Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Categoria: Intermezzo musicale

Recensione “Head or heart” di Christina Perri


Ho conosciuto Christina Perri, come molti, attraverso la ballata “A thousand years”, parte della colonna sonora di Twilight, ma dopo, oltre a questa hit, ho scoperto un mondo musicale molto profondo, fatto di canzoni viscerali e sincere, dolci, delicate, a volte più incalzanti, a volte più cupe e riflessive, sicuramente tutte molto incisive e frutto di un animo sensibile oltre che di un enorme talento.
Alcune sono davvero catartiche e mi hanno “cullata” per un lungo periodo, facendomi compagnia per giornate e anche nottate intere.
Il secondo album della cantautrice italo-americana si intitola “Head or Heart” e proprio oggi “compie” cinque anni, per cui ho deciso di parlarne, visto che è anche uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
“Head or Heart”, testa o cuore, è il dilemma che attanaglia qualsiasi essere umano nell’affrontare le decisioni o i bivi che gli si pongono davanti, nella sua vita, che abbiano a che fare con i sentimenti o meno.
Si parla molto di amore in questo lavoro: da quello nasce (si veda, o meglio si ascolti per questo la romanticissima “The words”, oppure la sognante “Sea of lovers”, in cui sembra davvero di fluttuare, come quando di è all’inizio di un nuovo amore e di cui mi hanno colpita questi versi molto raffinati: A certain type of darkness is stalling me/Under a quite mask of uncertainty/ I wait for light like water from the sky/ And I am lost again”), a quello che fa soffrire e lacera, a quello che rende sereni ed è, “l’ultimo amore”. Mi riferisco al ritmatissimo e allegro duetto con Ed Sheeran “Be my forever”.
Si parla tanto però, anche di consapevolezza di sé, dell’acquisizione della sicurezza e del coraggio per realizzare i propri sogni. “Burning gold”, infatti, racconta in qualche modo la storia della stessa Perri che ha lasciato Philadelphia per andare a Los Angeles in cerca di fortuna. Questa canzone dunque, diventa una sorta di inno per tutti coloro che seppur con timore decidono di rischiare e concretizzare i propri desideri.
“I believe” è uno di quei pezzi che non si possono catalogare come semplici canzoni.
In esso c’è tutto il cammino che un’anima può compiere: dal tormento, al sollievo, dalla caduta, dal buio alla luce della rinascita. Verità e intensità emergono dall’interpretazione della cantante che impreziosisce un testo pregno di significato.
In attesa di nuove composizioni che spero arrivino presto e che saranno sicuramente delle perle, vi lascio questi miei pensieri sul suo precedente lavoro e vi invito anche ad ascoltare anche “Songs for Carmella”, Cd che ha dedicato alla sua bambina con le canzoni che ama cantarle e in cui è contenuta una versione inedita di “A thousand years”, reinterpretata come se fosse una ninna nanna.

Di seguito trovate la traduzione della recensione.

I’ve known Christina Perri, as many of us, listening to the ballad “A thousand years”, from the soundtrack of Twilight, but afterward I’ve discovered a deep world that consist of genuine, visceral, sweet and tender songs, product of a sensitive soul and of a huge talent.

Her songs are  really cathartic and have “cradled me” for a long time, keeping me company through days and nights.

The second album of the Italian-American songwriter is called “Head or Heart” and today is its fifth birthday, so I’ve decided to talk about it, also because it is one of my favourite albums ever.

Use the head or the hear: every human being has this dilemma when faces important issues regarding love but not only.

This works talks a lot about love as I said: when love begins, for example in “the words” or in the dreamy “Sea of lovers” (I love these refined lines: “A certain type of darkness is stalling me/Under a quite mask of uncertainty/ I wait for light like water from the sky/ And I am lost again”), when he causes pain, or when it make someone happy (see “Be my forever” sung with Ed Sheeran”).

