Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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In memoria di Valentina Giovagnini

Il mio ormai consueto “intermezzo musicale” questa volta è dedicato ad un’artista che ho scoperto a Sanremo nel 2002, una giovane cantautrice che purtroppo ci ha lasciati troppo presto e che mi sembra giusto ricordare, a dieci anni dalla sua tragica scomparsa: Valentina Giovagnini.

Il suo brano “Il passo silenzioso della neve” colpì subito la giuria della kermesse canora e il pubblico per la sua particolarità, per le sue sonorità celtiche rivisitate in chiave estremamente moderna e per l’interpretazione appassionata e coinvolgente della cantante.

Questa ricercatezza musicale e questa originalità sono poi state il filo conduttore dell’album Creatura nuda,  un vero gioiello musicale che ho letteralmente consumato e che invito tutti a riascoltare.

I testi, raffinatissimi, sono accompagnati da melodie che prendono vita da un intreccio variegato di  influenze ed ispirazioni (c’è, come dicevo la musica celtica, ma c’è anche l’uso dell’elettronica).

Dai brani emergono una curiosità musicale, una voglia di sperimentazione che dovrebbero essere d’esempio per i giovani artisti di oggi, spesso troppo omologati e inclini a seguire le mode. Non c’è nulla di scontato o  la personalità di chi lo ha composto si avverte prepotentemente.

In questo senso Creatura nuda è davvero un manifesto, essendo invito a mostrarsi per quello si è e ad essere sinceri con se stessi (sincerità che deve essere trasposta nell’arte per chi si fa suo “portavoce”).

Nella lista dei miei brani preferiti Senza origine (quanta attualità c’è in queste parole: “Senza origine

tra uomini e no scivolerò ancora in un deserto al neon”), Metaforfosi, La formula e Accarezzando a piedi nudi l’erba delle colline di Donegal, un pezzo solo strumentale che letteralmente rapisce e trasporta l’ascoltatore in un’altra dimensione temporale.

“Io sono in volo, sono libera, non ho confini intorno a me. Sono un pensiero, sono musica”, scriveva Valentina in Libera. Queste mi sembrano le parole più degne per concludere questo omaggio, non solo  perché intrise di poesia, ma perché lei perché il suo pensiero e la sua musica di sicura sono ancora vivi e conservano tutto il valore.

“Il legame con la propria terra narrato dalla Palermo al mondo”

Ripubblico con piacere l’articolo uscito questa mattina sul quotidiano La nuova del sud a proposito della presentazione del libro “E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo, tenutasi l’8 dicembre in occasione della fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi.

Il legame con la propria terra narrato dalla Palermo al mondo

Il 2108 è stato un anno ricco di soddisfazioni e di presentazioni per la scrittrice lucana Pina Palermo che, dopo Stoccarda, Zurigo, alcune città del Lazio, Accettura, suo paese natio e San Mauro Forte ha avuto modo di  presentare il suo ultimo libro, “E con essi chiusa in una stanza” alla Fiera Nazionale di Roma della piccola e media Editoria. Nell’incantevole Palazzo dei Congressi “La Nuvola” progettato dallo studio Fuksas, la scrittrice è stata accolta dal presidente dell’associazione dei Lucani a Roma, da Luigi Scaglio, in rappresentanza del Consiglio Regionale di Basilicata e dai relatori  veste di relatori Volfgango Lusetti, Maria Rosaria Galella e Chiara De Angelis.

Durante  un incontro partecipato e appassionato gli intervenuti hanno cercato di cogliere gli aspetti più interessanti dell’opera. L’importanza delle radici familiari, i vincoli di appartenenza alla comunità locale, il ruolo delle figure femminili narrate, l’intreccio tra vicende familiare e storia della comunità locale. Di particolare rilievo le considerazioni dell’avvocato Galella nel sottolineare il carattere di “romanzo storico” dell’opera di Pina Palemo, nonché il valore pedagogico di essa, in quanto si parte da un viaggio e si giunge ad una vera catarsi interiore.

“Viaggio” e “Catarsi” sono, infatti, i due termini che meglio sintetizzano lo scritto della Palermo, sia con riferimento all’indole letteraria della scrittrice, sia con riferimento alla sua terra d’origine, la Basilicata, terra meravigliosa, ricca di contraddizioni e problemi irrisolti. Una terra che, tuttavia, merita di essere raccontata così come ha fatto Pina Palermo ricevendo apprezzamenti e gratificazioni da tutti colo che hanno avuto modo di leggere “E con essi chiusa in una stanza” rimanendo affascinati per l’intensità e la capacità narrativa della scrittrice lucana.

