Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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Se vedo te di Arisa (Warner Music Italy, 2014)

Per la “rubrica” Intermezzi musicali ho deciso di “ripescare” un album, a mio parere, ingiustamente sottovalutato di Arisa, “ Se vedo te”, del 2014, che merita invece maggiore considerazione.

L’artista lucana vince  Sanremo proprio nel 2014 con “Controvento”, orecchiabile, pop, diffusamente cantata e apprezzata dal pubblico.

Al Festival, però, ha presentato anche un altro brano, inserito ovviamente nel disco, che ne rappresenta bene l’essenza. Lentamente (il primo che passa) è un brano estremamente raffinato sia per quel che concerne la musica sia per quel che riguarda le parole, un bolero (come dicono  tecnici) a primo impatto forse ostico e con una prima parte piuttosto “chiusa”, ma che poi si apre con grazia, diventando ariosa e leggera.

Mi pare che questo album sia riassunto qui. Esso si caratterizza infatti per una forte espressività, testi che vogliono smarcarsi dalla banalità, anche a costo di mancare di immediatezza,  ricercatezza nei suoni e una voce cristallina, potente ma soave al tempo stesso; angelica, ma graffiante in alcuni momenti come in “Quante parole che non dici”. Il ritornello di questa canzone (“Quante parole che non dici o vorresti gridare. Col tempo vedrai, esploderanno tutte nello stesso momento, tutte fino a farti sentire meglio”) è un misto di rabbia, di desiderio di liberarsi finalmente del fardello di quelle parole che pesano, ma sono necessarie e di senso di liberazione.

A dare il titolo al disco è “Se vedo te”, scritta da Cristina Donà e Saveiro Lanza, un’altra piccola gemma per la sua eleganza e per la sua originalità. Ascoltandola penso ad un oggetto di cristallo, delicato, spigoloso, trasparente in cui il suono si rifrange, si libra e poi ritorna.  Particolarmente riuscito e coinvolgente è il ritornello: “Faccio spazio dentro agli occhi perché tu li riempi. Faccio strada nei miei occhi perché tu li attraversi”

Una menzione speciale va al brano “Sinceramente”, composto da Dente il cui tema è un rapporto che si spegne lentamente e in cui si avvertono molto intensamente una sorta di dolore sommesso che diventa quasi rassegnazione, un senso di impotenza per il verso che questa relazione ha preso.  Un vena di malinconia si fa largo nel canto insieme ad un senso di vulnerabilità estremamente vero.

“Cuore che non vede dà peso alle parole cuore che non vede che si spengono le cose. Cadono i vestiti, piangono i poeti, cambio le lenzuola che fioriscono i pensieri”.

“Dimmi se adesso mi vedi” è il brano più struggente, cupo e dolente del disco, impossibile non esserne colpiti e non commuoversi dopo averlo ascoltato. “Raccolgo il vento e il mare è andato via
e resta solo il sale su di me”.  Quanto è evocativa l’immagina di questa donna che sulla riva del mare, reale o metaforico, cerca di risanare le ferite provocate da mal d’amore.

Ai pezzi sopracitati vanno aggiunti la dolcissima “La cosa più importante”, l’intensa “Dici che non mi trovi mai”, la sognante “Stai bene su di me” e l’estrosa “L’ultima volta”.

Chiudo con la nota più frizzante del disco, che ho amato sin dal primo ascolto. In “Chissà cosa diresti” con estrema ironia si riflette su un passato sentimentale che provoca rimpianto, ma ricordato con una certa levità, il tutto impreziosito dall’interpretazione fenomenale della cantante di Pignola.

Se vi ho incuriosito un po’ correte subito ad ascoltare questo pregevolissimo lavoro che rappresenta un tassello davvero della carriera di Arisa.

