

 

“Quando il sole tramonta in Basilicata il cielo diventa un polmone che espettora sangue, la sua luce fa tossire più che commuovere. Ma prima di arrivare ai calanchi, agli alberghi in mattoni rossi abbandonati vicino alle stazioni di benzina dai nomi altisonanti e alle piscine infestate, bisogna passare accanto alle torri del petrolio che brillano nella notte con i loro laser verdi e rossi che fanno pensare a un futuro preistorico  ̶  tutto ciò che è nuovo si ossifica presto da queste parti, diventa una sostanza minerale che riflette una luce morta e bellissima  ̶  e poi bisogna passare a una diga naturale, una distesa di acqua verde tra i boschi su cui raramente splende il sole e da cui salgono fumi biancastri al mattino. Ed è solo dopo essersi inoltrati tra le curve che seguono le curve, che a un certo punto il paesaggio si apre e diventa quasi deserto, e l’ambra bruciata del sole si trasforma in una sostanza molto più rarefatta e ipnotica”.

“Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia (Bollati Boringhieri, 2019)

“Madrigale senza suono” non è una semplice biografia romanzata di Carlo Gesualdo da Venosa, personaggio controverso e geniale musicista, ma un “ritratto tridimensionale”, che è stato concepito non solo tenendo conto del dato storico, ma anche delle “leggende” circolate intorno alla figura del principe. La narrazione ruota intorno al ritrovamento, da parte di Igor Stravinskij, di una “cronaca”, una biografia di Gesualdo probabilmente apocrifa, scritta da Gioachino Ardytti, suo presunto servo.

Il racconto è una progressiva marcia verso il momento più terribile dell’esistenza del protagonista, ossia la notte in cui egli ha assassinato la moglie, Maria D’Avalos, e l’amante, Fabrizio Carafa, in ottemperanza, alle regole dell’epoca, che richiedevano di punire in tal modo un tradimento.

L’anima di Carlo Gesualdo ne esce irrimediabilmente lacerata, divisa tra senso il senso del dovere e il rimorso, che lo tormenterà per sempre.

Tuttavia, forse, è proprio dal buio dell’abisso in cui Carlo Gesualdo è sprofondato che nasce la luce della sua arte, ed è questo uno dei nuclei fondanti del romanzo, uno dei temi che l’autore, Andrea Tarabbia, desidera trattare.

Come può un uomo che ha dato la morte creare bellezza con la sua musica? Questo è sicuramente un argomento complesso, affascinante, esaminato con grande profondità e spessore intellettuale, senza trascurare la fluidità e la qualità della scrittura.

Non è questa, però, l’unica nota interessante dello scritto, che è composito e ricco di suggestioni, dal sapore gotico in alcuni punti e linguisticamente variegato. Le parti in cui narra Stravinskij hanno uno stile e un registro diverso rispetto a quelle in cui è Gioachino a parlare e, anche in questo caso, si passa da momenti in cui il linguaggio è più elevato, a momenti in cui si avverte la sensazione che si voglia far sentire una voce più popolare, per così dire.

In quest’opera, che si nutre di contrasti, di dicotomie e di dissidi, mi è parso di avvertire un’attenzione al dato sensoriale che però va di pari passo con una costante ricerca spirituale. La sensazione è quella di una scrittura viva, modulata in modo da rendere tutta la complessità di un essere umano così sfaccettato e tutti i sapori di un’epoca che ancora ora è accattivante, misteriosa e piena di fascino.

Con grande sensibilità narrativa Tarabbia riesce a toccare una vasta gamma di corde emozionali: vengono tratteggiati in modo vivido l’orrore, il tormento, il dubbio, la gelosia, la passione, l’ispirazione che nasce dal dolore e a volte un pizzico di tenerezza.  È impossibile non sentirsi coinvolti nella lettura, non “partecipare”, seppure tra le righe, alle vicende del principe e non immedesimarsi anche nella curiosità e nella dedizione di Stravinskij.

