Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

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Incontro con gli autori finalisti del Premio Campiello a Matera

La Capitale europea della Cultura 2019, Matera, non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di ospitare un incontro stimolante e di livello culturale altissimo come quello, tenutosi a Casa Cava, con i cinque autori finalisti del Premio Campiello, uno dei più prestigiosi premi letterari d’Italia.

È sempre un privilegio ascoltare gli scrittori parlare delle loro creature, capirle meglio grazie alla voce di chi ha dato loro “la vita”, comprendere come e perché sono nate. Per questo sono stata felicissima di assistere in prima persona ad una presentazione che ha messo in luce cinque opere interessantissime e ricche di spunti di riflessione.

La serata è cominciata parlando del romanzo “Lo stradone” di Francesco Pecoraro, il cui protagonista è un sessantenne, storico dell’arte, osteggiato nella sua carriera di professore e che come “ripiego”, lavora al Ministero. L’uomo osserva il luogo in cui abita rimuginando sui suoi cambiamenti, sui suoi fallimenti e sui cambiamenti della società. Dal dialogo con Angela Maria Salvatore, moderatrice della serata, è emerso che nel romanzo c’è un forte dicotomia vero/falso, che viene utilizzata una lingua molto particolare, in cui è presente anche il dialetto per far meglio immergere il lettore in questo mondo in cui regnano solo opportunismo e disillusione. Non mancano però l’ironia e una comicità straniante che sembrano l’antidoto alla solitudine del protagonista. L’autore ha tratteggiato una città simile a Roma, ma che non è Roma e il racconto di una persona che “osserva da una certa ottica, da una certa età, attraverso la propria formazione, che è una formazione novecentesca, la contemporaneità, ma non nella sua globalità, la contemporaneità letta attraverso il marciapiede davanti casa”, per citare lo stesso Pecoraro.

Anche nel romanzo di Laura Pariani, “Il gioco di Santa Oca” il lavoro sulla lingua e l’uso di espressioni dialettali è stato fondamentale per ritrarre verosimilmente un’epoca, la metà del ‘600.

Il titolo deriva proprio dal Gioco dell’oca, antico gioco da tavolo, in cui le caselle rappresentano delle situazioni in cui si può procedere velocemente o in cui bisogna fermarsi o addirittura bisogna tornare indietro, un po’ come nella vita. Nel corso dell’esistenza ci sono degli ostacoli, ci sono avvenimenti che sembrano dare un impulso a procedere e a volte ci sono perdite che ti costringono a rimettere in gioco qualsiasi cosa. “Santa Oca” deriva dal fatto che nella brughiera dell’alto milanese, dove la Pariani è nata, nella tradizione contadina, alcuni animali sono considerati “santi”. Nel testo quindi è forte l’elemento magico derivante proprio dalla tradizione contadina, elemento su cui Manzoni con “I Promessi Sposi” ambientato vent’anni prima, non si sofferma a sufficienza o lo svaluta, probabilmente anche per la sua formazione illuminista. La protagonista narratrice è Pùlvara, è una “camminante”, faceva parte di quella massa di vagabondi che non avevano mestiere, che si muovevano per l’Italia e per l’Europa, seguendo l’andamento delle guerre che sconvolsero la prima parte del ‘600. Lei appartiene alla banda dei “Pitocchi”, dei poveri, una banda di contadini che si ribella alle angherie dei nobili, alle tasse imposte dai signori a anche al clero. Per prendere le armi, le donne dovevano travestirsi, era per loro l’unico modo per ribellarsi e per essere “attive”, perché se fossero state catturate sarebbero state condannate a morte. Questo romanzo quindi può essere un inno alla libertà, soprattutto alla libertà femminile, alla capacità delle donne di lottare e di raccontare.