“A casa di Jane Austen” di Lucy Worsley (Neri Pozza, 2018)

“Non è una zitella sognatrice in cerca di un modo per impiegare il suo tempo, ma una donna coraggiosa, dotata di acume e talento che ha deciso di raccontare la società in cui viveva e di far sentire la sua voce nella maniera a lei più congeniale, usando la sua penna sferzante. Una voce che non ha smesso di risuonare e che ancora oggi conserva il suo fascino”.

Con queste parole ho deciso, qualche anno, fa di ricordare Jane Austen in occasione del suo compleanno e sono ancora più convinta di quanto ho affermato dopo aver letto quest’interessantissima biografia di Lucy Worsely, che si sviluppa a partire da uno straordinario tour nelle case in cui la scrittrice di Steventon ha abitato. Un viaggio emozionante, ricco di dettagli non solo sulle dimore in questione, ma anche sulla Austen stessa ritratta a tutto tondo come scrittrice, donna, figlia, sorella, zia .

Nel testo vengono descritte le abitazioni, ma anche scandagliati i rapporti intrattenuti con la sua casa metaforica, la sua famiglia e forniti dettagli sul contesto sociale e storico  in cui la “zia Jane” si è formata come persona e come romanziera.

È un testo completo, dunque, che potrà soddisfare innumerevoli curiosità grazia alla sua dovizia di particolari ma ha una narrazione dal tocco profondamente umano come dimostrano alcune vivide, semplici ed emozionanti “fotografie” dell’autrice.

“Intelligente, gentile, spiritosa, ma anche insofferente nei confronti delle restrizioni che la società le impone e sempre in cerca di nuovi modi per essere libera e creativa”.

Penso che non ci sia descrizione più calzante per questa signora della letteratura. La sua delicatezza e la sua vivacità emergono anche in quest’altra breve incursione nel suo privato che proviene dalla voce diretta, per così dire, dalle nipote Marianne e che aiuta anche a far luce sul modo in cui i suoi capolavori sono nati:

“Lavorava [cuciva ] davanti al fuoco in biblioteca, restando in silenzio a lungo, poi scoppiava a ridere di colpo, balzava in piedi e si precipitava e si precipitava all’altro capo della stanza, a un tavolo sul quale erano posati carta e penne, scriveva qualcosa e tornava davanti al fuoco,dove riprendeva a cucire”.

Uno dei momenti più intensi e anche commovente del libro però, a mio pare è rappresentato dalle seguenti righe:

“Prendeva i rimpianti e l’amarezza e li trasformava in ironia e arte. Usava queste armi efficaci per far saltare la serratura che teneva le figlie prigioniere nelle case dei familiare. Avrebbe imparato a mostrare quanto sgradevole e ingiusta poteva essere questa situazione”.

In questo passo sono riassunte la tenacia e la capacità di non rassegnarsi di una ragazza che era pur sempre prigioniera delle convenzioni e che cercava di trovare la propria autonomia oltre che il modo in cui lei ha utilizzato le armi dell’intelligenza e della parola non solo per alimentare un processo creativo fine a se stesso ma per dar vita a qualcosa che, seppure in modo apparentemente leggero, portasse alla luce alcune problematiche, vissute da lei in prima persona.

In effetti, ad esempio, il tema della “sistemazione” della donna, del riuscire a trovare una casa confortevole attraverso il matrimonio, presente nei romanzi della Austen non è un problema secondario (lei e sua sorella, dopo la morte del padre, non essendo sposate,  lo hanno dovuto affrontare) e la foga di Mrs. Bennet nel trovare un marito alle sue figlie perché nessuna di esse erediterà Longbourn  è una dimostrazione lampante di quanto fosse preoccupante il non avere la stabilità conferita dal possesso di un proprio “nido” domestico.

Jane stessa ha volutamente rinunciato a questa stabilità per mantenere la sua indipendenza, per non accontentarsi, per rimanere libera, pagando ovviamente, però, il prezzo delle sue scelte.

Questo libro è,a mio parere, un grande modo per renderle omaggio, per mostrarne la grandezza e lo spessore, ma anche per informarsi in modo approfondito e non approssimativo.

