Un libro e un caffè

"Leggere è sognare per mano altrui". Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine.

Autore: Giuliana Benedetto (Pagina 13 di 14)

Buon compleanno zia Jane!

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Jane Austen ci ha regalato purtroppo solo sei romanzi, diventati però pietre miliari della letteratura inglese e mondiale.

Indimenticabili sono la soave Anne e il suo intraprendente capitano Wentworth, l’audace Elizabeth e l’orgoglioso Darcy, i poveri nervi della signora Bennet, l’assennata Elinor e il suo contraltare, l’impulsiva Marianne, la simpatica Emma con il suo desiderio di far trovare a tutti l’amore e il solido Knightely. Chi pensa però che i romanzi della Austen siano dei semplici romanzi sentimentali si sbaglia di grosso. Sono la sublime ironia dei suoi testi, a volte più che pungente, unita ad una delicatezza tutta femminile, i ritratti riuscitissimi degli uomini e delle donne del suo tempo, le atmosfere di un mondo ormai lontano che però da’ spunti di riflessione anche sul nostro presente, a dare valore a questi testi.

Non è una zitella sognatrice in cerca di un modo per impiegare il suo tempo ad averli scritti, ma una donna coraggiosa, dotata di acume e talento che ha deciso di raccontare la società in cui viveva e di far sentire la sua voce nella maniera a lei più congelare, usando la sua penna sferzante, una voce che non ha smesso di risuonare e che ancora oggi conserva il suo fascino.

Con questo post voglio ricordare l’anniversario della sua nascita cercando di celebrarla a modo mio per cui: buon compleanno zia Jane!

Letture d’autunno

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Sono stata in silenzio per un bel po’, ma ciò non significa che non abbia letto tanti bei libri. Proverò a descriverli brevemente e soprattutto a spiegare quello che mi hanno lasciato.

Vorrei cominciare da Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi) di Elizabeth Strout, la struggente storia di una donna dal passato infelice che rivive la sua vita durante un ricovero in ospedale. La visita inaspettata della madre riapre vecchie ferite che ancora sanguinano e influiscono sull’esistenza della protagonista.

Questo romanzo è poesia pura: lo sguardo disincantato e innocente al tempo stesso di Lucy domina il racconto ed è semplicemente commovente. Con una lingua misurata e mai troppo carica l’autrice ritrae mirabilmente il personaggio principale con i non detti che popolano il suo vissuto e i suoi desideri. Intensità e sobrietà riescono a sposarsi perfettamente in un testo che ha anche il pregio di essere leggibile e non pesante.

Non potevo poi non fare un salto nella mia amata brughiera. Chi mi conosce sa che il cognome Brontë esercita su di me un fascino particolare e che divoro qualunque cosa venga scritta sulla famiglia di Haworth. Due titoli hanno catturato la mia attenzione e li consiglio vivamente a chi condivide il mio interesse: Charlotte Brontë, una vita appassionata di Lyndall Gordon (Fazi) e Ma la vita è una battaglia (L’Orma Editore). Entrambi i volumi seppur diversi (il primo è una biografia curatissima mentre il secondo una raccolta di lettere di Charlotte) mi hanno fatto conoscere meglio la maggiore delle sorelle Brontë, una donna combattiva, rigorosa, passionale, desiderosa di affermazione ma anche capace di stare nell’ombra, conscia del ruolo della donna nel suo tempo, ma anche a suo modo anticonformista. Una personalità complessa che ben emerge nel primo testo di cui mi ha colpito la ricchezza di dettagli ma anche l’attenzione posta all’analisi delle sue opere e che si rivela pienamente attraverso le parole delle lettere contenute nella seconda opera citata.

Sono stata affascinata anche da un romanzo originalissimo nella forma e nella trama, raffinato e pieno di  amore per l’arte in tutte le sue forme: mi riferisco a L’una e l’altra di Ali Smith (Edizioni Sur). Il romanzo è composto da due parti, una ambientata nella Ferrara del Quattrocento, dove una ragazza si finge maschio per poter diventare pittore (il riferimento è a Francesco Del Cossa che ha dipinto gli affreschi di Palazzo Schifanoia), l’altra ai giorni nostri e in questo caso la protagonista è Georgia, una sedicenne che affronta la morte della madre, attivista politica, scomparsa poco tempo dopo aver visitato Ferrara e quegli affreschi. Ali Smith riesce nell’intento di farci vedere (la vista è di fondamentale rilevanza sia concretamente che metaforicamente) con gli occhi dei due narratori, dando non solo valore alla loro voce che vuole levarsi prepotentemente ma producendo anche un’incredibile empatia con il lettore. Lo stile è personale,riconoscibile ed efficace.

