Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Letto da me (Pagina 7 di 7)

“La trama dell’invisibile” e “Tutto appariva in bianco e nero” (Edizioni Ensemble, 2016)

14454620_10211411508513239_653335649_nNelle ultime giornate estive mi hanno accompagnata due libri pubblicati dalla casa editrice Ensemble, entrambi ben scritti e molto interessanti: La trama dell’invisibile di Maria Cristina Mannocchi e Tutto appariva in bianco e nero di Lorenzo Galantino.

Il primo è un saggio dedicato ad Antonio Tabucchi, sentito e vibrante, in cui a predominare non è un’analisi piatta dell’opera dello scrittore, ma una riflessione estremamente dinamica, impreziosita da ricordi e suggestioni dell’autrice. In effetti il filo conduttore del testo è il topos del viaggio sia metaforico che reale: la gita della professoressa Mannochi con i suoi studenti a Lisbona è l’occasione per far conoscere ai ragazzi il grande scrittore e sottolinea l’importanza data all’insegnamento e alla trasmissione concreta del sapere (aspetto che mi ha particolarmente colpita), i soggiorni in luoghi che rimandano a lui sono momenti significativi non solo a livello intellettuale, ma soprattutto personale e rimarcano la potenza della parola scritta che può coinvolgerci, arricchirci ed influenzarci.

Il romanzo di Galantino invece trasporta il lettore nella Milano degli anni ’90 e nella vita di Riccardo, tormentato da due amori complicati, dei suoi amici e di Letizia, giovane fioraia religiosissima che vive un matrimonio infelice. Intenso e con un finale spiazzante questo romanzo riesce a catturare il lettore grazie ad una gestione sapiente del ritmo della narrazione e ad una scrittura intimista che permette di comprendere bene i personaggi, di familiarizzare con loro. Le brevi incursioni nella storia del nostro Paese aiutano ulteriormente ad inquadrare le vicende dei protagonisti, danno un tocco di realismo al testo e aiutano ad entrare nelle sue atmosfere.

I due titoli presentati sono entrambi validissimi e sono in grado di soddisfare sia il gusto di chi ama la saggistica che quello di chi ama la narrativa.

“I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani” di Silvia Pareschi (Giunti 2016)

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Silvia Pareschi, una delle più note traduttrici dall’inglese, ha deciso di far sentire la sua voce e di mostrarci la sua America nella raccolta I jeans di Bruce Springsteen e latri sogni americani.

Dai territori più impervi e selvaggi, dove “la solitudine si sente fisicamente” alla pittoresca ed eterogenea San Francisco, l’autrice registra e fotografa la vita in America, rilevandone curiosità, stranezze, aspetti positivi e negativi attraverso uno sguardo realistico e pragmatico.

Da una parte viene descritto un Paese variegato, in cui praticamente tutto è possibile, dall’altra l’idealizzazione lascia spazio alla verità che porta alla luce le mille contraddizioni in esso presenti come il divario eccessivo tra ricchi e poveri o una sanità lontana dal garantire le cure a tutti.

Il tono del libro, comunque, non è affatto pessimistico o distruttivo; ad emergere prepotente non è una critica severa, ma un desiderio di trasmettere la propria esperienza e soprattutto una sete di conoscenza unita ad una notevole curiosità.

La dimensione del sogno in tutta la sua purezza non è, però, completamente accantonata. Non è un caso infatti che a chiudere la raccolta sia il testo più “romantico”, in cui una giovanissima Silvia va a New York e inaspettatamente ha la possibilità di visitare alcuni luoghi frequentati del suo idolo, Bruce Springsteen.

Il sogno rivive, ma cambia volto, assume una dimensione pluralistica (in effetti il sottotitolo parla di sogni) o se vogliamo una connotazione più concreta, mentre vengono raccontati i tanti “nuovi mondi” (persone, pensieri, stili di vita), scoperti dalla scrittrice.

Fresco, diretto e appassionante I jeans di Bruce Springsteen è di facile lettura ma non banale, perfetto per chi ama gli Stati Uniti, per chiunque voglia conoscerli meglio e, più in generale, per chi ama scoprire quei nuovi mondi a cui accennavo, grazie ai quali si può meditare ed imparare.