Da Janeite incallita, dunque, non posso che consigliare di visionarlo e caldeggiarne la lettura.

 

Presentazione del libro ” E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo

Sono felicissima di annunciare la presentazione di un bellissimo romanzo: “E con essi chiusa in una stanza” di Pina Palermo. Appuntamento il 1° agosto nel mio meraviglioso paese!

 

“Al mattino strigi forte i desideri” di Natascha Lusenti (Garzanti, 2018)

Mi piacciono i libri come questo, che sanno un po’ di favola e un po’ di realtà, che uniscono leggerezza e profondità, che portano a guardarsi dentro, con delicatezza, sfiorando piano piano le corde dell’anima.

Non è difficile ritrovarsi in Emilia, che nasconde i suo dolori, ma anche la sua forza e i suoi sogni dietro una lunghissima frangetta e che deve ridare colore alla sua vita dopo aver perso il lavoro. Con due gattini si trasferisce in un condominio che la accoglie in modo decisamente poco amichevole. La ragazza decide allora di farsi conoscere in un modo particolare, scrivendo delle storie che cominciano tutte nello stesso modo (“Questa mattina mi sono svegliata e…”) e appendendole sulla bacheca del palazzo.

Qualcuno recepirà immediatamente il senso di quei piccoli racconti. Nicola, infatti, un bimbo che cerca di farsi ascoltare dal padre e che vive male la separazione dei genitori, mostra il suo sostegno ad Emilia appiccicando alla bacheca delle figurine dei Minions. Tra i due nascerà un rapporto speciale, fatto di profonda comprensione, che aiuterà entrambi a superare  un momento di difficoltà. Emilia troverà un’alleata preziosa anche in Gina, l’inquilina del quarto piano, che sarà una seconda nonna per lei.

Le storie di Emilia, fatte di pensieri che si snodano leggeri, ma tremendamente corposi avranno la capacità di far sciogliere ed aprire alcuni coinquilini oltre a far bene alla loro autrice. Alcuni dei personaggi le definiscono carezze e in effetti è confortante sapere che qualcuno può dire qualcosa che non si riesce ad esprimere e sentire che può capirti. In più è rassicurante e poetica l’idea di fermarsi, soprattutto al mattino, quando la giornata inizia e reca con sé tante aspettative, mettere nero su bianco ciò che si prova e lasciar vagare la mente per poi tornare alla concretezza delle cose quotidiane, ma soprattutto pensare di donare agli altri queste riflessioni.

Ho cominciato a seguire Natascha Lusenti proprio per i suoi post mattutini sull’account Facebook di Radio2 e devo dire che il romanzo rispecchia totalmente l’atmosfera di quelle “pagine di diario”, perfettamente inserite come escamotage narrativo in una storia più ampia.

Al di là di alcuni moment un po’ più  “lenti” il libro si legge agevolmente e conquista per l’atmosfera familiare e i personaggi delineati perfettamente.

É grazioso, per certi aspetti originale e perfetto per i momenti di relax, soprattutto durante la stagione estiva.

“La scrittrice del mistero” di Alice Basso (Garzanti, 2018)

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Inizierò questa recensione in modo conciso e diretto: se non conoscete la ghostwriter Vani Sarca e i libri di Alice Basso vi consiglio di rimediare immediatamente mentre, se non avete letto l’ultimo capitolo di questa amatissima serie di romanzi, fatelo quanto prima perché non vi deluderà.

Vi ritroveremo, immutata, la scrittura sapiente e coinvolgente dell’autrice e i personaggi accattivanti ed iconici ormai familiari che si sono evoluti pur mantenendo intatte le caratteristiche che li hanno resi riconoscibili.

