Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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“La scrittrice del mistero” di Alice Basso (Garzanti, 2018)

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Inizierò questa recensione in modo conciso e diretto: se non conoscete la ghostwriter Vani Sarca e i libri di Alice Basso vi consiglio di rimediare immediatamente mentre, se non avete letto l’ultimo capitolo di questa amatissima serie di romanzi, fatelo quanto prima perché non vi deluderà.

Vi ritroveremo, immutata, la scrittura sapiente e coinvolgente dell’autrice e i personaggi accattivanti ed iconici ormai familiari che si sono evoluti pur mantenendo intatte le caratteristiche che li hanno resi riconoscibili.

In effetti in questo volume scopriamo una Vani che non ha perso la sua vena dissacratoria e sarcastica, la sua genialità, ma al tempo stesso ha qualcosa di diverso: sfiora la felicità e ne ha paura, ha i crampi allo stomaco per amore e anche il rapporto con sua sorella subirà un’importante svolta. Come sempre le vicende personali e professionali della dottoressa Sarca si intrecceranno. Questa volta col commissario Berganza dovrà scoprire chi minaccia il suo ex fidanzato Riccardo e toccare con mano, come non mai, anche il lato più malato di un sentimento.

Non ci sono mai cali di tensione narrativa in questo volume e anche in relazione a tutti gli altri le avventure di Vani non smettono di incuriosire, non stancano anzi, dopo aver letto “La scrittrice del mistero” non vedo l’ora di leggere il prossimo, che arriverà, stando allo sconcertante finale e ci riserverà altre sorprese

É sempre un piacere leggere romanzi come questo che riescono ad intrattenere, fanno riflettere e non tralasciano la qualità e qui, come ho già fatto notare, di qualità ce n’è in abbondanza.

Nulla è lasciato al caso: gli incastri nello sviluppo della trama sono perfetti, lo stile è ironico e brillante e rende scorrevole e piacevolissima la lettura, il linguaggio è arguto e sempre ben ponderato.

Leggendo, inoltre, traspare un amore autentico per i libri, evidente non solo nella scelta del lavoro della protagonista e questo costituisce un ulteriore valore aggiunto.

Insomma se non fosse chiaro ho letteralmente adorato “La scrittrice del mistero” e penso che sia imperdibile per chi ama le buone letture.

Terza edizione del premio letterario “L’albero di rose”

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Mi rende molto orgogliosa l’ide ch enel mio paese ci sia un premio letterario epr questo sono lieta di comunicare che è uscito il bando di partecipazione alla Terza edizione del premio letterario L’Albero di rose. Potrete inviare i vostri comtributi fino al 30 igugno mentre la premiazione si svolgerà il 9 agosto. La prestigiosa giuria che valuterà  i testi è composta da Rocco Brancati, Giuseppe Lupo, Patrizia Minardi, Luciano Nota, la Società Dante Alighieri – Comitato di Matera, la Fondazione Leonardo Sinisgalli, I Parchi Letterari – Paesaggio Culturale Italiano e ha un presidente onorario d’ecezione: il grandissimo Mogol. Potete consultare il bando sul blog “La presenza di Erato”, sull’account Facebook L’Albero di Rose -Premio Letterario o sulla Pagina del Comune di Accettura.

 

“Non abbiamo armi” di Ermal Meta

1516017344336.jpg--ermal_meta__ecco_la_copertina_del_nuovo_album__non_abbiamo_armi_Il terzo capitolo della storia artistica di Ermal Meta s’intitola “Non abbiamo armi”, lavoro in cui le sue parole e la sua musica appaiono più “leggere” e libere che mai.

Le dodici tracce del disco sono tutte orecchiabili e di grandissima qualità.

La ricerca di sé, l’amore che può finire o far soffrire ma è l’unico riparo dalla caducità del tempo e del mondo, la fragilità e la forza dei sentimenti che fanno male, ma fanno sentire vivi, gli abbracci che sono “lo spazio più importante”, simbolo del contatto umano che può solo far bene, la quotidianità, sono i nuclei fondanti di un album scorrevole come un meraviglioso libro che di legge tutto d’un fiato.