Dopo Laura Pariani è stato il turno di Andrea Tarabbia e del suo “Madrigale senza suono” in cui centrale è la figura di Gesualdo da Venosa, noto madrigalista, che si è macchiato dell’omicidio della moglie Maria D’Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa. L’opera è ricca di rimandi letterari, da Hugo a Mann, e completa una trilogia cominciata con “Il demone a Beslan”, incentrata su Marat Bazarev (il mostro di Beslan) e continuata con “Il giardino delle mosche”, che narra la storia di Andrea Cicatilo, uno dei più feroci assassini del ‘900. A differenza delle due figure citate, Gesualdo era sicuramente un genio e visto che la pubblicazione dei libri dei madrigali è posteriore all’uccisione di Maria D’Avalos, qualcuno sostiene che, la matrice del suo genio musicale sia da rintracciare nell’abisso di dolore e di violenza che ha creato, nella notte in cui ha compiuto il delitto. Ovviamente queste sono solo suggestioni, ma è molto affascinante pensare che Carlo Gesualdo sia stato tra quelli che hanno compiuto il massimo dell’orrore e il massimo della bellezza. Gesualdo non ha solo interrotto qualcosa, ma ha anche fatto nascere qualcosa. “Madrigale senza suono” è costruito sull’escamotage del “manoscritto” ritrovato. Igor Stravinskij trova quella che chiama “La Cronaca della vita di Carlo Gesualdo da Venosa”, quasi sicuramente falsa, a Napoli. A 72 anni Stravinskij, già noto, si innamori di qualcuno vissuto tre secoli e mezzo prima, tanto da andare tre volte in pellegrinaggio nei luoghi in cui ha vissuto. In apparenza Gesualdo e Stravinskij sono “il diavolo e l’acqua santa”, hanno un modo diverso anche di concepire la musica, ma Stravinskij lo considera un padre putativo. Era interessante quindi capire il nostro modo di considerare la traduzione. Stravinskij cerca di partire dalla traduzione per produrre qualcosa di nuovo.  Con questo romanzo lo scrittore ha cercato di fare una sintesi tra dato storico e leggenda, perché Gesualdo è diventato un personaggio “leggendario”.

“Carnaio” di Giulio Cavalli, giornalista e attore di teatro oltre che scrittore, è sicuramente un libro diverso dagli ultimi due presentati, di forte attualità. In un luogo non luogo sulla costa italiana, DF, vengono trovati dei corpi che provengono dal mare e questi cadaveri, tutti praticamente identici, diventano sempre di più, cominciano a moltiplicarsi. Questo luogo diventa un carnaio, appunto. Il sindaco di questa città dà vita ad una mercificazione dell’altro insieme alla comunità. In effetti Carnaio non è tanto un libro sull’immigrazione o di denuncia (il narratore non esprime mai giudizi) quanto un libro sui meccanismi che fanno “scendere” una comunità, che improvvisamente decide che qualcosa che fino a poco tempo prima è stato umano, improvvisamente diventa un oggetto. Quando, infatti, la città di DF impara a riconoscere in questi cadaveri persone morte da sempre e non persone che sono state vive e a svuotarli di qualsiasi umanità li fa diventare oggetti. Per Cavalli era interessante analizzare il fatto che a volte ci arroghiamo il diritto di rendere/definire qualcosa straniero per non occuparcene e premeva all’autore trattare la discesa nell’abisso di una società che scambia la propria comodità per libertà. Quando una comunità intera sposta il confine dell’etica e legifera addirittura su questo, possono esserci complicazioni enormi. Carnaio non è un libro su quelli che arrivano, ma su quelli che accolgono o non accolgono. Se si riesce a “disinfettare l’empatia” e ad attuare una sorta di egoismo come diritto, saltano tutti i lacci sociali e della democrazia. Per questo DF si stacca dallo stato e si decide chi è degno di viverci o meno. È stata notata, poi, durante la discussione, una sensibilità nell’uso della parola. Nella seconda parte del libro c’è una sorta di pietas verso i vivi che deriva dalla volontà di non dare un giudizio politico. Bisogna stare attenti a condannare perché c’è il diritto di avere coraggio e anche il diritto di non avere coraggio. C’è il dovere di avere coraggio, ma non sempre si hanno gli strumenti culturali sociali o la forza morale per uscire da determinate situazioni. L’intento dell’opera non è tanto giudicare magari “viene trascinato dalla corrente”, ma raccontare e indagare, anche con una certa distanza.