Devo confessare che tra i libri della cinquina del Campiello, “Madrigale senza suono” è il primo ad aver catturato il mio interesse, sia per la connessione tra la mia terra di origine e il suo personaggio principale, sia per il titolo che ha un’indubbia potenza sonora e cattura subito l’attenzione, sia perché avevo già avuto modo di “incontrare” le vicende del principe di Venosa in un testo che si fermava però ai meri fatti, e ho sempre desiderato leggere altro su di lui.

Devo dire che non sono rimasta affatto delusa da “Madrigale senza suono”, anzi, ne sono ancor più entusiasta dopo averlo letto. Mi sono completamente immersa nella lettura e soprattutto mi sono persa nelle pregevolissime, poetiche e potenti parti dedicate alla “musica” e all’amore che Gesualdo nutriva per quest’arte.

Per i temi trattati e per il modo in cui è costruito, inoltre, ritengo che sia perfetto per una trasposizione cinematografica.

Molti sono i passi che ho sottolineato (da tempo non mi capitava di farlo) e che mi sono rimasti impressi e voglio concludere la mia recensione con uno di quelli che ho amato di più:

“Altri pensano che la musica sia un condimento a ciò che qualche poeta ha scritto. Io penso invece che la musica sia la sposa delle parole, e che ogni parola sia una scatola dove tutto il dolore, e la gioia, e la vita, sono contenuti. Con i suoni, Maestro, noi possiamo fare esplodere questa scatola, donarle più dolore, più gioia, più vita di quanta ne abbia già. Questo fa la musica, fa esplodere i suoni”.

Durante l’incontro con i finalisti del Premio Campiello che si è svolto a Matera, ho avuto il piacere di parlare personalmente con l’autore del suo bellissimo romanzo. Troverete a breve anche l’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Consigli di lettura: “Dentro soffia il vento” di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2016/Beat, 2018)

“Ci sono persone destinate a fare del mondo la loro casa e altre radicate a fondo in un luogo. Tu sei come un fiore della valle, non puoi sopravvivere altrove”.

“Rhian aveva ragione: non me ne sarei andata. Ero il bosco e il ruscello che lo attraversava, ero la roccia ferrosa e il ghiaccio del valico”.

Mi sto “innamorando” sempre di più della scrittura di Francesca Diotallevi, emozionale, ma rigorosa, evocativa, ma precisa. Adoro il suo voler raccontare storie di marginalità, il suo delineare personaggi apparentemente estranei al mondo, che da esso sembrano volersi nascondere e proteggere, eppure capaci di guardarlo con una lucidità impressionante.

Ho amato tantissimo “Dai tuoi occhi solamente” e sono stata conquistata anche dalla forza e dall’afflato poetico presenti in “Dentro soffia il vento”.

A mio avviso quella della Diotallevi è una delle “voci” letterarie più convincenti degli ultimi anni.

Trama del romanzo: In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche “anima pia” esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano “pozioni” approntate da una “strega” che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphael Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphael, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata…

Foto: Valentina Ponzo

 

“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso (Garzanti, 2019)