L’incipit di questo singolare libro è costituito da “Non mi avete fatto niente”, presentata a Sanremo con Fabrizio Moro, che potremmo definire, citando un altro grande cantautore, una “canzone contro la paura”. Un po’ come “Vietato morire” il brano sembra voler veicolare la speranza nella bruttura più assoluta. “Scambiamoci la pelle in fondo siamo umani” è un delle frasi più rappresentative del brano: se provassimo a metterci nei panni dell’altro e a non combatterlo, questo “corpo enorme che noi chiamiamo Terra” sarebbe sicuramente più sano. Il testo è di forte impatto emotivo, ma anche le voci dei due cantanti sono di un’espressività incredibile: l’eleganza di Ermal ben si amalgama con la forza di Fabrizio Moro. Uno dei momenti più intensi lo riscontriamo quasi nel finale quando il falsetto di Ermal, che a mio avviso rappresenta quasi un pianto disperato ma composto, si contrappone all’urlo rabbioso di Moro.

Dopo un pezzo tanto impegnativo arriva “Dall’alba al tramonto”, tutta da ballare e con un ritornello che si canta immediatamente. È perfetta per l’estate e potrebbe avere un enorme successo radiofonico.

Si cambia ancora atmosfera con “9 primavere”: la pioggia che accompagna il ricordo di una storia d’amore ormai finita, si mescola a lacrime di rimpianto, lacrime ricche di amarezza ma anche di tenerezza. La malinconia del ricordo sembra avvolgere e quasi consolare, lenire un dolore espresso con dolcezza disarmante.  “Sono solo lacrime/e non è proprio niente di speciale/una per ogni passo insieme/ una per ogni notte ad ascoltare canzoni d’amore”.

“Non abbiamo armi”, la title track, è anche la canzone che meglio riassume l’album con suoni limpidi e un testo che con la sua linearità riesce ad essere struggente: “Non abbiamo armi contro il cambiamento/ma adesso tu mi puoi proteggere dentro ad un abbraccio”;  “non abbiamo armi/per difenderci dagli altri/non abbiamo armi/ma abbiamo queste mani che servono da scudi”.

“Io mi innamoro ancora” ha una melodia capace di far illuminare il viso con un sorriso, riesce a rendere il senso di sicurezza e gioia che può donare la semplicità delle cose solo all’apparenza più banali. “

Anche “Le luci di Roma” racconta lo spegnersi di un amore, con l’aiuto dell’immagine evocativa delle città eterna. Un po’ come New York nel precedente album qui l’assenza non è vuoto, anzi pervade l’anima riempiendola e “il rumore più forte è lo stesso silenzio che sento di noi”, dice l’autore

“Caro Antonello” è il brano più ruvido del disco. Avverso un senso di disillusione e forse di sconforto nel pezzo, ma non manca uno spiraglio di positività  (“evviva la vita con il suo puzzo e sudore”). Il pezzo, dedicato ad Antonello Venditti è anche, a mio parere,  un omaggio all’immenso potere della musica (“ mentre si canta non si può mai morire”, “un canzone spietata appare come una rosa”).

“Il vento della vita”  ha un’ariosità e una carica emotiva trascinanti. Nel corso di quest’avventura tanto meravigliosa quanto complessa che è l’esistenza, in cui siamo appunto come sballottati dal vento che però può darci anche la giusta spinta per navigare,  si “può cadere, rialzarsi e poi sognare”, “gli ostacoli son tanti” ma tutto porta ad incontrare se stessi e l’altro. “Io non ho perso tempo, ho perso vento per gonfiare le mie vele e navigare in mari sconosciuti/e non ho perso tempo/a volte ho perso me/ per poi ritrovarmi e ripartire”.

In “Amore alcolico” mi ha immediatamente colpito il neologismo “innammazzato”, che potrà anche apparire poco ortodosso, ma rende benissimo l’idea della sofferenza amorosa, tema centrale della canzone.