This album talks also a lot about self-consciousness, of strength and of the courage that it takes to realize our dreams. For example, “Burning gold” is some way the story of Christina who has left Philadelphia and has gone to Los Angeles to become a singer.

“I believe” isn’t simply a song because in this masterpiece there is the journey of soul: from the affliction to the solace, from the darkness of the fall to the light of the rebirth.

Truth and intensity emerge from the interpretation of the singer that refine the meaningful lyric.

Waiting for her new works, that will be certainly beautiful, I’ve written for you my thoughts about “Head or Heart” and I suggest you to listen to “Songs for Carmella”, the album dedicated to Christina’s daughter Carmella and that include “A thousand years”, reimagined as a lullaby.

Recensione dell’album “Vivi per sempre” dei Canova (Maciste dischi, 2019)

 

Tardo pomeriggio, una chiacchiera tra amiche e ti ritrovi a scoprire un gruppo molto interessante: i Canova.

Ascoltando le nove tracce del loro album, “Vivi per sempre” si notano immediatamente il sound, moderno, fresco, ma con un tocco vintage che io adoro, e un’atmosfera quasi ovattata da giornata uggiosa che un po’ rende melanconici, ma al tempo stesso tempo riscalda e permette di raccogliersi in sé stessi.

In effetti sono canzoni introspettive, quelle dei Canova, anche se con suoni “leggeri” e un bel ritmo.

I testi sono estremamente curati e raffinati, con un’attenzione notevole alla lingua e al suo effetto evocativo, cosa che è sempre apprezzabile se si vuole fare musica di qualità. Ritengo, soprattutto da quando ho avuto modo di conoscere di più il cantautorato italiano, che ad una musica accattivante si debbano unire parole che comunichino davvero qualcosa e il gruppo di milanese riesce indubbiamente a farlo, arrivando a toccare emotivamente chi ascolta.

 

“Dimmi come si fa a guardarti negli occhi

Senza che siano assenti ma così non è

Dimmi come si fa a guardarti negli occhi

Senza arrendersi”

 

L’uso dell’immagine degli sguardi per descrivere la difficoltà o la fine di una relazione è estremamente riuscita, a mio avviso, e Per te è sicuramente uno dei pezzi più belli del disco.

Il dubbio, l’incertezza personale o di coppia è uno dei nuclei tematici principali di questo lavoro, declinato con storie diverse unite da questo filo conduttore.

Un altro soggetto che ho riscontrato è quello della ricerca di sé, della fuga per poter ritrovare la propria essenza (da soli o con una persona al proprio fianco).

 

Quanto ti pesa l’anima

Non lo riesci a capire

E sono stato lontano

Bevuto, caduto

Mi sono rialzato

Guarda come mi hanno rianimato

Sono tornato

 

La canzone che più mi ha colpita, anzi devo dire che mi ha commossa, è Shakespeare e non solo perché adoro il Bardo, quindi qualsiasi riferimento a lui mi conquista immediatamente, ma per quella vena nostalgica che pervade il brano, per l’acuta descrizione di quell’impercettibile graffio che si sente quando si guarda al passato e alla purezza dell’infanzia che da adulti si perde.

Vi lascio di seguito il testo integrale, non prima di avervi ovviamente consigliato l’ascolto di “Vivi per sempre” e di aver fatto un’ulteriore riflessione sul fatto che la musica italiana sta vivendo un periodo di notevole vivacità soprattutto grazie a giovani (solisti o gruppi) che fanno sfoggio di un talento davvero notevole.

 

Quand’ero piccolo giocavo da solo

Quand’ero solo giocavo al mare

E mi vedevo realizzare

Quand’ero piccolo giocavo a palla

E la vedevo sopra ogni suolo

Con la rincorsa di ogni uomo

E guardavo le onde del mare

Le vedevo correre e girare

Dicevo sono io tutto quello che sono, posso volare

Dicevo sono io col vento addosso, posso volare

La la la la

Quand’ero piccolo volevo bene a tutti

Salutavo con la mano da lontano

Indicavo tutti gli sconosciuti

E una scarpa persa per strada

E non so più se è solo malinconia

Ho visto un uomo passare

L’aveva negli occhi, sembrava la mia

Gliel’ho portata via

“Quello che mi resta” di un memorabile lunedì sera!