In effetti in questo volume scopriamo una Vani che non ha perso la sua vena dissacratoria e sarcastica, la sua genialità, ma al tempo stesso ha qualcosa di diverso: sfiora la felicità e ne ha paura, ha i crampi allo stomaco per amore e anche il rapporto con sua sorella subirà un’importante svolta. Come sempre le vicende personali e professionali della dottoressa Sarca si intrecceranno. Questa volta col commissario Berganza dovrà scoprire chi minaccia il suo ex fidanzato Riccardo e toccare con mano, come non mai, anche il lato più malato di un sentimento.

Non ci sono mai cali di tensione narrativa in questo volume e anche in relazione a tutti gli altri le avventure di Vani non smettono di incuriosire, non stancano anzi, dopo aver letto “La scrittrice del mistero” non vedo l’ora di leggere il prossimo, che arriverà, stando allo sconcertante finale e ci riserverà altre sorprese

É sempre un piacere leggere romanzi come questo che riescono ad intrattenere, fanno riflettere e non tralasciano la qualità e qui, come ho già fatto notare, di qualità ce n’è in abbondanza.

Nulla è lasciato al caso: gli incastri nello sviluppo della trama sono perfetti, lo stile è ironico e brillante e rende scorrevole e piacevolissima la lettura, il linguaggio è arguto e sempre ben ponderato.

Leggendo, inoltre, traspare un amore autentico per i libri, evidente non solo nella scelta del lavoro della protagonista e questo costituisce un ulteriore valore aggiunto.

Insomma se non fosse chiaro ho letteralmente adorato “La scrittrice del mistero” e penso che sia imperdibile per chi ama le buone letture.

Terza edizione del premio letterario “L’albero di rose”

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Mi rende molto orgogliosa l’ide ch enel mio paese ci sia un premio letterario epr questo sono lieta di comunicare che è uscito il bando di partecipazione alla Terza edizione del premio letterario L’Albero di rose. Potrete inviare i vostri comtributi fino al 30 igugno mentre la premiazione si svolgerà il 9 agosto. La prestigiosa giuria che valuterà  i testi è composta da Rocco Brancati, Giuseppe Lupo, Patrizia Minardi, Luciano Nota, la Società Dante Alighieri – Comitato di Matera, la Fondazione Leonardo Sinisgalli, I Parchi Letterari – Paesaggio Culturale Italiano e ha un presidente onorario d’ecezione: il grandissimo Mogol. Potete consultare il bando sul blog “La presenza di Erato”, sull’account Facebook L’Albero di Rose -Premio Letterario o sulla Pagina del Comune di Accettura.

 

“Non abbiamo armi” di Ermal Meta

1516017344336.jpg--ermal_meta__ecco_la_copertina_del_nuovo_album__non_abbiamo_armi_Il terzo capitolo della storia artistica di Ermal Meta s’intitola “Non abbiamo armi”, lavoro in cui le sue parole e la sua musica appaiono più “leggere” e libere che mai.

Le dodici tracce del disco sono tutte orecchiabili e di grandissima qualità.

La ricerca di sé, l’amore che può finire o far soffrire ma è l’unico riparo dalla caducità del tempo e del mondo, la fragilità e la forza dei sentimenti che fanno male, ma fanno sentire vivi, gli abbracci che sono “lo spazio più importante”, simbolo del contatto umano che può solo far bene, la quotidianità, sono i nuclei fondanti di un album scorrevole come un meraviglioso libro che di legge tutto d’un fiato.

L’incipit di questo singolare libro è costituito da “Non mi avete fatto niente”, presentata a Sanremo con Fabrizio Moro, che potremmo definire, citando un altro grande cantautore, una “canzone contro la paura”. Un po’ come “Vietato morire” il brano sembra voler veicolare la speranza nella bruttura più assoluta. “Scambiamoci la pelle in fondo siamo umani” è un delle frasi più rappresentative del brano: se provassimo a metterci nei panni dell’altro e a non combatterlo, questo “corpo enorme che noi chiamiamo Terra” sarebbe sicuramente più sano. Il testo è di forte impatto emotivo, ma anche le voci dei due cantanti sono di un’espressività incredibile: l’eleganza di Ermal ben si amalgama con la forza di Fabrizio Moro. Uno dei momenti più intensi lo riscontriamo quasi nel finale quando il falsetto di Ermal, che a mio avviso rappresenta quasi un pianto disperato ma composto, si contrappone all’urlo rabbioso di Moro.