“Quello che ci resta” è un brano che quasi sottovoce si insinua nel cuore di chi ascolta grazie alla sua atmosfera calda tra le righe si passa il concetto che si deve avere il coraggio di amare anche se si può stare male ed essere feriti. Splendido il ritornello che recita: “Se ci fosse anche per me una carezza per ogni mio errore/avrei un cuore bellissimo sì/senza un graffio e senza paure, ma l’amore che spacca le ossa non lascia ferite”.

Il ritmo martellante di “Molto bene, molto male”, che una volta di più incita a rischiare e fare sempre in ciò che si crede, ci conduce verso lo straordinario finale con “Mi salvi chi può”, divisa in due parti. La prima, con un sound elettronico, è evanescente ed eterea e ben esprime la ricerca di quel qualcosa che manca sempre “se persino l’infinito è mancante”; la seconda invece è potente e cupa per rendere quelle “Parole di rabbia [..]./per non sentire la noia che ci divora, per esprimere quasi la paura della solitudine  “Perché da soli fa male/pure l’aria/anche una goccia di buio/ti avvelena un sole intero/di felicità”.

“Non abbiamo armi” è, per sintetizzare, l’ennesima conferma dell’immenso talento di Meta, ma anche un passo in più nel suo costante lavoro di cambiamento e di ricerca.

Detto questo non mi resta che augurare anche a voi buon ascolto e scrivere, per questa recensione, la parola fine.

 

 

 

 

 

“Victoria” di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2017)

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Rapita dalla fiction dedicata alla gloriosa regina Victoria recentemente andata in onda su Canale 5  ho deciso di leggere il romanzo che si può considerare “parallelo” alla sceneggiatura della fiction.

La prima cosa che balza agli occhi è la profonda consonanza con la trasposizione televisiva. Quasi sempre il confronto tra libro e film/fiction lascia l’amaro in bocca perché sono trascurati alcuni elementi o altri vengono modificati e quasi mai nel modo migliore.

In questo caso non ci sono stati grandi stravolgimenti, i personaggi sono ovviamente raccontati in modo più approfondito e compiuto dalla scrittrice (nella fiction viene forse dato più spazio alle storie della servitù rispeto al romanzo in cui l’aspetto psicologico però ha più rilevanza), ma in definitiva ciò che si vede è la quasi perfetta proiezione di ciò che si trova nelle pagine del testo. Mentre scorrevo le pagine mi sembrava di avere davanti agli occhi i protagonisti (gli attori sono perfetti nel loto ruolo) e le scene della serie.

Volendo parlare del romanzo in sé,  la giovane sovrana Alexandrina Victoria, chiamata a governare la Gran Bretagna a soli 18 anni, con le contraddizioni caratteriali dovute all’età, la sua voglia di indipendenza ed autoaffermazione domina il racconto, ma ci sono molte figure tratteggiate egregiamente come l’affascinante e arguto Lord Melbourne, il serio e romantico Albert, futuro marito della monarca o la regina madre, fragile ed insicura che è sempre stata iperprotettiva con sua figlia pregiudicando il rapporto con lei, anche per il suo sentimento nei confronti di  Sir John Conroy che ha sempre voluto controllare Victoria, l’ha sempre denigrata senza che la duchessa di Kent opponesse resistenza.

Una descrizione attenta e accattivante delle dinamiche di corte rende la lettura ancor più interessante e le conferisce quel pizzico di pepe che serve la vivacizza.