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Una sera d’agosto… Quando la musica ti rapisce.

Il mio primo vero incontro con Cordio, giovane cantautore catanese che parteciperà a Sanremo giovani a dicembre, è avvenuto proprio in una sera d’agosto, una di quelle citate nella canzone che ha presentato per la kermesse: “La nostra vita”. Sono stata subito favorevolmente colpita, anzi direi rapita, dall’atmosfera che con le sue canzoni, delicate ed intimiste, è riuscito a creare. Ho pensato che la musica in fondo deve fare questo: rapirti e portarti lontano.

La sua nuova canzone è stata un’ulteriore conferma della sensibilità con cui “Pier” riesce a trasporre i suoi sentimenti in musica.

Il brano è una riflessione, malinconica, ma non amara,  sulla vita, sui cambiamenti, a volte destabilizzanti, che avvengono nel corso dell’esistenza di ognuno, sulla fugacità del tempo, sull’importanza delle relazioni, quelle vere e profonde, con gli altri ed arriva dritta al cuore (mi si perdoni l’espressione forse non originale, ma di certo calzante). L’impatto emotivo sin dal primo ascolto è fortissimo, soprattutto per chi ha un animo riflessivo e uno sguardo non superficiale sulle cose.

Sono davvero felice, quindi, che Cordio abbia la possibilità di mostrarsi ad un pubblico così vasto come quello di Rai1 e di mostrare il suo talento e sono sicura che questo, per lui, sarà solo l’inizio di una strada fulgida e piena di successi. La vera arte, alla fine, viene sempre riconosciuta e premiata.

Seconda tappa del blogtour dedicato al libro “Il virus benefico”

Buonasera! Questa sera, con molto piacere, ospito la seconda tappa del blogtour dedicato al libro “Il virus benefico” di Pierluigi Dadrim Peruffo.

La tappa si “chiama”L’uomo virus”.

Di seguito alcune informazioni sul testo e la biografia dell’autore.

Sino a quando continueremo a ritenere le parole più importanti dell’indivisa e viva realtà che esse dovrebbero indicare, il nostro destino non contemplerà altro che guerra e dolore.

Oggi l’uomo è un essere mostruoso, fornito tanto di testa e genitali giganteschi, quanto di un cuore e di un’anima minuscoli.

Se fate valutare un diamante da un maiale, il maiale lo mangerà come fa con ogni altra cosa e poi lo defecherà, fine, tutto qui!

La ragazza è bella? La vita è bella? Sì! Adesso vado a conoscerla, non le devo chiedere “Come devo muovermi con te?”. Devo solo dire a lei e a me stesso: “Bene! Qualcosa accadrà!”. E qualcosa accadrà sul serio!

Comportiamoci come un virus benefico, all’interno di un sistema malato. Diffondiamoci piano, silenziosamente…

Frammenti tratti dal libro:

In un mondo dominato dai conflitti e dall’ipocrisia c’è ancora spazio per l’individuo? La risposta è affermativa, ma arrivare alla certezza di questo fatto non è scontato. La complessità in apparenza inestricabile del nostro tempo va affrontata con una ragionevolezza che è l’esatto opposto della “razionalità” occidentale – quella stessa “razionalità” che si esprime anche nelle soffocanti convenzioni del quotidiano, nel mito delle “buone maniere”, e che ha trasformato l’intero mondo in un campo di battaglia. Occorre invece trovare una strategia di liberazione interiore, di affrancamento dalle menzogne, dagli opportunismi che spingono in egual misura gli individui, gli uomini di potere e i mass media – ciascuno nella propria sfera d’azione – a manipolare fatti, valori e sentimenti. “Il virus benefico” è la risposta ironica e accorata di Pierluigi Dadrim Peruffo a un tempo altrettanto paradossale: la scoperta di un senso critico e di una ragionevolezza nuova, un’inedita apertura mentale il cui corrispondente relazionale è un apparente rinuncia a se stessi, ai capricci di un ego trionfante – ma che come esito avrà la riscoperta di un “io” più maturo, più sereno di fronte ai casi della vita e davvero capace di condividere la propria esistenza con gli altri.