L’ultimo romanzo presentato è stato quello di Paolo Colagrande, “La vita dispari” nel quale vengono narrate con grande ironia, le vicende di Buttarelli, che legge soltanto le pagine di destra, che fa dei veri provini per fidanzarsi corteggiando otto studentesse, insomma di una persona dalla vita e dall’atteggiamento bislacco. Buttarelli è ognuno di noi. Egli nasce da una diserzione che è, come dice Manganelli, una componente essenziale della letteratura, che deve rimanere scollegata da qualunque schematismo collegato alla realtà, al mondo e alla razionalità. Buttarelli è disertore perché in un mondo che rimane ammanettato nel mito della simmetria, egli vede solo una metà del mondo e delle cose, quella metà che si crea nel momento in cui l’intero viene attraversato da una linea verticale, quindi ha un’intolleranza per le linee verticali. Quando nella sua visuale si materializza una linea verticale lui vede solo la metà di destra e in quella di sinistra non riconosce simboli, persone, il che tradotto in un libro aperto corrisponde alla metà di destra, alla pagina dispari, da qui il titolo “La vita dispari”.  La vita di Buttarelli ha dei tratti di assoluta normalità, ha questo problema che cerca di risolvere in modo maldestro, ma per il resto ha una vita famigliare, sentimentale e un’ossessione per le differenze. Per lui le differenze non esistono. Ci sono dei personaggi grotteschi e simpatici che affiancano Buttarelli come Fulgenzio, il compagno della madre che è il suo consigliere o Gualtieri, un amico che racconta storie di dubbia veridicità e anche loro in qualche modo incarnano questa intolleranza alle distinzioni. La voce narrante non è né in prima persona in un certo senso neanche in terza persona. Chi parla non è una voce inespressiva, non è una voce onnisciente, è un personaggio a sua volta, che diventa parte dinamica della narrazione e questa è un’altra peculiarità dello scritto di Colagrande.

Spero che questo mio excursus, sicuramente sintetico e sommario rispetto all’ampiezza e alla compiutezza delle risposte ricevute dai cinque finalisti, sia servito per far partecipare chi non ha potuto presenziare. Di certo io sono tornata a casa con la curiosità di approfondire la conoscenza con questi scrittori e anche, per tornare alla “gara”, di scoprire quale romanzo sarà proclamato vincitore il 14 settembre dalla giuria.

Al di là di chi si aggiudicherà il premio e dell’evento in sé, però, trovo che sia importantissimo, come ho detto anche all’inizio del mio articolo, avere queste occasioni, in cui la letteratura e la cultura possano diffondersi e possano farlo senza filtri, ma con un contatto diretto con chi la “produce”.

“Nessuna scelta è per sempre” di Domenico Linsalata (Aletti Editore, 2019)

“Nessuna scelta è per sempre” di Domenico Linsalata, uno dei preparatissimi colleghi che ho avuto modo di conoscere grazie al mio lavoro di insegnante, è un testo originale sia per lo stile che per la trama.

Le storie raccontate sono quattro e quattro sono i personaggi le cui “vite” si incontrano e scontrano, in qualche modo, in un tempo indefinito, in un presente e un passato non limpidi.

La narrazione non segue un filo cronologico, apparentemente gli episodi sono rievocazioni sconnesse fra di loro, eppure sul finale, tutto diventa più chiaro e i fili del racconto si riannodano.

Spesso il lettore si trova spiazzato leggendo le drammatiche vicende, sente che qualcosa gli sfugge e solo nelle ultime pagine questo finissimo gioco che l’autore ingaggia con chi ha “di fronte” arriva ad una conclusione.

È un testo complesso, dunque, questo, in cui si notano una costante ricerca linguistica e il tentativo di costruire qualcosa di diverso, che stupisca chi legge.

Il romanzo del professor Linsalata è perfetto per chi ama vagare nel labirinto della mente umana e per chi ama i libri che tengano viva l’attenzione e la tensione, per chi è incuriosito dai “puzzle” narrativi e per chi predilige letture non semplici e banali.

Consigli di lettura: “Dentro soffia il vento” di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2016/Beat, 2018)

“Ci sono persone destinate a fare del mondo la loro casa e altre radicate a fondo in un luogo. Tu sei come un fiore della valle, non puoi sopravvivere altrove”.

“Rhian aveva ragione: non me ne sarei andata. Ero il bosco e il ruscello che lo attraversava, ero la roccia ferrosa e il ghiaccio del valico”.

Mi sto “innamorando” sempre di più della scrittura di Francesca Diotallevi, emozionale, ma rigorosa, evocativa, ma precisa. Adoro il suo voler raccontare storie di marginalità, il suo delineare personaggi apparentemente estranei al mondo, che da esso sembrano volersi nascondere e proteggere, eppure capaci di guardarlo con una lucidità impressionante.

Ho amato tantissimo “Dai tuoi occhi solamente” e sono stata conquistata anche dalla forza e dall’afflato poetico presenti in “Dentro soffia il vento”.

A mio avviso quella della Diotallevi è una delle “voci” letterarie più convincenti degli ultimi anni.