Daisy Goodwin ci offe dunque una lettura pregevole e godibilissima che accontenterà chi ama il romanzo storico, chi è affascinato dalla storia britannica, chi è curioso di scoprire l’età Vittoriana e chi è affascinato dalle vicende delle teste coronate e della nobiltà e anche chi ama le storie d’amore d’altri tempi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone (Rizzoli, 2017)

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Leo è perennemente insicuro e spaventato dalle sue emozioni. È diviso tra due donne (la sua amante ora  fidanzata ufficiale e la sua ex moglie ora amante), ha un lavoro che gli piace, ma che non rispecchia a pieno i suoi sogni (vorrebbe aprire una libreria) e un padre eterno Peter Pan, giocatore incallito che sostiene di essere stato la controfigura di Dustin Hoffman nel film Il laureato. Non riesce a prendere in mano la sua vita, a scegliere e decidere per sé, ma una notizia inaspettata e una richiesta assurda da parte del suo editore (lui e i suoi colleghi devono trovare una trama efficace per un libro dal titolo “Consigli pratici per uccidere mia suocera”) lo indurranno a riflettere seriamente e forse diventare più risoluto.

Leo è un personaggio bene strutturato, un perfetto rappresentante dei tempi che stiamo vivendo, dominati da incertezza e instabilità, è l’epitome della precarietà emotiva che oggi alberga in molti e per questo ci si può facilmente immedesimare in lui. Non solo il protagonista, ma anche le altre figure presenti sono egregiamente caratterizzate ed estremamente vivide, basti pensare al particolarissimo papà di Leo che sembra davvero uscito da un film americano.

Gradevolissima è l’incursione, dissacrante ed originale, nel mondo editoriale che riesce a dare brio al testo insieme ad un’ironia costante alternata a momenti più seri e riflessivi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera è, in definitiva, un ottimo romanzo che si legge agevolmente, in cui la trama, studiata nei minimi dettagli, “funziona” a meraviglia e il cui stile è adatto alla storia raccontata e rispecchia perfettamente la psicologia del narratore.

Vale sicuramente la pena, dunque, trascorrere delle piacevoli ore in compagnia di Leo Mameli e delle sue avventure.

Rapsodia francese di Antoine Laurain (Einaudi, 2017)

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Per un grottesco scherzo del destino il dottor Alain Massoulier riceve, con trentatré anni di ritardo, la risposta della casa discografica a cui il gruppo in cui suonava da giovane aveva mandato dei pezzi.  L’insolito evento riesce a dare una scossa alla noiosa e abitudinaria vita del medico che tenta di ricontattare alcuni membri delle band al fine di riavere una cassetta con le canzoni. Nella sua ricerca scoprirà quello che i ragazzi di un tempo sono diventati: il raffinato antiquario Pierre si è suicidato facendo anche della sua morte un’opera d’arte, Frédéric si è trasferito in Thailandia, Stan è diventato un’artista egocentrico e ossessionato dal successo mentre Sebéstien è diventato il leader di un movimento di estrema destra. Alain decide di non contattare JBM, il produttore del gruppo, diventato un importantissimo uomo d’affari che l’opinione pubblica acclama come candidato alla presidenza della Francia e Bérengére di cui il dottore era segretamente innamorato, all’epoca fidanzata proprio con JBM.

Le velleità musicali del protagonista diventano un pretesto per raccontare i rimpianti, i dolori, i segreti che ciascuno dei personaggi si porta dentro, della nostalgia, di quel tempo in cui tutto sembra realizzabile e la realtà non ha ancora coperto di disincanto ambizioni e speranze. Forse, peràò, non è mai troppo tardi o forse la cosa migliore è accettare i cambiamenti, ma in fondo una piccola scintilla che ridoni vitalità è indispensabile, come Massoulier ci dimostra.

Non c’è solo puro idealismo in questo romanzo perché Laurain, seppure in chiave romanzata, “parla” dell’attuale clima politico portando ad una riflessione molto interessante sul populismo che sempre più fa breccia nell’opinione pubblica e sull’incapacità della politica “pura” di dare risposte concrete (l’argomento è molto attuale, soprattutto poi se si pensa all’imminenza delle elezioni in Francia).