Biografia dell’autore: 

Pierluigi Dadrim Peruffo ha avvertito sin dalla tenera età il bisogno di intraprendere un intenso  lavoro di indagine esistenziale, e di comprendere profondamente l’animo umano, i suoi condizionamenti e la sua possibilità di liberazione. Per questo motivo nel 2005 si laurea in Filosofia, per poi ottenere, nel 2007, un master in Counseling filosofico. Dopo gli studi inizia a lavorare in diversi ambiti del sociale, occupandosi prevalentemente dell’educazione dei giovani e del benessere relazionale e interiore della persona. Nel 2008 inizia a condividere sul web domande, risposte e riflessioni su questi temi attraverso un blog.

 

“La stanza della tessitrice” di Cristina Carboni (Garzanti, 2018)

Mi piace moltissimo seguire gli autori nel loro percorso, soprattutto poi, se mi sono innamorata di una delle loro opere. In effetti “La rilegatrice di storie perdute” mi aveva completamente stregata e per questo nutrivo molta curiosità nei confronti del nuovo romanzo di Cristina Carboni, “La stanza delle tessitrice” e consiglio vivamente di non lasciarvi sfuggire la seconda opera della scrittrice sarda.

La struttura dei due testi è sostanzialmente la stessa: una parte ambientata nel passato e una nel presente, legate da un mistero, da un segreto imprigionato tra le pieghe del tempo. Anche l’atmosfera elegante, evocativa e un po’ rétro rimane intatta.

Questa volta la narrazione ci conduce in Sardegna, terra ricca di un fascino ancestrale, nella Lombardia dell’industria tessile e a Parigi, città della moda e degli artisti, sempre meravigliosamente “charmante”.

La protagonista è Caterina, una talentuosa creatrice di abiti che ha la capacità di dare nuova vita a vestiti già indossati, adattandoli alla personalità della committente e permettendole così di sentirsi completamente a suo agio nel nuovo capo d’abbigliamento, che diventa unico e speciale.

La giovane ha lasciato Milano per trasferirsi a Bellagio, ma rientra nel capoluogo lombardo per assistere la sua madrina Marianne che le chiede di intraprendere un’importante ricerca.

Il tentativo di riannodare i fili della vita della sua tutrice la porterà nella capitale francese e le farà “incontrare” idealmente Maribelle, stilista tanto leggendaria quanto misteriosa oltre che disegnare una nuova trama anche per il suo futuro (se vogliamo l’arte della tessitura e del cucito diventano metafore dell’esistenza i cui pezzi si uniscono come quelli di un vestito da imbastire e comporre).

La forza dei sentimenti, l’indipendenza femminile, la dolcezza e la complessità dell’amore, la potenza della creatività che può generare bellezza, la caparbietà e l’intraprendenza necessarie per rincorrere i propri sogni e anche i lati più oscuri dell’essere umano e della storia sono le colonne portanti di questo libro, reso prezioso da una scrittura armoniosa e delicata, da una storia che cattura l’attenzione e da personaggi ben tratteggiati che fanno breccia nel cuore del lettore, cuore e cura presenti in ogni riga e che  la Carboni riesce a trasmettere direttamente a chi si immerge nelle pagine di questo splendido volume.

“Romantic Italia. Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore” di Giulia Cavaliere (Minimum Fax, 2018)

Una particolarissima playlist di canzoni d’amore, da gustare pagina dopo pagina, ma anche un  appassionante viaggio nella storia della musica italiana nonché un concentrato di critica musicale fatta con estrema competenza e di passione: questo è “Romantic Italia”.

Gli ottanta brani citati da Giulia Cavaliere hanno, a suo parere, rivoluzionato il modo di “cantare d’amore” e ciò viene dimostrato attraverso analisi puntuali e dettagliate dei pezzi dalle quali emerge  un notevole interesse per i testi e per il linguaggio utilizzato (le esegesi sono particolarmente pregevoli), per il contesto in cui sono nati e per la loro portata espressiva.

Sfilano in serie i nomi degli interpreti e dei cantautori nostrani più importanti come Battisti, Venditti, Fossati, De Gregori, Paoli, Ciampi (ne cito solo alcuni), per arrivare agli attualissimi Dente, Thegiornalisti e Liberato, che trattano il tema dell’amore offrendo un punto di vista sempre diverso. Che si tratti di puro romanticismo, di delusione sentimentale o di carnalità e trasgressione, nessuna sfaccettatura del sentimento più complesso che ci sia è trascurata nella selezione delle canzoni operata dall’autrice.