Infine mi ha anche colpito uno spumeggiante giallo tutto al femminile, ambientato in una Milano misteriosa e affascinante, La sposa scomparsa di Rosa Teruzzi (Sonzogno).

Un giorno alla porta di Libera, che confeziona bouquet da sposa ritenuti “magici” e che vive con la figlia Vittoria e la madre Iole (settantenne disinibita e fuori dalle righe), si presenta una donna vestita di nero che vorrebbe far riaprire le indagini sulla scomparsa di sua figlia. Vittoria (la più intransigente e rigida del trio) non è d’accordo mentre Libera e Iole si buttano a capofitto in quest’impresa che porterà alla luce il dolore mai sopito per la morte del marito della fioraia e lati inaspettati del loro carattere.

Proprio questo viaggio nell’universo delle donne che sanno essere volitive, materne, complicate, coraggiose e libere è il fattore distintivo del romanzo che è scorrevole, immediato e anche adatto ad una trasposizione cinematografica.

Vi lascio sperando di avervi incuriositi e di essermi fatta “perdonare” per la lunga assenza.

“Un po’ di follia in primavera” di Alessia Gazzola (Longanesi, 2016)

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Alice is back… finalmente.

La dottoressa Allevi è tornata con la sua irresistibile simpatia e la solita irrefrenabile curiosità. Sta per specializzarsi e ancora una volta aiuta l’ispettore Calligaris a risolvere un caso estremamente spinoso: l’omicidio di un noto psichiatra nonché suo ex professore. Pare inoltre che sia guarita dalla cronica sindrome da cuore in sospeso di cui soffre, ma sarà davvero così o per la nostra allieva prediletta ci saranno altri scossoni? Che ne sarà del sentimento per l’inquieto Arthur e dell’ “attrazione fatale” per il carismatico dottor Conforti? Lo scoprirete solo sfogliando le pagine di “Un po’ di follia in primavera” che non deluderà le aspettative degli ammiratori di Alessia Gazzola e dei suoi romanzi.

Ancora una volta l’autrice riesce ad “accalappiare” il lettore e a inchiodarlo al libro fino all’ ultima riga.

La storia è avvincente e ricca di colpi di scena, ironia e pathos si alternano creando dinamismo e i personaggi risultano gradevolmente familiari grazie alla loro magistrale caratterizzazione.

L’ho terminato da poco e già non vedo l’ora che ad Alice vengano fatte vivere nuove entusiasmanti avventure.

“La trama dell’invisibile” e “Tutto appariva in bianco e nero” (Edizioni Ensemble, 2016)

14454620_10211411508513239_653335649_nNelle ultime giornate estive mi hanno accompagnata due libri pubblicati dalla casa editrice Ensemble, entrambi ben scritti e molto interessanti: La trama dell’invisibile di Maria Cristina Mannocchi e Tutto appariva in bianco e nero di Lorenzo Galantino.

Il primo è un saggio dedicato ad Antonio Tabucchi, sentito e vibrante, in cui a predominare non è un’analisi piatta dell’opera dello scrittore, ma una riflessione estremamente dinamica, impreziosita da ricordi e suggestioni dell’autrice. In effetti il filo conduttore del testo è il topos del viaggio sia metaforico che reale: la gita della professoressa Mannochi con i suoi studenti a Lisbona è l’occasione per far conoscere ai ragazzi il grande scrittore e sottolinea l’importanza data all’insegnamento e alla trasmissione concreta del sapere (aspetto che mi ha particolarmente colpita), i soggiorni in luoghi che rimandano a lui sono momenti significativi non solo a livello intellettuale, ma soprattutto personale e rimarcano la potenza della parola scritta che può coinvolgerci, arricchirci ed influenzarci.