Uno degli elementi che mi ha più colpito di Rapsodia francese, oltre allo stile curatissimo, alla storia avvincente e al fatto che parli alla “pancia” e al cuore del lettore, è proprio questo guardare talvolta al cielo e quindi alla natura eterea dei sogni e dei desideri, talvolta alla terra e quindi alla crudezza della quotidianità. Noi siamo “fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (We are made the same stuff dreams are made of è il titolo del brano di punta degli Hologrammes), ma anche di delusioni, rinunce, insuccessi e di problemi. Un po’ malinconico, un po’ positivo, con un tocco surreale che lo rende delizioso, questo testo conferma le doti d’autore di Antonine Laurain e, a mio parere, è assolutamente da non perdere.

Recensione dell’album “Vietato morire” di Ermal Meta

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Questa volta voglio dare spazio ad un tipo un po’ diverso di narrazione, ossia alle canzoni (libri in miniatura che riescono a coinvolgere e ad emozionare) e ad un disco che contiene in sé tante pagine degne di nota, ossia Vietato morire di Ermal Meta, terzo classificato all’ultimo Festival di Sanremo.

Il cantautore riesce magnificamente, con musica, testi raffinati e canto a raccontare delle storie in modo vivido ed efficacissimo.

Si pensi,  per quel che riguarda l’interpretazione, ad Amara terra mia, brano di Modugno che Ermal Meta ha rivisitato con originalità grazie all’uso del falsetto, dando voce sia ad un uomo che ad una donna,  trasformandolo  quasi in un dialogo e rendendo questo canto d’addio ancora più struggente.

Anche la scelta di pubblicare il suo precedente lavoro, Umano (ricco di vere perle), insieme a Vietato morire e di legare ogni canzone del nuovo CD ad una di quello “vecchio”  ha una precisa valenza narrativa: mostrare il suo percorso artistico e creare se vogliamo delle piccole isotopie, degli appigli per riconoscere i temi, le immagini, lo stile che lo caratterizzano.

Tornando specificamente all’album la traccia da cui prende il titolo è autobiografica e veicola un potente messaggio contro la violenza, ma soprattutto una spinta alla reazione, uno sprone a “disobbedire”, a dire no a tutto ciò che fa star male, a comprendere che non è mai tardi per ricominciare, che “da un libro di odio” si può “insegnare l’amore” e “cambiare le proprie stelle”.

Ragazza Paradiso è una dolcissima dedica d’amore, un inno alla sicurezza e alla serenità che un sentimento profondo sa regalare.

Piccola anima, duetto con Elisa, è un gioiello di delicatezza: le voci dei due interpreti si mescolano perfettamente e l’immagine di quest’anima che fugge via, accompagnata solo dalla luce dei lampioni, delusa da un amore infelice arriva dritta al cuore.

Voodoo love ha un testo originale, poetico  (“Sono stato senza te, ma tu c’eri sempre, seppellita nel mio domani come fossi un seme”; “Tu sei come il mare volevo dirtelo, nascondi la parte migliore”) e una musica suadente che riesce a coinvolgere l’ascoltatore.

New York è l’evocazione di un’assenza. La nota metropoli, quanto mai romantica, è la suggestiva ambientazione per un ricordo velato di nostalgia (“Ascolterai il vento parlare coi palazzi, chissà se in quel casino mi sentirai ancora”/“A New York mancano le stelle, un milione di finestre, la tua qual è?”). La musica è ridotta al minimo, con gli archi che cullano l’ascoltatore nell’inciso, creando un’atmosfera magica e direi quasi cinematografica.

C’é spazio anche per il ritmo con le trascinanti Bob Marley e Rien ne va plus. 

Il disco si chiude con Voce del verbo, brano di rara potenza, in cui la voce di Ermal esplode, “grida” ciò che lui prova. Le parole di questo letteralmente trafiggono, sono taglienti ma rigeneranti al tempo stesso. Il finale è sorprendente con il suo inatteso afflato  lirico.

Alcuni versi tratti da La vita migliore  descrivono alla perfezione la figura dell’artista, ma esplicitano anche una delle facoltà di chi fa arte, quella di elaborare la realtà e trasformarla in sogno.