Accurato, ricco di informazioni e curiosità, scritto in modo magistrale, questo libro non ha nulla di didascalico o di eccessivamente tecnico, ma insegna tantissimo e induce anche a fare ulteriori ricerche per approfondire la tematica trattata.

Da ogni riga di “Romantic Italia” traspare in modo efficace quanto la musica sia qualcosa di tutt’altro che semplice e banale (è figlia non solo di una storia personale che porta a comporre qualcosa, ma anche dei mutamenti sociali e storici, come ho già avuto modo di evidenziare, ed è frutto di una ricerca formale e interiore senza la quale sarebbe priva di valore) e quanto essa, come la stessa autrice sostiene, entri nella vita di ognuno con leggerezza, ma anche in profondità.

Regalatevi, dunque, questo volume di notevole valore e anche piacevole da leggere (non ha uno stile pesante ed è molto scorrevole) o regalatelo ai musicofili di vostra conoscenza.

Ritratti post concerto!

“Cos’è la musica?

Un lampo che illumina la tua mente o quel che dopo ne rimane, seppure poco, dandoti speranza”.

Le parole dello splendido monologo che introduce i concerti del Non abbiamo armi tour sono proprio vere: la musica può illuminare la mente e riscaldare il cuore, può far divertire ed emozionare, può unire e creare legami fortissimi. Soprattutto la musica di Ermal riesce a fare tutto ciò.

Ho atteso di poter ascoltare dal vivo e cantare “con lui” le sue meravigliose canzoni che non passano distratte, ma restano ancorate nel profondo, per oltre un anno, condividendo la mia passione musicale con persone diventate per me importanti. Guardando i video o le esibizioni in TV avevo aspettative elevatissime, che non sono state affatto disattese.

Nell’anfiteatro raccolto e graziosissimo di Rossano Calabro, infatti, è andato in scena uno spettacolo travolgente, ma anche intimo e toccante.

Ad aprilo la sensibilità e la delicatezza di Cordio, promettente cantautore (spero venga ulteriormente valorizzato) che si è esibito insieme ad un altro musicista di talento:  Davorio. “Altro che artista”, “Ritratti post diploma”, “Il Paradiso”, “1402”e  “Una danza”  ci hanno fatto immergere perfettamente in un clima di arte purissima. Cordio è l’esempio perfetto di come si possa fare musica senza inseguire mode e senza sgomitare per arrivare, ma cercando di dire qualcosa, come il suo “mentore” insegna.

Dopo il giovane siciliano una breve pausa e poi le note di Non abbiamo armi hanno acceso l’entusiasmo del caloroso pubblico,  del quale faceva parte anche il piccolo  e tenerissimo Giuseppe, che ha duettato con Ermal al Forum di Assago.

Non c’è stato bisogno di orpelli sul palcoscenico o di scenografie elaborate perché lo show avesse successo: sono bastate l’energia è l’emotività di Ermal che è stato coinvolgente e ispirato come sempre. Sorridente e con gli occhi pieni di gratitudine per l’affetto dei presenti (“È tutto troppo”, ha detto) ci ha regalato quasi due ore di talento e pura vitalità.

Con “Gravita con me”, secondo brano in scaletta, il cui video è stato girato tra i Calanchi lucani e che dunque mi è molto caro, eravamo già tutti carichi e pronti a scatenarci.

“Caro Antonello” è uno dei pezzi sicuramente più sentiti da Ermal, che per cantarlo si è seduto palco  rimarcando il suo sentirsi a casa quando è “in scena” oltre alla volontà di avvicinarsi al pubblico. La sua mimica e la sua voce hanno comunicato molto efficacemente l’intensità di questa perla del suo repertorio. Di sicuro le sue doti non sono un trucco e la magia vera è sì il pubblico (lo ha definito proprio così), ma soprattutto ciò che riesce a sprigionare interagendo con chi lo ascolta.

In “Schegge” Meta dichiara tutto il suo amore per la musica, un abbandono totale alle note e alle parole mostrato anche fisicamente quando, al termine della canzone, ha poggiato la testa sul pianoforte e lo ha quasi abbracciato.

“Mi salvi chi può” è un altro dei momenti live da “pelle d’oca al cuore”. Emergono a pieno, dal vivo, la visceralità e la potenza di questa canzone.