Dopo un pezzo tanto impegnativo arriva “Dall’alba al tramonto”, tutta da ballare e con un ritornello che si canta immediatamente. È perfetta per l’estate e potrebbe avere un enorme successo radiofonico.

Si cambia ancora atmosfera con “9 primavere”: la pioggia che accompagna il ricordo di una storia d’amore ormai finita, si mescola a lacrime di rimpianto, lacrime ricche di amarezza ma anche di tenerezza. La malinconia del ricordo sembra avvolgere e quasi consolare, lenire un dolore espresso con dolcezza disarmante.  “Sono solo lacrime/e non è proprio niente di speciale/una per ogni passo insieme/ una per ogni notte ad ascoltare canzoni d’amore”.

“Non abbiamo armi”, la title track, è anche la canzone che meglio riassume l’album con suoni limpidi e un testo che con la sua linearità riesce ad essere struggente: “Non abbiamo armi contro il cambiamento/ma adesso tu mi puoi proteggere dentro ad un abbraccio”;  “non abbiamo armi/per difenderci dagli altri/non abbiamo armi/ma abbiamo queste mani che servono da scudi”.

“Io mi innamoro ancora” ha una melodia capace di far illuminare il viso con un sorriso, riesce a rendere il senso di sicurezza e gioia che può donare la semplicità delle cose solo all’apparenza più banali. “

Anche “Le luci di Roma” racconta lo spegnersi di un amore, con l’aiuto dell’immagine evocativa delle città eterna. Un po’ come New York nel precedente album qui l’assenza non è vuoto, anzi pervade l’anima riempiendola e “il rumore più forte è lo stesso silenzio che sento di noi”, dice l’autore

“Caro Antonello” è il brano più ruvido del disco. Avverso un senso di disillusione e forse di sconforto nel pezzo, ma non manca uno spiraglio di positività  (“evviva la vita con il suo puzzo e sudore”). Il pezzo, dedicato ad Antonello Venditti è anche, a mio parere,  un omaggio all’immenso potere della musica (“ mentre si canta non si può mai morire”, “un canzone spietata appare come una rosa”).

“Il vento della vita”  ha un’ariosità e una carica emotiva trascinanti. Nel corso di quest’avventura tanto meravigliosa quanto complessa che è l’esistenza, in cui siamo appunto come sballottati dal vento che però può darci anche la giusta spinta per navigare,  si “può cadere, rialzarsi e poi sognare”, “gli ostacoli son tanti” ma tutto porta ad incontrare se stessi e l’altro. “Io non ho perso tempo, ho perso vento per gonfiare le mie vele e navigare in mari sconosciuti/e non ho perso tempo/a volte ho perso me/ per poi ritrovarmi e ripartire”.

In “Amore alcolico” mi ha immediatamente colpito il neologismo “innammazzato”, che potrà anche apparire poco ortodosso, ma rende benissimo l’idea della sofferenza amorosa, tema centrale della canzone.

“Quello che ci resta” è un brano che quasi sottovoce si insinua nel cuore di chi ascolta grazie alla sua atmosfera calda tra le righe si passa il concetto che si deve avere il coraggio di amare anche se si può stare male ed essere feriti. Splendido il ritornello che recita: “Se ci fosse anche per me una carezza per ogni mio errore/avrei un cuore bellissimo sì/senza un graffio e senza paure, ma l’amore che spacca le ossa non lascia ferite”.