Trama del romanzo: In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche “anima pia” esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano “pozioni” approntate da una “strega” che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphael Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphael, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata…

Foto: Valentina Ponzo

 

“Guardare per aria” di Bianco (INRI, 2015)

Se dovessi definire in qualche modo Alberto Bianco, lo definirei un cantautore impressionista. I pittori impressionisti dipingevano “en plein air”, il cantante “guardando per aria” ha provato con delicatezza, con contorni delicati, quasi sfumati, ma senza trascurare la nitidezza e la chiarezza, a dipingere l’immenso che può trovarsi in un cuore, in un’anima e in una vita, in apparenza “spazi” chiusi e limitati, in realtà aperti e potenzialmente “contenitori d’infinto”.

Nelle canzoni dell’album che ho ascoltato ho riscontrato un tratto leggero, nella scrittura e nel sound, introspezione e abilità di comporre immagini evocative, ma mai troppo concettuali, anzi in alcuni momenti la sensorialità trapela dalle immagini scelte per la composizione (il profumo dei gerani il verde delle betulle e del bosco in generale, ad esempio).

Ascoltando i brani si percepisce una sensibilità spiccata e non così scontata, anche se dovrebbe essere una qualità imprescindibile per un artista. A volte però questa capacità di sentire e di trasmettere quello che si sente è filtrata, come se si volesse dare, ma non tutto. Invece ascoltando le canzoni di Bianco si percepisce un’apertura totale e una grande sincerità, un’abilità particolare nel maneggiare le parole per trasmettere i moti dell’animo e di essere empatico.

“Resto da solo/ penso ai ricordi/con mio nonno sul mare/ In quella casa/ su quel balcone/ che sa di geranio/ In un cortile/ fra dieci anni/ o su un albero” “La felicità/ è un drago fatto di/ gesti piccoli/ ma così piccoli/ quasi invisibili”.

È impossibile non sentirsi toccati da questi versi, è impossibile non provare la sensazione di aver in qualche modo vissuto o provato le stesse cose.

“Il futuro come la pelle cambia colore quando è vacanza/ poi torna settembre macchiato, secco e cadente/ Come una farfalla tu muovi l’aria di questa stanza/ io vedo le tue parole chiare di chi sa già cosa fare/ tu che colori anche la mia ombra/ ed io con il cuore che pesa più della testa”.

Queste righe tratte da Aeroplano ci restituiscono una dichiarazione d’amore bellissima, ma anche un’esternazione molto personale e intima, se vogliamo.

Insomma l’io del cantautore viene offerto a chi ascolta in modo totale e chi è altrettanto aperto e disposto ad accoglierlo, ma soprattutto a ritrovare il proprio io in un brano, non potrà che apprezzare le composizioni di Bianco.

“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso (Garzanti, 2019)

“Quando incontro autori e personaggi interessanti ho sempre l’impressione di aver trovato un tesoro nascosto, sentendomi poi quasi in colpa per non averli scoperti prima”.
Con queste parole aprivo la mia prima recensione di un romanzo di Alice Basso ed in effetti è stato bellissimo incontrare i suoi personaggi e la sua scrittura, vederne l’evoluzione e la crescita libro dopo libro.
Ora che è arrivato il momento di salutare Vani ripercorro le tappe delle sue avventure e oltre a pensare che questa misantropa, brontolona, geniale ghostwriter mancherà ai lettori − continuo a sperare in una serie televisiva − constato ancora una volta la grande qualità dell’intera saga.
Ognuno dei romanzi che la compongono, infatti, è la parte perfettamente integrata di un tutto armonico e costruito in modo ponderato e brillante.
Penso che sia molto difficile scrivere opere di qualità che siano al tempo stesso di intrattenimento, unire ironia, raffinatezza, fluidità e spessore creare dei personaggi “forti” e credibili, ma soprattutto mantenere lo stesso altissimo livello per cinque libri, creando una storia nuova in cui però si avvertano familiarità e continuità rispetto a quelle precedenti. Direi, però, che la nostra Alice riesce perfettamente in questa impresa.
“Un caso speciale per la ghostwriter” è un “addio” in grande stile, il finale straordinario di un viaggio letterario straordinario. Non c’è niente di forzato né nella trama. Abbiamo piano piano imparato a conoscere la “scrittrice senza nome”, che gradualmente si è aperta e ha mostrato dei lati del suo carattere diversi rispetto all’inizio; mai come ora la vediamo emotivamente coinvolta perché questa volta, il suo tirannico capo è scomparso, dopo aver perso il lavoro per un gesto di generosità nei suoi confronti.
Anche Enrico Fuschi, quell’editore senza scrupoli, interessato solo ai guadagni e a sfruttare al meglio il talento della sua ghostwriter, ci viene mostrato sotto una luce inedita.
E l’intuizione di approfondire il suo personaggio è brillantissima  non solo perché, ovviamente, rappresenta qualcosa di inedito e nuovo, ma anche perché dà un tocco di ulteriore dolcezza ed umanità alla narrazione.
A mio parere, in questo ultimo atto, si percepisce la vulnerabilità dei personaggi, la loro connessione ai sentimenti del lettore e questa cosa mi ha molto colpita.
Non so se sia stata la malinconia per la fine di un percorso, ma la loro anima, come quella, probabilmente, di chi ha scritto, viene fuori in modo nettissimo e suscita nel lettore una profonda empatia.
Non nego di essermi commossa nella parte finale, soprattutto in un passaggio, che riguarda sì una storia di fantasia, ma anche il futuro dell’autrice e parla direttamente al cuore di ognuno di noi.