Con convinzione e partecipazione abbiamo tutti urlato a squarciagola quel “cambia le tue stelle” che ha donato positività a tanti e che ha rivelato tutta la bravura di Ermal.

Un intro/assolo con la chitarra elettrica e il ritmo battente dei tamburi ha reso meravigliosamente coinvolgente “Molto bene, molto male” in cui emerge anche la voce di Andrea Vigentini, bravissimo ai cori e alla chitarra (tutti i componenti della band ‒ Dino Rubini, Emiliano Bassi, Roberto Pace e Marco Montanari ‒ sono eccezionali).

Menzione speciale per Umano e l’attimo in cui avviene un cambio di ottava letteralmente da brividi che, se ce ne fosse ancora bisogno, mette ancora più in mostra le qualità vocali di Ermal.

Tra vecchi e nuovi successi dunque la serata è volata via fin troppo velocemente. Ciò che non andrà via tanto velocemente, però, è il ricordo di un evento memorabile: chi può non si lasci scappare l’occasione di veder dal vivo un artista completo e sempre sorprendente.

A corredo di questo resoconto, poco tecnico e molto istintivo, troverete le splendide foto di Valentina Ponzo, che vi porteranno visivamente al concerto. Potrete visionarne alcune all’inzio dell’articolo altre al seguente link:

https://www.facebook.com/profile.php?id=100009042310271&sk=photos&collection_token=100009042310271%3A2305272732%3A69&set=a.2032568737054517&type=3

 

 

“La misura eroica” di Andrea Marcolongo (Mondadori, 2018)

I libri belli sono molti, quelli che ti restano appiccicati all’anima, invece, sono pochissimi e “La misura eroica” è uno di questi.

Confesso, con molta semplicità e senza artifici espressivi,  che mi ha stregata sin dalle prime pagine perché vi ho avvertito una forza, una delicatezza, un’umanità che mi hanno toccata nel profondo. La precisione formale è raggiungibile da qualsiasi abile autore, ma far sentire qual groviglio di emozioni che ha portato alla nascita dell’opera non è da tutti.

Un uso attento e intrigante delle parole, l’attenzione alla loro etimologia, grazie alla quale possiamo riflettere o capire meglio cosa diciamo e la scelta di fondare la narrazione sulla mitologia classica, da cui la nostra civiltà moderna non può assolutamente prescindere (si fa riferimento alla storia degli Argonauti e quindi alle “Argonautiche” di Apollonio Rodio), hanno dato all’opera originalità e valore aggiunto.

 

“Il mare è un lingua antica che ci parla.

E le sue parole sono la mappa da decifrare.

Non ha fine, ma infiniti inizi che si chiamano orizzonti.

Conosce l’arte dell’incanto, dello stupore, dell’impazienza e dell’attesa.

Inghiotte navi, offre doni, sorprende in porti che non compaiono sulle carte tracciate da altri che non siamo noi.

È dolce di onde e crudele di tempeste; la sua acqua è salata come il sudore della fatica, come le lacrime del tanto ridere, come il pianto del troppo dolore”.

 

Questo poetico inizio ci porta lungo le coste della Grecia, al momento in cui Giasone, figlio di re Esone, giovane ancora inesperto ed immaturo, decide con audacia di salpare sulla prima nave della storia, Argo e di andare a conquistare il vello d’oro per riappropriarsi  del trono usurpato al padre.  Insieme a lui altri giovani impavidi accettano di intraprendere viaggiare verso la Colchide, seppur con tante incertezze diventando eroi.

La parole eroe è centrale nel testo. Essa sembra essere così lontana da noi, dalle nostre fragilità, dai nostri limiti eppure non è così.

 

“Eroe per i greci era chi sapeva ascoltarsi, scegliere se stesso nel mondo e accettare la prova chiesta a ogni essere umano: quella di no tradirsi mai.

Vittorie e sconfitte non sono affatto il metro dell’eroismo: da millenni eroe è chi decide la sua vita, la sua misura sarà sempre grande perché sarà quella della sua felicità”.

 

“Tutti noi abbiamo un potenziale eroico che solo l’andare per mare può farci riscoprire. Insieme all’amore, che dell’eroismo di ogni singola vita è sempre scintilla”.