“Quando incontro autori e personaggi interessanti ho sempre l’impressione di aver trovato un tesoro nascosto, sentendomi poi quasi in colpa per non averli scoperti prima”.
Con queste parole aprivo la mia prima recensione di un romanzo di Alice Basso ed in effetti è stato bellissimo incontrare i suoi personaggi e la sua scrittura, vederne l’evoluzione e la crescita libro dopo libro.
Ora che è arrivato il momento di salutare Vani ripercorro le tappe delle sue avventure e oltre a pensare che questa misantropa, brontolona, geniale ghostwriter mancherà ai lettori − continuo a sperare in una serie televisiva − constato ancora una volta la grande qualità dell’intera saga.
Ognuno dei romanzi che la compongono, infatti, è la parte perfettamente integrata di un tutto armonico e costruito in modo ponderato e brillante.
Penso che sia molto difficile scrivere opere di qualità che siano al tempo stesso di intrattenimento, unire ironia, raffinatezza, fluidità e spessore creare dei personaggi “forti” e credibili, ma soprattutto mantenere lo stesso altissimo livello per cinque libri, creando una storia nuova in cui però si avvertano familiarità e continuità rispetto a quelle precedenti. Direi, però, che la nostra Alice riesce perfettamente in questa impresa.
“Un caso speciale per la ghostwriter” è un “addio” in grande stile, il finale straordinario di un viaggio letterario straordinario. Non c’è niente di forzato né nella trama. Abbiamo piano piano imparato a conoscere la “scrittrice senza nome”, che gradualmente si è aperta e ha mostrato dei lati del suo carattere diversi rispetto all’inizio; mai come ora la vediamo emotivamente coinvolta perché questa volta, il suo tirannico capo è scomparso, dopo aver perso il lavoro per un gesto di generosità nei suoi confronti.
Anche Enrico Fuschi, quell’editore senza scrupoli, interessato solo ai guadagni e a sfruttare al meglio il talento della sua ghostwriter, ci viene mostrato sotto una luce inedita.
E l’intuizione di approfondire il suo personaggio è brillantissima  non solo perché, ovviamente, rappresenta qualcosa di inedito e nuovo, ma anche perché dà un tocco di ulteriore dolcezza ed umanità alla narrazione.
A mio parere, in questo ultimo atto, si percepisce la vulnerabilità dei personaggi, la loro connessione ai sentimenti del lettore e questa cosa mi ha molto colpita.
Non so se sia stata la malinconia per la fine di un percorso, ma la loro anima, come quella, probabilmente, di chi ha scritto, viene fuori in modo nettissimo e suscita nel lettore una profonda empatia.
Non nego di essermi commossa nella parte finale, soprattutto in un passaggio, che riguarda sì una storia di fantasia, ma anche il futuro dell’autrice e parla direttamente al cuore di ognuno di noi.

“Le cose cambiano.
Le storie finiscono.
Altre storie iniziano.
E ci vuole coraggio per affrontare tutto questo.
Questo grande romanzo che è la vita.
Che lo vogliamo o meno.
Ma è bellissimo”.

Non ci poteva essere, a mio avviso un saluto più accorato, sentito e vero, in attesa delle parole e delle pagine nuove che sicuramente ci saranno donate in futuro.

“Goodbye Jude” di Raffella Macchi (Bookabook, 2019)

La primavera senta ad arrivare davvero, ma se desiderate un libro che vi faccia assaporare il tepore della bella stagione e che vi faccia evadere, “Goodbye Jude” di Raffaella Macchi è perfetto per voi.

È molto piacevole, infatti, essere trasportati virtualmente nella campagna inglese, dove si rifugia Eleonora, giovane avvocato milanese che svolge un lavoro che non ama e vive una vita sentimentale insoddisfacente.

La sua “consolazione” sono i film con Jude Law e l’amore platonico che nutre nei suoi confronti.

Proprio il film “L’amore non va in vacanza” (uno dei miei preferiti, per inciso) le dà lo spunto per delle vacanze rigeneranti.

Come Iris e Amanda, i due personaggi femminili principali della pellicola, decide di aderire ad uno scambio di case, per cui entra in contatto con Charles, che le presta il suo delizioso cottage nel Surrey. Che risvolti avrà il suo soggiorno in Inghilterra? Eleonora riuscirà a dare una svolta alla sua vita?

Ovviamente non vi darò la risposta a queste domande per non rivelarvi troppo, posso dire invece che questo romanzo si legge in un baleno grazie ad una scrittura semplice e scorrevole e ad una storia che contiene numerosi elementi interessanti.