“L’ambasciata di Cambogia” di Zadie Smith (Mondadori, 2015)

L'ambasciata di Cambogia

Zadie Smith è entrata nel novero delle mie autrici preferite pagina dopo pagina, grazie alla sua profondità e alla sua capacità di costruire personaggi complessi, proposti con sconcertante sincerità in tutte le loro contraddizioni.

Nel romanzo L’Ambasciata di Cambogia viene presentato un altro profilo perfettamente tratteggiato, quello della giovane cameriera, “schiava” (quasi) inconsapevole, Fatou.

La giovane è arrivata dall’Africa, passando dalla Libia e dall’Italia, per lavorare a casa della famiglia Derawal, che risiede a Willesden, dove è stata appena aperta l’Ambasciata di Cambogia, avvolta dal mistero per lei, visto che il suo interno le è precluso e può solo immaginarlo dai “rumori” derivanti da una partita di badminton.

Senza passaporto, senza uno stipendio ‒ il suo salario viene usato per pagare vitto e alloggio ‒ la ragazza accetta la sua condizione di subalternità con rassegnazione e orgoglioso silenzio.

Si concede solo qualche atto di ribellione: usare dei buoni omaggio destinati ai “padroni” per nuotare in un albergo di lusso e coltivare in segreto l’amicizia fraterna con Andrew, che le permette di sfogarsi, di saziare in qualche modo la sua sete di comunicazione e di sapere.

Fatou infatti ha un spirito critico, valuta il modo in cui i deboli, lei compresa, reagiscono ai soprusi e l’Ambasciata simboleggia proprio le storture della Storia oltre che quella componente misteriosa presente in ogni esistenza. Vuole capire se stessa, il mondo che la circonda il male e cerca delle risposte nella fede, forte nonostante abbia molti dubbi.

Il suo cammino è continuamente in salita, eppure  resta granitica, pronta ad affrontare tutto con la fierezza che le è propria e a rivendicare i suoi piccoli, ma importanti -momenti di autodeterminazione.

Breve eppure perfettamente compiuto, il libro è un vero sfoggio di maestria narrativa e di analisi psicologica, un capolavoro che non solo chi ama la lettura, ma anche chi apprezza la buona scrittura non può perdere.

Un caleidoscopio di emozioni: I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews

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Ci sono libri nei quali è lampante l’urgenza comunicativa da cui sgorgano, che arrivano al cuore e allo stomaco con semplicità, senza inutili sofisticazioni.

I miei piccoli dispiaceri, della canadese Miriam Toews, pubblicato da Marcos y Marcos, nasce  dall’esigenza dell’autrice di esorcizzare il dolore per la scomparsa della sorella  e mi ha conquistata perché è diretto, vero e intenso.

Le protagoniste sono, appunto, due sorelle, unite da un profondo affetto. Yoli, la più piccola, tenta di essere il filo che tiene legata alla vita Elfrieda, talentuosa e bellissima pianista di fama internazionale. La donna vuole disperatamente morire e Yolandi cerca con pazienza di farla desistere dal suo intento.

Mentre si occupa di Elf, però, Yoli deve pensare anche alla sua vita burrascosa, alle sue relazioni instabili, ai due figli da mantenere, ai due ex mariti piuttosto egoisti, ai soldi che mancano.

È una scrittrice  e proprio nella costruzione di una storia che la rappresenti, nelle parole che possono curare, far esplodere e lenire i propri tormenti, riesce a trovare un valvola di sfogo.

La trama potrebbe far pensare a un’opera triste, piena di dolore e in parte è anche così, ma I miei piccoli dispiaceri emana positività non solo perché è pieno di ironia e vitalità, ma anche perché trasuda voglia di non arrendersi, di lottare sempre anche quando tutto sembrerebbe perduto.

Ci mostra, inoltre, l’importanza della solidarietà, dell’amore incondizionato, del sostegno reciproco e anche, se vogliamo, la bellezza assoluta dell’arte (Yoli vuole trasformare i suoi pensieri in romanzi mentre Elf trasferisce la sua anima sui tasti del pianoforte tanto da sconvolgere chi la ascolta) che non è un mero esercizio estetico, ma un mezzo espressivo viscerale che fa parlare anche quando esteriormente si tace.

 

 

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