 

L’eroismo in effetti va di pari passo con l’amore. Non è un caso che  Giasone riceva la spinta fondamentale per adempiere al suo compito dall’amore per Medea e che Medea lasci la sua famiglia e aiuti il suo uomo sorretta solo da un immenso sentimento. Platone, per confermare ciò, ha formulato una teoria secondo la quale eros ed eroe avrebbero la stessa radice e che in qualche modo i termini eroico ed innamorato potrebbero essere accomunati.

Con temerarietà e per amore dunque Giasone affronta le sue peregrinazioni epitome di tutte le peripezie che ciascun essere umano, di ieri e di oggi affronta e in questo viaggio il percorso non è sempre lineare, anzi a volte è burrascoso. A questo proposito Andrea Marcolongo  cita anche “How to abandon a ship” (“Come abbandonare una nave”), manuale che l’ufficiale della nave Robin Moor, John J. Banigan, sopravvissuto al naufragio della nave stessa, ha redatto, insieme a Phil Richards (scrittore di professione) e che risale al 1942. Il messaggio metaforico che attraverso questo libro Andrea Marcolongo vuol far passare è questo: a volte per sopravvivere  bisogna guardare solo avanti e non indietro, bisogna avere il coraggio di lasciar andare ciò che ci blocca.

Tantissimi sono i momenti come questo in cui sia dal mito, che dalla lettura, che dall’esperienza personale dell’autrice, traiamo insegnamenti utilissimi e siamo portati inevitabilmente a legare ciò che leggiamo a noi stessi, a ciò che quotidianamente sperimentiamo sulla nostra pelle. La volontà di partire dalle radici della cultura occidentale per mostrare quanto alcuni sentimenti siano universali, di arrivare al particolare attraverso un retaggio comune, è un’altra delle peculiarità di questo affascinante “racconto” che, se vogliamo, è anche terapeutico. Probabilmente non gli ho reso giustizia con questa recensione, ma in ogni caso, invito ciascuno dei miei lettori a scoprire di persona “La misura eroica”, ad apprezzarne la qualità e perché no a riflettere su alcune delle bellissime pagine in esso contenute.

Buon duecentesimo compleanno Emily Jane Brontë!

Ho pensato a lungo ad un mondo originale e non banale per ricordare Emily Brontë nel giorno del bicentenario della sua nascita e mentre riflettevo mi sono venuti in mente i versi di una splendida canzone, che a mio parere la descrivono perfettamente: “così sfuggente e libera”. Sfuggente a qualsiasi tentativo di definizione (la sua opera è qualcosa di assolutamente estroso ed innovativo non ingabbiabile in canoni letterari), sfuggente per la sua anima ritrosa e libera per una forza creativa che non conosce limiti e non bada alle convenzioni. Quest’autrice è sempre stata, per me, la personificazione del potere dell’immaginazione che permette di spezzare le catene anche della più triste realtà e di superare i confini geografici e mentali. Quando da bambina l’ho “incontrata” per la prima volta, in un’assolata giornata estiva, grazie ad un bibliotecario appassionato che mi ha messo tra le mani Cime tempestose, sono stata immediatamente abbagliata dal suo talento straordinario, dalla stupefacente carica emotiva ed evocativa della narrazione, pienamente visibile anche nelle sue poesie che ho scoperto successivamente e che costiuiscono  un universo artistico di incommensurabile valore.

Proprio ad una delle  poesie più famose della scrittrice inglese, dedicata al “dio delle visioni”, a ciò che l’ha resa immortale, lascio il compito di rappresentare tutta la sua opera che ancora oggi non smette di emozionare e di conquistare innumerevoli lettori.

Buon duecentesimo compleanno Emily Jane!

 

 

ALL’IMMAGINAZIONE (Traduzione di Anna Luisa Zazo)

 

Quando, stanca degli affanni del giorno,

del terreno trascorrere di pena in pena,

perduta, prossima a disperare,

torna dolce a chiamarmi la tua voce;

non sono più sola, fedele amica,

se tu ancora puoi parlarmi così!

 

Non ho speranze nel mondo di fuori;

due volte mi è caro il mondo che è in me;

dove astuzia, odio e dubbio,

e freddi sospetti non hanno dimora;

il tuo mondo in cui tu e io e la libertà,

godiamo di sovranità indiscussa.

Che importa se mi circondano

tenebre, pericolo e colpa:

nel rifugio del nostro cuore

serbiamo limpido un cielo di luce,

caldo dei mille e mille raggi

di soli che non conoscono l’inverno.