“Le cose cambiano.
Le storie finiscono.
Altre storie iniziano.
E ci vuole coraggio per affrontare tutto questo.
Questo grande romanzo che è la vita.
Che lo vogliamo o meno.
Ma è bellissimo”.

Non ci poteva essere, a mio avviso un saluto più accorato, sentito e vero, in attesa delle parole e delle pagine nuove che sicuramente ci saranno donate in futuro.

“Goodbye Jude” di Raffella Macchi (Bookabook, 2019)

La primavera senta ad arrivare davvero, ma se desiderate un libro che vi faccia assaporare il tepore della bella stagione e che vi faccia evadere, “Goodbye Jude” di Raffaella Macchi è perfetto per voi.

È molto piacevole, infatti, essere trasportati virtualmente nella campagna inglese, dove si rifugia Eleonora, giovane avvocato milanese che svolge un lavoro che non ama e vive una vita sentimentale insoddisfacente.

La sua “consolazione” sono i film con Jude Law e l’amore platonico che nutre nei suoi confronti.

Proprio il film “L’amore non va in vacanza” (uno dei miei preferiti, per inciso) le dà lo spunto per delle vacanze rigeneranti.

Come Iris e Amanda, i due personaggi femminili principali della pellicola, decide di aderire ad uno scambio di case, per cui entra in contatto con Charles, che le presta il suo delizioso cottage nel Surrey. Che risvolti avrà il suo soggiorno in Inghilterra? Eleonora riuscirà a dare una svolta alla sua vita?

Ovviamente non vi darò la risposta a queste domande per non rivelarvi troppo, posso dire invece che questo romanzo si legge in un baleno grazie ad una scrittura semplice e scorrevole e ad una storia che contiene numerosi elementi interessanti.

La protagonista è ben tratteggiata e ci può facilmente identificare nel suo percorso di ricerca interiore e di cambiamento.

Vincente è l’idea di utilizzare la “cotta” per Jude Law come espediente non solo per rendere la narrazione più frizzante, ma anche per parlare di sentimenti reali e veramente importanti.

Tutti in fondo abbiamo degli artisti che per qualche motivo sentiamo vicini, anche se poi rimangono soltanto delle icone, dei miti inarrivabili e questo escamotage serve a coinvolgere ancor di più chi legge. L’arte in generale, poi, ha sempre una funzione consolatoria e di svago per chiunque e questo colpisce chi ha una forte sensibilità in questo senso.

Sono pregevoli anche i riferimenti a Jane Austen e a Shakespeare, che io adoro, ma in generale tutto il testo è pervaso dall’amore per la letteratura. Sembra, comunque, in generale, che gli amici di Bookabook mi abbiano letto nel pensiero proponendomi “Goddbye Jude”, perché alcune delle cose che la protagonista ama piacciono moltissimo anche a me.

Forse alcuni momenti determinanti della storia avrebbero potuto essere sviluppati in modo più approfondito e più “lento”, ma questo nulla toglie alla scrittura valida, fresca e godibile della Macchi, che riesce a trascinare il lettore pagina dopo pagina e all’opera nel suo complesso.

Un omaggio affettuoso e un’intervista mai fatta.

Lo, lo so, vi starete chiedendo perché io vi proponga un altro articolo su Ermal Meta.

Ho già recensito i suoi dischi, i concerti a cui ho partecipato per cui dovrei aver sufficientemente mostrato quanto apprezzi il suo lavoro e invece ho ancora qualcos’altro da dire, sia perché la creatività di questo artista permette di avere sempre nuovi spunti di riflessione, per cui le mie parole non credo siano state del tutto esaustive, sia perché desideravo, sempre a modo mio, fare un piccolo omaggio ad Ermal in occasione del concerto del Forum di Assago tenutosi il 20 aprile, nel giorno del suo compleanno (colgo l’occasione per rinnovargli gli auguri), che come lui stesso ha detto ha chiuso un cerchio, un percorso di tre anni nei quali ha ottenuto finalmente l’ampio riscontro presso il pubblico che meritava sin dai tempi del gruppo La Fame di Camilla, ha dato vita a tre album di altissimo livello e a vari tour di enorme successo.