Il ritmo martellante di “Molto bene, molto male”, che una volta di più incita a rischiare e fare sempre in ciò che si crede, ci conduce verso lo straordinario finale con “Mi salvi chi può”, divisa in due parti. La prima, con un sound elettronico, è evanescente ed eterea e ben esprime la ricerca di quel qualcosa che manca sempre “se persino l’infinito è mancante”; la seconda invece è potente e cupa per rendere quelle “Parole di rabbia [..]./per non sentire la noia che ci divora, per esprimere quasi la paura della solitudine  “Perché da soli fa male/pure l’aria/anche una goccia di buio/ti avvelena un sole intero/di felicità”.

“Non abbiamo armi” è, per sintetizzare, l’ennesima conferma dell’immenso talento di Meta, ma anche un passo in più nel suo costante lavoro di cambiamento e di ricerca.

Detto questo non mi resta che augurare anche a voi buon ascolto e scrivere, per questa recensione, la parola fine.

 

 

 

 

 

“Victoria” di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2017)

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Rapita dalla fiction dedicata alla gloriosa regina Victoria recentemente andata in onda su Canale 5  ho deciso di leggere il romanzo che si può considerare “parallelo” alla sceneggiatura della fiction.

La prima cosa che balza agli occhi è la profonda consonanza con la trasposizione televisiva. Quasi sempre il confronto tra libro e film/fiction lascia l’amaro in bocca perché sono trascurati alcuni elementi o altri vengono modificati e quasi mai nel modo migliore.

In questo caso non ci sono stati grandi stravolgimenti, i personaggi sono ovviamente raccontati in modo più approfondito e compiuto dalla scrittrice (nella fiction viene forse dato più spazio alle storie della servitù rispeto al romanzo in cui l’aspetto psicologico però ha più rilevanza), ma in definitiva ciò che si vede è la quasi perfetta proiezione di ciò che si trova nelle pagine del testo. Mentre scorrevo le pagine mi sembrava di avere davanti agli occhi i protagonisti (gli attori sono perfetti nel loto ruolo) e le scene della serie.

Volendo parlare del romanzo in sé,  la giovane sovrana Alexandrina Victoria, chiamata a governare la Gran Bretagna a soli 18 anni, con le contraddizioni caratteriali dovute all’età, la sua voglia di indipendenza ed autoaffermazione domina il racconto, ma ci sono molte figure tratteggiate egregiamente come l’affascinante e arguto Lord Melbourne, il serio e romantico Albert, futuro marito della monarca o la regina madre, fragile ed insicura che è sempre stata iperprotettiva con sua figlia pregiudicando il rapporto con lei, anche per il suo sentimento nei confronti di  Sir John Conroy che ha sempre voluto controllare Victoria, l’ha sempre denigrata senza che la duchessa di Kent opponesse resistenza.

Una descrizione attenta e accattivante delle dinamiche di corte rende la lettura ancor più interessante e le conferisce quel pizzico di pepe che serve la vivacizza.

Daisy Goodwin ci offe dunque una lettura pregevole e godibilissima che accontenterà chi ama il romanzo storico, chi è affascinato dalla storia britannica, chi è curioso di scoprire l’età Vittoriana e chi è affascinato dalle vicende delle teste coronate e della nobiltà e anche chi ama le storie d’amore d’altri tempi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone (Rizzoli, 2017)

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Leo è perennemente insicuro e spaventato dalle sue emozioni. È diviso tra due donne (la sua amante ora  fidanzata ufficiale e la sua ex moglie ora amante), ha un lavoro che gli piace, ma che non rispecchia a pieno i suoi sogni (vorrebbe aprire una libreria) e un padre eterno Peter Pan, giocatore incallito che sostiene di essere stato la controfigura di Dustin Hoffman nel film Il laureato. Non riesce a prendere in mano la sua vita, a scegliere e decidere per sé, ma una notizia inaspettata e una richiesta assurda da parte del suo editore (lui e i suoi colleghi devono trovare una trama efficace per un libro dal titolo “Consigli pratici per uccidere mia suocera”) lo indurranno a riflettere seriamente e forse diventare più risoluto.