Il romanzo di Galantino invece trasporta il lettore nella Milano degli anni ’90 e nella vita di Riccardo, tormentato da due amori complicati, dei suoi amici e di Letizia, giovane fioraia religiosissima che vive un matrimonio infelice. Intenso e con un finale spiazzante questo romanzo riesce a catturare il lettore grazie ad una gestione sapiente del ritmo della narrazione e ad una scrittura intimista che permette di comprendere bene i personaggi, di familiarizzare con loro. Le brevi incursioni nella storia del nostro Paese aiutano ulteriormente ad inquadrare le vicende dei protagonisti, danno un tocco di realismo al testo e aiutano ad entrare nelle sue atmosfere.

I due titoli presentati sono entrambi validissimi e sono in grado di soddisfare sia il gusto di chi ama la saggistica che quello di chi ama la narrativa.

Concorso letterario “L’albero di rose”

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Per qualche ora ieri il mio paese si è trasformato in un’oasi di poesia. Si è svolta infatti la premiazione del concorso letterario L’albero di rose, così chiamato non solo in riferimento al grandissimo poeta Leonardo Sinisgalli, ma anche all’albero protagonista della nostra meravigliosa festa, il Maggio, su cui viene posto un bouquet di rose. Il Maggio è narrazione viva, quindi fonte d’ispirazione ideale per chi scrive.

La prestigiosa giuria coordinata da Maria Grazia Trivigno e composta dal professor Giovanni Caserta (presidente), Dante Maffia, Luciano Nota, Marco Onofrio e Giorgio Taffon ha scelto tra i molti testi pervenuti e ha decretato i seguenti vincitori (l’elenco è stato estrapolato dal sito La presenza di Erato):

 

Sezione poesia edita

Donato Loscalzo, L’amore, invece

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie

Francesco Tarantino, Getsemani o dell’inquietudine

Segnalazione: Anna Elisa De Gregorio, Un punto di biacca

 

Sezione poesia inedita

Onofrio Arpino, Ritorno

Fernando Della Posta, Matrimonio lucano

Sergio Gallo, Pinus leucodermis

Segnalazione: Paolo Polvani, Il pino della ferrovia

 

Sezione racconto breve inedito

 

Pierfrancesco Stella, Selva d’antropofaggi

Antonio Villa, L’orto degli ulivi

Giovanni Asmundo, Una dedica

Segnalazione: Gianfranco Iovino, Profumo di radici

 

Menzione d’onore ai giovanissimi poeti di una scuola elementare di Nardò che hanno intenerito e deliziato il pubblico con i loro componimenti.

È importante inculcare nelle giovani generazioni l’amore per la cultura, per i libri e per la poesia, per cui la presenza di questi piccoli è stata particolarmente rilevante.

In definitiva è stata una manifestazione riuscita e stimolante che si ripeterà il prossimo anno.

“I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani” di Silvia Pareschi (Giunti 2016)

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Silvia Pareschi, una delle più note traduttrici dall’inglese, ha deciso di far sentire la sua voce e di mostrarci la sua America nella raccolta I jeans di Bruce Springsteen e latri sogni americani.

Dai territori più impervi e selvaggi, dove “la solitudine si sente fisicamente” alla pittoresca ed eterogenea San Francisco, l’autrice registra e fotografa la vita in America, rilevandone curiosità, stranezze, aspetti positivi e negativi attraverso uno sguardo realistico e pragmatico.

Da una parte viene descritto un Paese variegato, in cui praticamente tutto è possibile, dall’altra l’idealizzazione lascia spazio alla verità che porta alla luce le mille contraddizioni in esso presenti come il divario eccessivo tra ricchi e poveri o una sanità lontana dal garantire le cure a tutti.

Il tono del libro, comunque, non è affatto pessimistico o distruttivo; ad emergere prepotente non è una critica severa, ma un desiderio di trasmettere la propria esperienza e soprattutto una sete di conoscenza unita ad una notevole curiosità.

La dimensione del sogno in tutta la sua purezza non è, però, completamente accantonata. Non è un caso infatti che a chiudere la raccolta sia il testo più “romantico”, in cui una giovanissima Silvia va a New York e inaspettatamente ha la possibilità di visitare alcuni luoghi frequentati del suo idolo, Bruce Springsteen.