Negli scorsi due anni (sì, sono arrivata un po’ in ritardo) la musica di Ermal mi ha accompagnata costantemente (solo chi conosce a fondo questo cantautore può capire quanto la sua musica sia densa di significato per chi la ascolta), mi ha regalato emozioni fortissime e amicizie preziose (come ho già detto) e non potevo dunque lasciar passare questo momento senza “immortalarlo” attraverso le parole. Anche il cerchio delle mie recensioni si chiude, mettiamola così.

Il mio omaggio sarà un po’ particolare, perché questa volta, dato che ho già parlato delle sue canzoni, vorrei mettere in evidenza le qualità di scrittura di Ermal, che ovviamente già si evincono dai testi dei suoi brani, nonché il suo essere appassionato di libri e di letteratura.

Di seguito un racconto che ha letto, inaspettatamente, durante una diretta e che dimostra la sua abilità narrativa.

 

Lui era uno di quelli a cui non piaceva il rischio. Non si buttava mai nella mischia, non opponeva mai il petto alle cose, ma la ragione. Affrontava la vita con misura, aveva una misura per ogni cosa e gli andava bene così, almeno questo credeva.

La vide sulla spiaggia, in un giorno in cui il mare cercava di scappare dal suo immenso letto. Ombrellone, protezione solare, il mare però solo negli occhi, non nelle mani, non sulla pelle.

Troppo rischio per lui. Lei invece correva e saltava per agguantare quella felicità che solo i bambini riescono a vedere, come delle farfalle invisibili, le stesse che poi senti nello stomaco quando ti innamori. Ed è così che andò.

Le sentì nello stomaco quelle farfalle e scoprì che tutto quel rischio che aveva sempre evitato, adesso avrebbe dovuto affrontarlo, viverlo.

Si alzò e corse verso il mare, lo aveva fatto già un milione di volte nella sua mente, ma non era mai stato così.

Si prese il rischio più grande di tutti, quello di essere felice.

Sì, perché la felicità brilla, non la puoi nascondere, ti scarnifica le difese e ti rende bersaglio dell’infelicità degli altri. La felicità si vede.

Mentre guidava verso casa, un sorriso gli si sedette sul viso. Pensava a quanto era stato bello giocare per la prima volta con le onde.

Aveva 67 anni”.

 

Il protagonista è tratteggiato con pochi tocchi, senza ridondanza, in modo efficace. La suspense è tenuta per tutto il racconto, che è ben costruito, veloce, ma con la giusta attenzione per i dettagli. Le scelte linguistiche sono estremamente incisive (“un sorriso gli si sedette sul volto”, è una frase da scrittore puro a mio parere) e non manca un finale sorprendente.

Arriviamo così alla seconda parte del mio “panegirico”, quella in cui, tanto per non contravvenire alla regola per la quale chi scrive deve mostrare e non dire, desidererei che lo stesso protagonista “parlasse” attraverso le risposte a delle domande che avevo preparato un po’ di tempo fa. Infatti avevo progettato di  “intervistarlo”, ma purtroppo non è stato possibile per via dei suoi tanti impegni, per cui “lascio” di seguito quello che avrei voluto chiedergli perché non voglio tenerlo per me (l’idea per la rubrica, che inauguro proprio con Ermal, mi è venuta in mente proprio grazie a questo “mancato incontro”), sperando (è sempre bello sognare) che i miei quesiti possano ricevere risposta e che chi segue il blog possa leggere qualcosa di prezioso quanto uno dei bei libri che adoro recensire, in attesa di poter commentare un suo scritto.

  • Dici sempre che la musica è nei libri. Ce n’è uno in particolare che ti ha ispirato questa affermazione?
  • Il retaggio della lingua albanese influisce in qualche modo sulla tua scrittura?
  • Stai scrivendo un libro, che definisci “diario di pensieri”. Noti delle differenze rispetto alla stesura del testo di una canzone?
  • C’è una tua canzone che assoceresti ad un libro?
  • Nei tuoi brani possiamo notare delle citazioni letterarie perfettamente incastonate nel testo. Sono scaturite inconsapevolmente o hai dovuto limare ciò che avevi scritto per poterle inserire?
  • A proposito di testi, come descriveresti il tuo stile “narrativo”?
  • Dal punto di vista musicale sei stato particolarmente segnato da Thom Yorke e dai Radiohead. C’è un libro che avuto lo stesso effetto su di te?
  • In Bionda scrivi: “Se fosse così facile tradurre i miei pensieri”. Riesci ad essere un fedele traduttore di quello che vuoi comunicare o a volte diventi traduttore/traditore?
  • Se i libri avessero una colonna sonora come i film di quale ti piacerebbe comporre l’accompagnamento musicale?
  • Può secondo te un disco essere paragonato ad un libro in cui le canzoni sono i capitoli di una storia che inizia, si sviluppa e finisce?