La serata vissuta all’Auditorium Parco della musica, il 25 febbraio, con Ermal Meta e gli Gnu Quartet (Raffaele Rebaudengo, Francesca Rapetti, Roberto Izzo e Stefano Cabrera) è stata un vero sogno ad occhi aperti, durato troppo poco, purtroppo, perché la realtà quotidiana già è tornata a prendersi prepotentemente ed inesorabilmente la scena.

Per due ore, però, il mondo è stato chiuso fuori per lasciare spazio alla pura bellezza della loro arte.

In realtà non è facile trovare le parole tradurre qualcosa di impalpabile, che è stato scritto non con grafemi, ma con note e canzoni che si sono trasformate in emozioni fortissime. Certo è che nonostante la musica, ora che il momento dell’esecuzione è passato, risuoni in modo più flebile, solo nei ricordi, è ancora vivissimo ciò che essa ha suscitato.

L’apertura del concerto, è stata affidata a Cordio, accompagnato da Davorio e Matteo Fornasari.

Il cantautore siciliano ha proposto “La nostra vita”, “Il paradiso” e alcuni nuovi brani contenuti nel suo disco in uscita, che hanno confermato l’enorme potenziale di questo ragazzo nonché la profondità e la qualità delle sue “creazioni”.

Poi buio, atmosfera intima (nonostante le oltre duemila persone che la sala Santa Cecilia può contenere) e incanto.

Ha inizio una danza delicata di archi e flauto a cui si unisce il pianoforte per introdurre Voce del verbo. Questa canzone è già di per sé un dono per l’udito e per il cuore, ma la sua nuova veste la esalta. La sua ricchezza musicale, infatti, l’afflato lirico che la contraddistingue, la sua intensità risaltano ancora di più.

Dopo Lettera a mio padre, il ritmo e il registrano sono cambiati e il pubblico, sempre partecipe ed entusiasta, si è infiammato con Dall’alba al tramonto.

Intensissimo è stato il momento il momento in cui Piccola anima è stata prima intonata solo dagli spettatori per poi essere cantata e suonata per intero. Diventare la voce di un artista, anche se per qualche momento, ha un che di poetico.

Come in un ideale spartito si sono susseguite la melanconica 9 primavere, un’inedita Molto bene molto male, prima eseguita in modo lievissimo e poi con un incedere più cadenzato, alla sorpresa dell’immenso Antonello Venditti che ci ha regalato Roma capoccia e un discorso da maestro qual è (Ermal si è seduto sul palco ad ascoltarlo come un allievo ammirato e amorevole fa), il riuscitissimo e frizzante mash-up di Bob Marley e Billie Jean di Micheal Jackson, per arrivare gli splendidi pezzi del gruppo La fame di Camilla di cui Ermal era il frontman (particolarmente commovente è stata l’interpretazione di Sperare, in cui la delicatezza sonora, i giochi di luce e il battito del cuore simulato si intrecciano per creare un pathos e un’atmosfera indescrivibili).

Le cover (usare questo termine è riduttivo, lo so, perché sono reinterpretazioni sublimi) di Unintended dei Muse e Amara Terra mia di Modugno mettono quanto mai in risalto la voce del cantautore, potente, duttile, soave, ma fortissima. L’auditorium ha tremato e vibrato al suono dei suoi falsetti e dei suoi acuti.

Quello che ci resta, per citare un altro dei suoi capolavori, non è una solo una candela (mi si conceda la pessima battuta), ma una fiamma viva che arde di talento, di passione condivisa con altri musicisti eccelsi che hanno impreziosito il già pregiato repertorio di Meta.