Il sogno rivive, ma cambia volto, assume una dimensione pluralistica (in effetti il sottotitolo parla di sogni) o se vogliamo una connotazione più concreta, mentre vengono raccontati i tanti “nuovi mondi” (persone, pensieri, stili di vita), scoperti dalla scrittrice.

Fresco, diretto e appassionante I jeans di Bruce Springsteen è di facile lettura ma non banale, perfetto per chi ama gli Stati Uniti, per chiunque voglia conoscerli meglio e, più in generale, per chi ama scoprire quei nuovi mondi a cui accennavo, grazie ai quali si può meditare ed imparare.

“Il club delle lettere segrete” di Angeles Donate (Feltrinelli Editore, 2015)

Angeles Donate

A Porvenir c’è un ufficio postale e c’è una postina, Sara; poi ci sono tante altre persone: vecchie e giovani, tristi e felici, povere e ricche. Ma cosa succede se l’ufficio postale dopo quasi 100 anni rischia di chiudere per mancanza di lavoro costringendo Sara a trasferirsi in città con i suoi tre figli? Succede che queste persone si mobilitano per risollevare la situazione creando una catena di corrispondenza. E con le lettere come filo conduttore nascono amori, amicizie, si scopre la poesia e si parla anche della morte. Lettere e persone, persone che si scrivono lettere e lettere che salvano e uniscono le persone. Quando mi é capitato tra le mani “Il club delle lettere segrete ” ho pensato al tipico libro da spiaggia, uno di quei libri che lascia senza rimpianti sul lettino a bordo piscina per un tuffo rinfrescante. Bene, mi sbagliavo eccome! L’ho letteralmente divorato in due giorni e ne ho fatto una bella indigestione e se dovessi descriverlo con una parola questa sarebbe “positivo”. Leggere questo libro è infatti una iniezione di positività e di fiducia verso il prossimo, ci fa riflettere sulle nostre azioni quotidiane e sull’altruismo. Ecco… positivitá, fiducia, altruismo… tre parole di cui abbiamo veramente bisogno, oggi più di ieri. A dirla così si potrebbe pensare ad un libro banale e sdolcinato ma non lo è affatto!! Vi dovete fidare. Una volta ho letto che puoi dire che un libro ti è veramente piaciuto quando dopo averlo terminato senti già la mancanza dei protagonisti… ecco a me un po’ mancano già Sara, Alma, Alex, Rosa e tutte le altre persone positive e giuste che popolano questo club e voglio un po’ sperare che di persone così ce ne siano, anzi sono convinta che ci siano!

“L’ambasciata di Cambogia” di Zadie Smith (Mondadori, 2015)

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Zadie Smith è entrata nel novero delle mie autrici preferite pagina dopo pagina, grazie alla sua profondità e alla sua capacità di costruire personaggi complessi, proposti con sconcertante sincerità in tutte le loro contraddizioni.

Nel romanzo L’Ambasciata di Cambogia viene presentato un altro profilo perfettamente tratteggiato, quello della giovane cameriera, “schiava” (quasi) inconsapevole, Fatou.

La giovane è arrivata dall’Africa, passando dalla Libia e dall’Italia, per lavorare a casa della famiglia Derawal, che risiede a Willesden, dove è stata appena aperta l’Ambasciata di Cambogia, avvolta dal mistero per lei, visto che il suo interno le è precluso e può solo immaginarlo dai “rumori” derivanti da una partita di badminton.

Senza passaporto, senza uno stipendio ‒ il suo salario viene usato per pagare vitto e alloggio ‒ la ragazza accetta la sua condizione di subalternità con rassegnazione e orgoglioso silenzio.

Si concede solo qualche atto di ribellione: usare dei buoni omaggio destinati ai “padroni” per nuotare in un albergo di lusso e coltivare in segreto l’amicizia fraterna con Andrew, che le permette di sfogarsi, di saziare in qualche modo la sua sete di comunicazione e di sapere.

Fatou infatti ha un spirito critico, valuta il modo in cui i deboli, lei compresa, reagiscono ai soprusi e l’Ambasciata simboleggia proprio le storture della Storia oltre che quella componente misteriosa presente in ogni esistenza. Vuole capire se stessa, il mondo che la circonda il male e cerca delle risposte nella fede, forte nonostante abbia molti dubbi.