La protagonista è ben tratteggiata e ci può facilmente identificare nel suo percorso di ricerca interiore e di cambiamento.

Vincente è l’idea di utilizzare la “cotta” per Jude Law come espediente non solo per rendere la narrazione più frizzante, ma anche per parlare di sentimenti reali e veramente importanti.

Tutti in fondo abbiamo degli artisti che per qualche motivo sentiamo vicini, anche se poi rimangono soltanto delle icone, dei miti inarrivabili e questo escamotage serve a coinvolgere ancor di più chi legge. L’arte in generale, poi, ha sempre una funzione consolatoria e di svago per chiunque e questo colpisce chi ha una forte sensibilità in questo senso.

Sono pregevoli anche i riferimenti a Jane Austen e a Shakespeare, che io adoro, ma in generale tutto il testo è pervaso dall’amore per la letteratura. Sembra, comunque, in generale, che gli amici di Bookabook mi abbiano letto nel pensiero proponendomi “Goddbye Jude”, perché alcune delle cose che la protagonista ama piacciono moltissimo anche a me.

Forse alcuni momenti determinanti della storia avrebbero potuto essere sviluppati in modo più approfondito e più “lento”, ma questo nulla toglie alla scrittura valida, fresca e godibile della Macchi, che riesce a trascinare il lettore pagina dopo pagina e all’opera nel suo complesso.

“L’amore finché resta” di Giulio Perrone (HarperCollins, 2019)

Spesso la vita ci pone di fronte ad un bivio, ci impone di crescere, di cambiare, di reinventarci.

È quello che accade al protagonista del romanzo “L’amore finché resta”, Tommaso Leoni, che lasciato dalla moglie vede crollare all’improvviso il suo mondo, finto (non ama la sua compagna, la tradisce e l’ha sposata solo per convenienza), ma sicuro che si era costruito. I privilegi economici dovuti alla posizione sociale della consorte vengono meno per cui non solo Tommaso deve tornare a casa della madre nella periferia romana, ma deve trovare un nuovo lavoro e dimostrare di essere un buon padre per suo figlio Pietro, col quale non ha mai avuto un rapporto profondo.

Si lascia così convincere a ripescare un suo vecchio manoscritto (in effetti è anche un aspirante scrittore) e soprattutto a diventare uno youtuber. Comincia a dare consigli sentimentali, spiegando soprattutto il punto di vista dei maschi sull’universo femminile e sulle relazioni sentimentali, suscitando non poche polemiche.

In effetti, proprio vista la risonanza e il carattere piuttosto schietto dei suoi video, Tommaso dovrà seriamente riflettere sul suo futuro, proprio nel momento in cui fama e soldi sono per lui vicini.

Tra il serio ed il faceto, tra amarezza ed ironia, Perrone ha composto una riflessione sui sentimenti, soprattutto al giorno d’oggi. Tutto in quest’epoca fatta di social e apparenza sembra volatile, anche qualcosa di prezioso come l’amore. Tommaso, ad esempio, lo affronta con superficialità, probabilmente a causa dell’enorme delusione vissuta da adolescente, ma matura e riesce a diventare un uomo più consapevole.

L’intento dell’autore è soprattutto quello di mettere a confronto uomini e donne e di innescare una discussione a proposito del conflitto che persiste fra questi due mondi apparentemente opposti e in “lotta” fra loro. In effetti Perrone riesce benissimo nel suo scopo e ci sono diversi punti su cui può disquisire.

Come personaggio, il protagonista diventa sempre più solido man mano che si procede nella narrazione e anche la storia diventa sempre più coinvolgente, fino ad un finale sorprendente.

Il libro, scritto in modo diretto e semplice, è scorrevole, di sicuro attuale per cui può essere interessante per il lettore.