Leo è un personaggio bene strutturato, un perfetto rappresentante dei tempi che stiamo vivendo, dominati da incertezza e instabilità, è l’epitome della precarietà emotiva che oggi alberga in molti e per questo ci si può facilmente immedesimare in lui. Non solo il protagonista, ma anche le altre figure presenti sono egregiamente caratterizzate ed estremamente vivide, basti pensare al particolarissimo papà di Leo che sembra davvero uscito da un film americano.

Gradevolissima è l’incursione, dissacrante ed originale, nel mondo editoriale che riesce a dare brio al testo insieme ad un’ironia costante alternata a momenti più seri e riflessivi.

Consigli pratici per uccidere mia suocera è, in definitiva, un ottimo romanzo che si legge agevolmente, in cui la trama, studiata nei minimi dettagli, “funziona” a meraviglia e il cui stile è adatto alla storia raccontata e rispecchia perfettamente la psicologia del narratore.

Vale sicuramente la pena, dunque, trascorrere delle piacevoli ore in compagnia di Leo Mameli e delle sue avventure.

Rapsodia francese di Antoine Laurain (Einaudi, 2017)

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Per un grottesco scherzo del destino il dottor Alain Massoulier riceve, con trentatré anni di ritardo, la risposta della casa discografica a cui il gruppo in cui suonava da giovane aveva mandato dei pezzi.  L’insolito evento riesce a dare una scossa alla noiosa e abitudinaria vita del medico che tenta di ricontattare alcuni membri delle band al fine di riavere una cassetta con le canzoni. Nella sua ricerca scoprirà quello che i ragazzi di un tempo sono diventati: il raffinato antiquario Pierre si è suicidato facendo anche della sua morte un’opera d’arte, Frédéric si è trasferito in Thailandia, Stan è diventato un’artista egocentrico e ossessionato dal successo mentre Sebéstien è diventato il leader di un movimento di estrema destra. Alain decide di non contattare JBM, il produttore del gruppo, diventato un importantissimo uomo d’affari che l’opinione pubblica acclama come candidato alla presidenza della Francia e Bérengére di cui il dottore era segretamente innamorato, all’epoca fidanzata proprio con JBM.

Le velleità musicali del protagonista diventano un pretesto per raccontare i rimpianti, i dolori, i segreti che ciascuno dei personaggi si porta dentro, della nostalgia, di quel tempo in cui tutto sembra realizzabile e la realtà non ha ancora coperto di disincanto ambizioni e speranze. Forse, peràò, non è mai troppo tardi o forse la cosa migliore è accettare i cambiamenti, ma in fondo una piccola scintilla che ridoni vitalità è indispensabile, come Massoulier ci dimostra.

Non c’è solo puro idealismo in questo romanzo perché Laurain, seppure in chiave romanzata, “parla” dell’attuale clima politico portando ad una riflessione molto interessante sul populismo che sempre più fa breccia nell’opinione pubblica e sull’incapacità della politica “pura” di dare risposte concrete (l’argomento è molto attuale, soprattutto poi se si pensa all’imminenza delle elezioni in Francia).

Uno degli elementi che mi ha più colpito di Rapsodia francese, oltre allo stile curatissimo, alla storia avvincente e al fatto che parli alla “pancia” e al cuore del lettore, è proprio questo guardare talvolta al cielo e quindi alla natura eterea dei sogni e dei desideri, talvolta alla terra e quindi alla crudezza della quotidianità. Noi siamo “fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” (We are made the same stuff dreams are made of è il titolo del brano di punta degli Hologrammes), ma anche di delusioni, rinunce, insuccessi e di problemi. Un po’ malinconico, un po’ positivo, con un tocco surreale che lo rende delizioso, questo testo conferma le doti d’autore di Antonine Laurain e, a mio parere, è assolutamente da non perdere.

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