Il suo cammino è continuamente in salita, eppure  resta granitica, pronta ad affrontare tutto con la fierezza che le è propria e a rivendicare i suoi piccoli, ma importanti -momenti di autodeterminazione.

Breve eppure perfettamente compiuto, il libro è un vero sfoggio di maestria narrativa e di analisi psicologica, un capolavoro che non solo chi ama la lettura, ma anche chi apprezza la buona scrittura non può perdere.

“La terapia” di Sebastian Fitzek (Elliot, 2010)

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La vita di Viktor, psichiatra di professione, è sconvolta dalla scomparsa di sua figlia Josy affetta da una malattia sconosciuta. Rifugiatosi nella casa della sua infanzia, su un’isola sferzata dal vento e dalla tempesta, incontra Anna Spiegel, scrittrice schizofrenica di libri per bambini. Anna sostiene di vedere materializzarsi i protagonisti delle sue favole tra i quali c’è anche Charlotte la cui storia somiglia in maniera sconvolgente a quella di Josy. Chi è questa donna misteriosa dal passato torbido? Cosa si nasconde dietro le turbe psichiche di Anna? Riusciranno gli ultimi capitoli della storia di Charlotte a far luce sulla scomparsa di Josy? In questo libro, il primo che leggo di questo autore, Fitzek ci prende per mano e ci conduce nell’oscurità della mente umana con un ritmo talmente incalzante tanto che alla fine di ogni capitolo ci si accorge di aver trattenuto il fiato in trepidante attesa. I continui sbalzi temporali, se inizialmente creano confusione e smarrimento, permettono poi di mettere ogni tessera del puzzle al suo posto. Veramente una bella storia, curiosa, ben costruita e con una caratterizzazione dei personaggi che lascia poco spazio all’immaginazione. Se vi avvicinate a questo libro preparatevi a batticuore e continui colpi di scena; la vostra mente verrà catapultata sull’isola di Viktor e riuscirete perfino a sentire il sibilare del vento e lo scrosciare della pioggia.

Un caleidoscopio di emozioni: I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews

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Ci sono libri nei quali è lampante l’urgenza comunicativa da cui sgorgano, che arrivano al cuore e allo stomaco con semplicità, senza inutili sofisticazioni.

I miei piccoli dispiaceri, della canadese Miriam Toews, pubblicato da Marcos y Marcos, nasce  dall’esigenza dell’autrice di esorcizzare il dolore per la scomparsa della sorella  e mi ha conquistata perché è diretto, vero e intenso.

Le protagoniste sono, appunto, due sorelle, unite da un profondo affetto. Yoli, la più piccola, tenta di essere il filo che tiene legata alla vita Elfrieda, talentuosa e bellissima pianista di fama internazionale. La donna vuole disperatamente morire e Yolandi cerca con pazienza di farla desistere dal suo intento.

Mentre si occupa di Elf, però, Yoli deve pensare anche alla sua vita burrascosa, alle sue relazioni instabili, ai due figli da mantenere, ai due ex mariti piuttosto egoisti, ai soldi che mancano.

È una scrittrice  e proprio nella costruzione di una storia che la rappresenti, nelle parole che possono curare, far esplodere e lenire i propri tormenti, riesce a trovare un valvola di sfogo.

La trama potrebbe far pensare a un’opera triste, piena di dolore e in parte è anche così, ma I miei piccoli dispiaceri emana positività non solo perché è pieno di ironia e vitalità, ma anche perché trasuda voglia di non arrendersi, di lottare sempre anche quando tutto sembrerebbe perduto.

Ci mostra, inoltre, l’importanza della solidarietà, dell’amore incondizionato, del sostegno reciproco e anche, se vogliamo, la bellezza assoluta dell’arte (Yoli vuole trasformare i suoi pensieri in romanzi mentre Elf trasferisce la sua anima sui tasti del pianoforte tanto da sconvolgere chi la ascolta) che non è un mero esercizio estetico, ma un mezzo espressivo viscerale che fa parlare anche quando esteriormente si tace.

 

 

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