 

“I segreti del college” di Catherine Lowell (Garzanti, 2019)

È una verità universalmente riconosciuta (scusa zia Jane se mi approprio delle tue parole), che il nome Brontë sia come una calamita per me e che tutto ciò che riguarda la famiglia più affascinante e misteriosa della letteratura inglese catturi l’attenzione.

Catherine Lowell ha confezionato un thriller ben articolato in cui narrazione fittizia e letteratura si intrecciano, dando vita ad un testo che senza dubbio intriga moltissimo.

Samantha è l’ultima discendente delle celeberrime sorelle di Haworth. Suo padre, un eccentrico scrittore che ha, quasi ossessivamente, cercato di inculcarle l’amore per i libri, soprattutto per quelli delle sue antenate, scompare prematuramente in un tragico incendio, lasciandole in eredità un mistero da scoprire, un lascito da proteggere oltre che un ingombrante passato personale che verrà alla luce solo durante le sue ricerche per risolvere l’enigma che il suo bizzarro genitore le ha chiesto di decifrare e che forse troverà una soluzione tra le mura di Oxford, il college presso il quale la ragazza sta studiando.

L’atmosfera gotica e anche un po’ rétro, se vogliamo, i riferimenti a romanzi e a romanziere (e poetesse) iconiche ed amatissime rendono “I segreti del college” una lettura stimolante e piacevole.

I costanti colpi di scena e la voluta ambiguità dell’autrice tengono il lettore costantemente sul filo del rasoio, la tensione è palpabile in ogni pagina e il risultato è di sicuro pregevole.

Chi ha amato Agnes Grey, The tenant of Wildfell Hall,  Jane Eyre, Cime tempestose troverà pane per i suoi denti, forse anche argomenti su cui discutere. Proprio in merito alla citazione delle tre scrittrici, ho trovato molto originale e non scontato l’inserimento delle loro opere nella trama. In effetti risultano essere non solo tasselli utili per il già citato enigma, ma fungono da pretesto per nuove analisi ed eventuali nuove interpretazioni.

Non sarà sicuramente stato semplice per la Lowell aver trattato un soggetto simile, ma la prova è stata superata brillantemente. Non sempre infatti ci sia accosta a mostri sacri come le Brontë in modo consono ed opportuno e invece in questo caso mi sembra lo si faccia intanto con cognizione di causa e con il dovuto rispetto, attraverso una storia congegnata in modo appropriato.

Vi invito quindi a cominciare un viaggio in Inghilterra tra i vetusti corridoi di una delle Università più famose al mondo e tra le anguste stanze del Brontë Parsonage: non vi pentirete di esservi imbarcati in questa avventura.

Recensione a “Il manoscritto incompiuto” di Liam Callanan (Casa Editrice Nord, 2019)

Di questo romanzo, inizialmente, mi ha colpito la trama (Robert, scrittore tormentato scompare, lasciando come indizi un biglietto aereo e un manoscritto incompiuto. Leah, sua moglie, che adora Parigi e il cinema, con le due figlie si trasferisce a Parigi, nel tentativo di ritrovarlo): non resisto ai libri che parlano di libri e in più essendo un thriller mi ha intrigato la componente di mistero ad esso connessa.

Poi l’incipit mi ha spiazzata: volutamente ambiguo, incisivo, costruito per catturare l’attenzione del lettore. In realtà ogni pagina è velata di ambiguità, l’autore non vuole dare certezze al lettore e mantenere la suspense oltre che a rende il carattere alquanto contorto e complicato di Robert, che è un personaggio ritratto in modo singolare attraverso poche azioni, ma utilizzando la rievocazione, una rievocazione dolente e angosciosa.

L’indagine nella psicologia dei personaggi è approfondita e anzi, tutto il testo si regge sui loro pensieri e sulle motivazioni delle loro azioni.

Nonostante alcuni momenti più lenti e ripetitivi, la lettura procede spedita: si vuole arrivare alla risoluzione dell’enigma e capire se Robert sia morto, se sia vivo, se Leah riuscirà a riprende in mano la sua esistenza e se anche Ellie e Daphne, le sue ragazze, sapranno la verità sul padre.