Di seguito le splendide fotografie che Valentina Ponzo ha scattato al Forum e al concerto di Rossano Calabro del 19/08/2018.

 

“L’amore finché resta” di Giulio Perrone (HarperCollins, 2019)

Spesso la vita ci pone di fronte ad un bivio, ci impone di crescere, di cambiare, di reinventarci.

È quello che accade al protagonista del romanzo “L’amore finché resta”, Tommaso Leoni, che lasciato dalla moglie vede crollare all’improvviso il suo mondo, finto (non ama la sua compagna, la tradisce e l’ha sposata solo per convenienza), ma sicuro che si era costruito. I privilegi economici dovuti alla posizione sociale della consorte vengono meno per cui non solo Tommaso deve tornare a casa della madre nella periferia romana, ma deve trovare un nuovo lavoro e dimostrare di essere un buon padre per suo figlio Pietro, col quale non ha mai avuto un rapporto profondo.

Si lascia così convincere a ripescare un suo vecchio manoscritto (in effetti è anche un aspirante scrittore) e soprattutto a diventare uno youtuber. Comincia a dare consigli sentimentali, spiegando soprattutto il punto di vista dei maschi sull’universo femminile e sulle relazioni sentimentali, suscitando non poche polemiche.

In effetti, proprio vista la risonanza e il carattere piuttosto schietto dei suoi video, Tommaso dovrà seriamente riflettere sul suo futuro, proprio nel momento in cui fama e soldi sono per lui vicini.

Tra il serio ed il faceto, tra amarezza ed ironia, Perrone ha composto una riflessione sui sentimenti, soprattutto al giorno d’oggi. Tutto in quest’epoca fatta di social e apparenza sembra volatile, anche qualcosa di prezioso come l’amore. Tommaso, ad esempio, lo affronta con superficialità, probabilmente a causa dell’enorme delusione vissuta da adolescente, ma matura e riesce a diventare un uomo più consapevole.

L’intento dell’autore è soprattutto quello di mettere a confronto uomini e donne e di innescare una discussione a proposito del conflitto che persiste fra questi due mondi apparentemente opposti e in “lotta” fra loro. In effetti Perrone riesce benissimo nel suo scopo e ci sono diversi punti su cui può disquisire.

Come personaggio, il protagonista diventa sempre più solido man mano che si procede nella narrazione e anche la storia diventa sempre più coinvolgente, fino ad un finale sorprendente.

Il libro, scritto in modo diretto e semplice, è scorrevole, di sicuro attuale per cui può essere interessante per il lettore.

 

“I segreti del college” di Catherine Lowell (Garzanti, 2019)

È una verità universalmente riconosciuta (scusa zia Jane se mi approprio delle tue parole), che il nome Brontë sia come una calamita per me e che tutto ciò che riguarda la famiglia più affascinante e misteriosa della letteratura inglese catturi l’attenzione.

Catherine Lowell ha confezionato un thriller ben articolato in cui narrazione fittizia e letteratura si intrecciano, dando vita ad un testo che senza dubbio intriga moltissimo.

Samantha è l’ultima discendente delle celeberrime sorelle di Haworth. Suo padre, un eccentrico scrittore che ha, quasi ossessivamente, cercato di inculcarle l’amore per i libri, soprattutto per quelli delle sue antenate, scompare prematuramente in un tragico incendio, lasciandole in eredità un mistero da scoprire, un lascito da proteggere oltre che un ingombrante passato personale che verrà alla luce solo durante le sue ricerche per risolvere l’enigma che il suo bizzarro genitore le ha chiesto di decifrare e che forse troverà una soluzione tra le mura di Oxford, il college presso il quale la ragazza sta studiando.

L’atmosfera gotica e anche un po’ rétro, se vogliamo, i riferimenti a romanzi e a romanziere (e poetesse) iconiche ed amatissime rendono “I segreti del college” una lettura stimolante e piacevole.