“Adesso stringi la tua stella al petto

Guarda il cielo anche se spento

Un sognatore non si perde mai, non dorme mai”.

Ermal Meta è capace di con il suo straordinario talento di dar vita a sogni che hanno le sembianze di canzoni, ma anche di parlare della realtà ed analizzarla in modo acuto. Non posso quindi non consigliare l’ascolto di Vietato morire e delle altre composizioni di questo grandissimo cantautore.

Buon anno!

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Lo so, forse non è particolarmente originale comparare l’anno che sta per iniziare ad un libro, ma il paragone è senz’altro calzante. E allora che il 2017 porti tanti nuovi libri da leggere e, soprattutto, tante nuove avventure da vivere, emozioni e scoperte! Che ogni  pagina di questo anno sia piena ed intensa.

Auguri di cuore a tutti,

Giuliana.

 

 

 

“Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer (Feltrinelli, 2010)

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Le ho mai raccontato del vento del vento del vento del Nord è un libro apparentemente leggero, ma moderno e intrigante.

La trama è essenziale: Emmi, sposata con due figli e Leo, psicolinguista reduce da una relazione tormentata,  entrano in contatto quando la donna deve disdire, via mail, l’abbonamento ad una rivista. Comincia così un fitto scambio di missive virtuali che diventano però sempre più intime finché i due iniziano a provare un coinvolgimento profondo che resterà, però, sempre platonico.

Questa sorta di romanzo “epistolare” del XXI secolo è snello, pungente e ironico, ma anche sentimentale, provocatorio e in alcuni momenti audace. Sicuramente, poi, è molto attuale e ci fa riflettere sul nostro modo di gestire i rapporti interpersonali nell’era di Internet.

I due personaggi vivono la loro relazione basandosi sulle loro parole e sulle loro sensazioni, sicuramaente l’immaginazione e l’immaginario hanno un potere evocativo più forte rispetto alla disillusione a cui può condurre la realtà, ma si scontrano con le contraddizioni che un legame di questo tipo evidenzia. Basteranno scaramucce verbali, confessioni e confidenze a cementare un vero amore e soprattutto sarà un sentimento reale?

Glattauer in un crescendo di intensità narrativa riesce bene a mostrare l’avvicinamento di Emmi e Leo e l’acuirsi dei loro conflitti interiori unendo semplicità e tensione drammatica ottenendo la costante attenzione del lettore che è curioso di sapere come la loro storia andrà a finire.

Lo scoprirò, forse, con il secondo capitolo delle loro avventure, che di certo leggerò presto.

Buon compleanno zia Jane!

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Jane Austen ci ha regalato purtroppo solo sei romanzi, diventati però pietre miliari della letteratura inglese e mondiale.

Indimenticabili sono la soave Anne e il suo intraprendente capitano Wentworth, l’audace Elizabeth e l’orgoglioso Darcy, i poveri nervi della signora Bennet, l’assennata Elinor e il suo contraltare, l’impulsiva Marianne, la simpatica Emma con il suo desiderio di far trovare a tutti l’amore e il solido Knightely. Chi pensa però che i romanzi della Austen siano dei semplici romanzi sentimentali si sbaglia di grosso. Sono la sublime ironia dei suoi testi, a volte più che pungente, unita ad una delicatezza tutta femminile, i ritratti riuscitissimi degli uomini e delle donne del suo tempo, le atmosfere di un mondo ormai lontano che però da’ spunti di riflessione anche sul nostro presente, a dare valore a questi testi.

Non è una zitella sognatrice in cerca di un modo per impiegare il suo tempo ad averli scritti, ma una donna coraggiosa, dotata di acume e talento che ha deciso di raccontare la società in cui viveva e di far sentire la sua voce nella maniera a lei più congelare, usando la sua penna sferzante, una voce che non ha smesso di risuonare e che ancora oggi conserva il suo fascino.

Con questo post voglio ricordare l’anniversario della sua nascita cercando di celebrarla a modo mio per cui: buon compleanno zia Jane!

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