“Il manoscritto incompiuto” è in definitiva gradevole, permette di distrarsi per alcune ore, di immergersi nel fascino di una Parigi che si ritaglia a buon diritto il ruolo di cooprotagonista, di riflettere sulla scrittura, sulla difficoltà della scrittura e sul valore che i libri e l’arte possono avere.

In realtà è anche un romanzo sull’ossessione di un “artista” che non riesce ad esprimersi compiutamente ed è questo probabilmente che rende particolare ed interessante l’opera di Callanan che attraverso un personaggio senza dubbio sopra e righe riesce ad esporre una tematica originale e complessa, non annoiando chi legge.

“Dai tuoi occhi solamente” di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018)

“Dai tuoi occhi solamente

emana la luce che guida

i tuoi passi. Cammini

fra ciò che vedi. Soltanto”.

Dai suoi occhi e dall’obiettivo della sua Rolleiflex Vivian Maier, fotografa eccelsa e tormentata, riesce ad emanare quella luce che le esperienze della durata le hanno tolto fin troppo presto. Catturando le esistenze degli altri, guardandoli dall’esterno sia attraverso la macchina fotografica che attraverso il lavoro di bambinaia, riesce a fuggire da un passato che le ha lasciato ferite dolorosissime.

“La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha vissuto senza essere mai vista. La mia è la storia di un’ombra”, dice di sé.

Quest’ombra silenziosa, ritrosa e a volte dura, ha lasciato, però, un segno indelebile del suo passaggio in scatti nitidi, potenti, comunicativi, di sconcertante fascino.

Con rispetto, eleganza, poesia e partecipazione Francesca Diotallevi ci racconta, in chiave romanzata, le sue vicissitudini. La limpidezza dei suoi scatti rivive sulla pagina grazie alla prosa pulita e curatissima dell’autrice.

La sua scrittura armoniosa e “morbida”, capace in modo altrettanto efficace di rendere le spine che hanno punto la protagonista, ci trasporta con immediatezza nella narrazione e coinvolge emotivamente il lettore in modo fortissimo.

Attraverso l’alternanza di momenti del “presente” e di flashback, soprattutto direi attraverso questi ultimi che hanno un peso rilevante nel racconto, esattamente come lo hanno nella vita dell’artista, riusciamo ad avere il quadro completo della personalità complessa della Maier.

Molto interessante è il rapporto speculare tra Vivian e Frank Warren, papà dei bambini che la donna accudisce e scrittore mediocre in lotta con se stesso, alla ricerca di un’identità artistica e che ritrova nella sua tata un’anima affine. Le loro conversazioni permettono infatti di riflettere sul senso dall’arte, sulle sue molteplici sfaccettature e sul talento.

Jeanne l’amica della madre che l’ha ospitata per alcuni anni, le dice una frase, una sorta di augurio:

“Io mi auguro che tu sia sempre tormentata dalla curiosità. Guarda le cose che vedono tutti, ma guardale in modo diverso da come le vedono gli altri. E sii sempre fedele a te stessa”.

Occhi nuovi ed aperti sono effettivamente una delle qualità imprescindibili per un artista, oltre a delle doti latenti ed innate, gli occhi che Vivian aveva di sicuro e che le hanno permesso di produrre dei lavori meravigliosi.

“Dai tuoi occhi solamente” è un omaggio sentito, ma anche un romanzo che non si dimentica facilmente, che porta con sé la grandezza della letteratura di pregio.

Perdetevi dunque, come ho fatto io, in tutta questa bellezza e non dimenticate di guardare le spettacolari fotografie di Vivian Maier presenti sul sito http://www.vivianmaier.com/  .

Grazie di cuore a Valentina Ponzo che mi ha regalato questo scatto meraviglioso.

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