 

La ragione, è vero, spesso lamenta la triste realtà della natura,

e al cuore dolente ripete che vani

saranno sempre i suoi sogni più cari;

e la verità può calpestare rudemente

i fiori nuovi della fantasia:

 

Ma tu, sempre presente accanto a me,

mi riconduci l’errabonda visione,

e dalla spenta stagione infondi nuova gloria,

e dalla morte trai vita più dolce,

e sussurri con voce divina,

di mondi reali, splendenti come il tuo.

Non do fede alla tua gioia fantasma,

pure, nella quieta dell’ora notturna,

il cuore colmo di gratitudine nuova,

accolgo te, forza benigna;

conforto certo delle umane cure,

più dolce speranza, se la speranza dispera.

 

23 settembre 1884

Se vedo te di Arisa (Warner Music Italy, 2014)

Per la “rubrica” Intermezzi musicali ho deciso di “ripescare” un album, a mio parere, ingiustamente sottovalutato di Arisa, “ Se vedo te”, del 2014, che merita invece maggiore considerazione.

L’artista lucana vince  Sanremo proprio nel 2014 con “Controvento”, orecchiabile, pop, diffusamente cantata e apprezzata dal pubblico.

Al Festival, però, ha presentato anche un altro brano, inserito ovviamente nel disco, che ne rappresenta bene l’essenza. Lentamente (il primo che passa) è un brano estremamente raffinato sia per quel che concerne la musica sia per quel che riguarda le parole, un bolero (come dicono  tecnici) a primo impatto forse ostico e con una prima parte piuttosto “chiusa”, ma che poi si apre con grazia, diventando ariosa e leggera.

Mi pare che questo album sia riassunto qui. Esso si caratterizza infatti per una forte espressività, testi che vogliono smarcarsi dalla banalità, anche a costo di mancare di immediatezza,  ricercatezza nei suoni e una voce cristallina, potente ma soave al tempo stesso; angelica, ma graffiante in alcuni momenti come in “Quante parole che non dici”. Il ritornello di questa canzone (“Quante parole che non dici o vorresti gridare. Col tempo vedrai, esploderanno tutte nello stesso momento, tutte fino a farti sentire meglio”) è un misto di rabbia, di desiderio di liberarsi finalmente del fardello di quelle parole che pesano, ma sono necessarie e di senso di liberazione.

A dare il titolo al disco è “Se vedo te”, scritta da Cristina Donà e Saveiro Lanza, un’altra piccola gemma per la sua eleganza e per la sua originalità. Ascoltandola penso ad un oggetto di cristallo, delicato, spigoloso, trasparente in cui il suono si rifrange, si libra e poi ritorna.  Particolarmente riuscito e coinvolgente è il ritornello: “Faccio spazio dentro agli occhi perché tu li riempi. Faccio strada nei miei occhi perché tu li attraversi”

Una menzione speciale va al brano “Sinceramente”, composto da Dente il cui tema è un rapporto che si spegne lentamente e in cui si avvertono molto intensamente una sorta di dolore sommesso che diventa quasi rassegnazione, un senso di impotenza per il verso che questa relazione ha preso.  Un vena di malinconia si fa largo nel canto insieme ad un senso di vulnerabilità estremamente vero.

“Cuore che non vede dà peso alle parole cuore che non vede che si spengono le cose. Cadono i vestiti, piangono i poeti, cambio le lenzuola che fioriscono i pensieri”.

“Dimmi se adesso mi vedi” è il brano più struggente, cupo e dolente del disco, impossibile non esserne colpiti e non commuoversi dopo averlo ascoltato. “Raccolgo il vento e il mare è andato via
e resta solo il sale su di me”.  Quanto è evocativa l’immagina di questa donna che sulla riva del mare, reale o metaforico, cerca di risanare le ferite provocate da mal d’amore.

Ai pezzi sopracitati vanno aggiunti la dolcissima “La cosa più importante”, l’intensa “Dici che non mi trovi mai”, la sognante “Stai bene su di me” e l’estrosa “L’ultima volta”.

Chiudo con la nota più frizzante del disco, che ho amato sin dal primo ascolto. In “Chissà cosa diresti” con estrema ironia si riflette su un passato sentimentale che provoca rimpianto, ma ricordato con una certa levità, il tutto impreziosito dall’interpretazione fenomenale della cantante di Pignola.

Se vi ho incuriosito un po’ correte subito ad ascoltare questo pregevolissimo lavoro che rappresenta un tassello davvero della carriera di Arisa.

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