I costanti colpi di scena e la voluta ambiguità dell’autrice tengono il lettore costantemente sul filo del rasoio, la tensione è palpabile in ogni pagina e il risultato è di sicuro pregevole.

Chi ha amato Agnes Grey, The tenant of Wildfell Hall,  Jane Eyre, Cime tempestose troverà pane per i suoi denti, forse anche argomenti su cui discutere. Proprio in merito alla citazione delle tre scrittrici, ho trovato molto originale e non scontato l’inserimento delle loro opere nella trama. In effetti risultano essere non solo tasselli utili per il già citato enigma, ma fungono da pretesto per nuove analisi ed eventuali nuove interpretazioni.

Non sarà sicuramente stato semplice per la Lowell aver trattato un soggetto simile, ma la prova è stata superata brillantemente. Non sempre infatti ci sia accosta a mostri sacri come le Brontë in modo consono ed opportuno e invece in questo caso mi sembra lo si faccia intanto con cognizione di causa e con il dovuto rispetto, attraverso una storia congegnata in modo appropriato.

Vi invito quindi a cominciare un viaggio in Inghilterra tra i vetusti corridoi di una delle Università più famose al mondo e tra le anguste stanze del Brontë Parsonage: non vi pentirete di esservi imbarcati in questa avventura.

“Rum e Segreti” di Jane Rose Caruso

Miss Book è tornata, con i suoi manicaretti e la sua capacità di risolvere i problemi delle persone che le stanno intorno.

Dopo essere partita per Barringhton, viene richiamata d’urgenza a Beltroy per risolvere lo spinoso caso delle morte di Mr. Bell, un uomo brutale e violento che ha sempre maltrattato moglie e figli.

La donna userà tutta la sua saggezza e tutto il suo intuito per venire a capo del misterioso decesso, per riportare la calma nel piccolo paesino e soprattutto nelle anime delle persone a lei più vicine.

Il cibo anche in “Rum e Segreti” è il “pretesto” per parlare dei sentimenti, degli stati d’animo dei personaggi. Ogni pietanza contiene tutta la cura e la sensibilità della protagonista e diventa qualcosa di più che semplice cibo, qualcosa di simbolico che allevia le pene, aiuta o dà forza in determinanti momenti.

L’atmosfera del testo è sicuramente meno leggera rispetto agli altri volumi della serie. La linea gialla che lo percorre gli conferisce in qualche modo una cupezza maggiore, anche se mitigata dal carattere di Miss Catharine che con la sua solidità e la sua pacatezza è capace di trovare del buono in ogni situazione e un barlume di speranza anche nei momenti più duri.

Anche la cittadina di Beltroy viene toccata dal dolore, viene scossa dal male, ma niente è irreparabile, niente è irrisolvibile e quell’atmosfera soave, incantata che la caratterizza torna come quando torna il sereno dopo un brutto temporale estivo.

Col suo stile semplice e diretto Jane Rose Caruso ancor una volta ci “consegna” un testo godibile, delicato e scritto in modo consapevole e curato, che riflette perfettamente quello che si vede nel suo blog oltre che il suo stesso carattere, il suo gusto e i suoi interessi.

Oltre a “Rum e segreti” consiglio vivamente a tutti di leggere anche gli altri romanzi da lei pubblicati, in particolare a chi ama i libri che contengono che quella poesia che forse nel mondo moderno si è persa, per chi ama usare la fantasia anche attraverso la cucina e per chi vuole immergersi in pagine impreziosite da una prosa garbata e accattivante.

Libro : Rum & Segreti
Serie : Miss Garnette Catharine Book
Disponibile: Cartaceo e Ebook su Amazon 
Pagine: 268
Uscita: 15 Aprile 2019
Prezzo: € 9,99 (in offerta fino al 30 Aprile) poi passerà a € 12,00

TRAMA
Tutto sembra andare per il meglio, quando Miss Book riceve una terribile notizia, che la costringe a rientrare a Beltory prima del previsto. Mr Bell, il padre di Mary, la sarta, è morto e la ragazza è stata incolpata dell’omicidio. La poveretta si trova in guai seri e chiede l’aiuto di Miss Book, per dimostrare la sua innocenza. Un altro segreto da svelare per Miss Book, ma non il solo: anche il cuore di sua nipote Prudence è confuso, ma forse, grazie proprio a questa vicenda, anche la ragazza riscoprirà l’amore. Gli abitanti sono decisi, nel frattempo, a organizzare una grande festa per festeggiare l’amore in tutte le sue forme. Quale sarà l’ingrediente che stavolta servirà?

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