Lo, lo so, vi starete chiedendo perché io vi proponga un altro articolo su Ermal Meta.

Ho già recensito i suoi dischi, i concerti a cui ho partecipato per cui dovrei aver sufficientemente mostrato quanto apprezzi il suo lavoro e invece ho ancora qualcos’altro da dire, sia perché la creatività di questo artista permette di avere sempre nuovi spunti di riflessione, per cui le mie parole non credo siano state del tutto esaustive, sia perché desideravo, sempre a modo mio, fare un piccolo omaggio ad Ermal in occasione del concerto del Forum di Assago tenutosi il 20 aprile, nel giorno del suo compleanno (colgo l’occasione per rinnovargli gli auguri), che come lui stesso ha detto ha chiuso un cerchio, un percorso di tre anni nei quali ha ottenuto finalmente l’ampio riscontro presso il pubblico che meritava sin dai tempi del gruppo La Fame di Camilla, ha dato vita a tre album di altissimo livello e a vari tour di enorme successo.

Negli scorsi due anni (sì, sono arrivata un po’ in ritardo) la musica di Ermal mi ha accompagnata costantemente (solo chi conosce a fondo questo cantautore può capire quanto la sua musica sia densa di significato per chi la ascolta), mi ha regalato emozioni fortissime e amicizie preziose (come ho già detto) e non potevo dunque lasciar passare questo momento senza “immortalarlo” attraverso le parole. Anche il cerchio delle mie recensioni si chiude, mettiamola così.

Il mio omaggio sarà un po’ particolare, perché questa volta, dato che ho già parlato delle sue canzoni, vorrei mettere in evidenza le qualità di scrittura di Ermal, che ovviamente già si evincono dai testi dei suoi brani, nonché il suo essere appassionato di libri e di letteratura.

Di seguito un racconto che ha letto, inaspettatamente, durante una diretta e che dimostra la sua abilità narrativa.

 

Lui era uno di quelli a cui non piaceva il rischio. Non si buttava mai nella mischia, non opponeva mai il petto alle cose, ma la ragione. Affrontava la vita con misura, aveva una misura per ogni cosa e gli andava bene così, almeno questo credeva.

La vide sulla spiaggia, in un giorno in cui il mare cercava di scappare dal suo immenso letto. Ombrellone, protezione solare, il mare però solo negli occhi, non nelle mani, non sulla pelle.

Troppo rischio per lui. Lei invece correva e saltava per agguantare quella felicità che solo i bambini riescono a vedere, come delle farfalle invisibili, le stesse che poi senti nello stomaco quando ti innamori. Ed è così che andò.

Le sentì nello stomaco quelle farfalle e scoprì che tutto quel rischio che aveva sempre evitato, adesso avrebbe dovuto affrontarlo, viverlo.

Si alzò e corse verso il mare, lo aveva fatto già un milione di volte nella sua mente, ma non era mai stato così.

Si prese il rischio più grande di tutti, quello di essere felice.

Sì, perché la felicità brilla, non la puoi nascondere, ti scarnifica le difese e ti rende bersaglio dell’infelicità degli altri. La felicità si vede.

Mentre guidava verso casa, un sorriso gli si sedette sul viso. Pensava a quanto era stato bello giocare per la prima volta con le onde.

Aveva 67 anni”.

 

Il protagonista è tratteggiato con pochi tocchi, senza ridondanza, in modo efficace. La suspense è tenuta per tutto il racconto, che è ben costruito, veloce, ma con la giusta attenzione per i dettagli. Le scelte linguistiche sono estremamente incisive (“un sorriso gli si sedette sul volto”, è una frase da scrittore puro a mio parere) e non manca un finale sorprendente.

Arriviamo così alla seconda parte del mio “panegirico”, quella in cui, tanto per non contravvenire alla regola per la quale chi scrive deve mostrare e non dire, desidererei che lo stesso protagonista “parlasse” attraverso le risposte a delle domande che avevo preparato un po’ di tempo fa. Infatti avevo progettato di  “intervistarlo”, ma purtroppo non è stato possibile per via dei suoi tanti impegni, per cui “lascio” di seguito quello che avrei voluto chiedergli perché non voglio tenerlo per me (l’idea per la rubrica, che inauguro proprio con Ermal, mi è venuta in mente proprio grazie a questo “mancato incontro”), sperando (è sempre bello sognare) che i miei quesiti possano ricevere risposta e che chi segue il blog possa leggere qualcosa di prezioso quanto uno dei bei libri che adoro recensire, in attesa di poter commentare un suo scritto.

  • Dici sempre che la musica è nei libri. Ce n’è uno in particolare che ti ha ispirato questa affermazione?
  • Il retaggio della lingua albanese influisce in qualche modo sulla tua scrittura?
  • Stai scrivendo un libro, che definisci “diario di pensieri”. Noti delle differenze rispetto alla stesura del testo di una canzone?
  • C’è una tua canzone che assoceresti ad un libro?
  • Nei tuoi brani possiamo notare delle citazioni letterarie perfettamente incastonate nel testo. Sono scaturite inconsapevolmente o hai dovuto limare ciò che avevi scritto per poterle inserire?
  • A proposito di testi, come descriveresti il tuo stile “narrativo”?
  • Dal punto di vista musicale sei stato particolarmente segnato da Thom Yorke e dai Radiohead. C’è un libro che avuto lo stesso effetto su di te?
  • In Bionda scrivi: “Se fosse così facile tradurre i miei pensieri”. Riesci ad essere un fedele traduttore di quello che vuoi comunicare o a volte diventi traduttore/traditore?
  • Se i libri avessero una colonna sonora come i film di quale ti piacerebbe comporre l’accompagnamento musicale?
  • Può secondo te un disco essere paragonato ad un libro in cui le canzoni sono i capitoli di una storia che inizia, si sviluppa e finisce?

Di seguito le splendide fotografie che Valentina Ponzo ha scattato al Forum e al concerto di Rossano Calabro del 19/08/2018.