Brividi e pelle d’oca mi hanno accompagnato per tutta la durata dell’evento e ancora adesso, la bolla di bellezza in cui sono stata catapultata non vuole scoppiare, ma forse è giusto che sia così. La nostra anima non può che trarre beneficio ed essere arricchita da tanta meraviglia.

Le canzoni… dopo Sanremo.

Il Festival di Sanremo si è concluso ieri sera. Per citare un cantante a me tanto caro “la musica è finita, ci restano solo le canzoni”. Adesso che il sipario sul Teatro Ariston è calato, cosa è rimasto e cosa rimarrà, secondo me, di ciò che abbiamo ascoltato in questi cinque giorni?

Per prima cosa vorrei spendere due parole sul brano vincitore: “Soldi” di Mahmood. Il pezzo è trascinante e moderno e la vocalità del giovane interessante e particolarissima. Ben venga, quindi una musica innovativa ed originale.

Detto questo ho trovato particolarmente degni di nota tre brani, che sicuramente mi accompagneranno ancora per molto tempo.

Il primo è “Argento vivo” di Daniele Silvestri. Inequivocabilmente attuale, è un pugno nello stomaco per chi si occupa di educazione e per tutti gli adulti, che dovrebbero riflettere bene ascoltandolo.

L’uso del rap e quindi del linguaggio musicale che in questo momento è forse il più vicino a quello giovanile, rafforza il ritratto di un sedicenne che si sente imprigionato e si trincera dietro un muro di incomunicabilità.

Il secondo è “Dov’è l’Italia” di Francesco Motta, che mi ha coinvolto ad ogni ascolto sempre di più. Il racconto di un marinaio che ha sentito alcuni migranti chiedersi dove fosse l’Italia ha fornito il pretesto al cantautore toscano per manifestare il senso di smarrimento, personale e collettivo, che in questo periodo storico è imperante. Solo l’amore e i sentimenti più autentici, probabilmente, possono fare da protezione e da antidoto a questo spaesamento.

“Perché nascosto sono stato quasi sempre/ Tra chi vince e chi perde/A carte scoperte

Mentre qualcuno mi guarda/ E qualcun altro mi consuma/ Per ogni vita immaginata

C’è la mia vita che sfuma/ E in un secondo penso a chi mi è stato accanto

In un pensiero lontano/ Ma nello stesso momento/ Tu su un tappeto volante

Tra chi vince e chi perde/ E chi non se la sente

Dov’è l’Italia amore mio?/ Mi sono perso/ Dov’è l’Italia amore mio?”

“Sono solo quattro accordi e un pugno di parole” dice Simone Cristicchi in “Abbi cura di me”, ma questa canzone è molto, molto di più. Sin dalla prima sera ho provato un’intensa commozione durante l’esibizione del “fabbricante di canzoni”. Anche solo dallo schermo i suoi occhi trasmettevano tutta l’emozione provata nell’interpretarla.

In pochi minuti e con una disarmante semplicità e autenticità sono riassunti dei messaggi fondamentali: la bellezza della vita, delle piccole cose che alla fine sono quelle essenziali, il coraggio di affidarsi all’altro, di manifestare la propria fragilità e di chiedere le cure di chi si ama.

“Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro

Basta mettersi al fianco invece di stare al centro

L’amore è l’unica strada, è l’unico motore

È la scintilla divina che custodisci nel cuore

Tu non cercare la felicità semmai proteggila”

 

La musica di accompagnamento soave, ma solenne amplifica il potere evocativo di un testo vibrante di poesia.

“Ti immagini se cominciassimo a volare

Tra le montagne e il mare

Dimmi dove vorresti andare”

Si riesce a volare davvero con l’anima e con il cuore ascoltando “Abbi cura di me”.

L’attenzione a ciò che si narra attraverso la propria arte, alla qualità di quello che si propone è presente in tutti e tre gli artisti citati ed è ciò  che rende le loro composizioni pregevolissime a prescindere da qualsiasi classifica o premio.

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